mercoledì 18 Febbraio 2026
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Veneto, congelate sospensioni medici non vaccinati: “non basta il personale”

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Al contrario di quanto previsto dal decreto con cui in Italia è stato introdotto l’obbligo vaccinale per il personale sanitario, in Veneto al momento non verranno sospesi i sanitari che non si sono sottoposti al siero anti Covid. Lo si apprende dalle parole pronunciate recentemente dal presidente della Regione, Luca Zaia, durante la tradizionale conferenza stampa presso la sede della protezione civile regionale a Marghera. «Non sono dalla parte della ragione, ma per ora non si procede con le sospensioni per i medici non vaccinati. Esse sono state congelate per un semplice motivo: ci vuole un coordinamento nazionale», ha affermato Zaia. «Dietro alle sospensioni c’è anche un altro problema, che giocoforza pesa su di noi: la mancanza di professionisti. Chi ha fatto questo decreto non ha tenuto conto del fatto che manca il personale», ha aggiunto. Il governatore ha inoltre specificato che le sospensioni per le quali la procedura è già stata avviata saranno portate a termine, facendo riferimento in tal senso ai 34 sanitari sospesi a Vicenza. Tutte le altre, però, al momento non verranno effettuate.

Detto ciò, le difficoltà legate alle sospensioni non riguardano esclusivamente la Regione Veneto: basterà ricordare che anche il Trentino-Alto Adige sta facendo i conti con i problemi derivanti da esse. Tuttavia, era prevedibile che ciò potesse andare ad influire sulla capacità di garantire prestazioni mediche adeguate in Italia. Si tratta, infatti, di un’ovvia conseguenza: come abbiamo recentemente sottolineato, impedire ai sanitari di svolgere il proprio mestiere produrrà inevitabilmente un ulteriore danno al sistema sanitario pubblico, già deteriorato dai tagli effettuati negli ultimi anni.

[di Raffaele De Luca]

Il Vaticano ha rivelato per la prima volta le sue proprietà immobiliari

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Il patrimonio della Santa Sede conta oltre 5000 immobili: lo si apprende dal bilancio relativo all’anno 2020 dell’Apsa (Amministrazione del patrimonio della Sede Apostolica), pubblicato per la prima volta dalla sua costituzione nel 1967. Il documento, diffuso dal portale ufficiale del Vaticano, Vatican News, rivela nello specifico che attualmente sono 4.051 le unità immobiliari gestite in Italia, delle quali il 92% si trova nella Provincia di Roma (il 64% di esse nelle zone adiacenti alla Città del Vaticano), il 2% tra Viterbo, Rieti e Frosinone ed il restante 6% fuori dal Lazio. Sono poco più di 1.200, invece, gli immobili gestiti all’estero tra Londra, Parigi, Ginevra e Losanna, e in Italia dalle società partecipate. Detto ciò, come affermato dal presidente dell’organismo della Santa Sede, Nunzio Galantino, il 14% delle unità è destinato al libero mercato mentre il rimanente 86% è «funzionale alle necessità istituzionali e/o per dipendenti e pensionati della Curia romana».

Venendo agli utili, poi, dal bilancio dell’Apsa emerge che essi sono stati inferiori di 51,2 milioni rispetto all’anno precedente, con un risultato gestionale di 21,99 milioni. Precisamente, la gestione immobiliare ha generato un risultato di 15,25 milioni (-8,3 rispetto al 2019), quella mobiliare di 15,29 milioni (-27,1) e le altre attività un disavanzo di 8,56 milioni (con un calo di 15,8 milioni sul 2019). Inoltre, il contributo dell’Apsa alla copertura del deficit della Curia è stato di 20,6 milioni: si tratta però di un esito comunque positivo, in quanto c’è da tener conto degli effetti della pandemia.

In tal senso, nell’anno dell’emergenza sanitaria il deficit è salito a 66,3 milioni di euro, una cifra di gran lunga superiore rispetto agli 11,1 milioni del 2019. Lo si apprende dal bilancio consolidato della Santa Sede che padre Juan Antonio Guerrero Alves, prefetto della Segreteria per l’Economia, ha illustrato nella giornata di sabato. Anche in questo caso, però, si tratta di una cifra migliore rispetto a quella prevista a causa della pandemia. «Quando è apparso il Covid, le previsioni di deficit che abbiamo fatto nel migliore scenario sarebbero state di 68 milioni di euro e nel peggiore di 146 milioni di euro». Dunque, ha aggiunto, «abbiamo rivisto il bilancio in marzo accettando un deficit di 82 milioni di euro. Il risultato che si è invece verificato, con un deficit di 66,3 milioni di euro, è stato leggermente superiore al migliore degli scenari ipotizzati».

[di Raffaele De Luca]

Solo darwinismo sociale: tre studentesse denunciano la svolta liberista dell’università italiana

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«Il processo di trasformazione dell’università in senso neoliberale». È una tendenza esistente e pervasiva che ha contagiato gran parte dell’accademia italiana. Eppure, nonostante sia un fenomeno a dir poco evidente, è pressoché innominabile. Deregolamentazione, privatizzazioni e taglio alla spesa sociale, i capisaldi del pensiero economico neoliberista hanno ormai conquistato anche gli avamposti dell’educazione e della ricerca. Dire questo, far notare questo processo di cambiamento è quasi impossibile all’interno dell’università stessa. Ma, si sa, per sfatare i tabù a volte servono dei semplici gesti, dei gesti pubblici e coraggiosi di chi si assume il rischio di indicare l’elefante nella stanza.

Questo è quello che hanno fatto il 9 luglio, durante la cerimonia di consegna dei diplomi della Scuola Normale Superiore di Pisa, Virginia Magnaghi, Valeria Spacciante e Virginia Grossi, rappresentanti delle allieve e degli allievi della Classe di Lettere. Le tre neodiplomate hanno colto l’occasione per imbastire una riflessione sul bilancio contraddittorio dei loro anni alla Normale. Dopo aver riconosciuto il debito nei confronti dell’istituzione d’élite di cui hanno fatto parte, e dopo aver ringraziato docenti e personale tecnico-amministrativo (troppo spesso dimenticato), hanno pronunciato parole di denuncia: la Normale di Pisa ha legittimato il processo di trasformazione dell’università in azienda, «in cui l’indirizzo della ricerca scientifica segue la logica del profitto, in cui la divisione del lavoro scientifico è orientata a una produzione standardizzata, misurata in termini puramente quantitativi. Un’università in cui lo sfruttamento della forza lavoro si esprime attraverso la precarizzazione sistemica e crescente, in cui le diseguaglianze sono inasprite da un sistema concorrenziale che premia i più forti e punisce i più deboli, aumentando i divari sociali e territoriali». Analisi molto dura suffragata da dati: l’Italia spende molto meno della media europea nell’istruzione terziaria (0,3% del PIL contro lo 0,7%), tagli del 20% in soli 10 anni alla spesa pubblica per l’istruzione, crollo delle iscrizioni all’università (-9,6% nell’ultimo decennio), dal 2007 al 2018 -43% di borse di dottorato, – 14% di ricercatori negli ultimi 13 anni nelle università statali. Insomma, un quadro desolante di precarizzazione ed esclusione che ovviamente si fa sentire in modo più pesante al Sud e sulle donne. Inoltre, meno fondi strutturali e più quote premiali fanno sì che si allarghi il divario tra i cosiddetti «poli di eccellenza» (come la Normale ed altre Scuole Superiori) e gli altri atenei pubblici. Ma «quale eccellenza tra queste macerie?» – si chiede Virginia Magnaghi – costruire contesti elitari a fronte dello smantellamento progressivo della ricerca non equivale infatti a costruire «cattedrali nel deserto» nelle quali la classe che se lo può permettere riproduce se stessa?

Le tre rappresentanti hanno dunque puntato il dito sugli effetti dannosi della «retorica dell’eccellenza». Spesso, infatti, quello che viene spacciato per «meritocrazia» (altro termine abusato e problematico) è semplicemente darwinismo sociale: sopravvive e si afferma chi è più in grado di adattarsi alle condizioni della competizione, ma la gara è spesso inficiata da diseguaglianze di classe e/o di genere che si trovano a monte. «La retorica del merito e del talento – dice Valeria Spacciante nel suo intervento – è un alibi per generare una competizione malsana». Tanto esasperata da generare nelle studentesse e negli studenti malessere e tanti disagi psicologici e fisici (le tre ragazze parlano della «sindrome dell’impostore» derivata dal senso di inadeguatezza suscitato dal ritornello dell’eccellenza, e della performatività esasperata ed esibizionistica adottata per cercare di porvi rimedio). Il modello attuale della Scuola Superiore, e l’ideologia della competizione e iperproduttività sui cui essa poggia, è, a detta delle rappresentati, insostenibile, e «incompatibile con l’incompletezza e la fallibilità di ognuna di noi»

Un altro punto fondamentale dell’intervento, cui ha dato voce Virginia Grossi è la disparità tra uomini e donne nell’accesso alla carriera universitaria. Se, infatti, borse di dottorato e assegni di ricerca sono equamente distribuiti, le cattedre di seconda e prima fascia sono affidate a uomini nella stragrande maggioranza dei casi (solo il 25% della prima fascia è ricoperto da donne). I ritmi della ricerca odierna, quelli per i quali il precariato si vince solo dopo i 40 anni di eta, e avendo dedicato i precedenti 20 a nient’altro che alle pubblicazioni, sono incompatibili con la volontà di avere una famiglia, e con il fatto che il lavoro di cura nel nostro paese ricade quasi interamente sulle donne».

Quali sono state le reazioni? A L’Indipendente le allieve della Normale hanno detto che il loro intervento ha spaccato in due la Scuola: «alcuni professori si sono dimostrati favorevoli e hanno chiesto ai nostri colleghi un confronto per capire quali azioni concrete si possano intraprendere per migliorare le cose; altri si sono espressi contro il discorso dal punto di vista dei contenuti, mentre alcuni hanno approvato il discorso, ma non la scelta di diffonderlo sulla stampa. Tutti, ad ogni modo, hanno riconosciuto l’importanza di discutere i temi da noi sollevati in un momento collettivo, come ad esempio la conferenza di ateneo o un’assemblea. Non abbiamo notato però prese di posizione pubbliche, a parte la replica del direttore sul Tirreno». Per quanto riguarda le reazioni del corpo studentesco, nonostante alcuni dissensi circa «l’eccessività» del loro gesto, Grossi, Magnaghi e Spacciante si sono dichiarate «piacevolmente sorprese di ricevere la solidarietà e il sostegno di tanti studenti sparsi per l’Italia e il mondo, così come di persone appartenenti al mondo della scuola e dell’Università».

Per quel che riguarda l’ispirazione generale della loro denuncia, le allieve della Scuola hanno tenuto a precisare il carattere collettivo della loro riflessione. Dare risalto alle criticità della loro stessa posizione di privilegio accademico è stato un gesto di grande responsabilità: «dare voce a tutte le perplessità che ci hanno accompagnato in questi anni (e che continuano ad accompagnarci) è stata per noi una necessità, ci sembrava l’ultimo atto di attaccamento e responsabilità che potessimo fare nei confronti della Scuola».

[di Jacopo Pallagrosi]

 

Tunisia: presidente Kais Saied licenzia premier e sospende Parlamento

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Nella tarda serata di ieri, il presidente tunisino Kais Saied ha annunciato il licenziamento del primo ministro, Hichem Mechichi, nonché la sospensione del Parlamento. Ha inoltre aggiunto che verrà revocata l’immunità ai deputati e che guiderà temporaneamente il governo fino alla nomina di un nuovo premier. La decisione è stata comunicata al termine di una riunione di emergenza presieduta dallo stesso presidente, alla quale hanno partecipato i vertici della sicurezza e dell’esercito, ed ha fatto seguito alle proteste effettuate ieri dai cittadini contro l’esecutivo e contro il Parlamento. In molti, poi, dopo l’annuncio del presidente sono nuovamente scesi in strada per festeggiare.

Usa vs Cuba: il nuovo imperialismo passa attraverso internet

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Nonostante le manifestazioni contro il governo, nemmeno molto partecipate, si siano già dissolte, Joe Biden non vuole lasciarsi scappare l’occasione per cercare di rovesciare l’odiato governo socialista di Cuba, una anomalia a pochi passi dall'impero americano e spina nel fianco di ogni presidente americano da oltre 60 anni. Non solo si stanno valutando nuove sanzioni. Come tutte le egemonie, gli Stati Uniti non agiscono solo a livello politico, militare o economico. È difficile che il pugno di ferro conquisti senza un guanto di velluto.
Gli USA, nello specifico, stanno portando avanti una ca...

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Val di Susa: nella notte è stato attaccato il cantiere della Tav

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Lontano dall’attenzione dei media, la campagna del popolo valsusino contro la linea continua ad andare avanti. Questa notte, per la terza notte consecutiva, gruppi di manifestanti contrari all’opera hanno attaccato il cantiere, cercando di tagliare le reti del perimetro e lanciando petardi contro le forze dell’ordine che pattugliano i lavori. La polizia ha risposto con i lacrimogeni.

La conferenza stampa di Draghi è piena di fake news

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Durante la giornata di giovedì si è tenuta la conferenza stampa con cui il Presidente del Consiglio, Mario Draghi, ha illustrato il contenuto del nuovo decreto Covid: esso, come è ormai noto, prevede l’estensione del Green pass, che dal 6 agosto sarà obbligatorio per poter accedere a diversi eventi ed attività. A catturare l’attenzione mediatica, però, sono state in particolare le affermazioni del premier nei confronti dei vaccini e delle conseguenze a cui vanno incontro i soggetti che non si sottopongono al siero, che stando ai dati ed alle evidenze scientifiche si basano su principi che al momento non sono stati in alcun modo accertati: per dirla in maniera più esplicita, si tratta di vere e proprie fake news.

Innanzitutto, durante la conferenza un giornalista ha chiesto a Draghi di pronunciarsi sulla posizione espressa dal leader della Lega Nord, Matteo Salvini, il quale nei giorni precedenti aveva affermato che il vaccino non fosse necessario per i giovani. Ed a tal proposito il premier ha dichiarato:« L’appello a non vaccinarsi è un appello a morire, sostanzialmente. Non ti vaccini, ti ammali, muori. Oppure fai morire: non ti vaccini, ti ammali, contagi, qualcuno muore». Ma a prescindere dal fatto che Draghi non abbia specificato se con il termine “ammalarsi” si riferisse alla semplice positività dell’individuo al virus o, viceversa, allo sviluppo della malattia, entrambi i concetti costituiscono delle fake news. Infatti, per ciò che concerne la prima ipotesi va detto che, seppur ovviamente chi non si vaccina possa contagiarsi, ciò non significa che i non vaccinati non abbiano alcuna possibilità di non infettarsi, cosa che invece emerge dalle parole del Presidente del Consiglio.

Prova ne è il fatto che, se così fosse, gran parte degli italiani dovrebbe aver contratto il virus dall’inizio della pandemia, dato che nel 2020 in Italia nessuno si era sottoposto alla vaccinazione completa. Invece, sono 4,31 milioni i casi totali registrati da quando l’emergenza sanitaria è cominciata, il che non significa affatto che il non essere vaccinato sia sinonimo di una sicura infezione, avendo l’Italia 60,36 milioni di abitanti. In pratica, dall’inizio della pandemia poco più del 7% della popolazione è risultata positiva. Inoltre, non si può nemmeno d’altro canto far passare come appurato il fatto che i vaccinati non si contagino, anzi, le esperienze di altri paesi rappresentano un campanello d’allarme riguardo la possibilità che anche chi si è sottoposto al siero possa risultare positivo. In tal senso, nel Regno Unito nell’ultimo periodo il numero di casi è aumentato notevolmente: sono decine di migliaia i contagi giornalieri, nonostante più della metà della popolazione abbia completato il ciclo di vaccinazione.

Venendo alla seconda ipotesi invece, ossia che con la parola “ammalarsi” Draghi si volesse riferire al fatto che chi non si è sottoposto al siero svilupperà i sintomi, basterà semplicemente ricordare che solo una parte delle persone trovate positive risulta essere sintomatica, cosa di cui ormai chiunque è a conoscenza. Inoltre, per quanto riguarda la possibilità di morire (che dalle parole del premier appare molto elevata), va detto che sono 128.000 coloro che hanno perso la vita dall’inizio dell’emergenza sanitaria: ovviamente si tratta di un numero considerevole, ma se paragonato a quello sopracitato dei contagiati (4,31 mln) ci si accorge chiaramente di come l’affermazione secondo cui chi si ammala sia destinato a morire o a far morire gli altri non sia assolutamente veritiera.

Ciò è confermato anche da un report dell’Istituto Superiore di Sanità (Iss), dal quale si apprende che tra i casi confermati diagnosticati fino ad ottobre 2020 la percentuale di decessi standardizzata per sesso ed età è stata complessivamente del 4,3%. Va precisato, però, come la percentuale sia stata del 6,6% nella prima fase (febbraio-maggio), «durante la quale l’accessibilità rallentata ai test diagnostici e la diversa distribuzione geografica dei casi potrebbero aver fornito un dato distorto». Nella seconda fase (giugno-settembre), invece, è stata dell’1,5%, mentre ad ottobre del 2,4%. Importante, poi, ricordare come in quel periodo la campagna di vaccinazione non fosse ancora iniziata, il che rappresenta un’ulteriore riprova del fatto che le dichiarazioni di Draghi sul nesso intercorrente tra individui non vaccinati e decessi siano quantomeno fuorvianti. Inoltre un’altra analisi dell’Iss, pur rappresentando esclusivamente le morti di soggetti che hanno avuto il bisogno di essere ricoverati, mostra che solo il 3% degli individui rientranti nel campione studiato non presentava patologie preesistenti, mentre l’11,6% aveva 1 patologia, il 18,4% soffriva di 2 patologie ed il 67% presentava 3 o più patologie.

Detto questo, anche l’assunto secondo cui chi non si sottopone al siero diffonda il virus, sottintendendo così che i vaccinati non possano contagiare gli altri, non si basa su solide evidenze scientifiche. In tal senso, seppur vi siano alcuni studi dai quali emerge che le persone vaccinate tendono ad avere una carica virale inferiore, motivo per cui si ritiene probabile che esse siano meno contagiose di coloro a cui non è stato somministrato il siero, ciò non significa assolutamente che tutti i vaccinati non possano trasmettere il virus. Anzi, in Israele da alcuni dati comunicati dal Ministero della Salute è emerso che, in seguito alla circolazione della variante Delta, l’efficacia del vaccino Pfizer nel prevenire la diffusione del virus è scesa al 64%. Ed a conferma di ciò ultimamente i casi nel Paese sono in aumento nonostante il 58% della popolazione abbia completato il ciclo di vaccinazione.

Infine, se si considera che questa teoria sostenuta da Draghi sia alla base dell’estensione del Green pass, è ovvio che emergano dubbi anche sull’utilità di tale strumento. Lo stesso Presidente del Consiglio, infatti, ha specificato che esso serve a garantire ai cittadini di «ritrovarsi tra persone non contagiose».

[di Raffaele De Luca]

Succede o avviene? Il tempo e l’arte

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Succede. Nel significato corrente vuol dire “accade” o, con sfumature concessive, “può capitare”. Ma c’è qualcosa di banale, di ipocrita, di fatale in tutto questo. Succedere vuol anche dire “venire dopo”. Così si possono fronteggiare con lo stesso termine eventi come uno spiacevole incidente, che può appunto succedere, oppure il subentrare dell’erede dinastico alla morte del re o della regina. Il succedere, allora, equivale a prendere il potere, un potere lineare, prevedibile. Il succedere è comunque sempre ovvio, falsamente naturale, inevitabile.

Avviene. Anche questa parola ha le sue ambiguità. Ciò che avviene è legato al presente immediato, al presentarsi di qualche evento, di grande o scarsa importanza ma con una sua durata, richiede partecipazione emotiva. Ma “avvenire” è anche il dominio del futuro, di ciò che deve ancora verificarsi. “Venturus”, dicevano i latini, in riferimento a qualcosa che potrà avere esito più o meno favorevole. E “ventura” è di conseguenza la fortuna, ciò che augurabilmente dovrà avere luogo.

L’accadere, a sua volta, “cade”, come una stella, come un evento obliquo, qualcosa che precipita nel divenire, sta dunque in un presente gravido di tempi futuri, di cause e di effetti. Ricorda il clinamen di Lucrezio, l’influenza astrale, provvidenziale, incommensurabile.

Il tempo insomma non può essere detto con riferimenti assoluti: contiene nelle sue denominazioni, nelle sue espressioni e rappresentazioni qualcosa di relativo, di contingente, ma non soltanto. Il tempo è il dominio del polimorfico, della densità, della pluralità. “Tempus” in latino deriva dal greco “temno”, taglio. Tempo è pertanto il frutto di una divisione, di una o più soluzioni di continuità. E’ scansione, musica, sezione, misura.

Il tempo cambia di prospettiva se lo incrociamo con l’arte. Tu, arte, tu, tempo, “che sei da decifrare” (Paul Celan), “la memoria del tempo/ è piena di spade e di navi/ e di polvere di imperi/ e di rumore di esametri” (Jorge Luis Borges), “lunga specie del tempo, o la ventura/ portava certe sature memorie…/ e tu mungevi/ dalle stelle il sapere degli antichi” (Alda Merini).

L’affermarsi della scienza attraverso le tecniche ha affidato tragicamente il tempo all’idea di progresso, ai meccanismi di estrapolazione, di previsione, andando inevitabilmente a scommettere su quello che succederà, caricando di responsabilità chi c’è stato prima.

Lo stesso relativismo classico è stato esautorato: non si crede più che i medesimi fatti od oggetti vadano considerati da più punti di vista, per superare l’opacità del reale. Ma ci si affida ad anticipazioni avventurose, a molteplici ipotesi affrettate messe subito in rete, sminuendo ogni paziente capacità analitica. Così il potere è sempre di più potere di previsione, e conseguentemente di controllo, di anticipazione, di condizionamento.

La realtà è statistica, la politica diventa inutile se il possibile è offuscato. L’arte invece è figlia dei tempi arcaici, dove l’accadere era lo stupore del presente, lo sbocciare prima del raccogliere, il sognare prima del destarsi, l’ascoltare senza musicanti, il guardare senza illusioni. L’arte non è soltanto l’esercizio di uno speciale sapere, ma è ispirazione, l’arte è ancora una politica possibile. Succede/avviene: il tempo e l’arte

[di Gian Paolo Caprettini – semiologo, critico televisivo, accademico]

Oggi manifestazioni in più di 80 città italiane contro il Green Pass

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Il prologo è stato due giorni fa a Torino, quando migliaia di persone si sono riunite in piazza Castello. Oggi la replica in quasi tutta Italia: 83 le città contate attraverso gli appuntamenti lanciati principalmente attraverso pagine sui social e sulla chat Telegram, dove i cittadini si sono dati appuntamento per protestare contro l’introduzione del passaporto sanitario e contro l’obbligo vaccinale paventato per nuove categorie di lavoratori. Di seguito una lista più esauriente possibile delle manifestazioni previste per oggi 24 luglio.

Abruzzo: Pescara (piazza della Rinascita, 17:30)

Calabria: Cosenza (piazza Bilotti, 17:30), Reggio Calabria (piazza Italia, 17:30).

Campania: Caserta (piazza Carlo di Borbone, 17:30), Napoli (piazza Dante, 17:30), Salerno (piazza Portanuova, 17:30).

Emilia-Romagna: Bologna (piazza Maggiore, 17:30) Rimini (piazza Tre Martiri, 17:30), Cesenatico (piazza Andrea Costa, 17:30), Ferrara (piazza Castello, 17:30), Modena (piazza Grande, 17:30), Piacenza (piazza Cavalli, 17:30) Reggio Emilia (piazza della Vittoria, 17:30), Forlì (piazzale della Vittoria, 17:30), Parma (piazza Garibaldi, 17:30).

Friuli Venezia Giulia: Pordenone (piazza XX Settembre, 17:30). Trieste (piazza Unità d’Italia, 17:30), Udine (piazza della Libertà, 17:30).

Lazio: Roma (piazza del Popolo, 17:30), Ostia (viale Mediterraneo, 15:00), Viterbo (piazza del Plebiscito, 17:30).

Liguria: Genova (piazza De Ferrari, 17:30), Sanremo (piazza Colombo, 17:30), Savona (piazza Sisto IV, 17:30).

Lombardia: Bergamo (davanti la Procura, 17:30), Brescia (piazza della Vittoria, 17:30), Busto Arsizio (piazza San Giovanni, 17:30), Voghera (piazza Meardi, 17:00), Milano (piazza Fontana, 17:30), Lodi (piazza della Vittoria, 17:30), Monza (piazza Trento, 17:30), Como (piazza Cavour, 17:30), Lecco (piazza Cermenati, 17:30), Varese (piazza Monte Grappa, 17:30).

Marche: Ancona (piazza Cavour, 17:30), Ascoli (piazza del Popolo, 17:30), Macerata (piazza della Libertà, 17:30), Pesaro (piazza del Popolo, 17:30).

Molise: Campobasso (P.zza Vittorio Emanuele, 17:30)

Piemonte: Alessandria (piazza della Libertà, 17:30), Biella (piazza Martiri della Libertà, 17:00), Nizza Monferrato (Piazza Garibaldi, 17:30), Novara (piazza Puccini, 17:30), Saluzzo (piazza Cavour, 17:30), Torino (piazza Castello, 17:30), Vercelli (piazza Cavour, 17:30).

Puglia: Bari (piazza Ferrarese, 17:30), Foggia (piazza Giordano, 17:30), Lecce (piazza Sant’Oronzo, 17:30), Taranto (piazza Garibaldi, 17:30).

Sardegna: Cagliari (piazza Garibaldi, 18:00), Sassari (piazza d’Italia, 17:30).

Sicilia: Catania (piazza Duomo, 17:30), Messina (piazza Duomo, 17:30), Palermo (piazza Castelnuovo, 17:30), Ragusa (piazza Libertà, 17:30), Trapani (piazza Vittorio Veneto, 17:30).

Toscana: Arezzo (piazza Sant’Agostino, 17:30), Firenze (piazza della Signoria, 17:30), Livorno (piazza del Municipio, 17:30), Lucca (piazza Napoleone, 17:30), Massa (piazza Aranci, 17:30), Piombino (piazza Verdi, 17:30), Prato (piazza Duomo, 17:30).

Trentino Alto Adige: Bolzano (piazza Walther, 17:30), Trento (piazza Dante, 17:30).

Umbria: Perugia (piazza IV Novembre, 17:30), Foligno (piazza della Repubblica, 17:30).

Valle d’Aosta: Aosta (piazza Chanoux, 17:30).

Veneto: Bassano del Grappa (piazza Libertà, 17:30), Castelfranco Veneto (piazza Giorgione, 17:30), Mestre (piazza Ferretto, 17:30), Montebellina (piazza del Municipio, 17:30), Padova (piazza Duomo, 17:30), Treviso (piazza della Signoria, 17:30), Venezia (campo San Geremia, 17:30), Verona (piazza Bra, 17:30), Vicenza (piazza dei Signori, 17:30).

Filippine: terremoto di magnitudo 6.7

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Un terremoto di magnitudo 6.7 si è verificato nelle Filippine, a sud di Manila. Lo si apprende dall’Istituto nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv), che ha registrato la scossa intorno alle 22:49 di ieri. Sulla base dei dati diffusi anche dalla stampa locale, essa ha avuto epicentro nella città di Calatagan, situata nella provincia di Batangas, ad una profondità di 140 km. Inoltre, a tale scossa ha fatto seguito pochi minuti dopo un altro terremoto di magnitudo 5.8 nella stessa regione. Ad ogni modo, però, le autorità hanno fatto sapere di non aspettarsi danni.