venerdì 13 Febbraio 2026
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Green Pass e picco di vaccinazioni: Draghi ha sparato una raffica di fake news

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Il presidente del Consiglio Mario Draghi ha riferito al Parlamento i risultati a suo dire ottenuti dall’introduzione del green pass obbligatorio. Una serie di “grandi successi” con mirabolanti picchi della campagna vaccinale a segnare a suo dire l’evidente successo del green pass. Peccato che buona parte delle sue enunciazioni non reggano alla prova dei fatti ed alcune siano catalogabili come vere e proprie fake news. Il premier ha affermato che in seguito al decreto sull’obbligatorietà del lasciapassare verde nei luoghi di lavoro «le prime dosi di vaccino sono cresciute del 46% rispetto al trend atteso tra il 16 settembre e il 13 ottobre e ci sono state 559.954 prime dosi di più rispetto al previsto» ed ha aggiunto che «il numero dei decessi è caduto del 94%, mentre sono calati del 95% i ricoveri in terapia intensiva e del 92% le ospedalizzazioni». Ma vediamo come stanno realmente le cose.

Il dato sull’incremento delle somministrazioni vaccinali esposto da Draghi non è chiaro da quali calcoli provenga. Basta osservare il grafico dell’andamento delle vaccinazioni in Italia per verificare che nessun picco vi è stato. Secondo i dati, a settembre in Italia venivano somministrate mediamente 70 mila prime dosi al giorno. All’inizio di ottobre, poi, la media giornaliera era diminuita (sotto i 60 mila) per poi risalire leggermente con l’avvicinarsi del 15 ottobre, data dell’entrata in vigore dell’obbligo di Green Pass per i lavoratori. Nella settimana dall’11 al 17 ottobre complessivamente sono state fatte 432 mila prime dosi (media di 61,7 mila al giorno), poche più rispetto ai quindici giorni precedenti, ma molte meno rispetto alla media di ottobre. Le «559.954 prime dosi di più rispetto al previsto» affermate da Draghi semplicemente non esistono.

E il miracoloso crollo di ospedalizzazioni e decessi? Il 16 settembre la media settimanale era di 57 morti al giorno, mentre il 21 ottobre essa è divenuta di 38 morti al giorno: in pratica, la diminuzione del numero dei decessi è un po’ meno del 50%. Anche per il calo dei ricoveri in terapia intensiva c’è stata una netta sovrastima: il 16 settembre c’erano 531 persone ricoverate in terapia intensiva e la media settimanale dei nuovi ingressi era di 34 al giorno, mentre ora ce ne sono 356 e la media dei nuovi ingressi è di 21 al giorno. Infine, per quanto concerne le ospedalizzazioni, il 16 settembre nei reparti italiani i malati di Covid ricoverati erano poco più di 4 mila e sono divenuti poco meno di 2.500 ad oggi. Dunque nessuna riduzione «del 92%». Da notare come, tra l’altro, la curva discendente di positivi, ricoveri e decessi fosse già in atto prima del 15 ottobre. Draghi ha probabilmente basato le sue dichiarazioni sulle stime dell’Istituto superiore di sanità (Iss), le quali però fanno riferimento al periodo dal 4 aprile al 3 ottobre 2021 e quindi nulla hanno a che vedere con l’introduzione del passaporto sanitario.

Non stupirà verificare che i media mainstream si sono limitati a riportare le dichiarazioni del Presidente del Consiglio senza alcuna verifica. Anzi, i maggiori media ancora una volta hanno assunto la funzione di meri megafoni istituzionali, riferendo in maniera acritica le stime sui vaccinati. Non solo, nei giorni scorsi il grosso dei giornali ha riportato a gran voce la notizia del record di green pass scaricati, ovvero oltre un milione in un giorno. Si tratta però, dato l’obbligo in vigore per i lavoratori, di un’ovvietà, e non di una notizia inaspettata o che in qualche modo dimostri la vittoria del governo in tal senso. Non solo, la maggior parte (914mila) di essi sono stati scaricati grazie al tampone e non alle vaccinazioni. Venendo ad esse, però, sarebbe anche interessante capire quanti dei certificati sono stati scaricati da persone appena vaccinate: i dati lasciano intendere che gran parte dei download siano stati effettuati da persone già vaccinate da tempo che fino al 15 ottobre semplicemente non ne avevano avvertito la necessità. I media, tuttavia, non hanno sottolineato in alcun modo tale ipotesi, facendo indirettamente arrivare il messaggio che i green pass siano stati scaricati esclusivamente dai neo vaccinati.

[di Raffaele De Luca]

I social censurano il nudo d’autore? L’arte erotica di Vienna sbarca su OnlyFans

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Egon Schiele

Cos’hanno in comune la piattaforma OnlyFans, conosciuta soprattutto per i contenuti porno, e i dipinti di nudo del pittore espressionista Egon Schiele? Niente, almeno fino a qualche giorno fa, quando l’ente turistico di Vienna ha aperto un profilo sul social fino ad ora popolato da pornostar e stripper e adesso promotore di arte e cultura. La decisione rimarca una protesta che va avanti da mesi nei confronti dei limiti alla nudità imposti sui social network più diffusi: promuovere online gallerie e i musei che mostrano opere con soggetti senza veli è ormai diventato molto difficile.

Come ha raccontato al Guardian la portavoce dell’ente Helena Hartlauer, “L’obiettivo del profilo non è solo la promozione dei musei viennesi, ma anche sensibilizzare su come i meccanismi di censura dei contenuti espliciti dei social network possano avere effetti paradossali quando si applicano a certi quadri e sculture”. Divieti e limitazioni che Vienna conosce bene, dal momento che molte delle opere più apprezzate ospitate dalla città appartengono proprio a Egon Schiele, pittore di nudi.

Tradotto, significa che basta accedere ad OnlyFans, l’unico social network che consente rappresentazioni di nudità, abbonarti per 3 dollari (per i primi 31 giorni) e poi 4,99 al mese. “Ti piace vedere Vienna messa a nudo?”, è il titolo dell’annuncio, che oltre a contenere quelle di Schiele conserva al suo interno una serie di opere che seguono lo stesso fil rouge. In più, chi si abbona, può avere un duplice vantaggio: la possibilità di vincere una tessera per accedere ai musei della città o un biglietto per ammirare per davvero, dal vivo, le opere in questione.

L’opera Embrace (Lovers II) dipinta da Egon Schiele nel 1917

OnlyFans, soprattutto durante il periodo pandemico, ha avuto una crescita notevole, probabilmente perché non più esclusivamente considerato nell’ottica per cui il social è stato concepito. O almeno, non solo. Molte persone, infatti, la reputano una piattaforma più tollerante e adatta a contenuti meno convenzionali, spazio vitale per artisti, fotografi e creativi di ogni tipo alla continua ricerca di luoghi dove potersi esprimere liberamente. Al contrario, social come Facebook e Instagram, continuano a inasprire limitazioni e regole, impedendo di fatto la pubblicazione di elementi che rimandino a nudità o atteggiamenti sessuali (e anche quelli presenti nelle opere d’arte).

“Certo che potremmo promuoverci in altro modo” ha detto Hartlauer. “Ma queste opere d’arte sono cruciali e importanti per Vienna. Quando pensi all’autoritratto di Schiele del 1910, è una delle opere d’arte più iconiche. Non utilizzarle su uno strumento di comunicazione forte come i social media, è ingiusto e frustrante. Ecco perché abbiamo pensato a OnlyFans: finalmente un modo per mostrare queste cose”.

E Schiele è solo uno degli esempi. A luglio il museo Albertina di Vienna aveva dovuto aprire un nuovo profilo su TikTok per sostituire il precedente, sospeso e poi bloccato dopo la condivisione di una foto del fotografo giapponese Nobuyoshi Araki, che conteneva un seno di donna.

Opera di Nobuyoshi Araki, autore giapponese le cui creazioni sono state censurate sui social

Non è così assurdo pensare che se il mondo si evolve e ruota in una certa direzione, anche l’arte, la comunicazione, il cinema, il cibo e qualsiasi altro settore ne subiscano le conseguenze e cerchino di mettersi al pari. “Vecchie” istituzioni come quelle museali perderebbero la propria linfa vitale se smettessimo di frequentarle. E se le nostre abitudini ormai sono in parte immerse in realtà virtuali fatte di like e ricondivisioni, perché non seguire questa scia?

E poi, “Chi decide cosa censurare? Instagram censura le immagini e a volte non lo sai nemmeno: è molto poco trasparente. Vogliamo solo chiederci: abbiamo bisogno di queste limitazioni?”. A decidere sono probabilmente gli algoritmi, meccanismi a cui è difficile attribuire una colpa se non pensando a chi li ha “tarati”. Soprattutto se questa persona fonda le proprie consapevolezze su pregiudizi di varia natura, gli stessi contro cui il movimento Free The Nipple, ad esempio, lotta dal 2013. Perché i social censurano solo i capezzoli femminili e non quelli maschili? E da allora non è cambiato molto.

Nel 2018 anche il Leopold Museum aveva provato a promuovere con manifesti in Germania, nel Regno Unito e negli Stati Uniti la collezione di nudi di Schiele, ricevendo grosse critiche. L’ente del turismo in questione, in maniera provocatoria aveva reagito così: coprendo con un banner le parti dei manifesti con seni e genitali. E quel banner recitava così: «SCUSATE, abbiamo più di 100 anni ma siamo troppo audaci ancora oggi».

[di Gloria Ferrari]

Russia: incendio in fabbrica di polvere da sparo provoca 15 vittime

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Un incendio verificatosi all’interno di una fabbrica di polvere da sparo nella città russa di Lesnoy, situata nella regione di Ryazan, ha provocato la morte di 15 persone. Il ministero della Salute della regione, infatti, ha confermato il bilancio dell’incendio: lo riporta il gruppo operativo del governo regionale, citato dall’agenzia di stampa Interfax.

Il governo cileno schiera l’esercito contro la lotta degli indigeni Mapuche

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Giovedì 14 ottobre il Presidente del Cile Sebastiàn Piñera (citato spesso dalle cronache recenti per il suo coinvolgimento nello scandalo dei Pandora Papers) ha ordinato che 4 province del suo Paese siano sottoposte a 15 giorni di stato di emergenza, in seguito agli episodi di violenza verificatisi per mano di membri di movimenti appartenenti alla comunità indigena Mapuche. “Ci sono state gravi alterazioni all’ordine pubblico nelle Province di Bio-Bio, Malleco e Cautin appartenenti alla Regione della Araucania”, ha dichiarato Piñera, riaccendendo i riflettori su un conflitto di lunga data tra il gruppo indigeno mapuche e il governo del Cile.

Un provvedimento che ha consentito al governo di schierare i propri soldati nelle regioni interessate, con l’intento di sostenere la polizia locale e mantenere la pace. “I gruppi armati della zona hanno commesso ripetuti atti di violenza legati al traffico di droga, al terrorismo e alla criminalità organizzata”: sono queste le accuse che il presidente ha rivolto agli indigeni, giustificando il suo intervento. Nei giorni precedenti le organizzazioni mapuche si erano radunate per le vie di Santiago in una marcia di protesta che si è conclusa con un violento scontro con la polizia. Una donna mapuche è morta, almeno 17 persone sono rimaste ferite e altre 10 arrestate.

Non è chiaro quanto di vero ci sia nelle accuse di Piñera, secondo cui i membri dei Mapuche sarebbero coinvolti in traffico di droga e criminalità organizzata. Sebbene siano stati riscontrati dei casi isolati, non esistono prove sufficienti a reputarlo un fenomeno diffuso. Di fatto i gruppi mapuche locali, in risposta, avevano già dichiarato a gennaio scorso di non avere a che fare con i fatti citati. Si tratterebbe, al contrario, di “persone esterne alle comunità che cercavano di introdurre droghe e cattive pratiche”.

Quando parliamo di Mapuche, ci riferiamo ad un gruppo indigeno che rappresenta circa il 12% della popolazione cilena, costituita da quasi 20 milioni di individui: percentuale che lo rende il più grande gruppo indigeno del Cile. La loro è una battaglia nota ormai da anni, e il cui fulcro si snoda in un paio di punti: richiesta di autodeterminazione e ripristino delle loro terre ancestrali, in particolare nel sud del Paese. I leader mapuche, infatti, credono che i territori che in origine gli appartenevano e che ora sono di proprietà di agricoltori e compagnie forestali, dovrebbero essergli riassegnati. Soprattutto perché si tratta di appezzamenti che celano al loro interno grosse quantità minerarie, fra cui l’oro, ad esempio. Motivo che li rende soggetti a continue espropriazioni da parte di imprese in accordo con il governo locale e sversamenti di sostanze nocive come il mercurio, che a contatto con l’acqua diventa pericoloso per la salute umana e non.

La lotta Mapuche è proverbiale e spesso presa come esempio per battaglie simili, portate avanti da altri indigeni della terra. Neppure i colonizzatori spagnoli furono in grado di assoggettarli. Fu solo dopo l’indipendenza del Cile, nei primi anni dell’800, che lo stato cileno stesso prese il controllo su di loro e sulla loro terra. Da allora gli episodi di violenza si sono susseguiti con costanza nel tempo, insieme ad ingiustizie e abusi. Ad esempio nel 2017, otto Mapuche sono stati imprigionati con l’accusa di aver organizzato attacchi nella regione. In seguito, però, si scoprì che le prove a favore della loro colpevolezza erano state “costruite” ad hoc dalla polizia. Per questo motivo nel 1993, durante il Governo di Ricardo Lagos, il Cile approvò una legge che prevedeva dei ricchi risarcimenti a favore dei Mapuche, a cui si aggiungeva la promessa di porre particolare attenzione nella cura e nella conservazione della parte archeologica e culturale della tradizione indigena. Programmi che, inutile dirlo, non sono mai stati rispettati.

“Non scenderemo a compromessi sulle nostre rivendicazioni territoriali e politiche. Anche se questo implica tutto l’odio e tutta la persecuzione che lo stato e il sistema ci stanno dando”, ha detto a EFE Héctor Llaitul, un importante leader mapuche. La lotta continua.

[di Gloria Ferrari]

Sorpresa: più deficit e il Pil sale, ma Draghi prepara il campo al ritorno dell’austerità

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Come ogni fine anno, per il governo è tempo di prospettive e grandi manovre. Il 29 settembre è stata presentata la nota di aggiornamento al DEF (Documento programmatico di economia e finanza), mentre il 20 ottobre il governo ha presentato alle Camere la legge di bilancio per il 2022, che dovrà essere approvata entro dicembre. I due testi sono ovviamente legati. Il primo serve a delineare il quadro macroeconomico entro cui ci si muoverà fino al 2024, mentre la legge di bilancio indica le risorse precise che vengono impiegate sui singoli provvedimenti per l’anno prossimo ed eventualmente per gli anni successivi se su un capitolo di spesa è prevista una proroga.

Abbiamo appreso che la manovra 2021 costa 23 miliardi e contiene tra le varie cose riduzioni fiscali, incentivi per Pmi e Industria 4.0, il rifinanziamento del reddito di cittadinanza (in una forma probabilmente ristretta e ancora da decidere), del superbonus edilizio al 110% e di quelli al 65 e 50% per i condomini. Misure di sostegno anche alle case popolari. Aumentati gli investimenti pubblici. Fa capolino la riforma delle pensioni, ma in merito si discuterà ancora perché la Lega vuole vederci chiaro.

Sebbene sia una manovra generosa, da segnalare il peso deludente della spesa per la sanità, aspetto che L’Indipendente aveva già segnalato in questo articolo. In tre anni vengono stanziati in tutto 6 miliardi (una cifra assolutamente standard per l’Italia degli ultimi tempi), e dai 129 complessivi spesi nel 2021, si passerà a 123 miliardi nel 2023. Dunque si taglia invece che incrementare. Decisamente un controsenso, vista la situazione pandemica e la consapevolezza ormai acquisita che sulla sanità bisogna investire molto di più.

Debito e Pil. Cosa c’è da evidenziare

A balzare all’occhio è sicuramente l’impostazione espansiva anche da parte del governo Draghi. Nonostante, per cause di forza maggiore, il bilancio nel 2021 si attesterà su un deficit del 9,4%, l’esecutivo punta a un deficit alto anche nel 2022, al 5,6%, poi si comincerà a ridurre nel 2023 (3,9%), fino ad arrivare alla neutralità dei parametri europei nel 2024. Il risultato? Forse è sorprendente per chi non è avvezzo a certi concetti macroeconomici. Ma è scritto nero su bianco che ci si aspetta una riduzione del debito pubblico. Passerà dal 155,6% del 2020 al 153,5% nel 2021. Ancora giù nel 2022 al 149%, fino ad arrivare al 147% nel 2023. Crescerà anche il Pil. Stimato al 6% nel 2021 e al 4,7% nel 2022. Quindi a fronte di maggior deficit il debito pubblico può scendere? Proprio così. Si sa infatti che il debito è misurato in rapporto al Pil, e se questo aumenta più del deficit anche grazie alla maggior spesa statale, il disavanzo dello Stato sarà destinato a ridursi. La congiuntura favorevole è data anche dalla conferma che la Bce manterrà largo il suo bilancio, favorendo un minor costo degli interessi sui titoli del debito. L’inflazione sarà più alta rispetto agli ultimi tre anni (2% in media). Ma, badate bene, regola macroeconomica vuole che a maggiore inflazione corrisponda la diminuzione del peso debitorio.

L’altra faccia della medaglia

La spinta purtroppo è destinata a finire. Perché le maglie del Patto di Stabilità non saranno larghe per sempre. Nel Def si fa appunto riferimento all’obiettivo di riportare gradualmente il rapporto Debito-Pil il più possibile vicino al 60%, come vuole Bruxelles. Inoltre non si può rischiare di bruciare i fondi del Pnrr. I prestiti dovranno essere restituiti e se alla fine le stime sul Pil deluderanno, bisogna stare al sicuro sulle disponibilità di cassa. Al Pnrr sono condizionate riforme precise chieste dalla Commissione europea. Una è quella del fisco, che si sta approntando, un’altra è quella delle pensioni. Nella legge di bilancio infatti sono apparsi riferimenti generici alla previdenza. Quota 100 è al tramonto. La spesa per pensioni andrà alleggerita e si pensa all’anticipo pensionistico (Ape) con la sola quota contributiva a 63 anni d’età. Così si risparmia, poi si tratta di anticipi di cassa e per questo, di fatto, il costo è zero. Sul tavolo anche l’allargamento dell’Ape sociale, sempre a costo zero. La coperta, insomma, si allarga ma si prepara a restringersi nuovamente. I dati confermano quanto gli economisti contrari all’austerità propongono da anni: la spesa pubblica è la strada per uscire dalla crisi perpetua, ma le istituzioni europee sono ancora guidate da liberisti e fautori dell’austerità, dei quali Mario Draghi è fiero rappresentante ed esecutore.

[di Giampiero Cinelli]

 

 

 

Biden: Stati Uniti difenderanno Taiwan in caso di attacco della Cina

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Il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, durante un dibattito trasmetto dalla Cnn ha affermato che gli Usa difenderanno Taiwan da un eventuale attacco da parte della Cina. A tal proposito, il presidente ha precisato che «gli Stati Uniti hanno preso un sacro impegno per quel che riguarda la difesa degli alleati della Nato in Canada e in Europa» e che «vale lo stesso per il Giappone, per la Corea del Sud e per Taiwan». È così arrivata la reazione della Cina, che ha risposto a tali affermazioni invitando alla prudenza e chiarendo, però, che su Taiwan «non vi sono margini per compromessi».

Francia: il Parlamento approva la proroga dell’emergenza fino a luglio 2022

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Mentre diversi paesi europei si muovono verso un ritorno alla normalità e alla revoca delle norme speciali, la Francia ancora una volta cammina in senso opposto, mostrando una delle vie più rigide e autoritarie nella gestione della pandemia. L’Assemblea Nazionale, ovvero il parlamento francese, ha approvato il disegno di legge “Vigilanza sanitaria”, che estende lo stato di emergenza sanitaria fino al 31 luglio 2022 e sancisce che fino a tale data potrà rimanere in vigore il passaporto sanitario. Il provvedimento è stato adottato con soli 10 voti di differenza, 135 voti favorevoli e 125 contrari, dopo due giorni di intensi dibattiti caratterizzati anche da accesi scontri tra maggioranza e opposizioni sia di destra (Rassemblement National) che di sinistra radicale (France Insoumise). Il testo approderà al Senato il prossimo 28 ottobre per ottenere l’approvazione definitiva prima di diventare legge.

L’esecutivo ha presentato la proposta di legge come una semplice “cassetta degli attrezzi” che consentirà di prendere le misure giuste per fronteggiare eventuali nuove ondate pandemiche. Lo stato di emergenza prorogato al luglio ’22 finirebbe per attraversare i prossimi appuntamenti democratici del Paese, interessando sia le prossime elezioni legislative che quelle parlamentari. Un motivo in più, racconta la testata France 24, per alimentare le proteste delle opposizioni. Il partito di sinistra radicale France Insoumise, in particolare, denuncia una svolta autoritaria del governo Macron. Dall’inizio dell’emergenza Covid sono state diverse le misure contestate introdotte dal governo: dalla legge di “Sicurezza globale” che introduce il reato penale contro chiunque diffonda immagini in grado di «danneggiare l’integrità fisica e morale» degli agenti di polizia; alla norma sul green pass che a differenza di quanto previsto negli altri paesi europei prevede risvolti penali con il rischio del carcere per chi entra in locali pubblici senza esserne in possesso.

 

Trieste: corteo No Green Pass annullato per timore di infiltrati

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Il Coordinameto 15 Ottobre, guidato da Stefano Puzzer, ha annullato la manifestazione contro il Green Pass prevista per oggi a Trieste, nonché quella prevista per domani. Secondo quanto affermato dagli organizzatori, il rischio è che vi possano essere infiltrazioni violente atte a screditare la protesta. Il Coordinamento conferma, invece, l’incontro con il governo che si terrà nella giornata di domani.

Roma, la polizia carica studenti del liceo: manganellate sui minorenni

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Un gruppo di giovanissimi studenti caricato e preso a manganellate dalla polizia in assetto antisommossa, un diciassettenne ferito, una ragazza che ha denunciato di essere stata palpeggiata da un agente. È quanto accaduto stamane fuori dal liceo artistico Ripetta di Roma, dove gli studenti volevano raggiungere all’interno della scuola un gruppo di loro compagni che da ieri hanno occupato l’edificio scolastico per protestare contro le regole post-pandemiche introdotte nel mondo scolastico, poter riottenere un pieno diritto alla socializzazione e contro le riforme liberiste al mondo scolastico.

I fatti: Sono almeno un cinquantina gli studenti e le studentesse del liceo che arrivano in gruppo davanti al liceo, vogliono entrare nella loro scuola occupata per protesta. Ma davanti ai cancelli è presente la polizia in assetto antisommossa. Gli studenti si mettono davanti agli agenti: mani alzate e cori per chiedere di essere lasciati entrare. Qualche momento di concitazione e gli agenti, senza che vi fosse stato alcun atto di violenza da parte dei ragazzi, partono con una carica. Alcuni ragazzi vengono colpiti e – secondo quanto raccontato dagli studenti – uno rimane ferito al volto a causa di un colpo con lo scudo inferto da un agente.

Sui profilo social del collettivo degli studenti inoltre una ragazza denuncia: «Ero in prima linea quando è iniziata l’agitazione tra le due parti. Ero davanti a questo poliziotto che ha iniziato a toccarmi i fianchi, a stringerli, a salire sul corpo, a dirmi “piccolina non ti fare male, ci penso io”. Ha iniziato a salire con la mano e a mettermela sul seno. Sono riuscita a prendergli la mano e a levarla. Dopo un poliziotto gli ha detto “forse è meglio che te ne vai” e l’hanno portato via».

Il liceo Ripetta è in occupazione da ieri alle 13. Si tratta della terza scuola superiore romana occupata negli ultimi giorni (dopo il Rossellini e l’Albertelli). Questo il comunicato del collettivo “Opposizione Studentesca d’Alternativa” che spiega le ragioni della protesta: “Dopo quasi 2 anni di pandemia e l’ennesimo rientro fallimentare, in cui siamo condannati ad una scuola invivibile, il governo Draghi si prepara a compiere delle importanti riforme della scuola, con il fine di accelerare i processi di aziendalizzazione che hanno reso le nostre scuole una vera e propria gabbia e asservito l’istruzione ai privati, contestualmente al quadro di trasformazione del paese con il PNRR volto a soddisfare le nuove esigenze dei privati. Non possiamo restare con le mani in mano: è il momento di avviare il contrattacco della nostra generazione e degli studenti contro questo modello di scuola invivibile, contrario alle necessità di noi studenti, e contro un governo che è nostro nemico”.

 

Il Messico è il primo Paese del Nord America a vietare i test cosmetici sugli animali

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Il Senato del Messico ha approvato il disegno di legge federale per porre fine alla sperimentazione cosmetica sugli animali (pratica che ogni anno causa la morte di circa 500.000 esseri viventi) facendo del Messico il primo Paese del Nord America, e il quarantunesimo al mondo, in cui non saranno più effettuati test sugli animali per prodotti cosmetici. La nuova legge non si limita al solo perimetro messicano, ma intende vietare la produzione, l’importazione e la commercializzazione di cosmetici testati su animali in altre parti del mondo. Inoltre, arriva dal Senato l’approvazione da due a sette anni di carcere per chiunque possa essere coinvolto in esperimenti sugli animali.

Un passo avanti importante, reso possibile dall’azione di – tra gli altri – Humane Society International/Messico (HSI), l’ONG Te Protejo e dal voto unanime dei senatori. Come specificato nella campagna di Humane Society International, Be Cruelty Free, i test cosmetici sugli animali sono perlopiù esperimenti arcaici (ideati infatti più di mezzo secolo fa) di avvelenamento chimico, mentre esistono metodi moderni efficaci per la sicurezza cosmetica e, allo stesso tempo, salvifici per gli animali. Esistono dunque modi per evitare di acquistare prodotti che non rispettino il mondo animale, ma saperlo non è abbastanza. Sempre seguendo gli ultimi aggiornamenti HSI, i divieti sono un inizio fondamentale, ma è imperativo che quanti più Paesi possibili passino al più presto dalla sperimentazione animale a metodi non animali all’avanguardia. Fortunatamente, dal 2013 in tutti i Paesi dell’Unione Europea è entrato in vigore il divieto assoluto di vendere o importare prodotti e ingredienti cosmetici testati sugli animali (Regolamento Europeo 1223/2009) e a seguire la stessa strada sono stati – progressivamente – anche Brasile, India, e Corea del Sud. E se il Messico è il quarantunesimo Paese al mondo e solo il primo nel Nord America, vuol dire che in alcune parti del mondo si è ancora indietro.

Negli Stati Uniti, solo dal 2019 esiste a legge federale Humane Cosmetics Act legislazione che proibisce i test sugli animali e la vendita di cosmetici testati sugli animali. L’anno successivo, le leggi relative al divieto sono entrate in vigore in California, Illinois e Nevada e a seguire in altri Stati, in tutto sei, di cui l’ultimo è stato il Maine a giugno di quest’anno. Dei traguardi che fanno sperare al raggiungimento, in tutti gli Stati, di tale cambiamento solo che positivo. C’è invece ancora lavoro da fare in Cina, in cui da sempre si richiedono test sugli animali per qualsivoglia prodotto cosmetico. Poi, la Cina ha iniziato a muoversi per cambiare un’usanza tanto obsoleta e crudele, ma storicamente imponente nel Paese. Solo per alcuni prodotti cosiddetti “ordinari”, come shampoo o mascara, i test sugli animali non sono più obbligatori. Nel 2021, un’altra conquista, visto che la Cina ora permette anche l’importazione di cosmetici ordinari senza la necessità di test sugli animali. Rimane comunque il problema dei cosmetici per “usi speciali”, ancora obbligatoriamente da testare sulle cavie in laboratorio.

[di Francesca Naima]