domenica 22 Marzo 2026
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Romania, al primo turno delle presidenziali trionfa il fronte anti-UE

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Sembra per ora fallito il tentativo romeno di arginare l’ascesa delle destre anti-UE. In occasione del primo turno delle elezioni presidenziali del Paese, il candidato e presidente del partito Alleanza per l’Unione dei Romeni (AUR), George Simion, ha ottenuto il 40,96% delle preferenze, conquistando un posto al ballottaggio del prossimo 18 maggio. Una vittoria prevista, ma ben al di sopra delle aspettative, che arriva dopo l’esclusione del vincitore della tornata elettorale annullata lo scorso dicembre, Călin Georgescu, dalla nuova chiamata alle urne. In cabina elettorale, Simion sembra aver goduto dell’appoggio dei sostenitori dello stesso Georgescu, finendo per ottenere più voti di quanti ne avessero ottenuto entrambi in occasione del primo turno annullato. Al ballottaggio dovrà vedersela con il sindaco di Bucarest, Nicușor Dan, arrivato secondo con il 20,99% dei voti, superando il candidato unitario della coalizione governativa, che si è fermato al 20,07% delle preferenze.

La prima tornata elettorale in Romania si è tenuta ieri, domenica 4 maggio. In sede di votazione, il candidato di destra, con posizioni anti-UE, George Simion, ha ottenuto oltre 3,8 milioni di voti, sfiorando il 41% delle preferenze, circa un terzo in più di quanto prevedevano gli ultimi sondaggi. La vittoria di Simion è stata assoluta: in patria ha goduto del sostegno di 3,27 milioni di romeni, mentre per quanto riguarda i cittadini all’estero ha  ottenuto oltre mezzo milione di voti. In generale, i numeri ottenuti da Simion risultano circa il doppio di quelli presi dal candidato arrivato secondo, Dan, con cui dovrà scontrarsi al ballottaggio il prossimo 18 maggio. In cabina elettorale, Dan, di orientamento moderato, è arrivato poco avanti al candidato unitario della coalizione governativa, George Crin Laurenţiu Antonescu, una vecchia conoscenza della politica romena (fu infatti presidente ad interim e presidente del Senato) con posizioni europeiste. A fare la differeanza tra i due sono stati i voti dei cittadini residenti all’estero: se infatti Antonescu ha ottenuto un centinaio di migliaio di preferenze in più dai cittadini in patria, Dan ha goduto di oltre 200mila elettori all’estero, finendo così poco sopra il rivale.

I numeri ottenuti da Simion non sono maggiori ai soli sondaggi e alle sole proiezioni che hanno preceduto questa prima tornata elettorale, ma anche ai voti ottenuti dai principali candidati di destra in occasione della votazione di fine novembre 2024, annullata qualche giorno dopo dalla Corte Costituzionale. In occasione del primo turno elettorale, il candidato indipendente considerato filo-russo, anti-UE e anti-NATO, Georgescu, si era aggiudicato il primo posto e l’accesso ai ballottaggi, conquistando circa 2,1 milioni di voti, pari al 22,94% delle preferenze. Alla stessa tornata, Simion aveva ottenuto circa 1,28 milioni di voti. Gli elettori di Georgescu, insomma, sembrano essere migrati in massa da Simion, garantendogli un inaspettato exploit elettorale.

A occhio, sembrerebbe invece essere andata diversamente per i partiti governativi. In occasione della tornata novembrina, i tre partiti di governo, il Partito Social Democratico, il Partito Nazionale Liberale e l’Unione Democratica Magiara di Romania, avevano presentato tre nomi distinti. I candidati, Marcel Ciolacu (PSD), Nicolae Ciucă (PNL) e Hunor Kelemen (UDMR), avevano ottenuto rispettivamente 1,76 milioni (il 19,14% delle preferenze), 812mila (8,78%) e 416mila (4,50%) preferenze. Dopo la decisione di annullare le elezioni da parte della Corte Costituzionale, i tre partiti si sono uniti per presentare un candidato unitario dando vita all’Alleanza Elettorale România Înainte, ma l’elettorato moderato sembra essersi distribuito tra Antonescu e Dan, a favore di quest’ultimo. Risulta ancora presto per capre come andrà il ballottaggio tra Simion e Dan, ma secondo una analisi comparsa su Politico prima del voto di ieri, Simion dovrebbe vincere il testa a testa con il 54%.

Le elezioni di domenica 4 maggio sono state indette dopo l’annullamento della tornata elettorale del 24 novembre da parte della Corte Costituzionale. L’8 dicembre si sarebbe infatti dovuto tenere il secondo turno, ma poco prima, il 6 dicembre, la Corte Costituzionale ha annullato i risultati accusando la Russia di avere interferito favorendo Georgescu. Di preciso, secondo la Corte, la Russia avrebbe portato avanti una campagna elettorale in favore di Georgescu sfruttando come principale canale di propaganda il social TikTok. Malgrado i tentativi di fare riconoscere il risultato, Georgescu è stato costretto a presentare nuovamente candidatura, ma lo stesso giorno in cui si stava recando presso gli uffici a consegnare le carte è stato arrestato dalle forze dell’ordine e trattenuto nella sede della Procura generale. La sua candidatura è poi stata rifiutata.

Elezioni: a Trento vince il centrosinistra, a Bolzano è ballottaggio

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Ieri, domenica 4 maggio, si sono svolte le elezioni amministrative in Trentino-Alto Adige. A Trento, la vittoria è andata al sindaco uscente e candidato del centrosinistra Franco Iasinelli, che ha ottenuto la riconferma a primo cittadino con il 54,5% dei voti. La candidata del centrodestra, Ilaria Goio, si è fermata al 26,7% delle preferenze, mentre Giulia Bortolotti del M5S ha ottenuto il 7,4%. Si andrà invece al ballottaggio per il posto da sindaco di Bolzano: Claudio Corrarati, il candidato del centrodestra, ha infatti ottenuto il 36,3%, mentre il rivale di centrosinistra Juri Andriollo il 27,3%. La prossima chiamata alle urne è prevista per il 18 maggio.

Lombardia: stop alla caccia su 475 valichi montani per tutelare le specie migratorie

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Il TAR della Lombardia ha emesso una pronuncia storica, sancendo l'applicazione del divieto di caccia su 475 valichi montani nella regione e nelle aree limitrofe. È questo il risultato del complesso contenzioso tra la LAC (Lega Abolizione Caccia) e la Regione Lombardia, che, a detta degli animalisti, disapplicava da oltre tre decenni una «esplicita disposizione statale» che impone di precludere l'attività venatoria sui valichi montani al fine di tutelare il passaggio degli uccelli migratori. I membri della LAC, a cui alla fine i giudici amministrativi hanno dato ragione, hanno espresso «ampia ...

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Sudan, primo attacco dei paramilitari alla città in cui ha sede il governo

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Oggi, per la prima volta, il gruppo paramilitare Rapid Support Forces (Forze di supporto rapido) ha effettuato un attacco con droni su Port Sudan, importante città portuale nel nord-est del Paese affacciata sul Mar Rosso, dove si trovano gli esponenti del governo. Il raid ha colpito un aeroporto militare e alcune strutture civili nella stessa area. Ne ha dato notizia il portavoce dell’esercito regolare. Non ci sarebbero persone uccise. In Sudan è in corso da oltre due anni una guerra civile. La capitale formale è Khartum, che però è stata occupata dai paramilitari, costringendo l’esecutivo a spostarsi sulla costa.

 

 

 

Elezioni a Singapore: vittoria schiacciante per il partito di governo

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Il Partito d’Azione Popolare (PAP) ha vinto le elezioni generali a Singapore, confermandosi forza di maggioranza e rafforzando la leadership del primo ministro Lawrence Wong. Il PAP ha ottenuto 82 seggi, a cui si aggiungono altri 5 seggi conquistati senza opposizione, per un totale di 87 deputati. Il Partito dei Lavoratori, principale forza d’opposizione, ha mantenuto 10 seggi. Il PAP è al governo dal 1959 e, dopo l’annuncio della vittoria, centinaia di sostenitori si sono radunati in uno stadio per festeggiare. «I risultati metteranno Singapore in una posizione migliore per affrontare questo mondo turbolento», ha dichiarato Wong.

Emilia-Romagna, regione e ambientalisti si ribellano al parco eolico voluto dalla Toscana

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Il progetto di realizzazione del maxi impianto eolico Badia del Vento, che si prevede di far sorgere nel comune toscano di Badia Tedalda, sta scatenando un’accesa polemica tra due Regioni confinanti. A opporsi con fermezza è il presidente della Regione Emilia-Romagna, Michele De Pascale, e numerose associazioni ambientaliste, che denunciano un «atto di prevaricazione» da parte della Toscana e richiamano i rischi ambientali per la Valmarecchia, territorio di pregio paesaggistico a cavallo tra le due Regioni. Mentre i comitati locali insorgono per le gravi ricadute sul crinale appenninico, Legambiente difende il progetto in nome della transizione energetica. Al centro della contesa, oltre ai delicati equilibri ecologici, ci sono anche dubbi sull’iter autorizzativo e accuse di scarsa trasparenza.

Doveva tenersi lo scorso 30 aprile, ma è stata rinviata al prossimo 14 maggio la quarta riunione della conferenza dei servizi sul progetto eolico “Badia del Vento”, che prevede l’installazione di sette aerogeneratori alti 180 metri nel territorio di Badia Tedalda, ma con un impatto paesaggistico anche sui versanti romagnolo e marchigiano dell’Appennino. A rilanciare ufficialmente la contrarietà al progetto dei municipi riminesi sul confine – Casteldelci e Borgo Pace – e la bocciatura della Sovrintendenza belle arti e paesaggio è stato il governatore dell’Emilia-Romagna Michele De Pascale, il quale ha inviato una lettera critica al presidente della Toscana Eugenio Giani. Nella missiva si chiede di «rivedere la collocazione e la configurazione degli impianti», non essendo «individuate e individuabili adeguate forme di compensazione e mitigazione». Una netta presa di posizione è arrivata da un fronte compatto di associazioni riunite nella Coalizione TESS – tra cui WWF Rimini e Forlì-Cesena e Italia Nostra Valmarecchia – le quali in una nota congiunta denunciano che la volontà della Regione Toscana di approvare il maxi impianto eolico è «un atto di prevaricazione inaccettabile». L’impianto richiederebbe secondo gli scriventi «boschi abbattuti, sbancamenti dei crinali, trivellazioni profonde, infrastrutture invasive e tonnellate di cemento armato» in un’area situata nei pressi di zone con caratteristiche geologiche e idrogeologiche instabili.

A rinforzare la contestazione tecnica, interviene anche il professor Gian Battista Vai, geologo ed ex direttore del Museo Geologico dell’Università di Bologna, il quale ha affermato che «le stesse ditte proponenti presentano i loro progetto con aerogeneratori di enormi proporzioni, con vaste aree di fondazione che andrebbero ad insistere su un territorio tra i più franosi d’Italia e tra i più inadatti a ospitare infrastrutture, soprattutto di grande peso e dimensioni, che necessitano di fondazioni profonde che, a loro volta, vanno ad attivare o riattivare piani di scivolamento e di distacco». Il geologo ha criticato anche la logica con cui si porta avanti il progetto, sostenendo che non sia accettabile il «voler realizzare impianti di energia a fonti rinnovabili ad ogni costo, ovunque e comunque, senza il rispetto delle regole» e ricordando che il nostro Paese «contribuisce per lo 0,71% alle emissioni globali e il settore dell’industria delle energie rinnovabili riceve miliardi di incentivi, puntualmente scaricati sulle bollette dei cittadini e delle imprese».

Oltre alle contestazioni ambientali, sul maxi parco eolico pesano ombre procedurali. Il Comune di Casteldelci e diverse associazioni hanno sollevato dubbi sulla richiesta della Regione Toscana di superare la Valutazione di Incidenza negativa sulle aree protette con misure compensative, richiesta pubblicata «a un anno di distanza dalla trasmissione al proponente, dopo ripetuti solleciti e accessi agli atti». E ancora: «Il comportamento del Comune di Badia Tedalda, che ha voluto fin dall’inizio questo impianto, desta forti perplessità per il fatto di aver sottoscritto con il proponente un accordo con l’impegno di rilasciare tutte le autorizzazioni a fronte di misure compensative di tipo economico, ancor prima di aver eseguito le necessarie valutazioni tecniche e ambientali». Tali preoccupazioni sono rafforzate dalla «secretazione dello studio anemologico», negato alla cittadinanza nonostante l’importanza di conoscere i dati sulla ventosità reale del crinale.

A difesa del progetto si schiera invece Legambiente. I presidenti nazionale e regionali Stefano Ciafani, Fausto Ferruzza e Davide Ferraresi hanno dichiarato che «non mancano le motivazioni a sostegno del processo di transizione ecologica nei nostri territori», che «trova il suo fulcro nella conversione del sistema energetico verso un modello con minori consumi, azzeramento delle emissioni climalteranti e produzione di energia interamente da fonti rinnovabili». Pur riconoscendo che «gli impianti eolici portino a un mutamento del paesaggio cui siamo abituati», Legambiente ha scritto che «il cambiamento climatico ha già devastato l’Appennino tosco-romagnolo» e «bloccare l’eolico sull’Appennino, anche quando gli impianti sono progettati correttamente e collocati nei pochi punti in cui la disponibilità di vento è adeguata, è incomprensibile». Per l’associazione, è necessario un incontro tra le due Regioni, con l’obiettivo di chiarire «quale sia la traiettoria della transizione energetica per un territorio così fortemente colpito dagli eventi climatici estremi».

Israele: missile Houthi colpisce aeroporto di Tel Aviv

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Un missile balistico ha colpito l’area interna al perimetro dell’aeroporto di Tel Aviv, capitale dello Stato d’Israele. Lo ha riferito l’esercito israeliano, affermando che il missile è stato lanciato dal territorio dello Yemen e la difesa aerea non è riuscita a intercettarlo. Gli Houthi hanno rivendicato l’attacco in una dichiarazione all’emittente qatariota Al Araby. Secondo i soccorritori, lo schianto avrebbe provocato diversi feriti. I testimoni hanno raccontato di un forte boato che ha scatenato scene di panico tra chi stava facendo ingresso al terminal 3 dell’aeroporto. Sospesi decolli e atterraggi, così come il traffico ferroviario alla stazione dell’aeroporto e sulle linee per Gerusalemme e Modin.

Gaza, continuano i raid israeliani: oltre 50 morti in 24 ore

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In sole 24 ore, sono oltre 50 i palestinesi rimasti uccisi dagli attacchi israeliani sulla Striscia di Gaza. Secondo fonti mediche e della difesa civile, i raid dall’alba di sabato hanno ucciso anche tre neonati. I bombardamenti sono proseguiti anche stamane, quando l’IDF ha preso di mira edifici residenziali nella città di Rafah, nel Sud dell’enclave, con almeno 13 morti. Nel frattempo, in un post su X, l’UNRWA ha affermato che la situazione umanitaria è ora «oltre ogni immaginazione», con il «blocco completo dei rifornimenti essenziali per la sopravvivenza» ormai alla nona settimana.

Migranti: il Decreto Flussi del governo finisce davanti alla Corte Costituzionale

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Si apre un nuovo fronte di potenziale scontro tra magistratura e governo sul tema delle politiche migratorie. La Corte d’Appello di Lecce ha infatti sollevato la questione di legittimità costituzionale del “decreto Flussi” (decreto legge 145/2024), convertito in legge nel dicembre scorso, per una serie di presunte criticità giuridiche. A firmare le due ordinanze è il consigliere di turno Giuseppe Biondi, che ha sospeso il giudizio sulla proroga del trattenimento di due migranti nel Cpr di Restinco (Brindisi) per i quali era pendente anche il ricorso contro il rigetto della richiesta di protezione internazionale. Quattro i principali profili di incostituzionalità individuati: la compressione del diritto alla difesa, l’assenza dei requisiti di necessità e urgenza che devono giustificare i decreti legge, la mancanza di specializzazione del giudice designato per esprimersi su questioni complesse come le convalide dei trattenimenti e la violazione dell’articolo 3 della Costituzione, che garantisce l’eguaglianza davanti alla legge.

Il fulcro della questione ruota attorno al passaggio delle competenze sulle convalide dei trattenimenti dai Tribunali specializzati in immigrazione alle Corti d’Appello, stabilito dall’esecutivo attraverso il decreto dopo che alcune ordinanze del Tribunale di Roma avevano bloccato i trasferimenti in Albania. Secondo il giudice, «affinché lo spostamento di competenza possa ritenersi rispettoso del principio del giudice naturale, di cui all’articolo 25, comma 1, della Costituzione, è necessario che sia previsto dalla legge in funzione di esigenze di rilievo costituzionale». Ma, osserva il giudice, tale passaggio appare motivato più da una volontà politica di aggirare l’opposizione di parte della magistratura che da reali esigenze normative. Nel provvedimento si rileva inoltre che «l’originaria previsione, che già non si fondava su alcuna ragione esplicita di straordinaria urgenza e necessità, è stata stravolta in sede di conversione del decreto-legge, ancora una volta senza che ciò fosse giustificato da esplicite ragioni di straordinaria urgenza e necessità». Il riferimento è all’articolo 77 della Costituzione, che limita il ricorso alla decretazione d’urgenza a situazioni eccezionali e documentate, secondo Biondi assenti nel caso del decreto 145/2024.

Particolarmente rilevante è anche il passaggio in cui il giudice, oltre a evidenziare possibili profili di incostituzionalità in riferimento all’articolo 3 della Costituzione (in cui si legge che «tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali»), afferma non può essere taciuta «l’irragionevole compressione dei diritti difensivi scaturita dalla modifica apportata al giudizio di impugnazione relativo al provvedimento di convalida». Dal punto di vista organizzativo, inoltre, le norme avrebbero generato caos e disorganicità. Si legge nella pronuncia: «La non felice formulazione delle norme ha determinato sul piano organizzativo l’attribuzione di questa materia in maniera disorganica ora alle Sezioni civili delle Corti di Appello, ora alle sezioni Penali delle stesse», mentre in Cassazione i ricorsi sono assegnati alla Prima sezione penale, con ulteriore disorientamento istituzionale. Otre che alla Corte Costituzionale, che sarà presto chiamata a vagliare le carte, le due ordinanze sono state trasmesse anche alla Presidenza del Consiglio e ai presidenti di Camera e Senato.

Il decreto flussi è stato definitivamente approvato dal Parlamento lo scorso dicembre. Al suo interno è stata inserita la misura che toglie alle sezioni specializzate dei tribunali la competenza sulle convalide dei trattenimenti, affidandola alle Corti d’Appello, nel tentativo di fermare le sentenze che hanno progressivamente ostacolato i trasferimenti in Albania dei migranti, nonché quella che ha introdotto una nuova lista di Paesi considerati “sicuri” (tra cui l’Egitto). Presenti anche una stretta sul diritto al ricongiungimento familiare e sanzioni più severe per le ONG che operano in mare e una norma che ha secretato i contratti relativi alla fornitura di mezzi e materiali destinati al controllo delle frontiere sono da ora secretati, la quale comporta che i dettagli sulle forniture alla Guardia Costiera di Libia e Tunisia non vengano più resi pubblici. Immediatamente dopo l’approvazione del provvedimento al Senato, sono giunte dure reazioni dal CSM,  che ha in particolare criticato la decisione di trasferire dai tribunali alle Corti d’Appello alcune competenze in materia di trattenimento dei migranti, e da una serie di ONG, che hanno definito il decreto Flussi «un’altra legge dannosa, propagandistica e disumana, oltreché palesemente illegittima» volta ad «aggirare il diritto internazionale».

Spagna, le aziende private cercano di insabbiare le loro responsabilità nel blackout

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BARCELLONA – Dopo il blackout senza precedenti che ha interessato l’intera penisola iberica e alcune zone del sud della Francia, la situazione è rientrata quasi completamente. Ritirato lo stato d’emergenza, la circolazione dei treni a lunga e media distanza gestita dall’azienda nazionale RENFE è ripartita con regolarità, mentre i convogli ferroviari di breve distanza, come Rodalies in Catalogna, continuano a soffrire di vari disservizi. Mentre il governo spagnolo cerca ancora una risposta a una delle più gravi crisi mai verificatesi nel Paese, le aziende responsabili della distribuzione dell’energia elettrica non starebbero collaborando per aiutare a far luce sulle cause.

Nei giorni scorsi, Sánchez ha annunciato la creazione di una commissione d’investigazione gestita direttamente dalla ministra della Transizione Ecologica Sara Aagesen, mentre la Commissione Europea sta realizzando un report indipendente per fare luce sulla situazione. Non si scarta alcun tipo di ipotesi e a tal riguardo il tribunale della Audiencia Nacional e l’Istituto Nazionale di Cybersicurezza (INCIBE) hanno aperto un’indagine per escludere ufficialmente l’eventualità del cyber attacco.

In tale contesto, i media locali riferiscono come la Moncloa abbia denunciato la scarsa collaborazione delle aziende che gestiscono la produzione e la gestione della rete elettrica nazionale. Leader del settore è l’azienda privata Red Eléctrica, della quale solo il 20% delle azioni sono di proprietà statale, contro un 80% composto da capitale flottante. Nonostante a capo vi sia Beatriz Corredor, ex ministra de la vivienda durante il secondo mandato socialista di José Luis Zapatero e vicina a Pedro Sánchez, la compagnia elettrica sembra mantenere ancora grande riserbo sulle informazioni su quanto accaduto lunedì, tanto da negare ai tecnici del Governo l’accesso ai dati necessari alle indagini.

Questa situazione di impasse mette benzina sul fuoco della politica. Ogni partito dell’arco parlamentare si è ormai pronunciato sulla questione. Il Partito Popolare ha sfruttato l’occasione per scoraggiare l’impegno del Governo sullo sviluppo delle centrali di energia rinnovabile e fare propaganda sull’utilizzo del nucleare. Santiago Abascal, leader del partito di estrema destra VOX, ha attaccato direttamente il presidente del Governo, accusandolo di celare le origini del blackout e chiedendo le sue dimissioni. A sinistra, invece, la totalità dei partiti, con maggiore o minore veemenza, reclama a gran voce la nazionalizzazione delle imprese elettriche, puntando il dito proprio contro la privatizzazione del sistema e la protezione degli interessi economici ai danni dei servizi alla cittadinanza.

Secondo l’opinione di esperti come il fisico e matematico Antonio Turiel, a causare il problema è infatti stata l’avarizia dei gruppi privati, che hanno preferito ritardare gli investimenti nella stabilizzazione della rete fotovoltaica a causa di un prezzo dell’elettricità attualmente troppo basso per riuscire a rientrare nella spesa investita. Nonostante queste operazioni siano di vitale importanza per la sicurezza della rete, la legge impone che solo gli impianti installati dal 2022 necessitino obbligatoriamente dei sistemi di stabilizzazione, ma la gran parte di quelli attivi nel Paese risalgono ad epoche precedenti. L’oligopolio energetico, composto da solo cinque aziende (Endesa, proprietà dell’italiana ENEL, Iberdrola, Naturgy, Repsol y Acciona), trova protezione tra i banchi del Congresso spagnolo e salva così capra e cavoli, da un lato beneficiando solo nel 2024 di undici miliardi di euro complessivi e, dall’altro, restando esenti da tassazioni aggiuntive, grazie al voto di partiti come il Partito Nazionalista Basco, il Partito Socialista e il Partito Popolare. Il panorama mediatico del Paese, posseduto in gran parte dalle stesse aziende, ha così il compito di spazzare la polvere sotto il tappeto e sceglie coscientemente di fare luce sulle origini tecniche del blackout e intanto celare le responsabilità sociali di chi sta alla base di un sistema fallace. Gli stessi che firmano la busta paga a chi si occupa di informazione. A soffiare sull’incendio della disinformazione, oltre ai social network (che hanno raccolto le teorie più disparate diffuse dagli ormai noti influencer di estrema destra), la stessa stampa generalista non ha perso l’occasione per parlare, senza fonti accertate, di complotto ordito da Sánchez o delle presunte responsabilità russe.

Mentre vari giornali (anche italiani) raccolgono affannosamente le testimonianze di chi ha vissuto un idilliaco esempio di slow life, occultando i disagi di tutte quelle persone che vivono in una condizione di grave precarietà lavorativa (come i riders) o di chi ha patito l’assenza di servizi per rispondere ad esigenze sanitarie di vitale importanza, Sánchez è stato chiamato a rispondere per il 7 maggio prossimo davanti al Congresso dei ministri su quanto successo lunedì e sul controverso piano di riarmo. In uno scenario di quiete prima della tempesta, il Governo ha meno di una settimana di tempo per fare luce sui vari interrogativi ancora irrisolti.