giovedì 12 Febbraio 2026
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No Green Pass, ancora perquisizioni in tutta Italia

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In queste ore la Polizia di Stato di Torino ha messo in atto 17 decreti di perquisizione nei confronti di attivisti no-vax e no-greenpass in 16 città italiane. Si tratta di soggetti affiliati al canale Telegram Basta Dittatura, chiuso a settembre su decisione della stessa piattaforma Telegram per violazione dei Termini di Servizio. Le ipotesi di reato profilate sono di istigazione a delinquere aggravata dal ricorso a strumenti telematici e istigazione a disobbedire alle leggi. Il gruppo, nato come piattaforma di protesta, si era trasformato in una chat di incitamento all’odio e altri crimini. I provvedimenti seguono quelli messi in atto venerdì 12 novembre scorso nei confronti dei manifestanti no-greenpass di Milano.

Al momento della chiusura il canale Basta Dittatura contava oltre 43 mila iscritti. Nato come punto di riferimento per gli spazi web di protesta, si era presto trasformato in un canale di incitamento all’odio e all’azione violenta contro coloro ritenuti responsabili di “asservimento” e “collaborazionismo” con la “dittatura in atto”. Le Forze dell’Ordine hanno monitorato per diverse settimane il canale, sul quale erano divenuti frequenti i riferimenti a “fucilazioni”, “gambizzazioni” e “impiccagioni”, oltre all’allusione a una nuova “marcia su Roma”. Molti di questi soggetti erano già noti alle Forze dell’Ordine per precedenti reati di aggressione, rapina, estorsione, furto e droga.

Le indagini sono state coordinate dai magistrati del gruppo Terrorismo ed Eversione della Procura di Torino ed hanno visto la collaborazione di Polizia postale e Digos, coordinate dal Servizio Polizia Postale e delle Comunicazioni e dalla Direzione Centrale della Polizia di Prevenzione.

Stando a quanto riportato dalle maggiori testate giornalistiche mainstream, le accuse riguardano in alcuni casi soggetti che si erano già resi protagonisti di aggressioni violente contro le Forze dell’Ordine o di blocchi autostradali e ferroviari. Si tratta evidentemente di fatti di gravità alquanto diversa, i quali, nel caso venissero considerati come precedenti, non possono costituire aggravanti di egual peso nel corso delle indagini.

[di Valeria Casolaro]

Emergenza climatica: la transizione necessaria e il gioco delle élite globali

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La prima conferenza globale sul clima si tenne nel lontano 1979. La convenzione quadro dell’Onu per contrastare il surriscaldamento globale e contenere le emissioni fu firmata il 4 giugno 1992. Molti studi scientifici che provano l’ineluttabilità della questione ecologica e climatica erano già disponibili e conosciuti. Per decenni si è scelto di non fare nulla: i governi hanno disatteso gli accordi da loro stessi firmati, le multinazionali del petrolio hanno speso miliardi per organizzare conferenze, pagare i media e fare lobby sui governi affinché nulla cambiasse. Poi, di colpo, l’inversione di marcia, repentina e totale. I leader mondiali invitano Greta Thunberg apposta per farsi insultare, come fosse un rito di espiazione. Il sito internet del World Economic Forum – la “confindustria delle multinazionali” – somiglia a un blog ecologista. Le Big Oil non negano più l’emergenza ed anzi si convertono alla comunicazione sostenibile (leggasi greenwashing) per accreditarsi come partner perfetti per risolvere il problema che esse stesse hanno generato. L’emergenza climatica domina le prime pagine dei giornali dopo essere stata relegata ad una colonna in trentesima pagina per decenni.

Ovvio che di fronte a questo panorama i dubbi nella mente di tanti si affollino. Non è che ci stanno prendendo in giro? Forse questa transizione ecologica è tutto un gioco delle élite globali? Ma poi il clima non è sempre cambiato?

A queste ed altre domande abbiamo cercato di rispondere in questo nuovo numero del Monthly Report. Un piccolo riassunto. Sì: la crisi climatica è un problema reale e occorre fare qualcosa al più presto. Sì: ci stanno anche prendendo in giro. Tutti quanti, governi, World Economic Forum e Big Oil.

La tattica è ormai collaudatissima: i media fanno il lavoro sporco, preparando l’opinione pubblica ad accettare la questione climatica come un’emergenza non più rinviabile, senza perdere tempo in discussioni e ragionamenti. Bisogna agire con logica commissariale, a colpi di decreti, con piena e indiscutibile fiducia nei governi e nelle multinazionali del settore. Abituiamoci all’idea di avere un generale Figliuolo alla Transizione. Il fine è quello di risolvere l’emergenza nel modo desiderato dalle élite. Il disegno è stato ampiamente tratteggiato alla recente Cop26 dal cui palco si sono alternati leader politici e multimiliardari giunti a bordo di ultra impattanti jet privati: investimenti di miliardi pubblici serviranno a trasformare progetti climatici estremamente necessari in investimenti redditizi, facendo sì che il pubblico si assuma il rischio finanziario che le aziende private non sono disposte a correre per salvare il mondo. Il vero obiettivo della transizione ecologica pianificata è quello di generare elevati rendimenti dalle attività a minori emissioni. È questa l’anima green di quella che le élite chiamano Quarta rivoluzione industriale. Cucinare una nuova torta miliardaria, pagata dagli Stati e quindi dai cittadini, le cui fette saranno spartite dai soliti colossi del capitalismo finanziario ed estrattivo.

Di fronte a questo disegno le élite e i grandi media che si occupano della loro propaganda si stanno già occupando di dividere la plebe per poterla meglio governare: da una parte quelli che ci credono e sono pronti ad accettare quanto sarà stabilito senza fiatare, dall’altra quelli da bollare come “negazionisti” pronti a credere per reazione ad ogni contro-narrazione, fossero anche bugie comprovate tipo l’inesistenza del problema climatico. Prima che sia troppo tardi proviamo a costruire una soluzione dal basso. Quella che desideriamo tutti è probabilmente la stessa: città con un’aria respirabile, mari dove poter continuare a bagnarsi, un pianeta abitabile e sano da consegnare alla prossime generazioni. Una transizione ecologica è necessaria. Ma deve essere al servizio del 99% della popolazione mondiale e non del solito 1%. Per questo occorre mobilitarsi.

Il mensile, in formato PDF, può essere scaricato dagli abbonati a questo link: lindipendente.online/monthly-report/

[di Andrea Legni]

Austria, al via oggi lockdown per non vaccinati

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In Austria le persone non vaccinate saranno soggette da oggi a un lockdown della durata iniziale di 10 giorni. La polizia effettuerà dei controlli a campione per accertarsi che a circolare siano solamente coloro che sono in possesso della certificazione vaccinale. La decisione riguarda 2 milioni di persone su una popolazione totale di 8,9 milioni di abitanti e ne saranno esenti i bambini di età inferiore ai 12 anni, in quanto per loro non è ancora prevista la vaccinazione. Secondo il cancelliere Schallenberg la decisione è giustificata dal fatto che l’Austia abbia ad oggi uno dei tassi più bassi di vaccinazione in Europa (il 65%).

Il filo nero che lega stragi di mafia, servizi segreti e strategia della tensione

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Palermo, aprile 2015. Nella cornice del processo che vedeva imputati gli ufficiali del Ros Mario Mori e Mario Obinu per la mancata cattura di Bernardo Provenzano dell’ottobre 1995, a deporre in Aula è il colonnello Michele Riccio. Quest’ultimo è il carabiniere che ha raccolto le confidenze di Luigi Ilardo, l’ex mafioso di spicco di Cosa Nostra che aveva coraggiosamente scelto di infiltrarsi nell’organizzazione criminale di cui faceva parte al fine di contribuire alla cattura di una serie di latitanti e fornire la “fotografia” di Cosa Nostra nei suoi rapporti interni ed esterni. «Nell’estate del ’93 – ha riferito Riccio – De Gennaro (direttore della Dia, alle cui dipendenze Riccio lavorava, ndr) mi affida la gestione di Ilardo, perché poteva aiutarci ad individuare i mandanti esterni sulle stragi del ’92-’93. Ilardo mi disse che si trattava di personaggi appartenenti a quegli stessi ambienti che negli anni Settanta posero in essere una strategia della tensione». Ilardo gli aveva infatti riferito di «aver fatto parte di un certo contesto mafioso, vicino all’eversione di destra, che era in contatto con apparati deviati dello Stato» e che «molti attentati erano stati addebitati a Cosa Nostra, ma i mandanti venivano dall’esterno. Mi parlò – ha affermato il colonnello – di Mattarella, Pio La Torre, Insalaco, dell’attentato dell’Addaura: disse che ne avrebbe parlato davanti all’autorità giudiziaria, una volta diventato collaboratore di giustizia». Cosa che, però, non accadde: Il 10 maggio 1996, pochi giorni prima di entrare ufficialmente nel programma di protezione, Ilardo venne crivellato di colpi a Catania, sotto casa sua. La Corte d’Assise di Catania ha asserito che l’omicidio Ilardo venne “organizzato e portato a termine da Cosa Nostra catanese” e, in merito all’accelerazione del progetto omicidiario, ha stabilito che “la sequenza cronologica dei fatti è senza dubbio idonea a far ipotizzare una fuga di notizie da vertici istituzionali”. Questa sentenza, nella quale entra direttamente, ancora una volta, l’eco di pesantissime responsabilità istituzionali, sarà confermata anche in Appello.

Nel novembre del 2015, Riccio ha dichiarato al processo “Trattativa Stato-mafia” che «Ilardo commentò che (le stragi del 1993, ndr) erano attentati che rientravano in quella strategia mafiosa di Riina, Bagarella e Brusca per ristabilire quel contatto con le istituzioni, per tornare a condizionarle come nel passato. Tutta questa strategia non era solo di Cosa nostra e per capirla si doveva guardare al passato. Lui mi disse che questi attentati sono applicati con lo stesso fine e lo stesso metodo dallo stesso ambiente, che cambiano gli attori ma che queste stragi sono state fatte su input di questi settori deviati e non voluti direttamente dai vertici mafiosi». Perché le parole di Ilardo avevano fatto tremare una grossa fetta dell’apparato istituzionale italiano? Ripartiamo dall’inizio.

La strategia della tensione

Con il termine “Strategia della tensione”, coniato dal settimanale britannico “The Observer”, indichiamo quell’opera eversiva, circoscrivibile agli anni settanta del secolo scorso, condotta da un variegato universo composto da attori istituzionali italiani e internazionali (tra i quali la CIA e i vertici dei servizi segreti civili e militari del nostro Paese), logge massoniche, organizzazioni paramilitari clandestine e lobbies affaristiche, che si concretizzò negli attentati eseguiti dai gruppi neofascisti organizzati per la lotta armata contro lo Stato (come Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale). Essa fu posta in essere con una finalità specifica: “destabilizzare per stabilizzare”, creare un crescendo di tensioni sociali per mezzo di stragi e violenze talmente inaudite da instillare insicurezza, paura e terrore nella popolazione, così da rendere auspicabile agli occhi dell’opinione pubblica un intervento statale di stampo autoritario. La finalità sottesa a tale disegno, a cui a livello mediatico concorsero innumerevoli agenzie e testate giornalistiche che sposarono la strategia della “guerra psicologica”, era ovviamente quella di scaricare la responsabilità politica del terrore sugli ambienti della sinistra, al fine di disinnescare le ambizioni governative del Partito Comunista Italiano e la svolta della Democrazia Cristiana verso un dialogo coi comunisti. In questo quadro rientrano, per citare solo le più famose, le stragi di Piazza Fontana (’69), di Peteano (’72), di via Fatebenefratelli a Milano (’73), di Piazza della Loggia a Brescia e del treno Italicus (’74), fino ad arrivare alla strage di Bologna (’80). Tutti questi episodi hanno un denominatore comune: i depistaggi ad opera di settori deviati dello Stato.

Le stragi mafiose

Sono proprio i depistaggi ad accomunare le stragi terroristiche di matrice neofascista degli anni di piombo a quelle di mafia del 1992-1993. Giovanni Falcone venne ucciso il 23 Maggio 1992 e, sebbene nei mesi precedenti la mafia avesse potuto colpire il giudice con un commando armato che seguiva i suoi spostamenti nella città di Roma (dove ricopriva il ruolo di Direttore generale degli affari penali al Ministero della Giustizia), l’attentato di Capaci fu studiato scientemente affinché la sua resa fosse tragicamente scenografica e dunque ancor più destabilizzante. Infatti, nel Febbraio 1992, Riina fece arrivare ai suoi uomini “in trasferta” il contrordine: bisognava organizzare un “attentatuni” di proporzioni macroscopiche e farlo in Sicilia. Dopo la morte del giudice, qualcuno ebbe accesso alla sua agenda elettronica Casio e manomise alcuni file, tra cui quelli che contenevano le schede di Gladio, struttura paramilitare clandestina operante in Italia su cui il giudice stava concentrando le sue indagini. Elaborata dai membri permanenti dell’alleanza atlantica con finalità resistenziale rispetto al pericolo comunista, l’organizzazione era coordinata dal Gladio Committee, organismo bilaterale composto dalla CIA e dal servizio segreto militare italiano (SIFAR). Interessante è inoltre notare come Pietro Rampulla, il mafioso noto come “l’artificiere”, identificato per avere avuto un ruolo fondamentale nella strage che uccise il giudice Falcone e gli uomini della sua scorta (confezionò l’ordigno che venne posto sotto l’autostrada) e che fu per questo condannato all’ergastolo con sentenza definitiva, fosse militante di Ordine Nuovo e molto vicino a Rosario Pio Cattafi, mediatore tra gli ambienti di Cosa Nostra, dei servizi e della massoneria deviata.

L’omicidio Borsellino

Anche la strage di Via d’Amelio è caratterizzata dalle stesse ombre. Il primo aspetto saliente è l’improvvisa accelerazione del delitto decretata da Totò Riina. Paradossalmente, ciò avvenne nel momento meno favorevole per Cosa Nostra, dal momento che il Parlamento stava lasciando decadere il Decreto che, dopo la morte di Falcone, aveva introdotto il regime di carcere duro 41-bis: ovviamente, sull’onda dell’indignazione popolare, esso fu convertito in legge subito dopo la morte di Borsellino. Dalle testimonianze dei pentiti ascoltati da Borsellino e dei familiari del giudice sappiamo che, proprio nel corso delle settimane precedenti alla sua morte, egli aveva scoperto i legami con Cosa Nostra del numero tre del SISDE Bruno Contrada e che un uomo gli aveva riferito che il Generale Subranni (il capo del raggruppamento che stava portando avanti la cosiddetta “Trattativa Stato-mafia”, ovvero il ROS dei Carabinieri) fosse “punciuto”, ovvero affiliato alla mafia. Sarà un caso ma, come riferito dallo stesso colonnello Michele Riccio, l’infiltrato Luigi Ilardo gli parlò anche delle collusioni con la mafia di Antonio Subranni e di Bruno Contrada, definendo quest’ultimo «l’anello di congiunzione tra mafia e istituzioni, l’uomo dei misteri».

Sappiamo poi che Gaspare Spatuzza, il mafioso che materialmente eseguì la strage (organizzata dai fratelli Graviano, i boss di Brancaccio), incontrò all’interno del garage in cui venne imbottita di tritolo l’autobomba che provocò la morte del giudice un membro esterno a Cosa Nostra, da lui inizialmente indicato come somigliante a un appartenente dei servizi segreti. Inoltre, pochi minuti dopo lo scoppio della bomba, districandosi tra cadaveri bruciati e macchine fumanti, una mano istituzionale tolse dal perimetro della strage l’agenda rossa in cui il giudice stava annotando tutti gli spunti investigativi emersi dopo la morte di Giovanni Falcone.

Una logica “politica”

Qual è, insomma, il legame che unisce la logica sanguinaria della strategia della tensione degli anni ’70 e quella del terrorismo mafioso del ’92 e del ’93 (anno in cui, alzando l’asticella del ricatto, Cosa Nostra colpì le città del nord e del centro Italia, provocando la morte di 10 persone, tra cui due piccole bambine)? Innanzitutto, il clima di fortissima instabilità politica. Nel primo caso, essa fu manifestata dal grande successo del PCI alle elezioni nazionali del 1968 e dalle lotte sindacali operaie e studentesche che avevano animato l’ “autunno caldo” del 1969; nel secondo caso, occorre ricordare come le inchieste di Mani Pulite avessero raso al suolo i partiti “storici” della prima repubblica (compresi la DC, tradizionale referente di Cosa Nostra, e il PSI, che la mafia appoggiò in ottica garantista alle elezioni del 1987 per punire i democristiani che non avevano ottenuto lo stop del Maxiprocesso), aprendo le porte al potenziale trionfo della “Gioiosa macchina da guerra”, coalizione di sinistra guidata da Achille Occhetto alle elezioni del ’94: pericolo scongiurato dalla discesa in campo di Berlusconi, resa pubblica il 26 Gennaio 1994 (data che, coincidenza delle coincidenze, segnerà la fine della campagna stragista mafiosa dopo il fallito attentato allo Stadio Olimpico di Roma datato 23 gennaio, che non verrà più replicato). Storicamente provati sono i collegamenti tra Forza Italia e gli ambienti mafiosi (Berlusconi finanziò Cosa Nostra per vent’anni, firmando un patto di protezione con il boss Stefano Bontate nel ’74; Marcello Dell’Utri, braccio destro del Cavaliere e intermediario di questo patto, è stato condannato definitivamente a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa; numerosi pentiti di prim’ordine hanno confermato l’appoggio mafioso al progetto berlusconiano) e con la massoneria (il Cavaliere aderì alla P2 di Licio Gelli con la tessera 1816 e altri deputati di Forza Italia sono presenti nelle liste degli appartenenti alla Loggia). Il Generale Mori, che in qualità di Ufficiale del ROS fu protagonista della mancata perquisizione del covo di Riina e del mancato arresto di Bernardo Provenzano, giocando peraltro un ruolo fondamentale nella trattativa Stato-mafia, sarà nominato capo dei servizi segreti dal Governo di Silvio Berlusconi, che guiderà da Premier il Paese per quattro volte.
“Destabilizzare per stabilizzare”. Ancora una volta.

[di Stefano Baudino]

Milano: grande manifestazione contro il Green Pass

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Migliaia di persone si sono recate questo pomeriggio all’Arco della Pace, a Milano, per partecipare alla manifestazione contro il Green Pass promossa da Robert Kennedy Jr, nipote di John Fitzgerald Kennedy. Quest’ultimo ha tenuto un discorso in cui ha principalmente criticato il certificato verde, mentre i manifestanti hanno scandito alcuni slogan tra cui «la gente come noi non molla mai».

Summit sulla Libia a Parigi: il gioco di potere dietro alla transizione democratica

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Il 12 novembre si è tenuto a Parigi un summit internazionale con oltre venti Paesi partecipanti per discutere delle elezioni presidenziali in Libia, previste per il prossimo 24 dicembre. Le potenze coinvolte hanno esortato la Libia ad attenersi al piano per lo svolgimento delle elezioni ed esortato i mercenari stranieri ancora presenti ad abbandonare il territorio, minacciando sanzioni contro chiunque minacci o danneggi la transizione politica. Come spesso accade in questi contesti, la pretesa di una transizione democratica cela gli interessi in gioco di tutte le parti, che vedono nella Libia un’importante fonte di approvvigionamento energetico e una zona di importanza strategica per allargare la propria influenza nelle zone nordafricane.

Sono previste per il 24 dicembre prossimo le elezioni presidenziali libiche, sostenute dal Governo transitorio istituito il 5 febbraio scorso e guidato dal primo ministro Abdul Hamid Dbeibah. Durante la conferenza internazionale tenutasi il 12 novembre a Parigi, voluta da Francia, Germania e Italia con l’appoggio delle Nazioni Unite, è stato ribadito l’appoggio alle elezioni e la necessità di fare in modo che le truppe mercenarie straniere abbandonino lo Stato il prima possibile, prevedendo sanzioni per chi abbia intenzione di minacciare la transizione politica. Secondo l’ONU, le elezioni rappresentano un momento chiave nel processo di pace, ma lo svolgimento è ancora dubbio, in parte a causa della complicata e frammentata situazione politica in Libia, che rende difficile arrivare a un accordo su programma e candidati.

All’incontro hanno partecipato i leader di Paesi quali Francia, Germania, Italia, Libia, Egitto e Stati Uniti (rappresentati dalla vicepresidente Harris). Turchia e Russia, i due Paesi maggiormente coinvolti nel conflitto, hanno inviato rappresentanti di minor livello. Si tratta di una decisione di un certo peso, in quanto i due Stati dispongono di un gran numero di forze armate sul territorio: la Turchia a favore del governo di Tripoli, la Russia dell’Esercito di liberazione nazionale (LNA) guidato dal generale Haftar. I due poli costituivano i principali fulcri in contrasto prima della formazione del Governo di transizione. Russia e Turchia non hanno richiamato le proprie milizie nemmeno dopo che a Ginevra, in un incontro con il Comitato militare congiunto libico, è stata stabilita l’interruzione delle ostilità e la partenza delle forze straniere dalla Libia entro tre mesi.

Di certo gli interessi di tutte le parti in Libia sono inconfutabili e vanno ben oltre il filantropico intento di garantire la transizione democratica e la pace. La Turchia nutre un certo numero di interessi in Libia, legati principalmente alla definizione delle zone economiche esclusive marittime, di importanza strategica per le dinamiche energetiche, soprattutto per quanto riguarda il gas. La Libia costituirebbe inoltre un territorio strategico per allargare l’influenza turca in Medio Oriente e Nord Africa. La Russia, dal canto suo, ha voluto controbilanciare il potere della Turchia offrendo il proprio supporto al LNA di Haftar, assicurandosi una propria zona di influenza e potere nella regione.

I Paesi europei nutrono ciascuno la propria dose di interessi. Per fare solo un esempio, l’Italia ha nella Libia un importante partner economico e strategico, vista la presenza di Eni  nel Paese da più di 50 anni. La multinazionale non ha sospeso le proprie attività in Libia nemmeno durante la guerra civile, che ha portato diverse altre aziende italiane a ritirarsi dal territorio per garantire la sicurezza dei lavoratori. La Libia ha inoltre il potere di regolare il traffico di migranti verso i nostri porti, fattore che veniva utilizzato già da Gheddafi come arma di pressione geopolitica.

A complicare la fattibilità della transizione democratica vi è il fatto che l’unificazione istituzionale voluta con la definizione di un Governo di transizione non riflette l’effettiva situazione del Paese, profondamente diviso da anni di guerra civile e conflitti. Nei giorni scorsi, per esempio, il capo dell’Alto Consiglio di Stato libico al-Mishri ha invitato la popolazione a boicottare il voto dopo l’annuncio della candidatura del generale Haftar e ha criticato i Governi occidentali in quanto a conoscenza dello stato lacunoso delle leggi elettorali. Non esiste, inoltre, un accordo sulla base costituzionale dell’elezione, i cui tempi di svolgimento sono essi stessi causa di scontro. Inoltre è probabile che tra i candidati alla presidenza vi sia anche Dbeibah, ma se questo fosse vero si tratterebbe di una violazione agli accordi che hanno sancito la nascita del governo provvisorio e che prevedevano il ritiro di tutti i ministri una volta convocati i comizi elettorali.

La situazione appare complessa e difficilmente risolvibile nelle brevi tempistiche imposte dai governi occidentali. Rimane da osservare quale sarà lo svolgersi dei fatti nelle prossime settimane.

[di Valeria Casolaro]

India: a Delhi scuole chiuse per una settimana a causa dello smog

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In India, precisamente a Delhi, le scuole resteranno chiuse per una settimana a causa dello smog. A comunicarlo è stato il primo ministro di Delhi Arvind Kejriwal, il quale ha affermato che le scuole non apriranno a partire dalla giornata di lunedì così da evitare che i bambini respirino aria inquinata. La quantità di smog presente nella megalopoli, infatti, è attualmente molto elevata.

L’enorme fake news di Bassetti sulla mortalità del Covid nei bambini

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Il primario del reparto di malattie infettive dell’ospedale San Martino di Genova, Matteo Bassetti, ha divulgato in diretta tv una vera e propria fake news sulla mortalità del Covid-19 nei bambini. Durante la puntata del programma “Piazza Pulita” andata in onda su la7 giovedì scorso, Bassetti ha infatti affermato che i bambini devono essere vaccinati perché, in base ai dati dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS), «nella fascia tra i 6 e i 10 anni sono stati ricoverati circa 1100 bambini e la mortalità nei loro confronti è di 5 su 1000» mentre nella fascia successiva (11-13 anni) vi sono state «861 ospedalizzazioni, cosa che fa sì che la mortalità sia praticamente dell’1%».

Si tratta però di una percentuale falsa: basterà ricordare che dai dati dell’ISS si apprende che dall’inizio della sorveglianza relativa ai pazienti deceduti e positivi al Covid a morire nella fascia di età 0-19 anni sono state 35 persone. In tal senso siccome da 0 a 19 anni in Italia ci sono circa 10.000.000 individui, la mortalità risulta aggirarsi intorno allo 0,0003%, e non all’1% citato da Bassetti. La letalità invece, come si può facilmente verificare, è pari allo 0,01%. Bisogna infatti fare una differenza tra mortalità e letalità: la percentuale relativa alla prima deriva dal rapporto tra il numero dei morti e la quantità della popolazione media (dunque anche quella non risultata positiva al virus). Quella relativa alla seconda, invece, deriva dal rapporto tra i morti e il totale dei soggetti ammalatisi.

Nonostante tutto ciò, però, nessuno degli ospiti in studio è intervenuto per sottolineare la fake news diffusa da Bassetti ad eccezione di Maddalena Loy della Rete Nazionale Scuole in presenza. Quest’ultima ha infatti correttamente ricordato come i dati a nostra disposizione ci dicano che «la percentuale sui decessi da 0 a 19 anni è dello 0,0003%» ed ha definito un «dato inventato» quello della mortalità dell’1% nei bambini citato da Bassetti, che si è successivamente limitato a correggere le sue dichiarazioni parlando dello «0,9%». Altra percentuale che però, alla luce dei fatti, risulta comunque essere errata.

[di Raffaele De Luca]

Italia: da inizio pandemia 327mila lavoratori indipendenti in meno

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Dal mese di febbraio 2020 (ossia il mese precedente all’inizio della pandemia) a quello di settembre 2021 i lavoratori indipendenti, ovvero gli autonomi e le partite Iva, sono diminuiti di 327mila unità. A calcolarlo è stato l’Ufficio Studi della Cgia di Mestre, dal quale si apprende che ad aumentare leggermente sono stati invece i lavoratori dipendenti: nel medesimo periodo, infatti, gli impiegati e gli operai sono aumentati di 13mila unità. Tale numero però deriva dal fatto che sono stati registrati più lavoratori assunti a tempo determinato, che in tale arco temporale sono cresciuti di 108mila unità, mentre gli occupati a tempo indeterminato sono diminuiti di 95mila unità.

Il potere, la lepre e la tartaruga

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Pochi libri sono interessanti, nei tempi che stiamo vivendo, quanto “Il potere” di James Hillman (Rizzoli 2003), dove il potere, legato al business come suo oggetto privilegiato, diventa principalmente un modo di pensare. Pensare in un’epoca in cui la religione monoteistica prevalente è l’economia, dove ogni decisione è subordinata al profitto, dove le relazioni interpersonali, anche quelle affettive, sono gestite in termini di tattica e strategia, come se si fosse in perenne stato di allarme o di guerra. Ora ci stiamo davvero rendendo conto come pensiero unico e potere accentrato siano indispensabili l’uno all’altro.

Le cose, però, considerate ad esempio con la psicologia cognitivista di Guy Claxton, (“Il pensiero lepre e la mente tartaruga”, Mondadori 2002) potrebbero andare un po’ diversamente. Il pensare fronteggia il capire, le modalità sintetiche che portano a decisioni si oppongono a quelle analitiche che privilegiano il riflettere, il meditare, il ponderare. La razionalità esecutiva del linguaggio algebrizzato collude con la tempistica dell’intuito e della sorpresa, il calcolo con le sue proiezioni e previsioni trasforma tutto in bilancio, mentre la comprensione è un processo che non si può dare termini ultimativi.

C’è insomma una ermeneutica del potere, uno svelamento possibile, il convergere e divergere di forze che operano incessantemente. Sembra quasi che la speranza sia dell’ordine di grandezza dell’intuito, dell’ispirazione, mentre il risultato, l’obiettivo appartengano alle modalità di un potere che pensa ma non capisce. Che non è interessato a capire ma a raggiungere certi scopi, con quell’ accanimento e quella precisione tipici dell’ossessione totalitaria.

Chi governa è come l’amministratore delegato di una squadra di calcio, gli interessa il costo dei giocatori e il risultato. Ma si dimentica il ruolo dell’allenatore, il bisogno di fare squadra, il posto sacro dello spogliatoio che è come il letto di una coppia.

E la lepre, e la tartaruga? La prima pensa, decide, esegue, usa un linguaggio pratico, privo di coloriture, asciutto ma in fondo ambiguo. Non si interessa delle risposte che potrebbe ricevere, non mette in discussione nulla, pensa e agisce coi decreti legge, comanda, usa l’indicativo, l’imperativo, non lascia spazi. Le interessa il segno di assenso non la risposta. La tartaruga invece è sorniona, ha capito che esistono delle priorità, aiuta la verità a uscire allo scoperto. Le piace il condizionale, è tollerante ma non stupida. Magari vorrebbe correre, arrivare rapidamente a risultati , ma sa che molto è già scritto. Sa aspettare, sa che le nuvole sono formate da energie sottili.

Chissà, a voler essere ottimisti a tutti i costi, dovrebbe finire come quel simbolo dell’estremo Oriente, il trampoliere poggiato sulla tartaruga. Capire e comprendere che si condizionano e sono alleati. Questo però non è il caso di oggi, ci sono troppe lepri in giro. Ma, nel bene e nel male, è stagione di caccia.

[di Gian Paolo Caprettini – semiologo, critico televisivo, accademico]