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venerdì 17 Settembre 2021

In Sudamerica una setta cristiana sta devastando le foreste indigene

Da quando si sono insediati, hanno dato alle fiamme almeno 135 ettari di terreno, costruito strade e inquinato le acque. Sono queste le accuse mosse da autorità ambientali e gruppi indigeni colombiani nei confronti di una delle tante comunità mennonite che sempre più spesso acquistano terreni in tutto il Sud America. I mennoniti, membri di una setta conservatrice anabattista, rifiutano ogni innovazione tecnologica, eccetto quelle in campo agricolo. Infatti, è proprio sull’agricoltura che basano la loro sussistenza. Tuttavia, non stiamo parlando di pratiche agricole tradizionali su piccola scala, quello che, d’altronde, ci si aspetterebbe da una comunità. L’agricoltura mennonita, invece, è alla stregua di quella intensiva: perlopiù disboscano dando origine a monocolture di soia, riso e mais.

Le comunità indigene locali, d’altro canto, vivono di caccia e pesca, pratiche entrambe minacciate dalla noncuranza ambientale dei mennoniti. Bruciare la terra per piantare un solo tipo di coltura, significa semplificare l’ecosistema al punto da compromettere la sua capacità di sostenere la biodiversità e di fornire servizi utili all’uomo. Come nel caso delle foreste a galleria, che crescono vicino a fiumi e torrenti e proteggono l’ecosistema nei periodi di siccità, della regione dell’Orinoquía, nella Colombia orientale. «Queste foreste – ha spiegato a Mongabay la biologa colombiana Tania González – forniscono acqua dolce e generano sostanze nutritive per la fauna e la flora che abitano la regione». Queste foreste, ora compromesse dall’agricoltura mennonita, quindi, supportano le risorse di cui gli indigeni del luogo vivono da sempre.

Ma, quello colombiano, è un caso isolato? Affatto. Scontri culturali ed ecologici simili sono stati registrati anche in Perù, Bolivia e Messico. E le due fazioni sono sempre le stesse: mennoniti da un lato e indigeni dall’altro. Anzi, in Messico, l’impatto ambientale dell’agricoltura mennonita è ancor di più evidente. È proprio qui che i discendenti di immigrati tedeschi e olandesi diedero origine alle prime comunità. Ad oggi, nelle colonie di tutto il Messico, vivono almeno 100 mila mennoniti. «E la storia è sempre la stessa. In vaste aree dello Yucatán, un tempo forestali, tutte le piante native sono scomparse, gli animali non ci sono più e si è diffusa una nuova specie: la soia transgenica». Ha denunciato a National Geographic Everardo Chablék, un apicoltore maya la cui stirpe è in conflitto con i mennoniti dagli anni ’80. E in particolare dal 2007. Anno in cui il governo messicano, col tentativo di ridurre il proprio deficit commerciale, ha iniziato ad incoraggiare la produzione di soia. Poco dopo, riguardo a quella geneticamente modificata, ne è stata consentita la vendita da parte della multinazionale Monsanto. E i mennoniti, potendo permettersi terreni e macchinari necessari per la coltivazione della soia GM, non mancarono l’occasione.

Come se non bastasse, oltre al disboscamento di foreste da sempre reclamate dagli indigeni, in Messico la situazione appare ancor più grave. Come è noto, la soia transgenica è stata concepita proprio per resistere al glifosato, il principio attivo di un’erbicida brevettato dalla stessa Monsanto, oggi acquisita dalla tedesca Bayer. Il prodotto che, per l’appunto, elimina ogni organismo vegetale che non sia la soia GM, è ampiamente dibattuto alla luce dei suoi effetti nocivi su salute umana e ambiente. Ma a questo i mennoniti non ci credono e ne abusano. Il risultato? Le colonie di api gestite dai maya, che da secoli producono un miele pregiato, sono in pericolo. Non a caso, la tossicità dei pesticidi sugli impollinatori è nota e le evidenze si accumulano ogni giorno che passa. Per questo, o forse perché esasperati, nel 2012 gli apicoltori indigeni hanno deciso di fare causa al governo. E quattro anni fa la buona notizia: la corte suprema messicana ha vietato la soia transgenica. Tuttavia, non è cambiato molto. I conservatori e tradizionalisti mennoniti, come se nulla fosse, ammettono di coltivare ancora soia GM e di trattarla col glifosato.

[di Simone Valeri]

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