martedì 18 Giugno 2024

Calcio: il gioco diventato osservatorio speciale della finanziarizzazione del mondo

Il calcio non è solo un gioco. Non solo perché tante persone ne fanno una questione tremendamente seria, ma soprattutto perché è diventato un settore economico di assoluta rilevanza e, negli ultimi anni, un osservatorio privilegiato per osservare e comprendere la progressiva finanziarizzazione dell’economia. Se è vero, infatti, che diversi cambiamenti hanno interessato il calcio moderno nella sua struttura, cioè nel modo in cui si affrontato i 90 minuti di gioco, a partire dal 26 ottobre 1863 -data della sua nascita- a mutare radicalmente negli anni è stata però la sovrastruttura, ovvero tutto quanto ci sta intorno: formazione e professionalizzazione degli atleti, rapporto con la tifoseria, internazionalizzazione, gestione delle società sportive.

Su quest’ultimo punto il calcio moderno si divide, investito dal cambio di paradigma economico avvenuto tra il XX e il XXI secolo e culminato con la crisi finanziaria del 2008, quando necessità, visione e obiettivi dei vecchi patron europei e italiani sono cambiati, tutto a vantaggio di capitali esteri e fondi di investimento stranieri. All’alba del 2000, i proprietari dei club mostravano una certa diffidenza nei confronti degli interessamenti provenienti dall’estero, temendo che questi potessero impadronirsi del “giocattolo”, perdendo di conseguenza lo status costruito negli anni a suon di miliardi di lire investiti spesso a fondo perduto, semplicemente perché l’arricchimento proveniva dalle attività principali (aziende) e non dal calcio, elemento più sociale che speculativo. La barriera all’ingresso costruita negli anni crollò con la crisi del 2008, quando le attività principali ne risentirono e gli imprenditori dovettero fare i conti con la realtà: vendere il giocattolo o fallire, abbracciandolo.

Fondi di investimento: il calcio dei profitti

Criticare un’impresa perché cerca un profitto vorrebbe dire rinnegare le leggi fondamentali dell’economia capitalista e ci porterebbe fuori strada nell’analisi. Ci si può, dunque, soltanto limitare a sottolineare come il calcio, da mercato di sbocco per i profitti in cui gli imprenditori concentravano parte delle risorse ottenute dalle attività principali, sia diventato esso stesso un’impresa, abbracciando le logiche produttive e speculative. Possedere un club oggi non significa ottenere uno status o sottolineare il proprio tifo verso la squadra, piuttosto si traduce nella possibilità di guadagnare. La trasformazione del calcio ha avvicinato operatori economici inediti, tra cui i fondi di investimento, degli strumenti finanziari che raccolgono i risparmi di vari investitori per formare un unico patrimonio usato per entrare a far parte di diverse attività attraverso azioni e obbligazioni con l’obiettivo di accrescerlo. Che siano i proprietari o comunque parte dei finanziatori, i fondi di investimento immettono liquidità nelle casse di un club (spesso in difficoltà) per avere un ritorno sul medio-lungo termine, dato dalla crescita di valore della società sportiva. Questo schema funziona in Italia innanzitutto grazie al blasone mondiale dei suoi club, seguiti in tutti i continenti, con protesi verso il mercato americano e asiatico attraverso sponsor, vendita di abbigliamento ufficiale, operazioni di promozione e immagine, diritti televisivi e mini-tornei realizzati in estate, quando in Europa le competizioni ufficiali sono ferme. A questo va aggiunto un dato contenuto nell’Annual Review of Football Finance 2021: la serie A italiana è la quarta lega calcistica più ricca d’Europa, dietro a Inghilterra, Spagna e Germania. Quindi, anche rientrando tra i campionati più importanti del Vecchio Continente, resta tra i meno “cari” dal punto di vista degli investimenti.

A tradurre il calcio italiano in settore attraente agli occhi dei finanziatori è poi il suo potenziale inespresso: l’arretratezza delle strutture e la loro natura pubblica (la gran parte degli stadi italiani sono ancora di proprietà comunale) rappresentano un’ottima base di partenza per i fondi, concentrati sulla realizzazione di progetti collaterali alla costruzione della squadra che non fanno altro che aumentare il valore dei club. Non a caso negli ultimi dieci anni, quando il fenomeno dei capitali esteri è esploso, sono stati presentati svariati progetti sulla realizzazione di stadi e centri sportivi, preferendo la costruzione da zero alla ristrutturazione degli impianti esistenti, nonostante la loro validità nella maggior parte dei casi e il valore sentimentale reclamato dai tifosi, i primi a risentire della nuova direzione intrapresa dal calcio attraverso il pagamento di tariffe maggiori: dalle pay-tv ai biglietti per lo stadio.

[Progetto stadio Roma presentato lo scorso maggio]
Nei mesi scorsi il Real Madrid, uno dei club più titolati al mondo, ha dato prova che una controtendenza sia possibile avviando i lavori di ristrutturazione del Santiago Bernabeu, stadio inaugurato nel 1947. Il sistema delle società sportive spagnole rappresenta un caso particolare, visto che i club vengono gestiti e finanziati non solo da imprenditori ma anche dai tifosi, che diventano soci a tutti gli effetti. Ogni quattro anni il governo della società si rinnova, con i soci chiamati a eleggere un presidente. Dal 2010, la scelta degli azionisti del club più titolato della nazione iberica è ricaduta su Florentino Perez, un imprenditore spagnolo che dal 1997 dirige la società Actividades de Construcción y Servicios (ACS) e può contare, secondo Forbes, su un patrimonio di 2 miliardi di euro. Se da un lato Perez, e quindi i soci a cui è vincolato, tende la mano ai tifosi, dall’altro la allontana, rappresentando una sorta di ibrido moderno, piuttosto lontano da un punto di vista ideologico ai patron italiani del secolo scorso, soprattutto se si considera il suo impegno per l’istituzione, al momento fallita, della Superlega, una competizione che vedrebbe scontrarsi i migliori club europei per ottenere sfide più “spettacolari”, dunque maggiormente seguite e meglio retribuite, grazie a sponsor e diritti tv. Precisamente, le società fondatrici avevano spiegato che, trattando insieme i diritti alla trasmissione, avrebbero attirato incassi pari a tre miliardi e mezzo di euro, da spartire secondo percentuali poi non definite. Richiamate dalla possibilità di registrare maggiori profitti, diversi club europei si sono schierati contro Uefa e Fifa: parte di questi sono guidati o finanziati da capitali esteri o da fondi di investimento (come nel caso delle italiane Milan e Inter) interessati ad accrescere il loro valore e a risanare il loro debito, un fattore che nel momento dell’acquisto o del finanziamento ha giocato a favore degli investitori, poiché in economia un debito si traduce in rischio e questo influenza il prezzo di emissione di qualsiasi titolo, ma che in occasione della vendita dovrà necessariamente presentare margini di miglioramento così da registrare una variazione positiva.

[Esultanza dei giocatori del Real Madrid, vincitori della UEFA Champions League 2021/2022]
Non stupisce, dunque, che i cinque club più indebitati del calcio siano tutti coinvolti nel progetto della Superlega e parte di questi siano finanziati da fondi di investimento, tra cui il Manchester United, che guida la classifica. A  settembre scorso, il fondo statunitense Ariel Investments ha acquistato il 14% delle azioni del club inglese, diventando il terzo principale azionista pubblico, alle spalle di Baron Capital Group e Lindsell Train, altri due organismi di investimento collettivo del risparmio. I tre fondi si affiancano alla famiglia Glazer, proprietaria del club dal 2005, negli ultimi anni fortemente contestata dai tifosi, stanchi di essere trattati come semplici consumatori. Il 19 maggio 2005, alcuni di loro, per lanciare un segnale forte all’ambiente decisero di fondare un nuovo club, lo United of Manchester: non un’azienda ma una comunità, una squadra di proprietà dei soci in cui ogni iscritto ottiene una quota e i membri decidono il prezzo dei biglietti, le divise e le principali politiche societarie.

[Debiti dei club nell’anno fiscale 2018; fonti: Sky e Uefa.]

L’Italia dei progetti collaterali: il caso Milan

Come detto, l’obiettivo principale dei fondi di investimento all’interno del mondo calcistico è puntare su progetti collaterali capaci di aumentare il valore del club in ottica di rivendita futura: stadi, impianti sportivi, operazioni di marketing, contratti con gli sponsor, tournée estive in Asia o negli Stati Uniti, sono tutti strumenti imprenditoriali finalizzati a tale scopo. Puntare su società blasonate e conosciute in tutto il mondo, magari in un momento di rosso in bilancio, rappresenta una condizione ottimale per gli investitori. È ciò che è successo in Italia con il Milan, una delle squadre più titolate, in un processo iniziato con la cessione del club da parte dello storico patron Silvio Berlusconi e culminato con la cessione annunciata il 31 maggio scorso al fondo americano RedBird. Il 13 aprile 2017, la società è passata nelle mani dell’imprenditore cinese Yonghong Li, grazie alla presenza e ai capitali dell’Elliott Management Corporation, un fondo statunitense fondato da Paul Singer nel 1977. Tra le due parti è stato siglato un accordo consistente nel finanziamento complessivo di circa 300 milioni di euro, prevendo in caso di mancato rimborso il passaggio di proprietà del club. Cosa che in effetti è avvenuta dopo tre mesi.

Da quel momento, fino a maggio 2022, Elliot ha investito tra l’operazione Li e i versamenti diretti nel Milan circa 850 milioni di euro. Adesso RedBird, fondo statunitense che possiede il 10% delle azioni del Liverpool, lo acquista per una valutazione di 1,3 miliardi di euro, che potrebbero diventare 1,8 in caso di raggiungimento di determinati obiettivi, tra cui l’approvazione definitiva del nuovo stadio. Non male considerando il tempo relativamente breve (meno di 5 anni) e una pandemia che ha messo in ginocchio l’economia globale: si tratta di un ritorno del 53% nel primo caso e addirittura del 110% nel secondo, basato principalmente su autofinanziamento, ovvero l’acquisto di azioni sul mercato da parte dell’azienda per non ricorrere ad attori esterni e tenere basso l’indebitamento, politica di ingaggi contenuti e movimenti aggressivi nel mondo delle sponsorizzazioni, con 27 fra nuovi accordi e rinnovi di quelli in essere da agosto 2020 a oggi. L’ipotesi costante della costruzione di un nuovo stadio di proprietà e i risultati ottenuti sul campo (prima il ritorno in Champions League e poi la vittoria dello scudetto) hanno fatto il resto, incrementando il valore delle azioni del club.

[Stadio Giuseppe Meazza, Milano; ph FAB/ Shutterstock.com]
Visibilità, marketing, miglioramento dell’immagine aziendale e costruzione del “nuovo San Siro” sono gli obiettivi che guideranno la prossima dirigenza rossonera (al netto di clamorosi stravolgimenti). Gerry Cardinale, creatore del fondo di investimento RedBird, punta particolarmente sull’intrattenimento legato al calcio, sugli eventi e sulle infrastrutture utilizzabili non solo uno o due giorni a settimana, ma 365 giorni l’anno.

La spettacolarizzazione del calcio

La strategia imprenditoriale di Cardinale si inserisce in un contesto di spettacolarizzazione del calcio, non più legato in modo esclusivo ai 90 minuti in cui si scende in campo ma a tutto quello che accade al di fuori: allora gli stadi si trasformano in centri commerciali, alberghi, musei, parchi, ristoranti stellati, spa e tutto ciò che può generare profitto nelle casse degli investitori. In quest’ottica si inserisce la direzione intrapresa dal mondo del calcio negli ultimi anni, passato da sport popolare a prodotto appetibile in chiave economica. Si pensi all’avvicinamento al cosiddetto campionato spezzatino, ovvero la suddivisione delle partite nel fine settimane in tre giorni (a volte quattro) e a orari diversi tra loro, così da coprire più spazi vuoti possibili e generare maggiore intrattenimento, che si traduce in incassi e copertura mediatica più elevati perché vengono coinvolti più spettatori di quanto farebbe il vecchio sistema, concentrato principalmente sulla domenica. Funzionali allo scopo di creare un prodotto sempre più appetibile agli occhi del consumatore sono poi le idee relative a nuove competizioni internazionali. Tramontata (almeno per ora) l’ipotesi Superlega, bocciata da Uefa e Fifa, la stagione 2021-2022 ha visto come nuovo protagonista la Conference League, terzo torneo continentale per prestigio dopo Champions ed Europa League, vinto quest’anno dalla Roma. La società rilevata da Dan Friedkin nel 2020 per 591 milioni ha visto raddoppiare il valore delle proprie azioni da marzo a maggio 2022, in avvicinamento alla finale vinta a Tirana.

Lo scopo ufficiale della competizione è di dare spazio ai club che non riescono a centrare gli obiettivi principali, coinvolgendo nelle fase iniziale – che inizia in piena estate – 184 squadre, di cui almeno una per ciascuna delle 55 federazioni presenti nel continente, a cui si aggiungono i 46 club eliminati dai preliminari di Champions e Europa League. Leggasi partecipazione di circa un centinaio di realtà meno blasonate (appartenenti a campionati europei poco conosciuti e seguiti) che comunque hanno un seguito in patria e quindi generano intrattenimento: aumentano le visualizzazioni, i biglietti venduti, la spinta mediatica e, dunque, le entrate generali per i partecipanti. Si tratta di un circolo che incrementa innanzitutto il valore delle società e che determinerà nel breve e lungo periodo l’interessamento da parte dei fondi di investimento. Fino a quando non accadrà, le realtà “di provincia” potranno comunque beneficiare della Conference League per farsi conoscere al di fuori dei confini nazionali, generando spesso simpatie in giro per l’Europa e per il mondo, in nome di quella condizione emotiva che spinge a tifare per il più “debole”, per quelle piccole realtà pronte a sfidare i giganti del settore, in una lotta Davide-Golia che non si spegne e si rinnova, tra la nostalgia di un calcio giocattolo e le perplessità su uno marionetta.

[Di Salvatore Toscano]

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