lunedì 16 Febbraio 2026
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In tutta Italia continuano le manifestazioni contro il Green Pass

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Anche in questo fine settimana in tutta Italia, da Nord a Sud, i cittadini sono scesi in piazza per protestare contro il Green Pass, il lasciapassare sanitario necessario per svolgere diversi tipi di attività. I media mainstream, però, si sono ancora una volta resi protagonisti di un’informazione parziale ed incompleta, soffermandosi quasi esclusivamente sui singoli episodi violenti verificatisi in alcune delle manifestazioni e lasciando poco spazio alle restanti proteste svoltesi in maniera pacifica, le quali sono così state sostanzialmente screditate.

In tal senso, grande risalto è stato dato alle manifestazioni che hanno avuto luogo a Roma, dove domenica un videogiornalista del quotidiano la Repubblica è stato aggredito e minacciato di morte. Il tutto dopo che nella giornata di sabato, sempre durante una protesta contro il pass sanitario nelle strade della capitale, una giornalista di Rai News 24 era stata aggredita. Vicende che, seppur ovviamente meritevoli di essere menzionate, sono state trattate dai media in un modo non proprio impeccabile: da un articolo di Sky TG24, ad esempio, emerge (in maniera neanche troppo indiretta) che le persone contrarie al Green Pass siano tendenzialmente violente.

Inoltre al suo interno, oltre ai due episodi appena citati, viene descritto anche l’inseguimento attuato a Genova da un uomo contrario ai vaccini nei confronti dell’infettivologo Matteo Bassetti. E mettendo dunque in correlazione tale vicenda con gli atti violenti verificatisi durante alcune proteste, dall’articolo emerge anche che tutte le persone contrarie al certificato verde siano “no vax”. Ciò tuttavia non corrisponde al vero, in quanto seppur una parte dei “no green pass” possa essere contro i vaccini, questo non significa che tutti coloro che si oppongono a tale strumento lo siano. Si tratta infatti di cittadini, di differente estrazione sociale e fede politica, che si schierano semplicemente a favore della libertà di scelta.

Detto ciò, come anticipato precedentemente, seppur i media abbiano descritto in maniera approfondita i condannabili atti violenti di alcuni individui, la medesima attenzione non è stata data alle tante altre persone che hanno protestato pacificamente. A tal proposito, sempre Sky TG24 sottolinea come sabato, a Milano, un gazebo del Movimento 5 Stelle sia stato assaltato da «un gruppo di manifestanti No Green Pass radunatisi nel capoluogo lombardo per una protesta». Protesta alla quale non viene di certo riservata la medesima attenzione data a tale episodio, in quanto ad essa viene dedicato solo un piccolo paragrafo anziché il titolo dell’articolo. Eppure, tralasciando la singola vicenda, a Milano migliaia di cittadini hanno espresso il loro dissenso in maniera pacifica, dando vita ad un corteo in cui sono stati scanditi slogan inneggianti alla «libertà».

Sono anche stati criticati in maniera dura i virologi Matteo Bassetti e Roberto Burioni nonché il premier Mario Draghi, ma si è appunto trattato di una legittima e non violenta espressione del dissenso.

Anche a Torino migliaia di persone hanno protestato nella giornata di sabato contro tale strumento: in corteo per le vie del centro storico, i manifestanti anche in questo caso hanno contestato il presidente del Consiglio e si sono schierati, tramite un grande striscione, a favore della libertà di scelta e «contro ogni discriminazione».

C’è poi Modena, dove sabato un gruppo nutrito di persone ha sfilato pacificamente lungo via Emilia Centro al grido di «No Green Pass», e Bologna, dove nella stessa giornata i cittadini si sono rifatti al medesimo slogan. A Bolzano inoltre, come riportato da alcuni quotidiani locali, una «folla oceanica» composta da migliaia di persone si è riversata sui prati del Talvera e «pacificamente ha protestato contro le restrizioni imposte dal Green Pass». Il tutto senza esporre «bandiere né cartelloni offensivi». Infine, volendo citare una città del Sud, si può menzionare Napoli, dove centinaia di cittadini si sono radunati sabato in piazza Dante contro la «dittatura sanitaria» e si sono opposti alla tessera verde. A tutto ciò, però, gran parte dei giornali mainstream non ha dedicato nemmeno una riga.

[di Raffaele De Luca]

Afghanistan, cosa è successo realmente all’aeroporto di Kabul?

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profughi kabul

Dallo scorso 15 agosto, dalla caduta ufficiale del Governo afghano, l’aeroporto di Kabul è divenuto il fulcro della battaglia politica e ideologica tra NATO e talebani, una battaglia in cui si sono velocemente aggiunti elementi terzi più difficilmente sondabili quali Daesh.

Il risultato è un panorama confuso e caotico nel quale, di fatto, i militari dispiegati faticano a distinguere gli avversari dagli alleati e viene fin troppo facile premere i grilletti dei fucili. Nel parlare delle centinaia di morti che si stanno rapidamente accumulando bisogna dunque sottolineare un elemento rilevante: solo una parte è causata dai terroristi, altri sono uccisi dal cosiddetto “fuoco amico”.

Il fatto che le truppe fossero coi nervi a fior di pelle, che fossero predisposti all’errore, era evidente ancor prima che nell’equazione entrassero le manovre di Daesh. Solo una settimana fa, il 23 agosto, un cecchino ha esploso dei colpi sulla folla, scatenando un fenomeno emergenziale che ha risvegliato la pronta reazione delle truppe NATO – nello specifico dei tedeschi e degli statunitensi – e di quei pochi membri della Afghan National Army (ANA) che ancora affiancano i Paesi occidentali. Peccato che nel parapiglia NATO e soldati afghani si sono messi a spararsi reciprocamente.

Ancor più tragica è stata la questione dell’attentato terroristico rivendicata dal cosiddetto ISIS-K: almeno 170 morti e il sospetto che una buona parte di questi non sia stata causata dall’attacco in sé, ma da una reazione scriteriata di chi presidiava l’ingresso dell’aeroporto. Secunder Kermani, corrispondente della BBC, ha raccolto testimonianze sul come i corpi di diverse vittime fossero crivellati da fori di proiettile e da ferite non compatibili con quelle di un attentato terroristico di stampo dinamitardo. Raffiche di proiettili che, secondo le ricostruzioni dei locali, sarebbero partiti dai militari statunitensi e da quelli turchi.

Queste dichiarazioni troverebbero riscontro in altre fonti giornalistiche, ma una simile posizione è fermamente negata dagli USA, i quali hanno attribuito la responsabilità ad alcuni agenti Daesh nascosti nella folla. La vicenda è ora al centro di indagini.

Se è concretamente difficile decifrare gli avvenimenti del 26 agosto, certo è che gli Stati Uniti si stiano dimostrando lucidamente cruenti nell’assicurarsi che non si ripetano ulteriori attentati. Un drone a stelle e strisce non ha mancato infatti di neutralizzare un potenziale pericolo facendo detonare dalla distanza una camionetta ricolma di esplosivi, una manovra strategica che è però costata la vita a nove civili, almeno tre delle quali sarebbero bambini.

Distruggere una minaccia prima che possa trovarsi nella situazione di causare danni ingenti è una pratica militarmente logica, ma politicamente disastrosa. Gli afghani che si sentono già traditi dall’Occidente vedono ora i propri bambini martoriati sotto i loro occhi nel pieno della metropoli più importante del Paese. La cosa rischia di fomentare paura e rancore nei confronti di una forza estera che sta cercando di evitarsi nuove dimostrazioni di debolezza abbandonandosi alla violenza. Una violenza che peraltro non è stata concordata a priori coi talebani, i quali vedono la loro immagine istituzionale messa a repentaglio dalle scelte unilaterali assunte con atteggiamento vendicativo dalla Casa Bianca.

Al posto di rappresentare un baluardo di arguzia diplomatica, quanto sta accadendo all’aeroporto di Kabul sta assumendo una dimensione scoordinata e frenetica, una dimensione in cui le parti coinvolte tendono a muoversi autonomamente ed egoisticamente, che si tratti della difesa materiale del presidio o della gestione delle migliaia di rifugiati.

[di Walter Ferri]

Sul tavolo del ministero del Lavoro ci sono ben 87 crisi aziendali

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87 grandi aziende a rischio, 57 delle quali già chiuse o a forte rischio di chiusura. Non sempre per effettive crisi economiche delle aziende in questione, ma spesso per la scelta da parte dei dirigenti di delocalizzare la produzione in nazioni dove il costo del lavoro è più basso. In tutto, secondo una stima del Sole 24 Ore, sono tra 80mila e 100mila i lavoratori che rischiano di perdere il lavoro. Una situazione che trova una parte di causa anche nella decisioni del governo Draghi, che lo scorso 30 maggio ha deciso di non rinnovare il blocco dei licenziamenti che era stato varato dal Conte II per far fronte alla “crisi pandemica”.

Sul tavolo del ministero del Lavoro ci sono appunto le sorti di centomila famiglie. Non solo legate a maxi-aziende da tempo in crisi come Ita-Alitalia e l’ex Ilva, ma a una miriade di medie e grandi aziende specie del settore metallurgico, molte delle quali – dati alla mano – non si trovano affatto dinnanzi a difficoltà economiche. È ad esempio il caso della Whirlpool, che ha licenziato i 340 dipendenti dello stabilimento di Napoli nonostante i risultati del primo trimestre 2021 siano stati salutati dalla stessa multinazionale statunitense come «un successo». E nonostante i dirigenti del colosso degli elettrodomestici, appena due anni fa, raggiunsero un accordo con il governo italiano, ricevendo anche sovvenzioni statali, per rilanciare lo stabilimento di Napoli con un piano triennale di investimenti.

O come il caso della GKN, multinazionale britannica che si occupa di componenti destinate al settore automobilistico, che l’11 luglio scorso ha licenziato in tronco tutti i 422 dipendenti dello stabilimento di Campi Bisenzio (Firenze) con un avviso via mail nel quale diceva in poche righe di non presentarsi al lavoro il lunedì successivo. Modalità brutali che costituiscono non un caso ma sempre più una prassi. Come avvenuto ai 90 operai dipendenti della sede bolognese di Logista, azienda leader nella distribuzione di tabacco in Italia, i cui dirigenti per avvisare i dipendenti della perdita del posto di lavoro si sono limitati a inviare loro un messaggio WhatsApp, la sera di sabato 31 luglio scorso, con il seguente testo: «Da lunedì 2 agosto lei sarà dispensato dall’attività lavorativa. Cordiali Saluti».

Molte di queste aziende hanno semplicemente in programma di delocalizzare la produzione in altri paesi dove i salari dei lavoratori sono più bassi. Motivo per il quale servirebbe una norma contro le delocalizzazioni, come richiesto dai sindacati e proposto in Parlamento. Tuttavia il governo Draghi pare andare in altra direzione, con lo stesso presidente del Consiglio che ha esplicato la sua linea politica con lo slogan: «proteggere i lavoratori e non i posti di lavoro». Soluzione che per ora si sta avverando solo nella sua seconda parte, ovvero lasciare licenziare i lavoratori, senza che per questi siano state messe in campo nuove protezioni. Lo stesso ministro del Lavoro, il leghista Giancarlo Giorgetti, ha mostrato di essere molto più incline ad assecondare le richieste confindustriali rispetto a quelle delle organizzazioni dei lavoratori, specificando la sua contrarietà a porre paletti realmente incisivi all’interno della bozza di legge conto le delocalizzazioni, come le multe e il divieto a partecipare a bandi pubblici per le aziende che non rispettino la norma.

 

Afghanistan: 5 razzi contro aeroporto Kabul intercettati dagli Usa

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Il sistema anti-missili americano ha intercettato 5 razzi lanciati contro l’aeroporto internazionale Hamid Karzai di Kabul. Lo ha riferito alla Cnn, la nota emittente televisiva statunitense, un funzionario americano, il quale ha sottolineato come al momento non risultino vittime. Inoltre, secondo quest’ultimo i razzi potrebbero essere stati lanciati da Isis-K, l’organizzazione terroristica che ha rivendicato l’attacco effettuato nella giornata di giovedì sempre nei confronti dell’aeroporto della capitale afghana.

Vaccini, i cittadini di San Marino dovranno fare da cavie per ottenere il green pass

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I cittadini sanmarinesi dovranno sottoporsi a una terza vaccinazione anti-Covid utilizzando uno dei sieri autorizzati in Europa dopo aver ricevuto le prime due dosi con il vaccino di produzione russa Sputnik V. Chi tra i cittadini della Repubblica del Titano rifiuterà la procedura non potrà ricevere il Green Pass italiano, necessario a tanti sanmarinesi anche per ragioni di lavoro. A deciderlo è stato il ministro degli Esteri italiano, Luigi Di Maio, imponendo di fatto ai sanmarinesi di fare da cavie per una procedura mai provata prima e che non può essere giudicata sicura in base a nessuno studio scientifico.

Alla maggior parte della popolazione sammarinese è stata somministrata la doppia dose di un vaccino non ancora approvato in Europa: lo Sputnik V (Gam-COVID-Vac); questo, fa sì che i cittadini di San Marino vengano considerati in Italia come fossero soggetti non vaccinati. Per i sammarinesi, c’è dunque tempo fino al 15 ottobre per la somministrazione della terza dose e ottenere in questo modo il passaporto vaccinale.

Eppure, nella Repubblica di San Marino, più del 70 per cento della popolazione ha completato il ciclo vaccinale e la situazione sanitaria nell’enclave è ora molto positiva – e in uno stadio di gran lunga migliore rispetto all’Italia o ad altri Stati occidentali – . Comunque, chi da San Marino deve svolgere delle attività in Italia, necessitando forzatamente di una terza dose, sarà di conseguenza soggetto a una sorta di “primo esperimento”. Non si è a conoscenza, infatti, delle possibili reazioni dopo due dosi di Sputnik V e una terza dose di un altro vaccino. Ecco come i cittadini di San Marino si sono scagliati contro l’imposizione comunicata da Di Maio, sentendosi come delle vere e proprie “cavie“, come denuncia Matteo Ciacci, politico sammarinese, segretario e consigliere di Libera: «Non siamo cavie. Dopo settimane di promesse e mancate risposte, questo epilogo sa davvero di presa in giro».

Sono numerosi i sammarinesi che svolgono attività quotidiane fuori dallo stato; questi dovranno tornare a condurre parte delle loro vite in Italia…per farlo, però, ora il Governo italiano chiede loro di sottoporsi a un’ulteriore dose, anche avendo già completato il ciclo vaccinale, con un vaccino che – nonostante non sia stato, per il momento, approvato dall’Ema – sembra avere ottima efficacia. Al 97,6 per cento secondo quanto riportato sul sito ufficiale, dati da prendere con ovvio beneficio del dubbio ma sostanzialmente confermati anche da ricerche indipendenti che attribuiscono allo Sputnik V una buona capacità di proteggere dagli effetti più gravi della variante Delta, riducendo il rischio di ospedalizzazione dell’81% e aiutando a prevenire gravi lesioni polmonari, come dimostra uno studio pubblicato su medRxiv (archivio online gratuito e server di distribuzione per manoscritti completi – ma non ancora pubblicati – sulle scienze mediche, cliniche e correlate).

Il processo di approvazione del vaccino russo Sputnik V va però a rilento in Europa; a marzo 2021, L’Ema ha avviato la revisione continua (uno strumento normativo che l’Agenzia utilizza per accelerare la valutazioni di un farmaco durante un’emergenza sanitaria) del vaccino Sputnik V. L’approvazione definitiva era prevista per il mese di giugno, ma è poi stata spostata a data da destinarsi. La causa viene esplicitata da alcune testimonianze raccolte in un articolo pubblicato su Reuters e sembrerebbe essere il mancato invio, da parte degli sviluppatori del vaccino russo (ovvero il Centro nazionale di epidemiologia e microbiologia Gamaleya) di alcuni dati fondamentali per potere approvare il farmaco. I dati richiesti dall’Ema sono relativi alle sperimentazioni cliniche e sarebbero dovuti arrivare entro e non oltre il 10 giugno 2021.

Oltre alle ragioni tecniche e burocratiche rimane però ben presente sullo sfondo il dubbio che vi siano ragioni politiche. Accuse rilanciate a più riprese anche dal governo di Mosca, il quale ha accusato l’Ema di boicottare il vaccino russo per ragioni geopolitiche, nonostante molteplici ricerche e i dati provenienti dai paesi utilizzatori mostrino requisiti di efficacia ottimi.

[di Francesca Naima]

Perché quello dell’odio su internet è un falso problema

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Quando si parla dell’aggressività che impregna il web, dei cosiddetti “troll” che ammorbano la Rete con provocazioni moleste, spesso si giunge a una conclusione apparentemente ovvia: lo schermo di PC e smartphone funge da filtro che distorce le dinamiche relazionali tra persone. Secondo questa teoria, l’essere umano non si sarebbe ancora abituato a valutare i rapporti digitali al pari delle interazioni faccia-a-faccia, con il risultato che l’anonimato internettiano finirebbe con lo spingere gli utenti a oggettificarsi reciprocamente.
Due ricercatori danesi dell’Università di Aarhus, Alexander ...

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Danimarca: stop al Green Pass e a tutte le restrizioni dal 10 settembre

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In Danimarca, tutte le restrizioni Covid-19 saranno rimosse a partire dal 10 settembre. Già da sabato 14 agosto, era stato ufficialmente tolto l’obbligo di utilizzare la mascherina nei trasporti pubblici, unici luoghi in cui l’utilizzo della mascherina chirurgica era ancora obbligatorio. Con la scelta del Governo di non estendere i provvedimenti presi visto lo stato di emergenza sanitaria oltre il 10 settembre, vengono meno le basi legali per le restrizioni adottate fino a questo momento. Rimangono invece in vigore le restrizioni relative ai viaggi in Danimarca, almeno fino al mese di ottobre.

La decisione presa in Danimarca è stata possibile perché, come ha specificato il ministero della salute Magnus Heunicke, il Covid «Non è più una minaccia critica per la società» pur sottolineando che «la pandemia non è giunta al termine e che dunque, se la situazione dovesse peggiorare ancora trasformandosi nuovamente in una vera minaccia per la società, allora il Governo agirà rapidamente per contrastare, ancora una volta, il diffondersi del virus». Il fatto che il Covid sia ora sotto controllo, specifica il ministro, è merito dei «Livelli di vaccinazione record». Questa la lettura ufficiale, anche se seguendo di dati ufficiali raccolti, si nota che la reale differenza di nuovi casi, anche dopo l’acclamato successo della campagna vaccinale, non è effettivamente così ampia: i decessi rimangono stabili e molto bassi da marzo 2021, momento in cui i vaccinati con doppia dose erano appena il 3 per cento. Mentre i casi di contagio sono anzi aumentati, attestandosi a livelli doppi rispetto all’inizio della campagna vaccinale e di dieci volte superiori rispetto alla fine di agosto 2020. Ad essersi invece più che dimezzato è il tasso di ricoveri in terapia intensiva. Di seguito alcune statistiche, considerando che il 6 aprile 2021 la Danimarca fu la prima nazione europea a introdurre il pass sanitario.

 

Secondo i dati raccolti da Our World Data – sito di pubblicazione scientifica che monitora e presenta dati aggiornati sulle condizioni del mondo – la Danimarca è il terzo paese con più vaccinati in Europa. Infatti, chi ha ricevuto la doppia dose del vaccino nel Paese corrisponde al 71 per cento della popolazione. A salire, c’è il Portogallo con il 73 per cento di cittadini vaccinati e, in cima alla lista si trova Malta, che è all’80 per cento di persone vaccinate. Visto il buon punto in cui si trova la Danimarca, è dunque ufficiale la data scelta Governo per fare cadere l’ordine esecutivo approvato a marzo 2020, che classificava il Covid-19 come «Malattia socialmente critica».

[di Francesca Naima]

L’Italia sostiene Cuba: aiuti economici per un valore di 1,5 milioni di euro

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L’Italia ha mostrato il proprio sostegno e la propria solidarietà per l’isola di Cuba, nella difficile lotta contro il Covid. Il Bel Paese ha infatti risposto all’appello di Miguel Díaz Canel – presidente cubano – vista la situazione molto difficile in cui Cuba è immersa, tra l’emergenza sanitaria, la diffusione repentina della variante Delta e l’inasprimento del blocco economico degli Usa contro l’isola. Da Milano Malpensa è quindi partito un volo con diversi aiuti da parte dell’Italia: farmaci, attrezzature, forniture mediche… una donazione che ha un valore di circa 1,5 milioni di euro.

La pagina, la caverna, il corpo

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Non sono più tempi di scrittura a mano libera. Utilizziamo stili di programmi grafici e di editing già predisposti, ci siamo quasi disabilitati a tracciare segni con penna o matita, a incidere su fogli le nostre tracce. Ho letto che i francobolli stanno per uscire di scena, il senso epistolare in effetti svanisce. Non si riempiono più pagine ma si rincorrono concitate mail, SMS, WhatsApp.

Nessuno è più riconoscibile attraverso il proprio stile scrittorio, le singole lettere vengono digitate disgiuntamente, non si forma più un legame tra di loro. Roland Barthes aveva scritto quasi sessant’anni fa “Il grado zero della scrittura” dove parlava di una dimensione aurorale dello scrivere, del bloccare la voce, i disegni della mente e del cuore, affermava che scrivere a mano è come riempire un vuoto, vincere una attesa.

In effetti la scrittura è un atto magico, è un imprimere nuvole nel cielo, onde nel mare, screziature nel deserto, rughe sui volti, decori sulle stoffe.

Scrivere è memoria, è lasciare il segno. Forse esiste una parentela tra i graffiti sulle rocce e nelle caverne preistoriche e i writers delle metropoli, tra la religione primitiva e l’attuale ansia di mostrare. Per esserci nel mondo, bisogna farsi sentire, farsi leggere, farsi vedere. Di recente un negoziante di Torino ha trovato al mattino la saracinesca del suo negozio trasformata in una stupenda prospettiva iperrealista.

In Francia (Anduze, La bambouseraie) ho incontrato la porta di ingresso a un giardino zen di bambou che richiamava il segno giapponese per “Hana”, ‘fiore’. Ancora Roland Barthes, nel suo studio ‘L’impero dei segni’, 1970, annotava che la scrittura giapponese è vuota e insieme tridimensionale. Appunto. Una scrittura che segna, quasi con un gesto, l’apertura al senso. Nella scrittura è davvero contenuto un movimento, un ponte verso qualcuno, l’impalcatura di un sentimento o di una idea.

Scrivere è sempre scriversi e scriverti, a un io e a un tu che poco conosciamo. Tutti aspetti che meriterebbero una speciale educazione. Un tempo la scuola imponeva la calligrafia, un ordine regolato, ma anche il disordine va benissimo, se riesce a evidenziare. Come nei tatuaggi, dove parzialmente io divento superficie espressiva, il mio corpo è la tavola scrittoria, la tela della mia identità. Nel mondo antico ‘stilo’, da cui ‘stile’, era il coltellino che serviva a incidere sulla tavoletta di cera le parole, a fissare un senso. E destinarlo a qualcuno, noto o ignoto, e a uno sguardo futuro.

[di Gian Paolo Caprettini – semiologo, critico televisivo, accademico]

Afghanistan: raid Usa, morto un membro dell’Isis-K

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Afghanistan: raid degli Stati Uniti nella provincia di Nangahr. Ad autorizzare il raid è stato Joe Biden, mentre il capo del Pentagono Lloyd Austin ha poi impartito l’ordine. È così stato ucciso un membro dell’Isis-K, una delle menti dell’organizzazione terroristica che ha attaccato l’aeroporto di Kabul (come sostiene il Pentagono). Il raid, eseguito tramite drone, non avrebbe lasciato alcuna vittima civile, come specifica in una nota Bill Urban, portavoce del Central Command.