Almeno 32 persone hanno perso la vita, tra cui due bambini di 3 e 6 anni, ed altre 22 sono rimaste ferite: è questo il bilancio attuale dell’incidente stradale verificatosi in Perù. Nella giornata di ieri, infatti, un autobus partito dalla città di Huánuco e diretto a Lima è precipitato in un burrone. In base a quanto sostenuto dal comandante della polizia, Cesar Cervantes, la tragedia si è consumata poiché il conducente stava guidando ad una elevata velocità. Quest’ultimo, inoltre, è deceduto, mentre il secondo autista è stato preso in custodia.
La Cina mette un freno ai videogiochi: massimo 3 ore a settimana per i minorenni
La norma era stata anticipata da una dura campagna di stampa dei media cinesi sui videogiochi definiti «oppio dei popoli», scomodando la definizione che Karl Marx riservava alla religione. Ora la legge che intende limitare le pratiche diseducative per i giovani diventa realtà: il governo di Pechino ha stabilito che i minorenni potranno usare i videogiochi per un massimo di tre ore a settimana. Le piattaforme di videogame potranno offrire il gioco online ai minori solo nei fine settimana e nei giorni festivi ed esclusivamente dalle ore 20:00 alle 21:00. A riferirlo l’agenzia di stampa statale Xinhua, riportata in occidente dall’agenzia Reuters.
La misura va inquadrata in una tendenza più generale che vede il governo comunista di Pechino impegnato in una dura campagna contro quelle forme di intrattenimento accusate di assoggettare i giovani e trasmettere valori negativi per la comunità. Una campagna che poche settimane fa aveva già colpito gli influencer. Imponendo alla piattaforma social Weibo (la più importante in Cina) di bloccare la sua classifica delle celebrities più popolari del web allo scopo di frenare la visibilità degli influencer, e all’app Douyin – nel resto del mondo conosciuta come TikTok –di impedire l’ostentazione della ricchezza e del lusso, considerati da Pechino atteggiamenti che «inculcano l’ossessione per il denaro e umiliano i più poveri». Dopo anni di crescita con pochissime regole, insomma, il governo cinese intende riportare le piattaforme del web sotto il controllo politico di uno stato che non intende rinunciare ad avere anche un forte indirizzo e controllo educativo sulla società.
Il mercato dei videogiochi in Cina è attualmente il più importante al mondo. Prima della decisione del governo si stimava per il settore un giro di affari da 45,6 miliardi di dollari nel 2021, superiore a quello degli Stati Uniti.
No, per salvare il pianeta non basta mangiare meno carne
Una delle tesi diffuse oggi da molti “esperti” è quella secondo la quale per salvare il pianeta possa bastare una riduzione del consumo di carne e prodotti animali sulle nostre tavole. Argomento tornato in voga in questi giorni dopo un articolo pubblicato su una pagina di divulgazione giornalistica (non una testata vera e propria, visto che non è registrata) ad ampia diffusione specie tra i giovani: Will.ita. Si devono mangiare al massimo 500 grammi di carne rossa a settimana e sostituire parte del consumo con pollo e formaggi, sostiene con sicumera il post in questione, pur senza citare alcuna fonte a riguardo. Ma è vero che semplicemente riducendo i consumi di cibi animali salveremo il pianeta? E pollo e formaggi sono tanto migliori per ambiente e salute? In realtà non è affatto così. La tesi è troppo semplicistica e non offre al consumatore un punto di vista oggettivamente corretto.
Infatti il primo problema che viene ignorato da questa soluzione è quello del cambio di paradigma riguardo le produzioni animali nel mondo. Oggi vige il sistema di allevamento intensivo e industriale, in tutto il mondo: America, Europa, Asia. Ciò che devasta l’ambiente e che mette sul mercato prodotti animali con residui di antibiotici, ormoni e sostanze infiammatorie per il nostro organismo è proprio il sistema produttivo di tipo intensivo. Ciò che deve davvero cambiare è innanzitutto il modello produttivo, non tanto la riduzione del consumo. O meglio: prima va cambiato il modello, e poi di conseguenza si abbasseranno anche i consumi di cibi animali, perché passando dai sistemi di allevamento intensivi a quelli estensivi e biologici si risolve già in un colpo solo il problema dell’impatto ambientale. La produttività degli allevamenti estensivi è infatti inferiore a quella del modello intensivo, ma dal momento che la produzione attuale in ogni continente è eccessiva e i consumi anche, il cambio di modello produttivo è proprio quello che serve per apportare la correzione al paradigma generale, in senso virtuoso e positivo per tutti.
Cos’è un allevamento intensivo
Sarà utile chiarire brevemente quali sono le differenze tra gli allevamenti intensivi e quelli estensivi o biologici. Nei primi gli animali vengono allevati in numero molto elevato, sono confinati in stalla (capannoni enormi) tutto l’anno, senza accesso al pascolo, e vengono sottoposti a terapia antibiotica costante per ridurre e scongiurare le infezioni batteriche che sarebbero all’ordine del giorno nei capannoni chiusi e con la densità di capi elevata, e le scarse condizioni igieniche che ne derivano. Una di queste infezioni tipiche è quella della mastite, che si verifica nelle mucche da latte, che danno il latte che poi è destinato alla produzione massiccia dei formaggi, specialmente i famosi formaggi della Pianura Padana poi esportati e famosi in tutto il mondo, ma non solo quelli. Per scongiurare le mastiti alle mucche vengono somministrati regolarmente gli antibiotici, sia a scopo preventivo (profilassi) che a scopo curativo (metafilassi, ovvero una volta che la mastite insorge). Infine, negli allevamenti intensivi la nutrizione degli animali è forzata. Cosa significa? Che i bovini o il pollame hanno accesso continuo al cibo, giorno e notte, per l’accrescimento veloce (ingrasso) e una produttività più alta. Produttività elevatissime dunque, oltre ciò che è fisiologico. Ma se ciò è sicuramente un bene per l’industria a capo di questo processo produttivo, in quanto fa aumentare enormemente il suo profitto, lo è molto meno per la salute dell’uomo e per la sostenibilità ambientale. Tanto per capire meglio faccio questo esempio: le mucche da latte, se lasciate vivere al pascolo e nutrite solo con erba e fieno, possono produrre al massimo 15-18 litri di latte al giorno per capo. Se allevate invece nei capannoni degli stabilimenti intensivi, producono fino a 50-60 litri di latte al giorno, che diventano 90 negli Usa, dove sono perfettamente legali anche i trattamenti con ormoni negli stabilimenti animali. Una aberrazione e stravolgimento della loro natura. Tant’è vero che queste povere bestie vivono al massimo 2 anni e poi sono da “rottamare”.
L’allevamento estensivo riduce o elimina del tutto anche un altro problema tipico di quello intensivo: il trasporto di animali fra Stati e le emissioni di Co2. Avete presente le confezioni di carne dove leggiamo “allevato in Olanda”, “macellato in Italia”? Ecco, questo è dovuto al sistema industriale intensivo. Passando al modello estensivo dei piccoli allevamenti locali sparsi in ogni regione, questi trasporti non esisterebbero e si ridurrebbe anche l’inquinamento di Co2 che questi camion producono col trasporto animale.
Salumi e formaggi non sono la soluzione
Anche altri messaggi e slogan banali lanciati dai mass media sono del tutto fuorvianti e non costituiscono una vera soluzione dei problemi. Sostenere che si debba ridurre il consumo di carne di manzo, agnello, salumi e formaggi, e aumentare quello di pollo, molluschi e uova è semplicemente un non senso. Se smetto di mangiare bistecche di maiale ma aumento il consumo di uova e pollo, sto foraggiando lo stesso tipo di industria e di devastazione ambientale. Tutti sanno benissimo quanto sia distruttiva e impattante la produzione di uova e di pollame. Anzi, nello specifico questo è il settore che più di tutti ha contribuito ad oggi al problema dei residui di antibiotici nelle carni e dell’antibiotico-resistenza. Non vi sarà sfuggito che da alcuni anni a questa parte sulle confezioni di pollo e si uova è spuntata la dicitura (claim) “allevato senza uso di antibiotici”, nel tentativo di ridurre l’utilizzo farmacologico elevatissimo in questi allevamenti. Ma anche questa è una falsa soluzione purtroppo, in quanto è emerso da alcune inchieste, che molti campioni di pollame venduti nei supermercati italiani e con la dicitura in etichetta “senza uso di antibiotici” contengono ugualmente i batteri resistenti agli antibiotici (quindi gli antibiotici sono stati somministrati, in realtà) e che questi ultimi vengono sostituiti negli allevamenti con altri farmaci (coccidiostatici) che contribuiscono alla stessa maniera a creare il problema della resistenza dei batteri ai farmaci. Non sono passati cioè ad una tipologia di allevamento priva di farmaci, più sostenibile e non inquinante. Questo deve essere molto chiaro per il consumatore. Sono passati ad una forma di marketing molto efficace, che fuorvia il consumatore inducendolo a pensare che la produzione di carne sia ora più etica e sostenibile per l’ambiente.
Un altro messaggio che spesso arriva dai mass media è il seguente: aumentare il consumo di alimenti vegetali come legumi, soia, cereali. anche questo è un messaggio del tutto vuoto e fuorviante, che non porta ad una maggiore tutela ambientale. Il punto è sempre la filiera di origine. Se acquisto fagioli e cereali coltivati con l’agricoltura intensiva, l’impatto su Ambiente e salute dei consumatori rimane molto negativo. Allo stesso modo di quello dell’industria del cibo animale, in quanto le produzioni di cereali nel mondo sono quantitativamente superiori a quelle delle carni, per esempio.
Quindi, che fare?
Per ripristinare un modello produttivo ecologico, sostenibile e che tutela maggiormente la salute dei consumatori, bisogna risolvere alcuni problemi a monte. Serve togliere di mezzo l’industria intensiva di carne e latticini e rimettere al centro quella estensiva, biologica e di prossimità. E serve attuare politiche comunitarie serie, senza che la sostenibilità sia una parola vuota, a cominciare dal portare i finanziamenti della Ue a vantaggio delle piccole aziende locali a produzione estensiva e biologica, requisendo i fondi ai grandi gruppi produttivi, che tengono in piedi il sistema di allevamento intensivo, come avviene oggi.
È evidente che per fare tutto ciò serva una nuova classe politica più etica e illuminata di quella attuale. Per questo serve creare un movimento di massa che sostenga e che creda con fermezza in questa nuova prospettiva. Possiamo e dobbiamo far sentire la nostra voce di cittadini, nella consapevolezza che un pianeta migliore non comincia da noi stessi, ma da un impegno collettivo. Così si salverà il pianeta, non mangiando una porzione in meno di carne rossa.
[di Gianpaolo Usai]
L’Università di Trieste impone il Green Pass anche per gli esami a distanza
L”Università di Trieste ha deciso di imporre agli studenti l’obbligo di munirsi del Green Pass non solo per svolgere gli esami in presenza, ma anche a distanza. È quanto si apprende da un protocollo dell’Ateneo, riguardante le misure volte al contrasto ed al contenimento della diffusione del Covid-19 nell’ambiente universitario, che recentemente è stato pubblicato online. Al suo interno, infatti, si legge che «in tutti i casi, sia che gli esami siano svolti in presenza o da remoto, gli studenti sono tenuti al possesso della certificazione verde o di analogo documento previsto nel presente Protocollo». Inoltre, viene specificato che sono i docenti della commissione d’esame a dover verificare, mediante l’applicazione VerificaC19 del Ministero della Salute, il possesso del lasciapassare sanitario, e viene precisato che i controlli possono essere fatti «anche a campione».
Detto ciò, tali disposizioni, che per gli esami da remoto si applicheranno a partire dal 3 ottobre 2021, rappresentano un’applicazione estensiva del decreto-legge n.111 del 6 agosto 2021, con il quale è stato stabilito che dal primo settembre in Italia l’obbligo del Green Pass verrà ampliato a tutto il personale scolastico ed universitario, nonché agli studenti universitari. Nel decreto, però, si precisa appunto che tali misure sono state imposte con il fine di «tutelare la salute pubblica e mantenere adeguate condizioni di sicurezza nell’erogazione in presenza del servizio essenziale di istruzione». Ed è proprio per questo, dunque, che l’Università di Trieste, avendo imposto il certificato verde anche per gli esami da casa, ha evidentemente interpretato estensivamente le disposizioni del governo.
Perciò, il protocollo dell’Ateneo in questi giorni è stato oggetto di dibattito sui quotidiani locali e sui social, ed è stato sottoposto a diverse critiche. Così, il rettore Roberto Di Lenarda ha rilasciato delle dichiarazioni ed ha affermato che l’università ha «sempre scelto la strada della massima prudenza in questo anno e mezzo», motivo per cui è stato deciso di «preparare il protocollo per l’autunno per tempo» nonostante il decreto del 6 agosto non sia ancora stato spiegato e specificato dettagliatamente da un dpcm, che «non arriverà purtroppo prima della conversione in legge, il mese prossimo». In pratica l’Ateneo, in una situazione di parziale incertezza, ha deciso di estendere l’obbligo, facendo sì che esso serva anche per sostenere gli esami a distanza.
Ciò è stato fatto perché, secondo il rettore, l’obbligo di possedere il pass non è stato stabilito con il fine di «garantire ai no vax di stare a casa e fare gli esami a distanza», che dunque si è deciso di mantenere solo per «chi veramente non può recarsi in Ateneo». In tal senso, aggiunge Di Lenarda, «l’obbligo serve per spingere gli studenti a vaccinarsi». Un’affermazione, quest’ultima, che contrasta con il decreto, che seppur ancora non specificato da un dpcm al momento parla chiaro e, come riportato, sottolinea praticamente che alla base del Green Pass ci siano ragioni scientifiche, e non certo persuasive.
Ad ogni modo, il Green Pass non sembra essere realmente efficace in ottica prevenzione dal contagio. Basterà ricordare che recentemente in Cornovaglia, nel Regno Unito, quasi 5.000 persone sono risultate positive al Coronavirus dopo aver partecipato ad un evento al quale si poteva accedere solo soddisfacendo condizioni praticamente identiche a quelle necessarie per ottenere il Green Pass. Si tratta, comunque, solo dell’ennesima vicenda dalla quale emerge chiaramente come la sua utilità sia quanto meno dubbia.
[di Raffaele De Luca]
Afghanistan: talebani prendono il pieno controllo dell’aeroporto di Kabul
I talebani hanno preso il pieno controllo dell’aeroporto di Kabul, con i miliziani armati che adesso pattugliano lo scalo della capitale. Il tutto in seguito al ritiro degli Stati Uniti dall’Afghanistan, portato a termine questa notte dopo 20 anni di presenza nel Paese. L’ultimo aereo americano, infatti, è decollato dall’aeroporto di Kabul a mezzanotte.
Costa Rica e Danimarca danno vita a un’alleanza per porre fine all’industria fossile
Costa Rica e Danimarca stanno cercando di stringere un’alleanza con altri Paesi, al fine di fissare una data per iniziare l’eliminazione graduale della produzione di petrolio e gas, e per cessare il rilascio delle licenze atte alla loro ricerca. Un’alleanza il cui nome sarà BOGA (Beyond Oil and Gas Alliance) e che dovrebbe essere lanciata alla Cop 26 (Conferenza delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici del 2021), la quale si terrà a Glasgow, dall’1 al 12 novembre. Il progetto sembra prendere forma, anche se i dettagli non sono ancora stati pienamente elaborati e non è chiaro quanti e quali paesi – oltre ai due creatori – entreranno a farne parte.
Dei contatti ci sono però già stati, sia con alcuni componenti dell’Unione Europea – tra cui Spagna e Portogallo -, sia con il Regno Unito e la Nuova Zelanda, la quale è decisa ad approfondire e valutare la questione. Nessun segno, per il momento, è pervenuto né dagli Stati Uniti – il più grande produttore di petrolio e gas che quest’anno si è impegnato a dimezzare le emissioni entro il 2030 – né dall’Italia. Anzi, per quanto riguarda il Belpaese, si può dire che la strada presa dal governo vada in direzione prettamente opposta. Di recente, infatti, il Ministero della Transizione Ecologica ha adottato il Piano per la Transizione Energetica Sostenibile delle aree idonee (PiTESAI), al fine di individuare le aree in cui continuare a cercare ed estrarre idrocarburi “in modo sostenibile”.
L’iniziativa presa da Danimarca e Costa Rica non va considerata improvvisa, in quanto è da tempo che i due stati si impegnano nel contenimento delle emissioni e nella riduzione delle esplorazioni di ricerca di giacimenti di combustibili. In particolare, il paese nordico europeo, non solo si è posto l’obiettivo di ridurre del 70% le emissioni di gas serra entro il 2030, ma sta anche provvedendo a iniziare ad utilizzare i vecchi giacimenti di petrolio e gas per immagazzinare anidride carbonica. D’altro canto il Costa Rica – benché non abbia mai estratto l’oro nero e ospitato impianti petroliferi -, sta valutando un disegno di legge per vietare definitivamente la ricerca e l’utilizzo dei combustibili fossili; un chiaro esempio di paese in via di sviluppo deciso a seguire coraggiosamente un modello economico considerato “del futuro”. C’è da dire, però, che se i combustibili fossili sono alla base delle emissioni di gas serra e, di conseguenza, dell’aumento delle temperature del nostro pianeta, sono anche elemento di ricchezza e potere mondiale, ragione per cui in molti sono scettici riguardo all’adesione al BOGA dei principali produttori dell’oro nero e di gas – come Arabia Saudita e Russia – le cui economie dipendono proprio da questi.
[di Eugenia Greco]
Palermo: scossa terremoto di magnitudo tra 4.3 e 4.8
Una forte scossa di terremoto è stata registrata nel palermitano questa mattina, precisamente alle ore 6.14. Lo si apprende dall’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv), il quale sottolinea che la scossa in questione è stata di magnitudo tra 4.3 e 4.8. La scossa è stata avvertita lungo tutta la costa settentrionale della Sicilia, e diverse telefonate sono arrivate ai vigili del fuoco. Tuttavia, fortunatamente al momento non sono stati segnalati danni a persone o cose.
Perù: scontro tra due barche, almeno 11 morti
Sono almeno 11 le persone che hanno perso la vita in seguito allo scontro tra due barche verificatosi presso il fiume Huallaga, situato nell’Amazzonia peruviana. Lo si apprende da una nota dell’Istituto nazionale della Protezione civile, nella quale si legge anche che un numero imprecisato di persone è scomparso, mentre altri 6 individui sono rimasti feriti. È questo dunque il resoconto attuale dell’incidente avvenuto nella giornata di ieri, quando, come riportato dalla rete televisiva Tv Peru, una barca piena di passeggeri si è schiantata contro una chiatta merci a causa di una fitta nebbia.
In tutta Italia continuano le manifestazioni contro il Green Pass
Anche in questo fine settimana in tutta Italia, da Nord a Sud, i cittadini sono scesi in piazza per protestare contro il Green Pass, il lasciapassare sanitario necessario per svolgere diversi tipi di attività. I media mainstream, però, si sono ancora una volta resi protagonisti di un’informazione parziale ed incompleta, soffermandosi quasi esclusivamente sui singoli episodi violenti verificatisi in alcune delle manifestazioni e lasciando poco spazio alle restanti proteste svoltesi in maniera pacifica, le quali sono così state sostanzialmente screditate.
In tal senso, grande risalto è stato dato alle manifestazioni che hanno avuto luogo a Roma, dove domenica un videogiornalista del quotidiano la Repubblica è stato aggredito e minacciato di morte. Il tutto dopo che nella giornata di sabato, sempre durante una protesta contro il pass sanitario nelle strade della capitale, una giornalista di Rai News 24 era stata aggredita. Vicende che, seppur ovviamente meritevoli di essere menzionate, sono state trattate dai media in un modo non proprio impeccabile: da un articolo di Sky TG24, ad esempio, emerge (in maniera neanche troppo indiretta) che le persone contrarie al Green Pass siano tendenzialmente violente.
Inoltre al suo interno, oltre ai due episodi appena citati, viene descritto anche l’inseguimento attuato a Genova da un uomo contrario ai vaccini nei confronti dell’infettivologo Matteo Bassetti. E mettendo dunque in correlazione tale vicenda con gli atti violenti verificatisi durante alcune proteste, dall’articolo emerge anche che tutte le persone contrarie al certificato verde siano “no vax”. Ciò tuttavia non corrisponde al vero, in quanto seppur una parte dei “no green pass” possa essere contro i vaccini, questo non significa che tutti coloro che si oppongono a tale strumento lo siano. Si tratta infatti di cittadini, di differente estrazione sociale e fede politica, che si schierano semplicemente a favore della libertà di scelta.
Detto ciò, come anticipato precedentemente, seppur i media abbiano descritto in maniera approfondita i condannabili atti violenti di alcuni individui, la medesima attenzione non è stata data alle tante altre persone che hanno protestato pacificamente. A tal proposito, sempre Sky TG24 sottolinea come sabato, a Milano, un gazebo del Movimento 5 Stelle sia stato assaltato da «un gruppo di manifestanti No Green Pass radunatisi nel capoluogo lombardo per una protesta». Protesta alla quale non viene di certo riservata la medesima attenzione data a tale episodio, in quanto ad essa viene dedicato solo un piccolo paragrafo anziché il titolo dell’articolo. Eppure, tralasciando la singola vicenda, a Milano migliaia di cittadini hanno espresso il loro dissenso in maniera pacifica, dando vita ad un corteo in cui sono stati scanditi slogan inneggianti alla «libertà».
LIBERTÀ
LIBERTÀ
LIBERTÀ#NoGreenPass #milano #manif28agosto pic.twitter.com/k8vsw0X062— EtVentisAdversis🇮🇹 (@etventadv) August 28, 2021
Sono anche stati criticati in maniera dura i virologi Matteo Bassetti e Roberto Burioni nonché il premier Mario Draghi, ma si è appunto trattato di una legittima e non violenta espressione del dissenso.
Anche a Torino migliaia di persone hanno protestato nella giornata di sabato contro tale strumento: in corteo per le vie del centro storico, i manifestanti anche in questo caso hanno contestato il presidente del Consiglio e si sono schierati, tramite un grande striscione, a favore della libertà di scelta e «contro ogni discriminazione».
#TORINO: Manifestazione #NoGreenPass 28/08/21 pic.twitter.com/wa7alzaeHi
— Luca Donadel (@realDonadelLuca) August 28, 2021
C’è poi Modena, dove sabato un gruppo nutrito di persone ha sfilato pacificamente lungo via Emilia Centro al grido di «No Green Pass», e Bologna, dove nella stessa giornata i cittadini si sono rifatti al medesimo slogan. A Bolzano inoltre, come riportato da alcuni quotidiani locali, una «folla oceanica» composta da migliaia di persone si è riversata sui prati del Talvera e «pacificamente ha protestato contro le restrizioni imposte dal Green Pass». Il tutto senza esporre «bandiere né cartelloni offensivi». Infine, volendo citare una città del Sud, si può menzionare Napoli, dove centinaia di cittadini si sono radunati sabato in piazza Dante contro la «dittatura sanitaria» e si sono opposti alla tessera verde. A tutto ciò, però, gran parte dei giornali mainstream non ha dedicato nemmeno una riga.
[di Raffaele De Luca]
Afghanistan, cosa è successo realmente all’aeroporto di Kabul?
Dallo scorso 15 agosto, dalla caduta ufficiale del Governo afghano, l’aeroporto di Kabul è divenuto il fulcro della battaglia politica e ideologica tra NATO e talebani, una battaglia in cui si sono velocemente aggiunti elementi terzi più difficilmente sondabili quali Daesh.
Il risultato è un panorama confuso e caotico nel quale, di fatto, i militari dispiegati faticano a distinguere gli avversari dagli alleati e viene fin troppo facile premere i grilletti dei fucili. Nel parlare delle centinaia di morti che si stanno rapidamente accumulando bisogna dunque sottolineare un elemento rilevante: solo una parte è causata dai terroristi, altri sono uccisi dal cosiddetto “fuoco amico”.
Il fatto che le truppe fossero coi nervi a fior di pelle, che fossero predisposti all’errore, era evidente ancor prima che nell’equazione entrassero le manovre di Daesh. Solo una settimana fa, il 23 agosto, un cecchino ha esploso dei colpi sulla folla, scatenando un fenomeno emergenziale che ha risvegliato la pronta reazione delle truppe NATO – nello specifico dei tedeschi e degli statunitensi – e di quei pochi membri della Afghan National Army (ANA) che ancora affiancano i Paesi occidentali. Peccato che nel parapiglia NATO e soldati afghani si sono messi a spararsi reciprocamente.
Ancor più tragica è stata la questione dell’attentato terroristico rivendicata dal cosiddetto ISIS-K: almeno 170 morti e il sospetto che una buona parte di questi non sia stata causata dall’attacco in sé, ma da una reazione scriteriata di chi presidiava l’ingresso dell’aeroporto. Secunder Kermani, corrispondente della BBC, ha raccolto testimonianze sul come i corpi di diverse vittime fossero crivellati da fori di proiettile e da ferite non compatibili con quelle di un attentato terroristico di stampo dinamitardo. Raffiche di proiettili che, secondo le ricostruzioni dei locali, sarebbero partiti dai militari statunitensi e da quelli turchi.
Our report from last night on the awful ISIS attack outside Kabul airport as families still search Kabul's morgues for their loved ones..
Many we spoke to, including eyewitnesses, said significant numbers of those killed were shot dead by US forces in the panic after the blast pic.twitter.com/ac5nUVeJ4x
— Secunder Kermani (@SecKermani) August 28, 2021
Queste dichiarazioni troverebbero riscontro in altre fonti giornalistiche, ma una simile posizione è fermamente negata dagli USA, i quali hanno attribuito la responsabilità ad alcuni agenti Daesh nascosti nella folla. La vicenda è ora al centro di indagini.
Se è concretamente difficile decifrare gli avvenimenti del 26 agosto, certo è che gli Stati Uniti si stiano dimostrando lucidamente cruenti nell’assicurarsi che non si ripetano ulteriori attentati. Un drone a stelle e strisce non ha mancato infatti di neutralizzare un potenziale pericolo facendo detonare dalla distanza una camionetta ricolma di esplosivi, una manovra strategica che è però costata la vita a nove civili, almeno tre delle quali sarebbero bambini.
Distruggere una minaccia prima che possa trovarsi nella situazione di causare danni ingenti è una pratica militarmente logica, ma politicamente disastrosa. Gli afghani che si sentono già traditi dall’Occidente vedono ora i propri bambini martoriati sotto i loro occhi nel pieno della metropoli più importante del Paese. La cosa rischia di fomentare paura e rancore nei confronti di una forza estera che sta cercando di evitarsi nuove dimostrazioni di debolezza abbandonandosi alla violenza. Una violenza che peraltro non è stata concordata a priori coi talebani, i quali vedono la loro immagine istituzionale messa a repentaglio dalle scelte unilaterali assunte con atteggiamento vendicativo dalla Casa Bianca.
Al posto di rappresentare un baluardo di arguzia diplomatica, quanto sta accadendo all’aeroporto di Kabul sta assumendo una dimensione scoordinata e frenetica, una dimensione in cui le parti coinvolte tendono a muoversi autonomamente ed egoisticamente, che si tratti della difesa materiale del presidio o della gestione delle migliaia di rifugiati.
[di Walter Ferri]









