venerdì 13 Febbraio 2026
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Birmania: Onu teme maggiori atrocità dopo dispiegamento truppe a nord del paese

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A causa del massiccio dispiegamento di truppe nel nord della Birmania, l’Organizzazione delle Nazioni Unite (Onu) teme che vi possano essere maggiori atrocità nel paese. Ad affermare ciò è stato infatti il relatore speciale dell’Onu per i diritti umani in Birmania, Tom Andrew, il quale ha precisato che le tattiche usate dalla giunta ricordano quelle utilizzate dalle forze militari contro i Rohingya nel 2016 e nel 2017.

Pensieri stupefacenti, l’avvenire di un’illusione

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Esattamente duecento anni fa, settembre-ottobre 1821, cominciavano a uscire sul “London Magazine” Le confessioni di un mangiatore d’oppio di Thomas De Quincey (ed. it. Rizzoli 1973), raccolte poi in volume, in una prima edizione, nell’anno successivo. Questo testo ha avuto una notevole fortuna e, assieme a L’assassinio come una delle belle arti, e altre opere dello stesso autore, ha costituito materia di ispirazione anche per la cinematografia, in Italia ad esempio, per l’opera di Dario Argento.

Il racconto non è troppo coinvolgente, si dilunga in polemiche intellettuali e in considerazioni autobiografiche di scarso interesse, a parte la cronaca della vita errabonda a cui si sottopone l’autore, già dipendente dall’oppio, con quell’atteggiamento misantropico tipico delle patologie psicologiche indotte dalla sostanza. In ogni caso, le osservazioni politiche sui “diritti di coscienza” e le diseguaglianze sociali hanno un certo peso, compresa la genesi di lui consumatore d’oppio, attribuita a un intollerabile mal di denti reumatico ma, come detonatore, allo stato di miseria. Le parti finali del libro sono invece davvero attraenti. Dall’incontro con lo speziale alla comparazione con gli effetti dell’ebbrezza, dalle sensazioni di grande autostima e di “particolare vivacità” generate dall’oppio (“alta, sopra ogni cosa, sfavilla la gran luce dell’intelligenza, in tutta la propria maestà”); una esaltazione e sublimazione delle facoltà intellettuali accresciute dalla musica e dalla frequentazione dei mercati, col rischio però di sentirsi soffocare dalla folla o precipitare nel torpore che interdice perfino la facoltà di tentare d’agire.

O giusto, sottile, onnipotente oppio che al cuore dei poveri e dei ricchi egualmente apporti il tuo balsamo, o giusto e imparziale oppio che al tribunale dei sogni… coi materiali fantastici del cervello costruisci città e templi che superano l’arte di Fidia” (p.253). L’invocazione riecheggia quella più nota di Faust: “Salve, mia fiala impareggiabile! In te io onoro l’arte, in te l’ingegno degli uomini. Tu sei compendio dei grati succhi del sonno, essenza di tutte le sottili forze della morte. Dimostra al maestro il tuo favore! S’io appena ti vedo, si attenua il mio dolore; s’io appena ti prendo, il mio desiderio si calma, e lenta lenta la marea del mio spirito discende. Io son respinto verso l’alto mare aperto, brilla ai miei piedi lo specchio delle onde, a nuova riva mi chiama un nuovo giorno” (W. Goethe, Faust, parte prima, 1774 circa). Le immagini del mare e della tempesta ricorrono anche in De Quincey, alternandosi con quel crudo realismo dell’autore che con sarcasmo britannico mette in guardia dalle società di assicurazioni che si guardano bene dallo stipulare polizze coi consumatori d’oppio.

Il richiamo è anche alla storia narrata da E.T.A. Hoffmann ne Gli elisir del diavolo (1815) e alla inquietante reliquia di sant’Antonio maneggiata da Medardo, una bottiglia nera, di forma strana che però appare con l’aroma e il gusto di un vino dolce di Sicilia: “Partiti i due stranieri e rimasto solo nella mia cella, avvertii un’innegabile sensazione di benessere, una stimolante gaiezza di spirito… E se questo liquore miracoloso, pensai, riaccendesse la fiamma languente delle tue facoltà intellettuali, la facesse divampare più viva di prima?” (ed. it. Einaudi 1969, p. 428).

Sono però soprattutto le visioni e i sogni con cui si chiudono le Confessioni ad avere un grande interesse estetico e anche, penso, clinico: le processioni di gente che sfila davanti ai suoi occhi, lo sprofondamento in voragini e “abissi senza sole”, il comprimersi o il dilatarsi stupefacente dello spazio e del tempo, sullo sfondo di comparazioni artistiche con la serie di incisioni dei sogni e delle carceri di Giovanni Battista Piranesi o con la pittura visionaria di J.H. Füssli. “Spesso, dopo aver fatto da sveglio, per così dire una prova sullo schermo delle tenebre, mi vedevo dinanzi una folla di dame; a volte una festa, una danza, e udivo una voce che diceva…”. Chi ha letto Doppio sogno di Schnitzler o ha visto Eyes Wide Shut di Kubrick intenderà ancora meglio tutto questo. Lo schermo delle tenebre, immagine preziosa.

“Nemici implacabili”, divinità egizie, animali esotici, carcerazioni oscure, alternate con siepi di candide rose e “cimiteri verdeggianti” accompagnano l’autore nel progressivo abbandono della sostanza sino alla “rigenerazione fisica” che però ancora deve fare i conti con visioni tetre, con lo “spaventoso turgore di una tempesta”.

È in gioco complessivamente il clima romantico dello Sturm und Drang, ‘tempesta e impeto, o passione’, unito alla speciale declinazione poetica del potere psicotropo e degli stati alterati di coscienza indotti da sostanze. Esemplare la produzione del poeta inglese John Keats, con la sua dipendenza dalla belladonna dimostrata nello splendido studio di Giampaolo Sasso, Il segreto di Keats (Pendragon 2006). La Belle Dame sans Merci (la bella signora senza misericordia), titolo di una sua ballata del 1814, non è nient’altro appunto che la belladonna, “ideale rischioso e oscuro” che il poeta segue “nello spazio infinito della mente dove il senso è ancora informe” (p.19). “Pallidi re vidi, e principi e guerrieri,/ tutti eran pallidi di morte: ‘La belle Dame sans merci’, mi dicevano,/ ha ormai in pugno la tua sorte!”. L’uso della belladonna da parte di Keats, farmacista oltre che poeta, costituì probabilmente la risposta a gravi sintomi infiammatori, e va collegato psicologicamente alla condizione della melancolia – celebre tema filosofico e iconografico – che insorge negli spiriti creativi, producendo stati alternati di euforia e depressione: “la fronte imperlata di angoscia e rugiada febbrile” di cui parla la poesia di Keats.

Keats muore, venticinquenne, nel febbraio 1821, a poca distanza dalla stesura delle Confessioni di De Quincey e in qualche modo inaugura una tradizione, nel suo paese, che arriverà sino allo Sherlock Holmes di Arthur Conan Doyle (scrittore e medico): il celebre detective che, nei momenti di inattività, faceva ricorso alla morfina, la cosiddetta “soluzione sette per cento” contenuta “nel flacone che era sulla mensola del camino”, come si racconta ne Il segno dei quattro (1890): “Non posso vivere se non faccio lavorare il cervello…Guardi come la nebbia giallastra turbina nella strada e si sposta lentamente attraverso le case di un bruno grigiastro. Cosa ci può essere di più disperatamente prosaico e materiale? A che serve possedere delle facoltà…quando non si ha modo di esercitarle? Il crimine è una banalità, l’esistenza è una banalità, e sulla faccia della terra le uniche qualità che abbiano una qualunque funzione sono quelle più banali”.

Ecco ricongiungersi l’interesse alla droga e alla natura del delitto, come in De Quincey. Ma qui ormai siamo negli anni di Freud, ai capitoli centrali e determinanti di quella storia scientifica narrata mirabilmente da Oliver Sacks in Allucinazioni (ed. it. Adelphi, 2012): “Dobbiamo avere (o almeno illuderci di avere) la libertà di spingerci oltre noi stessi: non importa se con telescopi, microscopi e tecnologie in continuo sviluppo, oppure grazie a stati mentali che ci permettano di viaggiare in altri mondi e di trascendere la realtà immediatamente circostante… con una percezione più intensa del qui e ora, della bellezza e del valore del mondo in cui viviamo” (p. 94).
L’accenno dello psichiatra Sacks (anche lui coinvolto nell’uso di sostanze) al vaneggiare della mente errante, mediante strumenti della visione, ci porta giustamente alla considerazione che è il cinema l’approdo e insieme l’origine di nuove forme di visioni alternative, di quelle ombre e presenze, di quelle singole menti e di quelle moltitudini che abitano gli schermi. Relazioni fra cinema e ipnosi, fra visione e magia, similitudini fra mente e camera oscura che danno vita a una nuova storia del pensare e dell’osservare.

Tutto questo insomma ha preparato il cinema: l’incantesimo di un movimento che restituisce la realtà trasfigurata oppure che rappresenta i sogni rendendoceli veri . Il cinema che nasce con la psicanalisi, come l’avvenire di un’illusione.

[di Gian Paolo Caprettini – semiologo, critico televisivo, accademico]

Siria, drone USA uccide un leader di al-Qaeda

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Un drone militare statunitense ha ucciso un importante leader di al-Qaeda, Abdul Hamid al-Matar, secondo quanto riportato dal portavoce del Comando Centrale USA. L’uccisione è avvenuta nell’ambito di un raid sulla città di Suluk, vicina al confine turco. “Al-Qaeda rappresenta ancora una minaccia per l’America e i suoi alleati”, afferma il maggiore Rigsbee, “e usa la Siria come luogo sicuro” per ricostruirsi e programmare futuri attacchi. L’offensiva è stata realizzata due giorni dopo un attacco a un avamposto statunitense nel sud della Siria, ma il maggiore afferma che le due vicende non siano correlate. Al momento non sono state registrate vittime tra i civili.

Riavvistata una lince sulle Alpi Sudorientali: un successo per il ripopolamento

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È stata avvistata una mamma lince con i suoi cuccioli nati in natura tra i boschi della Slovenia. Una splendida notizia che riguarda un animale a rischio per via della caccia, della perdita di habitat e della mancanza di prede. Queste dinamiche, infatti, avevano già causato la quasi estinzione della lince dinarica e di quella delle Alpi Sudorientali, nel secolo scorso tanto che, nel 1973, venne fatto un primo tentativo di ripopolamento. Questo ebbe successo ma, purtroppo, dopo alcuni decenni, i felini hanno iniziato a diminuire arrivando nuovamente sull’orlo dell’estinzione. Oggi, grazie al progetto LIFE Lynx – promosso da WWF e finanziato dall’Unione europea – è avvenuto il primo avvistamento sulle Alpi slovene, nella zona di Jelovica, di una femmina di lince – messa in libertà nella speranza che procreasse per la salvezza della specie – con tre cuccioli, da parte di due escursionisti. Un evento importantissimo, poiché è stato accertato che non si tratta di una riproduzione in cattività bensì di una riproduzione in natura.

Da anni LIFE Lynx, con l’obiettivo di salvare le due specie di linci, tenta di mettere in pratica tutte le misure necessarie per incrementare la popolazione di felini esistente nelle foreste slovene, puntando anche a migliorare le connessioni con altri gruppi sparsi sul territorio. Ed ecco finalmente un segnale che fa sperare nel ripopolamento di questo predatore. Non si esclude che anche altre due linci femmine liberate nella zona siano gravide o abbiano già partorito, anche se non è facile riuscire a individuarle e osservarle in libertà. La ragione risiede nell’istinto di sopravvivenza che nasce nelle “mamme linci”, le quali tendono a spostarsi e a cambiare ambiente spesso per proteggere i cuccioli.

[di Eugenia Greco]

Lussemburgo, il governo annuncia che verrà legalizzata autoproduzione cannabis

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Il governo del Lussemburgo annuncia di voler rendere legale l’autoproduzione di cannabis ad uso personale, autorizzando la coltivazione fino a quattro piantine per abitazione. Si tratterebbe del primo Paese europeo ad adottare tale misura: Portogallo e Paesi Bassi hanno infatti decriminalizzato, ma non legalizzato la cannabis. Anche le multe contro il trasporto di quantità inferiori ai 3 grammi saranno notevolmente ridotte, passando da 250-2500 euro a 25-500. La decisione rientra in un più ampio piano del governo per combattere i crimini legati alla droga, dopo che il proibizionismo si è dimostrata un’arma inefficace per contrastare il mercato illegale.

L’INPS ha deciso di togliere l’assegno di invalidità a migliaia di cittadini

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Sui tavoli dell’Inps c’è una comunicazione passata quasi sotto silenzio che rischia di rivelarsi una bomba sociale. Con il Messaggio numero 3495 del 14 ottobre 2021 l’Istituto dice che, a decorrere dalla data del messaggio, recependo l’orientamento di diverse pronunce della Cassazione, l’assegno di invalidità può essere erogato solo a chi non lavora. Anche se si tratta di una occupazione precaria, anche se porta a casa meno di 5.000 euro l’anno (che era l’attuale limite).

Il testo fa riferimento all’assegno di cui all’articolo 13 della legge 118 del 30 marzo 1971, quello per ridotta capacità lavorativa o inabilità al lavoro. Nello specifico, non potranno più usufruire della pensione, i possessori di invalidità civile dal 74% fino al 99%, tra i 18 e i 67 anni d’età. Resta il beneficio per gli invalidi al 100%, purché non superino la soglia reddituale annua dei 16.982,49 euro.

Secondo la giurisprudenza, spiega l’Inps nel messaggio: “il mancato svolgimento dell’attività lavorativa integra non già una mera condizione di erogabilità della prestazione ma, al pari del requisito sanitario, un elemento costitutivo del diritto alla prestazione assistenziale, la mancanza del quale è deducibile o rilevabile d’ufficio in qualsiasi stato e grado del giudizio“. Si conclude: “Alla luce di tale consolidato orientamento, a fare data dalla pubblicazione del presente messaggio, l’assegno mensile di assistenza di cui all’articolo 13 della legge n. 118/1971, sarà pertanto liquidato, fermi restando tutti i requisiti previsti dalla legge, solo nel caso in cui risulti l’inattività lavorativa del soggetto beneficiario”. Il documento è a firma del direttore generale Gabriella Di Michele.

Dunque non verranno più considerati i limiti di reddito annuo entro i quali un invalido ha comunque diritto alla pensione anche se lavora. Attualmente 4.931,29 euro per gli invalidi parziali e 16.982,49 euro per gli invalidi totali (nel calcolo rientrano pure redditi derivanti da attività non lavorative, tollerati se non superano queste soglie). Secondo l’ente guidato da Pasquale Tridico, basta qualsiasi reddito, anche il più modesto che attesti la capacità di lavorare, per la decadenza del beneficio. Si tratta comunque, al momento, di un messaggio. Ovvero un tipo di comunicazione che non ha lo stesso valore di una circolare. I dipendenti Inps stanno aspettando la circolare per capire dettagliatamente come comportarsi. A ricevere aggiornamenti saranno anche uffici come i Caf e i Patronati, ora spaesati. L’attività o inattività verrà attestata consultando le liste di collocamento e altri archivi, come pure le auto-dichiarazioni sostitutive. Facilmente presumibile che alla luce di questa riforma vadano effettuate parecchie revisioni sui soggetti beneficiari, al fine di accertare il grado di invalidità attuale. Quindi non stupirebbe se passasse maggior tempo rispetto a quello indicato. Un messaggio esprime più una posizione in merito a qualcosa, piuttosto che una prescrizione esaustiva ed effettiva, che ci sarà non appena verrà emanata la circolare. Tuttavia l’ente pubblico non avrà certo la strada spianata. Si parla di proteste e ricorsi. Diverse associazioni per la disabilità hanno iniziato a protestare, ed il ministro per la Disabilità, Erika Stefani, le ha appoggiate affermando di essersi già attivata presso l’Inps per ottenere un ritiro del provvedimento.

Perché è una decisione sbagliata

Porre che il soggetto invalido non necessiti di una pensione siccome è in grado di lavorare, è un’idea ingenua. Bisogna considerare come, in qualche misura, tale individuo parta, e si trovi, ugualmente in una condizione svantaggiata. Data dal fatto che, al netto dell’attività svolta, diverse potenziali attività lavorative sarebbero a lui precluse, qualora ne avesse bisogno. Poi, va tenuto conto che le effettive condizioni di svantaggio, potrebbero aver condizionato la sua carriera lavorativa. Plausibile, che egli non abbia avuto modo e tempo per acquisire la migliore formazione possibile, tale da aspirare alle posizioni più gratificanti. Tempo e possibilità, ovviamente impiegate in cure mediche e terapie. Per le quali spesso spende cifre rilevanti. Che a tutto ciò consegua un reddito basso, è una supposizione ragionevole. Infine, non va sottovalutata l’istigazione al lavoro nero o a non lavorare, che la norma recherebbe. Per questi motivi, un attacco così palese ai diritti dei più fragili pare un’assurdità.

[di Giampiero Cinelli]

Moldavia, stato d’emergenza per aumento prezzi gas

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La Moldavia ha dichiarato lo stato di emergenza fino al 20 novembre a causa della carenza di gas dovuta all’aumento dei prezzi in tutto il mondo. Il Paese riceve le forniture dalla Russia attraverso l’Ucraina e la Transnistria, regione moldava separatista filorussa. La crisi deriva dall’aumento del prezzo delle forniture Gazprom, da 550 a 790 dollari per mille metri cubi, cifra “non realistica” per il Paese più povero d’Europa secondo il vice primo ministro Spinu. La Moldavia, a lungo divisa tra lo stringere legami più stretti con l’UE o mantenere quelli con la Russia, cercherà ora approvvigionamenti di gas a prezzi inferiori dai Paesi europei.

Cannabis in Italia: le leggi proibizioniste ignorano la volontà popolare

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Al contrario di quanto comunemente si ritiene, fino ai primi decenni del ‘900 la cannabis in Italia non era demonizzata. La famosa pianta poteva infatti essere liberamente coltivata, almeno fino a quando il fascismo non decise di dichiarargli guerra: da allora si sono susseguite diverse leggi, alcune più restrittive altre meno, ma comunque tutte basate su un approccio proibizionista. Nel frattempo, però, negli ultimi decenni tantissimi italiani si sono detti contrari alla criminalizzazione della cannabis ma la loro voce è rimasta finora grossomodo inascoltata, e ad oggi le politiche proibizioniste la fanno ancora da padrone.

La cannabis prima del proibizionismo

Nel primo secolo dopo Cristo, sono le legioni romane ad iniziare a coltivare la pianta per costruire corde e vele per le navi da guerra. Durante l’antichità classica rimane questo il suo utilizzo principale, mentre nei primi secoli del medioevo la coltura della canapa diviene predominante in molte campagne italiane. Intorno all’undicesimo secolo diventa piena di cannabis la pianura padana, dove viene lavorata la sua fibra così da esaudire le richieste dell’industria mercantile di Venezia. Successivamente, nel 1617, con il fine principale di rifornire l’esercito sabaudo il governo piemontese investe nella costruzione della prima fabbrica moderna di corde di canapa, e nello stesso periodo il porto di Genova diviene un’area fondamentale in ottica commercio di canapa: da lì infatti il prodotto italiano viene esportato in diversi paesi europei.

Con l’unificazione d’Italia del 1861, poi, lo stato decide di incrementare la produzione nazionale di canapa. Nascono così diversi stabilimenti in cui si produce di tutto, come ad esempio corde, gru, tende e forniture per marina, esercito, ferrovie ed ospedali. Ciò garantisce un posto di lavoro a circa ventimila persone, alle quali vanno aggiunte altre decine di migliaia che si occupano della produzione nei campi. L’Italia diviene così il primo produttore di Canapa al mondo a livello qualitativo ed il secondo a livello quantitativo.

L’inizio delle politiche proibizioniste

Negli anni del fascismo inizialmente la situazione resta la medesima. Mussolini sottolinea l’importanza della canapa dal «lato economico agrario» e dal «lato sociale» e tra il 1936 e il 1940 la produzione di canapa in Italia supera le centomila tonnellate, segnando il suo storico record. Tuttavia, il destino del settore è ormai scritto: sulla scia del proibizionismo affermatosi definitivamente negli Stati Uniti nel 1937, anno in cui la cannabis diviene illegale in tutto il territorio tramite il Marihuana Tax Act, anche Mussolini sceglie di sposare le politiche proibizioniste. Prima dell’avvicinamento alla Germania nazista, infatti, il governo italiano e quello statunitense sono in buoni rapporti ed il duce negli anni ’30, nonostante come droga non sia utilizzata praticamente da nessun italiano, definisce la cannabis una «droga da negri».

Viene così introdotta nell’elenco delle sostanze stupefacenti contenute nel Codice Penale del 1930, con l’articolo 447 che punisce la vendita e l’agevolazione del consumo di ogni sostanza vietata, e l’articolo 729 che prevede una pena detentiva o pecuniaria per chiunque sia colto «in luogo pubblico o aperto al pubblico, o in circoli privati, in stato di grave alterazione psichica per abuso di sostanze stupefacenti». Non è prevista alcuna sanzione penale per il consumatore, tuttavia il consumo viene considerato una patologia da curare obbligatoriamente recandosi ai centri di malattia mentale.

Le tante leggi anti-cannabis

Successivamente si susseguono tantissime leggi proibizioniste. La regolamentazione muta infatti nel 1954 ed il consumatore viene punito penalmente con la legge n. 1041 di quell’anno, che prevede il carcere per chiunque «acquisti, venda, ceda, esporti, importi o detenga sostanze o preparati indicati nell’elenco degli stupefacenti». Ad essa succede la legge n. 685 del 1975, approvata dal governo guidato dal democristiano Aldo Moro, che risulta nettamente migliorativa per i consumatori. Vengono infatti distinti consumo e spaccio, e solo quest’ultimo è punito con il carcere: la detenzione di modiche quantità ad uso personale viene depenalizzata. Tuttavia, la legge non introduce miglioramenti per le coltivazioni e spesso gli agenti sequestrano anche quelle di canapa industriale. Per i pochi canapicoltori rimasti la vita è divenuta perciò impossibile, ed alla fine degli anni ’70 tale settore produttivo svanisce definitivamente.

Negli anni ’90 la regolamentazione cambia ancora e prende vita la legge voluta dal capo del governo Bettino Craxi. Classificata come Dpr 309/90 ma nota come “Iervolino– Vassalli” (i due parlamentari firmatari della proposta), stabilisce che l’uso personale di droga, sia leggera che pesante, rappresenta un illecito. Essa tuttavia non prevede sanzioni penali bensì amministrative, ma solo se il quantitativo posseduto non è superiore alla «dose media giornaliera». Per la produzione e lo spaccio introduce invece una differenziazione (di pena) tra droghe pesanti e leggere, prevedendo però sempre la reclusione.

Così, la popolazione carceraria aumenta notevolmente e la legge viene accusata di essere liberticida. In Italia inizia dunque a prendere piede un movimento antiproibizionista che si rivela molto radicato dato che vengono raccolte le firme necessarie per depositare una proposta di referendum abrogativo dei Radicali, il quale viene poi votato nell’aprile 1993. Il risultato è l’abolizione, con il 55% dei favorevoli, della sanzione del carcere per l’uso personale di droga, eliminando dunque il limite della dose media giornaliera. Ma dopo questa vittoria la lotta degli antiproibizionisti prosegue, e nel 1995 parte la raccolta firme per un referendum che prevede la rimozione della cannabis dalle sostanze vietate e, quindi, la legalizzazione. In pochi mesi vengono raccolte oltre mezzo milione di firme e nel gennaio del ’96 la proposta viene depositata ufficialmente. Tuttavia gli italiani non potranno esprimersi poiché la Corte Costituzionale non la approverà.

Successivamente, nel 2006 vi è una svolta repressiva nelle modifiche alla legge Iervolino Vassalli con la “Fini-Giovanardi”, ovvero un decreto-legge poi convertito con modificazioni dall’art. 1 della legge 21 febbraio 2006, n. 49, con cui vengono equiparate le droghe pesanti e quelle leggere. Gli effetti del referendum vengono depotenziati andando a colpire l’acquisto e il consumo di gruppo inserendo nel testo la parola «esclusivamente». È infatti ammesso il consumo «esclusivamente personale», il che significa che chi acquista marijuana per sé e qualche amico è uno spacciatore. La Fini-Giovanardi arriva perciò a produrre il 38,6% dei detenuti, e molti di essi sono consumatori o piccoli spacciatori di cannabis.

La situazione attuale

Nel 2014 il proibizionismo estremo termina, poiché con la sentenza n. 32 del 2014 la Corte Costituzionale dichiara la legge incostituzionale per il modo in cui è stata approvata. Così, a causa del vuoto normativo creatosi, torna la legge Iervolino-Vassalli (tuttora in vigore), che viene però leggermente modificata dalla cosiddetta “legge Lorenzin” del 2014. Essa introduce alcune misure tra cui soprattutto la riduzione delle pene relative al piccolo spaccio ad un massimo di 4 anni, mentre precedentemente a seconda della sostanza potevano arrivare anche a 6 anni. Da citare, poi, la sentenza n.40 del 2019 della Corte Costituzionale con cui viene dichiarata illegittima la «pena minima della reclusione di otto anni anziché sei» prevista per chi «coltiva, produce, fabbrica, estrae, raffina, vende, offre o mette in vendita, cede, distribuisce, commercia, trasporta, procura ad altri, invia, passa o spedisce in transito, consegna sostanze stupefacenti».

Ad ogni modo, il sovraffollamento delle carceri continua tutt’oggi a rappresentare un problema: nell’ultima edizione del Libro Bianco, un rapporto annuale che analizza gli effetti delle politiche proibizioniste in Italia, si legge che «in assenza di detenuti per l’art. 73 non vi sarebbe il sovraffollamento carcerario». Inoltre per ciò che concerne le segnalazioni per semplice consumo, per il quale sono invece previste sanzioni amministrative, «1.312.180 persone dal 1990 sono state segnalate, di cui il 73,28% per derivati della cannabis».

Detto ciò il popolo italiano, così come emerso anche in passato, sembra però essere propenso ad adottare politiche antiproibizioniste. Basterà ricordare la recente proposta di referendum che punta a raggiungere la depenalizzazione del consumo di cannabis e per la quale, in pochissimi giorni, sono state raccolte e superate le 500mila firme. Sembra ormai chiaro a tantissimi cittadini, dunque, che quella della cannabis è diventata una questione sociale declinata come fatto criminale, motivo per cui c’è evidentemente bisogno di una presa di coscienza da parte della politica.

[di Raffaele De Luca]

Green Pass e picco di vaccinazioni: Draghi ha sparato una raffica di fake news

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Il presidente del Consiglio Mario Draghi ha riferito al Parlamento i risultati a suo dire ottenuti dall’introduzione del green pass obbligatorio. Una serie di “grandi successi” con mirabolanti picchi della campagna vaccinale a segnare a suo dire l’evidente successo del green pass. Peccato che buona parte delle sue enunciazioni non reggano alla prova dei fatti ed alcune siano catalogabili come vere e proprie fake news. Il premier ha affermato che in seguito al decreto sull’obbligatorietà del lasciapassare verde nei luoghi di lavoro «le prime dosi di vaccino sono cresciute del 46% rispetto al trend atteso tra il 16 settembre e il 13 ottobre e ci sono state 559.954 prime dosi di più rispetto al previsto» ed ha aggiunto che «il numero dei decessi è caduto del 94%, mentre sono calati del 95% i ricoveri in terapia intensiva e del 92% le ospedalizzazioni». Ma vediamo come stanno realmente le cose.

Il dato sull’incremento delle somministrazioni vaccinali esposto da Draghi non è chiaro da quali calcoli provenga. Basta osservare il grafico dell’andamento delle vaccinazioni in Italia per verificare che nessun picco vi è stato. Secondo i dati, a settembre in Italia venivano somministrate mediamente 70 mila prime dosi al giorno. All’inizio di ottobre, poi, la media giornaliera era diminuita (sotto i 60 mila) per poi risalire leggermente con l’avvicinarsi del 15 ottobre, data dell’entrata in vigore dell’obbligo di Green Pass per i lavoratori. Nella settimana dall’11 al 17 ottobre complessivamente sono state fatte 432 mila prime dosi (media di 61,7 mila al giorno), poche più rispetto ai quindici giorni precedenti, ma molte meno rispetto alla media di ottobre. Le «559.954 prime dosi di più rispetto al previsto» affermate da Draghi semplicemente non esistono.

E il miracoloso crollo di ospedalizzazioni e decessi? Il 16 settembre la media settimanale era di 57 morti al giorno, mentre il 21 ottobre essa è divenuta di 38 morti al giorno: in pratica, la diminuzione del numero dei decessi è un po’ meno del 50%. Anche per il calo dei ricoveri in terapia intensiva c’è stata una netta sovrastima: il 16 settembre c’erano 531 persone ricoverate in terapia intensiva e la media settimanale dei nuovi ingressi era di 34 al giorno, mentre ora ce ne sono 356 e la media dei nuovi ingressi è di 21 al giorno. Infine, per quanto concerne le ospedalizzazioni, il 16 settembre nei reparti italiani i malati di Covid ricoverati erano poco più di 4 mila e sono divenuti poco meno di 2.500 ad oggi. Dunque nessuna riduzione «del 92%». Da notare come, tra l’altro, la curva discendente di positivi, ricoveri e decessi fosse già in atto prima del 15 ottobre. Draghi ha probabilmente basato le sue dichiarazioni sulle stime dell’Istituto superiore di sanità (Iss), le quali però fanno riferimento al periodo dal 4 aprile al 3 ottobre 2021 e quindi nulla hanno a che vedere con l’introduzione del passaporto sanitario.

Non stupirà verificare che i media mainstream si sono limitati a riportare le dichiarazioni del Presidente del Consiglio senza alcuna verifica. Anzi, i maggiori media ancora una volta hanno assunto la funzione di meri megafoni istituzionali, riferendo in maniera acritica le stime sui vaccinati. Non solo, nei giorni scorsi il grosso dei giornali ha riportato a gran voce la notizia del record di green pass scaricati, ovvero oltre un milione in un giorno. Si tratta però, dato l’obbligo in vigore per i lavoratori, di un’ovvietà, e non di una notizia inaspettata o che in qualche modo dimostri la vittoria del governo in tal senso. Non solo, la maggior parte (914mila) di essi sono stati scaricati grazie al tampone e non alle vaccinazioni. Venendo ad esse, però, sarebbe anche interessante capire quanti dei certificati sono stati scaricati da persone appena vaccinate: i dati lasciano intendere che gran parte dei download siano stati effettuati da persone già vaccinate da tempo che fino al 15 ottobre semplicemente non ne avevano avvertito la necessità. I media, tuttavia, non hanno sottolineato in alcun modo tale ipotesi, facendo indirettamente arrivare il messaggio che i green pass siano stati scaricati esclusivamente dai neo vaccinati.

[di Raffaele De Luca]

I social censurano il nudo d’autore? L’arte erotica di Vienna sbarca su OnlyFans

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Egon Schiele

Cos’hanno in comune la piattaforma OnlyFans, conosciuta soprattutto per i contenuti porno, e i dipinti di nudo del pittore espressionista Egon Schiele? Niente, almeno fino a qualche giorno fa, quando l’ente turistico di Vienna ha aperto un profilo sul social fino ad ora popolato da pornostar e stripper e adesso promotore di arte e cultura. La decisione rimarca una protesta che va avanti da mesi nei confronti dei limiti alla nudità imposti sui social network più diffusi: promuovere online gallerie e i musei che mostrano opere con soggetti senza veli è ormai diventato molto difficile.

Come ha raccontato al Guardian la portavoce dell’ente Helena Hartlauer, “L’obiettivo del profilo non è solo la promozione dei musei viennesi, ma anche sensibilizzare su come i meccanismi di censura dei contenuti espliciti dei social network possano avere effetti paradossali quando si applicano a certi quadri e sculture”. Divieti e limitazioni che Vienna conosce bene, dal momento che molte delle opere più apprezzate ospitate dalla città appartengono proprio a Egon Schiele, pittore di nudi.

Tradotto, significa che basta accedere ad OnlyFans, l’unico social network che consente rappresentazioni di nudità, abbonarti per 3 dollari (per i primi 31 giorni) e poi 4,99 al mese. “Ti piace vedere Vienna messa a nudo?”, è il titolo dell’annuncio, che oltre a contenere quelle di Schiele conserva al suo interno una serie di opere che seguono lo stesso fil rouge. In più, chi si abbona, può avere un duplice vantaggio: la possibilità di vincere una tessera per accedere ai musei della città o un biglietto per ammirare per davvero, dal vivo, le opere in questione.

L’opera Embrace (Lovers II) dipinta da Egon Schiele nel 1917

OnlyFans, soprattutto durante il periodo pandemico, ha avuto una crescita notevole, probabilmente perché non più esclusivamente considerato nell’ottica per cui il social è stato concepito. O almeno, non solo. Molte persone, infatti, la reputano una piattaforma più tollerante e adatta a contenuti meno convenzionali, spazio vitale per artisti, fotografi e creativi di ogni tipo alla continua ricerca di luoghi dove potersi esprimere liberamente. Al contrario, social come Facebook e Instagram, continuano a inasprire limitazioni e regole, impedendo di fatto la pubblicazione di elementi che rimandino a nudità o atteggiamenti sessuali (e anche quelli presenti nelle opere d’arte).

“Certo che potremmo promuoverci in altro modo” ha detto Hartlauer. “Ma queste opere d’arte sono cruciali e importanti per Vienna. Quando pensi all’autoritratto di Schiele del 1910, è una delle opere d’arte più iconiche. Non utilizzarle su uno strumento di comunicazione forte come i social media, è ingiusto e frustrante. Ecco perché abbiamo pensato a OnlyFans: finalmente un modo per mostrare queste cose”.

E Schiele è solo uno degli esempi. A luglio il museo Albertina di Vienna aveva dovuto aprire un nuovo profilo su TikTok per sostituire il precedente, sospeso e poi bloccato dopo la condivisione di una foto del fotografo giapponese Nobuyoshi Araki, che conteneva un seno di donna.

Opera di Nobuyoshi Araki, autore giapponese le cui creazioni sono state censurate sui social

Non è così assurdo pensare che se il mondo si evolve e ruota in una certa direzione, anche l’arte, la comunicazione, il cinema, il cibo e qualsiasi altro settore ne subiscano le conseguenze e cerchino di mettersi al pari. “Vecchie” istituzioni come quelle museali perderebbero la propria linfa vitale se smettessimo di frequentarle. E se le nostre abitudini ormai sono in parte immerse in realtà virtuali fatte di like e ricondivisioni, perché non seguire questa scia?

E poi, “Chi decide cosa censurare? Instagram censura le immagini e a volte non lo sai nemmeno: è molto poco trasparente. Vogliamo solo chiederci: abbiamo bisogno di queste limitazioni?”. A decidere sono probabilmente gli algoritmi, meccanismi a cui è difficile attribuire una colpa se non pensando a chi li ha “tarati”. Soprattutto se questa persona fonda le proprie consapevolezze su pregiudizi di varia natura, gli stessi contro cui il movimento Free The Nipple, ad esempio, lotta dal 2013. Perché i social censurano solo i capezzoli femminili e non quelli maschili? E da allora non è cambiato molto.

Nel 2018 anche il Leopold Museum aveva provato a promuovere con manifesti in Germania, nel Regno Unito e negli Stati Uniti la collezione di nudi di Schiele, ricevendo grosse critiche. L’ente del turismo in questione, in maniera provocatoria aveva reagito così: coprendo con un banner le parti dei manifesti con seni e genitali. E quel banner recitava così: «SCUSATE, abbiamo più di 100 anni ma siamo troppo audaci ancora oggi».

[di Gloria Ferrari]