martedì 17 Febbraio 2026
Home Blog Pagina 1567

I popoli di Uganda e Tanzania in lotta contro l’oleodotto più grande al mondo

0

East African Crude Oil Pipeline (Eacop) è il nome dell’ambizioso progetto che vede la costruzione in Africa di quello che diverrebbe l’oleodotto più grande al mondo. Più di mille chilometri – 1445 per l’esattezza – di infrastrutture, le quali pomperanno 216mila barili di greggio al giorno tra Uganda e Tanzania. L’origine è prevista a Hoima, nei pressi del lago Alberto, dove è stato scoperto un giacimento da 1,7 miliardi di barili di greggio. Un sito pullulante di oro nero che la francese TotalEnergies e la cinese China National Offshore Oil Corporation bramano da anni.

Il percorso dell’oleodotto – il cui progetto vede come partner l’Uganda National Oil Company e la Tanzania Petroluem Development Corporation – attraverserà mezzo continente, tra paesaggi incontaminati fatti di laghi e foreste – compreso il parco nazionale di Murchison Falls, la più grande area protetta del paese – per approdare a Tanga, il secondo porto più grande della Tanzania, dove il petrolio verrà caricato sulle navi cargo. Un vero e proprio strazio per l’ambiente e le popolazioni locali, che ha allertato ambientalisti e attivisti. Già da almeno sei mesi una trentina di Ong ugandesi, francesi e congolesi si sono mobilitate per ostacolare il progetto e mettere in guardia l’opinione pubblica, lanciando la campagna #StopEacop.

Eppure, malgrado fauna e flora siano a rischio – il percorso dell’oleodotto toccherà l’habitat di elefanti, bufali, coccodrilli e gorilla – così come le tantissime famiglie africane che, da sempre, lungo quei 1.400 chilometri vivono e lavorano con le loro attività agricole, pare ci sia poca probabilità di rettifica. Il governo della Tanzania, infatti, sta facendo di tutto per convincere che Eacop sia la cosa giusta per i proventi stimati pari a 3,24 miliardi di dollari e i 18mila posti di lavoro che, a quanto dice, verrebbero a crearsi in 25 anni. Ma i dubbi sono tanti e il malcontento non diminuisce, tant’è vero che TotatEnergies ha assicurato una restrizione dell’area del parco Murchison utilizzata per far passare l’oleodotto (dal 10% all’1% della superficie), e un incremento del 50% dei ranger che tutelano la zona protetta. Ma tali rassicurazioni non sono state messe nero su bianco e non fanno ancora parte di un vero e proprio “piano di mitigazione” atto a evitare danni alla biodiversità e alle comunità.

[di Eugenia Greco]

 

Nel mondo 7 volatili su 10 sono polli d’allevamento, e questo non è sostenibile

1

Negli ultimi cinquanta anni, il consumo di carne è cresciuto tanto che nel mondo, oggi, il 70% della biomassa di uccelli è composto da pollame destinato all’alimentazione umana. Solo il 30% sono invece uccelli selvatici. Numeri preoccupanti per l’ambiente, per la conservazione della biodiversità e indirettamente anche per la salute umana che emergono dal report del WWFDalle pandemie alla perdita di biodiversità. Dove ci sta portando il consumo di carne“. In vista del Pre Summit Food dell’Onu, l’organizzazione di protezione ambientale ha messo in evidenza la grave crisi ecologica attuale, sottolineandone il primo responsabile: il sistema alimentare. È la filiera della carne a causare i problemi maggiori; basti pensare che, prendendo in considerazione solo gli allevamenti intensivi, questi causano il 14,5% delle emissioni totali di gas serra, occupando circa il 20% delle terre emerse (pascolo) e il 40% dei terreni coltivati sono utilizzati per produrre mangimi. Il report del WWF è parte della campagna Food4Future, che da aprile 2021 si occupa di trovare soluzioni non più devastanti per il Pianeta. I numeri riportati dal WWF sono preoccupanti e devono aiutare a riflettere sul nostro modello di sviluppo e di consumo.

Dal report si apprende inoltre che sono 50 miliardi i polli macellati ogni anno, il 70% dei quali proveniente da allevamenti intensivi. Per quanto riguarda invece i mammiferi, di selvatici ce ne sono, in percentuale, solo il 4%. Diversamente, l’essere umano costituisce il 36% dei mammiferi presenti sul Pianeta. Ciò che resta è costituito da animali messi al mondo e cresciuti semplicemente per soddisfare i fabbisogni della specie umana. Bovini e suini da allevamento costituiscono addirittura il 60% del peso della biomassa sul Pianeta. Anche da qui, la spinta del WWF a cambiare le cose quanto prima, viste le cause devastanti tanto per la salute umana tanto per quella del Pianeta di un inconsapevole sfruttamento delle risorse. La crescita delle popolazione umana e i modello dominanti di produzione e consumo hanno portato a sfalsare i delicati processi vitali del pianeta e se il sistema alimentare globale non conoscerà un vero e netto cambiamento, tutto andrà peggiorando. Un problema anche di salute, visto i problemi causati da un vero e proprio pianeta “allevato”: gran parte delle malattie infettive che affliggono l’uomo sono trasmesse proprio dagli animali. Non solo, il 60% delle malattie infettive umane e circa il 75% di quelle emergenti, che hanno colpito l’uomo negli ultimi 10 anni (come la malattia del Nilo occidentale, la Sars, l’influenza suina A H1N1), sono di origine animale.

Un sistema alimentare globale come quello attuale, letteralmente sfuggito di mano negli ultimi decenni, è causa di tangibili danni per la salute degli esseri umani e del Pianeta. L’impatto è evidente anche per quanto riguarda il riscaldamento climatico, e si stima che solo in Europa gli allevamenti intensivi siano responsabili del 17% delle emissioni di gas serra.  L’allarme del WWF giunge appunto in occasione del Pre Summit Food delle Nazioni Unite sui Sistemi Alimentari attualmente in corso, un evento che mira a considerare il cambiamento climatico, mettendo in discussione l’attuale andamento del sistema alimentare e non solo, cercando di puntare sulla sostenibilità con l’obiettivo primario di salvare il Pianeta. Per agire realmente, è il monito che lanciano questi numeri, occorre agire rapidamente e con decisione a livello politico per rivedere profondamente il modello di produzione di cibo.

[di Francesca Naima]

Germania: esplosione in impianto chimico, 16 feriti e 5 dispersi

0

In Germania, nella città di Leverkusen, un’esplosione verificatasi in un impianto chimico ha provocato 16 feriti, di cui 4 in condizioni gravi, e 5 dispersi. A riferirlo sono state le autorità locali. L’esplosione, avvenuta precisamente alle 9:30 in un deposito dell’inceneritore di rifiuti situato nel quartiere di Buerrig, è stata classificata dall’Ufficio federale per la protezione civile come «una minaccia estrema», motivo per cui i residenti sono stati esortati a non lasciare le proprie abitazioni ed a tenere le finestre chiuse. Inoltre, la causa dell’incidente al momento non è ancora nota.

Contrordine Biden: gli Usa si sono ritirati ma continueranno a bombardare l’Afghanistan

2

Entro il 31 agosto 2021, gli americani dovrebbero ritirare tutte le loro truppe (regolari e NATO, inclusi 800 militari italiani) dall’Afghanistan. Si tratta di una decisione ufficialmente sancita con il trattato di pace di Doha, risalente al 29 febbraio 2020 e firmato da Usa e talebani. In cambio della ritirata, i talebani hanno promesso negoziazioni con il governo afghano e azioni di arginamento del gruppo terroristico di Al-Qaeda. Nonostante l’impegno preso, gli Stati Uniti hanno dichiarato che continueranno a sostenere il governo con tanto di bombardamenti.

Quella del ritiro americano è stata una notizia non da poco. Si è trattato di una guerra sanguinosa, durata quasi 20 anni (e costata quasi 10 miliardi solo all’Italia). Dopo anni di forte ingerenza, Biden ha sorpreso il mondo intero dichiarando che «l’Afghanistan deve scegliere da sé il proprio futuro.» Da quando gli Usa, nel maggio scorso, hanno iniziato a ritirare le truppe, la presenza talebana in Afghanistan ha però ripreso a consolidarsi. Ad oggi, il gruppo islamista sembrerebbe avere il controllo dell’80% del paese.

Ci sono anche questioni interne all’accordo stesso, per esempio il fatto che i firmatari rappresentano solo una parte del gruppo dei talebani (fortemente frammentato al proprio interno). Inoltre, il governo di Kabul non è stato coinvolto nell’accordo in maniera diretta. Ma la questione principale è che gli Usa non vogliono realmente lasciare la presa sul paese, per via di interessi strategici, geopolitici ed economici.

Con il malaugurato progetto “Over the horizon”, il Pentagono investirà 10 miliardi di dollari in operazioni di lotta al terrorismo volte a proteggere i suoi interessi in terra afghana. Il piano prevede l’invio di droni (a scopo di sorveglianza e di attacco) verso l’Afghanistan dalle basi americane localizzate in Qatar, nel Kuwait e negli Emirati Arabi. Durante la conferenza stampa del 6 luglio 2021, l’addetto stampa del Pentagono John F. Kirby ha dichiarato esplicitamente che gli Usa continueranno a dare supporto alle forze armate afghane. Alla domanda su come esattamente gli Usa abbiano in programma di farlo, Kirby ha risposto candidamente «nel modo in cui l’abbiamo sempre fatto in passato – con i bombardamenti».

Come evidenziano le voci critiche, questa nuova modalità di interferenza – invasione, spostata dalla terra al cielo – non solo continuerà a causare morti tra i civili, ma inasprirà le tensioni che esistono in Afghanistan, ritardando ulteriormente la pace e la stabilità politica nel paese. Insomma, la guerra più lunga combattuta dagli Stati Uniti continuerà a durare, anche se non sulla carta. L’Afghanistan continuerà ad essere un campo di battaglia statunitense, con l’ulteriore rischio di causare tensioni geopolitiche con le altre potenze che vi orbitano intorno, Russia in testa. Ma soprattutto si apre un nuovo capitolo di violenza, che come sempre va a colpire la popolazione locale più di chiunque altro.

[di Anita Ishaq]

La Francia ha definitivamente approvato il pass sanitario

0

Il Parlamento francese ha approvato definitivamente, con 156 voti favorevoli, 60 contrari e 14 astenuti, il disegno di legge presentato dal governo di Emmanuel Macron che prevede l’estensione del Green pass e la vaccinazione obbligatoria per alcune categorie di lavoratori. Il via libera è arrivato nella notte tra domenica 25 e lunedì 26 luglio, tramite una commissione parlamentare mista che è riuscita a raggiungere l’accordo nei confronti di un testo di compromesso. Le trattative infatti non sono state facili: il partito di Macron, La République en Marche, gode della maggioranza all’Assemblea nazionale (ramo del Parlamento), dove è riuscito a far approvare gran parte del disegno di legge originale, ma non al Senato, che ha introdotto una serie di modifiche allo stesso.

Il testo definitivo, dunque, prevede una serie di novità: innanzitutto l’obbligo del pass sarà valido fino al 15 novembre e potrà essere esteso oltre tale data solo tramite un nuovo voto del Parlamento. Inoltre, esso entrerà in vigore per la fascia di età 12-17 anni a partire dal 30 settembre anziché ad agosto, mese in cui l’obbligo di munirsi del certificato verde è stato confermato per accedere a: bar, ristoranti, istituti medici, aerei, treni ed autobus a lunga percorrenza. Tali restrizioni si aggiungeranno a quelle già in atto che subordinano al possesso del lasciapassare sanitario l’accesso a musei, cinema ed altri luoghi culturali. Detto questo, un’altra modifica riguarda le sanzioni da applicare a coloro che non rispetteranno l’obbligo vaccinale: non vi sarà il licenziamento, ma vi sarà la sospensione dello stipendio. E per evitare ciò, entro il 15 settembre i soggetti obbligati dovranno essersi sottoposti alla prima dose del siero ed entro il 15 ottobre anche alla seconda. Questi ultimi precisamente sono: i sanitari, tutti coloro che prestano servizio in ospedali, case di cura e case di riposo ed i vigili del fuoco.

Infine, un’ultima modifica apportata al testo riguarda l’accesso ai centri commerciali: seppur essi siano aperti a tutti, le Regioni potranno richiedere il certificato verde qualora lo ritengano necessario. Il tutto grazie ad un emendamento dell’ultimo minuto del governo, che appunto dà ai prefetti la possibilità di imporre il pass sanitario nei centri commerciali.

Detto ciò, il testo prima di diventare legge dovrà essere esaminato dal Consiglio costituzionale e la decisione dovrà essere comunicata entro il 5 agosto: si tratta di un passo in più che il primo ministro Jean Castex ha scelto di fare così da evitare eventuali accuse di violazione delle libertà civili. A tal proposito, va ricordato che in Francia non tutti i cittadini vedono di buon occhio tali misure. Infatti, negli scorsi giorni vi sono state massicce proteste nel Paese, ultime in ordine di tempo quelle di questo fine settimana, con più di 160mila persone che sono scese in strada ad esprimere il loro dissenso. E non sono di certo pochi i cittadini che ritengono giuste le manifestazioni: da un sondaggio recentemente pubblicato dal tabloid Le Journal du dimanche, si apprende che il 35% dei francesi «sostiene» o «prova simpatia» per i cortei.

[di Raffaele De Luca]

I cibi sani che si possono acquistare (anche) al supermercato

8

Spesso associamo l’idea di supermercato a quella di cibo industriale e poco salutare, ma non sempre le cose stanno in questo modo. Con le giuste conoscenze sull’alimentazione corretta chiunque può acquistare alimenti di qualità anche all’interno di supermercati e centri commerciali. Non tutto è cattivo e da buttare via insomma, anche se mediamente il supermercato non è il luogo dove acquistare il cibo salutare. Se nello scorso articolo abbiamo parlato di come l'industria alimentare abbia cambiato i cibi che mangiamo, oggi invece affrontiamo il tema opposto: quali sono i cibi di qualità che pos...

Questo è un articolo di approfondimento riservato ai nostri abbonati.
Scegli l'abbonamento che preferisci 
(al costo di un caffè la settimana) e prosegui con la lettura dell'articolo.

Se sei già abbonato effettua l'accesso qui sotto o utilizza il pulsante "accedi" in alto a destra.

ABBONATI / SOSTIENI

L'Indipendente non ha alcuna pubblicità né riceve alcun contributo pubblico. E nemmeno alcun contatto con partiti politici. Esiste solo grazie ai suoi abbonati. Solo così possiamo garantire ai nostri lettori un'informazione veramente libera, imparziale ma soprattutto senza padroni.
Grazie se vorrai aiutarci in questo progetto ambizioso.

Migranti: naufragio al largo della Libia, almeno 57 morti

0

Un naufragio al largo della Libia ha provocato la morte di almeno 57 persone, tra cui 20 donne e 2 bambini. A comunicarlo è stata Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim). «Un’altra tragedia. Con questo naufragio la stima dei morti nel Mediterraneo Centrale si avvicina a quasi mille (oltre 980). L’anno scorso a fine luglio erano 272», ha scritto su Twitter il portavoce Oim per il Mediterraneo, Flavio Di Giacomo. «Non bisogna più esitare e fare di tutto per rafforzare il sistema di pattugliamento in mare. Da subito», ha aggiunto.

Usa: quattro Big Pharma patteggiano 26 miliardi per aver alimentato l’abuso di oppiodi

3

«L’epidemia di oppioidi è una crisi di salute pubblica nazionale che ha bisogno di una soluzione nazionale», ha dichiarato il Procuratore Generale della North Carolina, uno dei principali negoziatori della coalizione bipartisan di procuratori di stato USA che a questa soluzione sembra ci si stia avvicinando. Il 21 luglio, infatti, è stata annunciata una risoluzione che prevede il pagamento, a beneficio delle casse di diversi Stati americani, di 26 miliardi di dollari da parte di 4 grandi aziende farmaceutiche (tra cui la Johnson & Johnson) coinvolte nella distribuzione di oppioidi antidolorifici, nonostante dipendenze e morti da overdose stiano crescendo esponenzialmente.

Un oppioide è un composto chimico psicoattivo che ha effetti farmacologici assimilabili a quelli della morfina. Si va dunque dalla codeina al Fentanyl, dall’eroina al metadone. I dati del 14 luglio del National Center for Health Statistics evidenziano un’impennata di morti di overdose proprio in coincidenza con il picco dell’epidemia di covid-19. Tra il dicembre 2019 e il dicembre 2020 più di 93.000 americani sono morti di overdose; circa il 29,4% in più rispetto all’anno precedente. Dati impressionanti: stiamo parlando di circa 255 morti al giorno. Più o meno la media attuale delle morti di coronavirus in USA. L’autorevole rivista scientifica The Lancet dice in proposito che «dalla metà degli anni ’90 più di mezzo milione di morti sono state attribuite agli oppioidi, alimentate da recessione economica, avidità aziendale e atteggiamenti mutevoli riguardo alla gestione del dolore». Evidentemente, la situazione di crisi economica, sociale e psichica innescata dalla pandemia ha funzionato da acceleratore di questo fenomeno. Si pensi solo alle interruzioni nei servizi di trattamento, all’accesso ridotto alle pratiche di riduzione del danno, e alla chiusura di siti di iniezione sicuri. Prevedibilmente, i numeri sono più alti in aree urbane afflitte dalla depressione economica e tra la popolazione nera.

Purdue Pharma, uno tra i maggiori colossi del farmaco, nel 2020 si è dichiarato colpevole rispetto alle accuse circa la promozione di farmaci a base di Ossicodone, un oppioide che da grandissima assuefazione, disinformando riguardo ai potenziali rischi, influenzando l’educazione medica e garantendosi una legislazione meno restrittiva attraverso attività di lobbying e contributi a campagne elettorali. Letitia James, Procuratore Generale dello Stato di New York, ha detto che aziende come Purdue e Johnson & Johnson «hanno soffiato sul fuoco della dipendenza da oppioidi per più di vent’anni». Le aziende McKesson, Cardinal Health e AmerisourceBergen sono state accusate di aver ignorato le spedizioni di antidolorifici deviate verso canali illegali, mentre Johnson & Johnson avrebbe minimizzato il rischio di dipendenza nei suoi contenuti di marketing per gli oppioidi. Tutte le aziende hanno negato le accuse, ma hanno patteggiato un pagamento complessivo di 26 miliardi che verranno distribuiti proporzionalmente ai diversi Stati al fine di trattamenti di cura e prevenzione.

Certamente un importante passo avanti, sebbene alcune personalità istituzionali, come il procuratore di Washington, hanno dichiarato che un patteggiamento del genere non è abbastanza e che le aziende devono essere dichiarate penalmente responsabili in tribunale.

[di Jacopo Pallagrosi]

Presto avremo dispositivi elettronici indistruttibili?

0

Un passo molto importante è stato da poco compiuto nella tecnologia. Si tratta dell’invenzione di un circuito elettrico resistente e flessibile che permetterà di produrre dispositivi elettronici non solo indistruttibili e in grado di autoripararsi e riconfigurarsi, ma anche interamente riciclabili. Il circuito innovativo ha la particolare caratteristica di continuare a funzionare anche se estremamente danneggiato. Ad esempio, se questo dovesse subire un forte urto e bucarsi, non smetterebbe di funzionare, perché composto da goccioline di metallo liquido che, unendosi attorno al buco formatosi, fungerebbero da conduttori continuando a trasmettere energia. Queste gocce passano all’interno di un elastomero – un polimero “gommoso” – per far sì che siano isolate, particolarità la quale consente di separarle localmente per costruire nuovi circuiti o distruggere tutti i legami e ricostruirne di nuovi, riciclando del tutto i materiali.

I dispositivi attualmente in commercio, come smartphone e computer, sono dotati di cavi rigidi e saldati tra loro, i quali smettono di funzionare se subiscono guasti o recisioni. Per questo motivo si cerca di proteggere i beni tecnologici con cover e custodie particolarmente spesse. In molti casi, tuttavia, anche queste non riescono ad evitare guasti permanenti. Ecco quindi l’importante aspetto rivoluzionario dei circuiti flessibili: la loro resistenza. Stando agli esperti, con questa invenzione, saremo presto in grado di fabbricare dispositivi ultra moderni, ma dalla resistenza tipica dei modelli delle origini.

Insomma, la tecnologia per rendere potenzialmente quasi indistruttibili i dispositivi elettronici è a un passo. Resterà ora da capire la disponibilità delle aziende ad utilizzarla, a meno che non intervengano le leggi ad obbligarle a farlo, visto che i modelli di prodotti tecnologici attualmente in commercio utilizzano sotto vari profili quella che viene chiamata “obsolescenza programmata”, obbligando i consumatori a cambiare spesso i dispositivi perché vi sono componenti secondari costruiti volontariamente in modo non resistente, o attraverso altri meccanismi, come il rilascio di aggiornamenti che servono a rendere obsoleti e non più ben funzionanti i dispositivi dopo alcuni anni di vita.

[di Eugenia Greco]

Whirlpool: nuova protesta dei lavoratori a Napoli

0

Questa mattina, gli operai della Whirlpool di Napoli hanno protestato al Molo Beverello, nel porto della città. Nello specifico, sono stati un centinaio i lavoratori del sito di via Argine che hanno manifestato esponendo striscioni e bloccando le operazioni di imbarco per le isole. Tale protesta fa seguito a quella effettuata la settimana scorsa a Napoli per lo stesso motivo, ovvero contestare la decisione della multinazionale americana, che negli scorsi giorni ha annunciato il licenziamento collettivo dei lavoratori impiegati nello stabilimento della città partenopea.