domenica 22 Marzo 2026
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Tutela del mare: il Mediterraneo adotta nuovi limiti contro le emissioni navali

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Il Mar Mediterraneo è entrato ufficialmente nella rete delle Emission Control Areas (ECA), diventando la quinta zona al mondo a prevedere standard più stringenti per le emissioni navali. Una svolta significativa per la tutela dell’ambiente marino e della salute pubblica, sancita dalla risoluzione MEPC.361(79) dell’Organizzazione marittima internazionale (IMO), che impone un limite massimo dello 0,1% al contenuto di zolfo nei combustibili utilizzati dalle navi. Un inasprimento significativo rispetto al tetto globale dello 0,5%, il cosiddetto “sulphur cap”, introdotto nel 2020. 
La decisione arr...

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Le emissioni delle aziende fossili avrebbero causato danni per 28 mila miliardi in 30 anni

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Un nuovo studio pubblicato sulla rivista Nature afferma che le 111 aziende fossili più inquinanti del pianeta hanno causato circa 28 mila miliardi di dollari di danni a causa delle ondate di calore intenso. I ricercatori del Dartmouth College e della Stanford University hanno introdotto un nuovo modello di attribuzione climatica che consente di collegare specifici danni economici alle emissioni di singole imprese fossili. Così, hanno stimato che la sola Chevron, tra il 1991 e il 2020, avrebbe causato danni per una cifra che oscilla tra i 791 miliardi e i 3.600 miliardi di dollari, in base ai parametri economici. I due autori sostengo che il loro studio sia una base di partenza su cui poter poggiare in cause legali contro le aziende fossili chiamate in giudizio per riparare economicamente ai danni.

Il modello sul quale si basa lo studio è definito “but for” (espressione inglese traducibile in italiano con “se non fosse per”): ad esempio, un particolare evento climatico estremo si sarebbe verificato “se non fosse stato per” le emissioni di una determinata azienda? I dati raccolti sono quindi stati utilizzati per capire come la presenza di specifiche aziende abbia causato ondate di calore creando due modelli differenti, uno che includeva le emissioni dell’azienda e uno che non le includeva. Successivamente, i due modelli sono stati messi a confronto.

In questo modo i due ricercatori hanno stimato che le 111 aziende petrolifere più inquinanti hanno causato, per effetto delle ondate di calore da loro generate su scala locale, circa 28 mila miliardi di dollari di danni tra il 1991 e 2020. «Il nostro quadro di riferimento è in grado di fornire solide attribuzioni di danni climatici basati sulle emissioni delle aziende. Questo dovrebbe aiutare i tribunali a valutare meglio le richieste di risarcimento per le perdite e i disagi derivanti dai cambiamenti climatici causati dall’uomo», ha detto Mankin, uno degli autori dello studio. Utilizzando i dati sulle emissioni di ambito 1 (emissioni dirette) e ambito 3 (emissioni indirette) delle principali società di combustibili fossili, metodi di attribuzione peer-reviewed e progressi nell’economia climatica empirica, i due ricercatori hanno illustrato la quantità di perdite economiche attribuibili al calore estremo causato dalle emissioni delle singole società. L’azienda con le emissioni più elevate tra quelle analizzate è Chevron, la quale, in un ipotetico tribunale, potrebbe essere ritenuta responsabile di danni per un valore compreso tra 791 e 3.600 miliardi di dollari nel periodo considerato. Secondo i ricercatori, il loro metodo può stimare gli impatti di qualsiasi fonte di emissioni, che si tratti di una compagnia petrolifera, di un altro tipo di azienda, di un Paese o di un privato.

Il contenzioso sul clima negli Stati Uniti è in corso da oltre un decennio. Vari Stati, Paesi, città, cittadini e gruppi della società civile hanno presentato reclami contro le società di combustibili fossili, sostenendo che queste dovrebbero essere ritenute responsabili per i danni, diretti e indiretti, causati dalle loro attività. Le ricerche sull’attribuzione del danno applicata agli eventi estremi sono iniziate nel 2003, dopo la pubblicazione, su Nature, di un saggio che si poneva interrogativi molto simili a quelli ai quali oggi i ricercatori ritengono di aver dato una risposta. Sarebbero quindi le grandi aziende le principali responsabili dei cambiamenti del clima nelle località in cui hanno sede.

Romania, il primo ministro Ciolacu rassegna le dimissioni

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Il primo ministro romeno Marcel Ciolacu, esponente del partito socialdemocratico, ha rassegnato le proprie dimissioni. L’annuncio arriva dopo la sconfitta elettorale del candidato unitario dei tre partiti di governo, George Crin Laurenţiu Antonescu, che non è riuscito ad accedere al ballottaggio. Il primo turno delle elezioni presidenziali in Romania si è tenuto ieri, domenica 4 maggio, ed è stato vinto dal candidato di destra George Simion. A seguire, il candidato indipendente e sindaco di Bucarest, Nicușor Dan, di orientamento moderato. Il ballottaggio tra i due è previsto per il prossimo 18 maggio.

USA, dazi sui film prodotti all’estero

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato un dazio del 100% su tutti i film prodotti all’estero. La decisione arriva per contrastare la «rapida morte» a cui starebbe andando incontro l’industria cinematografica statunitense, che Trump attribuisce agli incentivi offerti ai registi dagli altri Paesi. «Si tratta di uno sforzo concertato da parte di altre nazioni e, quindi, di una minaccia per la sicurezza nazionale», si legge in un post sul suo social Truth. Trump ha annunciato di avere già dato istruzione per istituire la nuova tariffa, ma non è chiaro a partire da quando entrerebbe in vigore.

Mar Cinese Meridionale, gli USA soffiano sulle tensioni tra Cina e Filippine

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Nel Mar Cinese Meridionale è in corso la consueta esercitazione congiunta tra Filippine e USA – la quale, secondo alcuni media, avrebbe raggiunto quest’anno dimensioni molto superiori alle precedenti. Oltre al dispiegamento complessivo di 18 mila militari, le operazioni vedono anche l’impiego di sistemi d’arma avanzati e missili antinave di ultima generazione. Gli Stati Uniti hanno inoltre testato, per la prima volta al di fuori dei propri confini, il sistema di difesa aerea e missilistica del sistema Marine Air Defense Integrated System (MADIS), progettato per rilevare, tracciare, identificare e neutralizzare le minacce aeree, in particolare droni, elicotteri e aerei, a bassa quota. La portata delle esercitazioni non ha lasciato indifferente Pechino, che ha risposto rivendicando la sovranità sull’isolotto di Sandy Cay. Poco più di un banco di sabbia, l’isolotto si trova a poca distanza dall’isola di Thitu, la quale ospita il più grande avamposto militare filippino nel Mar Cinese Meridionale. Le operazioni hanno attirato l’attenzione anche del Vietnam, che nelle scorse ore ha chiesto a Pechino e Manila di smettere le operazioni intorno all’isola, sulla quale Hanoi rivendica a sua volta la sovranità.

La scorsa settimana, in risposta alle esercitazioni congiunte tra USA e Filippine (denominate Balikatan, “spalla a spalla”, che termineranno il prossimo 9 maggio), quattro uomini della guardia costiera cinese si sono recati sull’isolotto di Sandy Cay per farsi scattare una foto nella quale sorreggono la bandiera cinese, per rivendicare la sovranità sul piccolissimo lembo di terra. Le Filippine hanno risposto successivamente con un’azione analoga. La Cina ha così accusato sei persone filippine di «imbarco illegale» a Sandy Cay – che Pechino chiama Tiexian Reef. Il fatto, all’apparenza simbolico e insignificante, si inserisce però nella lunga scia di tensioni tra Cina e Filippine dovuta alla contesa di ampie porzioni del Mar Cinese Meridionale. Non di poco conto è l’ubicazione di questo isolotto di sabbia che la Cina dichiara essere di sua proprietà. Infatti, Sandy Cay si trova a pochi chilometri dall’isola di Thitu, che ospita il più importante avamposto militare di Manila nel Mar Cinese Meridionale.

Secondo l’Asian Times, l’esercitazione Balikatan prevede esercitazioni sia vicino alle aree contese nel Mar Cinese Meridionale che vicino a Taiwan, con il dispiegamento dei sistemi d’arma più avanzati al fine di migliorare l’interoperabilità e coordinare azioni congiunte contro le crescenti minacce della Cina nella regione. La Marina filippina dispiegherà la sua arma antinave più potente, il missile da crociera di fabbricazione sudcoreana LIG NEX 1 C-Star, in uno scenario che prevede (nella giornata di oggi, 5 maggio) l’affondamento di una nave dismessa. Gli Stati Uniti, invece, oltre al sistema missilistico Typhon, hanno messo in campo il lanciatore di missili antinave Navy-Marine Expeditionary Ship Interdiction System (NMESIS).

Nell’ambito di queste esercitazioni gli USA hanno per la prima volta condotto test di difesa missilistica con il sistema MADIS, ad alta potenza: «Questo equipaggiamento avanzato sostiene l’alleanza tra Stati Uniti e Filippine rafforzando la cooperazione militare congiunta e promuovendo il nostro impegno comune per una regione indo-pacifica sicura, stabile e libera per tutti» si legge in un comunicato dell’esercito USA, che aggiunge come le esercitazioni Balikatan siano utili a «mostrare la capacità della forza combinata». Una dimostrazione muscolare di certo non apprezzata dalla Cina e che nemmeno il Vietnam guarda di buon occhio. In due comunicati rilasciati agli uffici diplomatici dei due Paesi, infatti, Hanoi ha chiesto ad ambo le parti di contribuire al mantenimento della pace nell’area e a rispettare la sovranità del Vietnam sull’arcipelago Spartly.

È uscito il quarto numero del mensile de L’Indipendente

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È da oggi disponibile il quarto numero del mensile de L’Indipendente, la nuova rivista rilegata e da conservare, con 80 pagine di contenuti esclusivi. Inchieste, analisi, reportage e molte altre notizie che non troverete altrove perchè noi, al contrario degli altri mezzi di informazione, non ospitiamo alcuna pubblicità e non siamo dunque influenzabili da poteri politici nè interessi economici di sorta. Questo mese in copertina abbiamo scelto di mettere la folle corsa globale al riarmo, esaminandone implicazioni ed interessi e mostrando come, dietro la retorica del “riarmo come deterrente per la pace” non vi siano altro che mire imperialistiche ed interessi puramente economici. In questo quadro si inserisce la guerra commerciale voluta da Trump a suon di dazi e contro-dazi, che si è rivelata essere non una manovra di politica economica ma di politica militare, con l’obiettivo di ristabilire il primato statunitense sul mondo.

Il mensile de L’Indipendente ha come sottotitolo i tre pilastri che ne definiscono la cifra giornalistica: inchieste, consumo critico, beni comuni. Ogni parola è stata scelta con cura, racchiudendo ciò che vogliamo fare e che, a differenza di altri media, possiamo fare, perché non abbiamo padroni, padrini o sponsor da compiacere.

Questi tre punti cardinali rappresentano il nostro impegno per il giornalismo che crediamo necessario: inchieste (per svelare i lati nascosti della politica e dell’economia), consumo critico (per vivere meglio, certo, ma anche per promuovere scelte consapevoli capaci di colpire gli interessi privilegiati) e beni comuni (perché la nostra missione è quella di leggere la realtà nell’interesse dei cittadini e non delle élite oligarchiche che controllano i media dominanti). Al suo interno ci saranno poi, naturalmente, approfondimenti sull’attualità e sui temi che caratterizzano da sempre la nostra agenda: esteri, geopolitica, ambiente, diritti sociali.

Questi sono solamente alcuni degli argomenti che potrete ritrovare nel nuovo numero:

  • Starlink e la corsa ai satelliti: per quale motivo l’Italia dovrebbe appoggiare le proprie comunicazioni militari sui satelliti di Elon Musk e quali rischi questo comporterebbe per la sicurezza nazionale.
  • Brennero: l’altra TAV di cui non si parla: il collegamento ferroviario ad alta velocità Brennero-Innsbruck è considerato opera strategica e “green”, tuttavia risponde a precisi obiettivi affaristici e militari…
  • L’Europa riapre le miniere: in nome della “transizione ecologica”, l’UE ha approvato in fretta e furia 47 progetti estrattivi altamente controversi, molti dei quali riguardano anche aree italiane.
  • Dentro il “nuovo” Afghanistan: Paese del quale si parla molto ma si conosce molto poco, complice una narrazione giornalistica stereotipata e obsoleta, l’Afghanistan sta manifestando cenni di apertura verso l’esterno, ormai difficili da ignorare.
  • La grande truffa dei salumi IGP: è sufficiente che un salume venga lavorato in parte in Italia perchè possa essere spacciato come autenticamente italiano. In realtà, nella maggior parte dei casi, le materie prime sono di provenienza estera…
  • Storie di resistenza palestinese: un reportage da Tulkarem, nel cuore della Cisgiordania, che racconta la storia dei giovani uccisi quotidianamente per difendere la Palestina dalla colonizzazione violenta di Israele.

La nuova rivista de L’Indipendente è acquistabile (in formato cartaceo o digitale) sul nostro shop online, ed è disponibile anche tramite il nuovo abbonamento esclusivo alla rivista, con il quale potreste ricevere la versione cartacea a casa ogni mese per un anno al prezzo di 90 euro, spese di spedizione incluse. Per riceverlo basta consultare la pagina: lindipendente.online/abbonamenti.

Germania, AfD presenta ricorso dopo essere stato nominato estremista

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Il partito di estrema destra Alternativa per la Germania (AfD) ha fatto causa contro la decisione dell’agenzia di intelligence nazionale di classificarlo come una organizzazione estremista pericolosa per la democrazia. A dare la notizia è un portavoce del tribunale amministrativo di Colonia, che ha annunciato che la causa presentata da AfD verrà presa in analisi una volta che l’agenzia di intelligence confermerà di essere stata informata. AfD è stata nominata organizzazione estremista lo scorso venerdì. Secondo l’intelligence del Paese, il partito sarebbe una possibile causa di discriminazione verso alcune frange della popolazione. Tale classificazione non ha conseguenze dirette, ma il Parlamento tedesco utilizzarlo per chiedere lo scioglimento del partito.

Gaza, Israele approva il piano per impadronirsi definitivamente della Striscia

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Il gabinetto di sicurezza israeliano ha approvato all’unanimità i piani per estendere i combattimenti a Gaza. La notizia della sua imminente approvazione era nell’aria da giorni ed è stata confermata questa mattina. Per quanto il contenuto del piano non sia ancora di pubblico dominio, secondo quanto riportano diversi quotidiani ed emittenti israeliani, nonché il comitato delle famiglie degli ostaggi, esso prevedrebbe un generale ampliamento dell’invasione su larga scala, da attuare attraverso la mobilitazione di decine di migliaia di riservisti. Lo scopo finale sarebbe quello di occupare militarmente la Striscia per mantenere il controllo dei territori, spostando la popolazione verso sud. «In un piano di manovra su larga scala», ha ammesso lo stesso ideatore del piano, Eyal Zamir, «non sarebbe facile salvare gli ostaggi». Israele, insomma, conferma apertamente quanto per molti risultava già chiaro da tempo: gli ostaggi sono solo un pretesto per continuare la guerra e portare avanti il proprio progetto di annessione della Striscia.

Il piano di occupazione di Gaza è stato approvato questa mattina. Il suo contenuto non è noto, ma è riportato nelle sue varie parti da diversi media israeliani. Secondo una fonte interna citata da Channel 13, il piano prevede «tra le altre cose, l’occupazione della Striscia e il mantenimento dei territori, lo spostamento della popolazione di Gaza verso sud per la sua protezione, la negazione ad Hamas della possibilità di distribuire rifornimenti umanitari e l’intensificazione degli attacchi contro Hamas». La mobilitazione dei riservisti è stata annunciata dallo stesso Capo di Stato Maggiore, Eyal Zamir, in occasione di una visita a una sezione della marina militare del Paese. «Questa settimana stiamo impartendo decine di migliaia di ordini ai nostri riservisti per intensificare ed espandere le nostre operazioni a Gaza», ha detto Zamir. «Stiamo aumentando la pressione con l’obiettivo di richiamare i nostri uomini e sconfiggere Hamas. Opereremo in altre aree e distruggeremo tutte le infrastrutture, sopra e sotto il suolo».

L’intensificazione delle operazioni e la mobilitazione dei riservisti erano state pensate dal ministro della Difesa israeliano Israel Katz e da Netanyahu, e ribadite ieri dallo stesso Netanyahu in una lunga video-intervista pubblicata sul suo account X: «Stiamo passando dal metodo delle incursioni all’occupazione dei territori e alla permanenza in essi», ha dichiarato Netanyahu, senza lasciare spazio ad alcun dubbio. Nel frattempo, ha aggiunto, Israele continuerà a promuovere il piano del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che prevede di deportare i palestinesi nei Paesi arabi vicini. Secondo quanto ha comunicato in precedenza dal sito di informazione Ynet, le operazioni dovrebbero partire già da questa settimana, e Kan News precisa che dovrebbero durare mesi. Sempre secondo Kan News, il piano di Zamir prevede un primo ampliamento dei combattimenti in un’area, per poi estendersi a tutta la Striscia. Secondo Netanyahu, queste operazioni consentirebbero di portare a casa gli ostaggi esercitando pressioni su Hamas. Le parole di Zamir, che il piano lo ha pensato in prima persona, tuttavia, sono diverse: Zamir ha invitato il gabinetto politico a «considerare che potremmo perdere gli ostaggi» e ha affermato senza mezzi termini che «avete fissato due obiettivi di guerra, che sono incompatibili tra loro», riferendosi proprio al ritorno degli ostaggi e all’eliminazione di Hamas.

Il progetto di occupazione della Striscia viaggia in parallelo a un altro piano, legato alla gestione e alla distribuzione degli aiuti alla popolazione di Gaza, dopo averla schiacciata nel sud. Esso, originariamente visionato dal Times of Israel, è stato approvato questa mattina. Da quanto comunica il ToI, il piano prevede la distribuzione di cibi in pacchi alle singole famiglie e non più, come si faceva prima del blocco dell’ingresso degli aiuti — ormai arrivato al secondo mese consecutivo — tramite i magazzini. Le famiglie, in particolare, dovrebbero scegliere una persona da delegare per andare a ritirare le razioni a loro destinate, previa autorizzazione delle IDF. Gli aiuti verranno così distribuiti da organizzazioni private, anche se non è ancora chiaro quali saranno coinvolte. Non è ancora noto neanche quando questo sistema dovrebbe entrare in vigore, il che suggerisce che il blocco degli aiuti continuerà fino a data da destinarsi.

L’approvazione del piano di occupazione di Gaza arriva sullo sfondo di un genocidio che non accenna a fermarsi. Solo nella giornata di oggi, a partire dall’alba, Israele ha ucciso almeno 28 persone, ferendone altre 119. Dal 7 ottobre, Israele ha distrutto o danneggiato il 92% delle case (l’ultimo aggiornamento risale a prima del cessate il fuoco del 19 gennaio), l’82% delle terre coltivabili (i dati più recenti sono di ottobre 2024), l’88,5% delle scuole (dato del 25 febbraio 2025) e, in generale, il 69% di tutte le strutture della Striscia (1 dicembre 2024). Il 59% del territorio della Striscia risulta sotto ordine di evacuazione o interdetto ai civili. In totale, l’esercito israeliano ha inoltre ucciso direttamente almeno 52.567 persone, anche se il numero totale dei morti potrebbe superare le centinaia di migliaia, come sostenuto da un articolo della rivista scientifica The Lancet e da una lettera di medici volontari nella Striscia.

Mottola, dieci cittadini identificati per aver cantato “Bella Ciao”

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Dieci cittadini sono stati identificati dai carabinieri per aver intonato i canti della Restistenza, tra i quali Bella Ciao Fischia il Vento, durante le celebrazioni per l’80° anniversario della Liberazione. I fatti sono avvenuti a Mottola, in provincia di Taranto, lo scorso 25 aprile, ma hanno avuto una eco più ampia solamente negli scorsi giorni. L’intervento dei militari è avvenuto in nome della «sobrietà» invocata a seguito della morte di Papa Francesco dal governo Meloni, che aveva disposto cinque giorni di lutto nazionale in cui ricadevano anche i festeggiamenti del 25 aprile. Il caso ha sollevato una polemica nazionale, coinvolgendo istituzioni, politica e forze dell’ordine.

Tutto si è consumato in pochi minuti, al termine dell’inno di Mameli suonato dalla banda musicale cittadina. Un gruppo di manifestanti ha chiesto che venissero eseguiti anche i tradizionali inni partigiani, ma la richiesta è stata respinta, sia dalla banda sia dai rappresentanti comunali, per via delle raccomandazioni ricevute. Quando i cittadini hanno comunque iniziato a cantare, un maresciallo dei carabinieri è intervenuto ordinando di smettere e, di fronte al rifiuto dei presenti, ha proceduto con l’identificazione di dieci di loro. Per questi ultimi si profila ora l’ipotesi di denuncia per inosservanza dei provvedimenti dell’autorità. Accanto ai manifestanti si è sin da subito schierato anche il vicesindaco Giuseppe Scriboni, che quel giorno rappresentava l’amministrazione comunale al posto del primo cittadino Giampiero Barulli, influenzato. «È inimmaginabile che qualcuno possa impedire di cantare una canzone – ha detto – Prima che il corteo iniziasse, io stesso ho invitato i presenti a essere sobri ma non mi sarei mai sognato di vietare una cosa del genere».

La vicenda ha subito valicato i confini del comune jonico, raggiungendo i palazzi della politica nazionale. Nicola Fratoianni, segretario di Sinistra Italiana e parlamentare di Alleanza Verdi e Sinistra, ha annunciato un’interrogazione parlamentare al ministro dell’Interno: «È un episodio surreale e gravissimo: mi chiedo se il maresciallo dei carabinieri che ha denunciato 10 cittadini accusati di aver voluto cantare “Bella Ciao” e “Fischia il Vento” sappia che per liberare l’Italia dai nazisti e dai loro servi fascisti l’Arma dei Carabinieri ha perso quasi tremila uomini – ha dichiarato -. Non comprendiamo perché i suoi superiori non siano ancora intervenuti per sospenderlo dal servizio». In difesa del maresciallo è invece intervenuto il segretario regionale di Unarma, Nicola Magno, che ha evidenziato come i militari si siano attenuti scrupolosamente alle direttive ricevute, operando «nel quadro delle disposizioni prefettizie o di pubblica sicurezza». Magno ha poi criticato le affermazioni del vicesindaco Scriboni, definendole un «tentativo inaccettabile di scaricare su chi serve lo Stato il peso di una gestione poco chiara degli eventi istituzionali da parte delle autorità locali».

A seguito della morte di papa Francesco, avvenuta lo scorso 21 aprile, il governo Meloni ha decretato, in sede di Consiglio dei ministri, cinque giorni di lutto nazionale (il periodo più lungo mai deliberato) a partire dal 22 e fino al 26 aprile. L’esecutivo ha invitato a «svolgere tutte le manifestazioni pubbliche in modo sobrio e consono alla circostanza». Inclusa, dunque, la festa della Liberazione dal fascismo del 25 aprile. Molti sindaci hanno così colto l’invito governativo alla “sobrietà” per cancellare o ridimensionare le celebrazioni: da nord a sud, Comuni di ogni colore politico hanno annunciato rinvii, annullamenti e restrizioni, con cortei sospesi, musica bandita e manifestazioni ridotte all’osso.

Romania, al primo turno delle presidenziali trionfa il fronte anti-UE

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Sembra per ora fallito il tentativo romeno di arginare l’ascesa delle destre anti-UE. In occasione del primo turno delle elezioni presidenziali del Paese, il candidato e presidente del partito Alleanza per l’Unione dei Romeni (AUR), George Simion, ha ottenuto il 40,96% delle preferenze, conquistando un posto al ballottaggio del prossimo 18 maggio. Una vittoria prevista, ma ben al di sopra delle aspettative, che arriva dopo l’esclusione del vincitore della tornata elettorale annullata lo scorso dicembre, Călin Georgescu, dalla nuova chiamata alle urne. In cabina elettorale, Simion sembra aver goduto dell’appoggio dei sostenitori dello stesso Georgescu, finendo per ottenere più voti di quanti ne avessero ottenuto entrambi in occasione del primo turno annullato. Al ballottaggio dovrà vedersela con il sindaco di Bucarest, Nicușor Dan, arrivato secondo con il 20,99% dei voti, superando il candidato unitario della coalizione governativa, che si è fermato al 20,07% delle preferenze.

La prima tornata elettorale in Romania si è tenuta ieri, domenica 4 maggio. In sede di votazione, il candidato di destra, con posizioni anti-UE, George Simion, ha ottenuto oltre 3,8 milioni di voti, sfiorando il 41% delle preferenze, circa un terzo in più di quanto prevedevano gli ultimi sondaggi. La vittoria di Simion è stata assoluta: in patria ha goduto del sostegno di 3,27 milioni di romeni, mentre per quanto riguarda i cittadini all’estero ha  ottenuto oltre mezzo milione di voti. In generale, i numeri ottenuti da Simion risultano circa il doppio di quelli presi dal candidato arrivato secondo, Dan, con cui dovrà scontrarsi al ballottaggio il prossimo 18 maggio. In cabina elettorale, Dan, di orientamento moderato, è arrivato poco avanti al candidato unitario della coalizione governativa, George Crin Laurenţiu Antonescu, una vecchia conoscenza della politica romena (fu infatti presidente ad interim e presidente del Senato) con posizioni europeiste. A fare la differeanza tra i due sono stati i voti dei cittadini residenti all’estero: se infatti Antonescu ha ottenuto un centinaio di migliaio di preferenze in più dai cittadini in patria, Dan ha goduto di oltre 200mila elettori all’estero, finendo così poco sopra il rivale.

I numeri ottenuti da Simion non sono maggiori ai soli sondaggi e alle sole proiezioni che hanno preceduto questa prima tornata elettorale, ma anche ai voti ottenuti dai principali candidati di destra in occasione della votazione di fine novembre 2024, annullata qualche giorno dopo dalla Corte Costituzionale. In occasione del primo turno elettorale, il candidato indipendente considerato filo-russo, anti-UE e anti-NATO, Georgescu, si era aggiudicato il primo posto e l’accesso ai ballottaggi, conquistando circa 2,1 milioni di voti, pari al 22,94% delle preferenze. Alla stessa tornata, Simion aveva ottenuto circa 1,28 milioni di voti. Gli elettori di Georgescu, insomma, sembrano essere migrati in massa da Simion, garantendogli un inaspettato exploit elettorale.

A occhio, sembrerebbe invece essere andata diversamente per i partiti governativi. In occasione della tornata novembrina, i tre partiti di governo, il Partito Social Democratico, il Partito Nazionale Liberale e l’Unione Democratica Magiara di Romania, avevano presentato tre nomi distinti. I candidati, Marcel Ciolacu (PSD), Nicolae Ciucă (PNL) e Hunor Kelemen (UDMR), avevano ottenuto rispettivamente 1,76 milioni (il 19,14% delle preferenze), 812mila (8,78%) e 416mila (4,50%) preferenze. Dopo la decisione di annullare le elezioni da parte della Corte Costituzionale, i tre partiti si sono uniti per presentare un candidato unitario dando vita all’Alleanza Elettorale România Înainte, ma l’elettorato moderato sembra essersi distribuito tra Antonescu e Dan, a favore di quest’ultimo. Risulta ancora presto per capre come andrà il ballottaggio tra Simion e Dan, ma secondo una analisi comparsa su Politico prima del voto di ieri, Simion dovrebbe vincere il testa a testa con il 54%.

Le elezioni di domenica 4 maggio sono state indette dopo l’annullamento della tornata elettorale del 24 novembre da parte della Corte Costituzionale. L’8 dicembre si sarebbe infatti dovuto tenere il secondo turno, ma poco prima, il 6 dicembre, la Corte Costituzionale ha annullato i risultati accusando la Russia di avere interferito favorendo Georgescu. Di preciso, secondo la Corte, la Russia avrebbe portato avanti una campagna elettorale in favore di Georgescu sfruttando come principale canale di propaganda il social TikTok. Malgrado i tentativi di fare riconoscere il risultato, Georgescu è stato costretto a presentare nuovamente candidatura, ma lo stesso giorno in cui si stava recando presso gli uffici a consegnare le carte è stato arrestato dalle forze dell’ordine e trattenuto nella sede della Procura generale. La sua candidatura è poi stata rifiutata.