lunedì 9 Febbraio 2026
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I ghiacciai in Himalaya si stanno sciogliendo troppo velocemente

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Secondo quanto emerge da una nuova ricerca, lo scioglimento dei ghiacciai della catena montuosa dell’Asia meridionale, l’Himalaya, sta avvenendo in maniera spaventosamente “eccezionale”. Rispetto ai ghiacciai in altre parti del mondo, anch’essi in fasi preoccupanti, i ghiacciai himalayani si stanno riducendo molto più velocemente. Lo studio condotto dall’Università di Leeds e pubblicato su Scientific Reports riporta quanto negli ultimi decenni, il ghiaccio si sia sciolto dieci volte più velocemente rispetto alla media dall’ultima grande espansione dei ghiacciai, nota come Piccola era glaciale (PEG) che ha avuto luogo circa 400-700 anni. Le dimensioni e le superfici di ghiaccio hanno perso circa il 40 per cento della loro area, passando da 28.000 chilometri quadri a circa 19.600 chilometri quadri. I ricercatori, nel periodo preso in considerazione, hanno stimato una perdita di circa 390/586 chilometri cubi di ghiaccio. Per rendersi conto della quantità, basti pensare che ciò equivarrebbe alla completa scomparsa di tutto il ghiaccio contenuto ad oggi nelle Alpi dell’Europa centrale, nel Caucaso e in Scandinavia… messi insieme.

Le zone più preoccupanti sono quelle delle regioni orientali, compresi Nepal e Bhutan, dove i ghiacciai stanno perdendo massa ancora più rapidamente; ciò sarebbe dovuto a un diverso modello meteorologico generato dall’interazione tra i i due lati della catena montuosa (segnati da caratteristiche geografiche differenti) con l’atmosfera. Lo studio dimostra anche quanto i ghiacciai stiano diminuendo più rapidamente nelle zone in cui essi finiscono nei laghi rispetto a dove è invece presente la terraferma. Motivo per cui i laghi già esistenti si stanno ampliando mentre in certi punti se ne formano dei nuovi. Una delle conseguenze più temibili è poi l’innalzamento del livello del mare, che gli studiosi hanno dimostrato essere stato tra 0,92 mm e 1,38 mm.

L’accelerazione dello scioglimento dei ghiacciai della catena montuosa dell’Himalaya – la quale ospita la terza più grande quantità di ghiacciai al mondo (detta per questo “il terzo polo”) rappresenta anche una grande minaccia per l’approvvigionamento idrico di milioni di persone, le quali dipendono dai principali sistemi fluviali dell’Asia per il cibo e per l’energia. Le conseguenze dello scioglimento sono tangibili da tempo per le popolazioni residenti e la ricerca non fa altro che dare dimostrazione scientifica di tali evidenti cambiamenti, attestando quanto essi siano in un momento di preoccupante accelerazione. Gli scienziati hanno predetto quanto distruttivo potrà essere l’impatto su intere nazioni e regioni, se il ritmo continuerà ad essere tanto rapido.

[di Francesca Naima]

Indonesia, deforestazione al minimo dal 2015

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In Indonesia i livelli di deforestazione nell’estesa area dell’ecosistema Leuser, che ospita un gran numero di specie animali a rischio, hanno registrato il livello minimo dal 2015. Il risultato è frutto di una costante azione di monitoraggio e pattugliamento della zona da parte delle associazioni ambientaliste durante il 2021, dopo una sospensione nel 2020 a causa della pandemia che aveva portato a un rialzo delle attività di disboscamento illegale. Anche gli interventi del governo sono risultati determinanti, con la definizione nel 2007 dell’ecosistema come area protetta e le successive moratorie sulla coltivazione di palma da olio e sull’estrazione mineraria. A livello di mercato globale, inoltre, diverse aziende (tra le quali PepsiCo, Unilever e Mars) hanno adottato politiche che permettano di evitare l’acqusito olio di palma da piantagioni che deforestano.

La Finlandia sospende il Green Pass: non serve a risolvere la crisi pandemica

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In Finlandia l’uso del “passaporto Covid-19”, ossia del Green Pass, è stato di fatto sospeso: come riportato dal Ministero degli affari sociali e della salute, infatti, il governo finlandese ha adottato un decreto con cui è stato temporaneamente congelato l’utilizzo del lasciapassare sanitario. A partire dallo scorso 30 dicembre, e fino al 20 gennaio prossimo, il Green Pass non è più considerato un mezzo utile per accedere agli eventi pubblici e ai locali ovunque siano applicate restrizioni regionali. Come sottolineato dal quotidiano locale Yle News, ciò significa che praticamente in tutto il Paese saranno applicate tali regole.

Detto questo, tra le motivazioni delle limitazioni al lasciapassare sanitario vi è quella di far fronte all’attuale situazione epidemiologica e dunque di contribuire a «salvaguardare il diritto delle persone alla salute e al benessere frenando la rapida diffusione della malattia». Una ammissione indiretta del fatto che il Green Pass, evidentemente, non si sia dimostrato uno strumento utile al fine di contrastare l’emergenza sanitaria. A tal proposito bisogna infatti ricordare che nelle scorse settimane Markku Tervahauta – direttore generale dell’Istituto finlandese per la salute e il benessere (THL) – aveva affermato che sarebbe potuto essere utile ripensare al Green Pass: una decisione da prendere sulla scia del pensiero degli esperti, i quali temevano proprio che le persone non vaccinate contro il Covid avrebbero potuto contrarre l’infezione da individui vaccinati e portatori del virus.

[di Raffaele De Luca]

Il Perù sfida le multinazionali ricominciando a nazionalizzare il petrolio

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L’azienda nazionale peruviana di idrocarburi, Petroperú, ha assunto il controllo diretto di un lotto di pozzi petroliferi nella provincia di Talara, nella regione settentrionale di Piura, al confine con l’Ecuador. Una notizia apparentemente di poco conto che tuttavia testimonia un passo politico importante: dopo 25 anni di privatizzazioni forzate inaugurate sotto la guida dell’ex dittatore sostenuto dagli Usa, Alberto Fujimori (1990-2000), e proseguite dai successori, che avevano posto le ricchezze naturali del Paese interamente sotto il controllo delle multinazionali straniere, il Perù ricomincia a esercitare la gestione sovrana del sottosuolo. È così lanciato il guanto di sfida al liberismo che il nuovo presidente, l’ex maestro elementare Pedro Castillo, aveva annunciato all’indomani della sua elezione a sorpresa alla guida del partito di stampo socialista “Perù Libre”, quando aveva posto al primo punto dell’agenda la lotta contro «la dittatura del mercato».

Il presidente Castillo ha partecipato alla celebrazione per la nazionalizzazione dei pozzi di Talara, affermando: «Oggi cambiamo la storia, facendo il grande passo per il ritorno di Petroperú alle attività produttive a beneficio di milioni di famiglie peruviane»Il lotto in questione ha una capacità produttiva di 540 barili di greggio al giorno attraverso 90 pozzi e produce anche gas liquefatto. Castillo ha sottolineato che questo consentirà di rifornire la nuova raffineria di Talara, alle prese con un vasto progetto di ammodernamento portato avanti dallo stato con inaugurazione prevista ad aprile 2022, con una capacità di lavorare 95.000 barili di greggio al giorno. Ma non è tutto: è stato annunciato inoltre che Petroperú avrà presto accesso ai lotti petroliferi 192 e 74, nel nord del paese, per scopi di esplorazione e produzione, anche per la nuova raffineria. Da oltre 25 anni le attività di ricerca ed estrazione di petrolio erano interamente in mano private, mentre l’azienda di stato si occupava solo della raffinazione e della distribuzione del greggio che era costretto ad acquistare dalle aziende private.

La cerimonia della nazionalizzazione dei pozzi di Talara alla presenza del presidente Castillo [fonte: petroperu.com.pe]
Le azioni intraprese dal governo vanno inquadrate all’interno di un vasto piano per l’autosufficienza energetica del Paese, annunciato il mese scorso. In quest’ottica saranno riviste le royalties richieste alle aziende private che operano nel Paese allo scopo di garantire una maggiore partecipazione statale nella gestione delle ricchezze del sottosuolo e di garantire maggiori tutele per le comunità di cittadini che abitano nelle zone interessate dalle estrazioni. Il piano prevede inoltre la transizione a forme maggiormente pulite di estrazione e lavorazione, puntando sul gas come combustibile ponte mentre si porta avanti la pianificazione statale per l’attuazione di progetti di produzione di energia rinnovabile.

Naturalmente la strada per il governo Castillo non può dirsi in discesa. Non solo gli interessi che si vanno a toccare sono enormi, ma Perù Libre gode di una maggioranza parlamentare risicata e deve far fronte ad una opposizione forte e foraggiata dai poteri economici interni ed esteri che temono di perdere parte della loro ricchezza. Non per nulla Castillo ha già dovuto far fronte alla minaccia di un colpo di stato in appena sei mesi di presidenza. A questo proposito, anche se nulla si sa circa le responsabilità dell’accaduto, risulta necessario annotare come ad appena tre giorni di distanza dall’annuncio della nazionalizzazione dei pozzi petroliferi di Talara, un gasdotto statale nella regione amazzonica, abbia subito un misterioso sabotaggio.

L’esercito israeliano ha trascorso il Capodanno bombardando Gaza

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Israele ha sganciato diverse bombe su obiettivi a Gaza nel cuore della notte del primo gennaio. La città di Khan Ynis nel sud di Gaza è stata colpita da almeno dieci missili. Il Jerusalem Post ha riferito che l’esercito israeliano ha preso di mira anche siti nel nord di Gaza. Oltre al bombardamento aereo, i carri armati israeliani hanno sparato dal confine. Come sempre accade, le autorità israeliani giustificano l’attacco come un atto di legittima difesa contro razzi che sarebbero stati sparati precedentemente da parte palestinese.

È bastato un voto per dimostrare la vera faccia del Governo sull’ambiente

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Appena insediatosi a palazzo Chigi il premier Mario Draghi non aveva esitato a definire il suo governo nientemeno che “ambientalista”. Una definizione apparentemente rafforzata dall’istituzione, per la prima volta nella storia repubblicana, di un ministero della Transizione Ecologica (seppur affidato ad un curriculum a dir poco controverso come quello di Roberto Cingolani) e dalla retorica “green” con la quale si verniciano i comunicati e i momenti pubblici, tipo l’incontro di Cingolani stesso con la paladina di Fridays for Future Greta Thunberg. Non fosse solo retorica, ci si dovrebbe aspettare che tale ispirazione ambientalista del “governo dei migliori” si traduca in puntuali decreti legge volti ad attuare l’obiettivo dichiarato della riduzione delle emissioni nocive. Ma la realtà delle azioni e dei voti in Parlamento ci dimostra ancora una volta altro, ovvero che c’è un abisso tra le dichiarazioni in favore di telecamera e gli atti portati avanti dai partiti di governo.

Il 30 dicembre, ad esempio, i deputati di Alternativa hanno depositato un ordine del giorno alla Legge di Bilancio che in teoria avrebbe dovuto mettere tutti d’accordo. La proposta, depositata dal parlamentare Francesco Forciniti, chiedeva al Governo semplicemente di “emanare una disposizione normativa al fine di vietare il rilascio di nuovi permessi di prospezione e ricerca e di idrocarburi e nuove concessioni di coltivazione di idrocarburi, destinando in tal modo maggiori risorse ad opere di bonifica ambientale dei territori danneggiati dalle attività in oggetto”. Niente di particolarmente radicale, insomma. Avrebbero continuato ad essere attive le 171 concessioni di coltivazione di idrocarburi attualmente in concessione e tutti i 1623 pozzi attivi (1298 di gas e 325 di petrolio). Semplicemente l’ODG impegnava il Governo a non concedere nuovi permessi di estrazione, obiettivo tra l’altro in linea con gli impegni presi alla COP26 per contenere le emissioni di carbonio.

Il risultato? L’ordine del giorno è stato sonoramente bocciato: 370 voti contrari, solo 19 a favore. Tutta la maggioranza compatta ha votato contro la proposta, incluso il Movimento 5 Stelle, che della protezione ambientale aveva fatto la sua principale bandiera nel motivare l’appoggio all’esecutivo Draghi. Contrario anche il gruppo di Fratelli d’Italia, che del governo sarebbe la principale forza d’opposizione. «Il Governo e i partiti hanno gettato la maschera: vogliono tenersi le mani libere per trivellare i nostri mari e non solo. Hanno respinto un ordine del giorno alla legge di Bilancio chiaro, pulito, lineare che impegnava l’esecutivo a non autorizzare nuove trivelle e Air Gun. La quasi totalità dell’aula della Camera con questo voto ha confermato di essere attenta all’ambiente solo a parole. Ai colleghi facciamo presente che sui territori non servono i comunicati stampa per dire di essere contro le trivelle se poi in Parlamento si vota a favore». Così hanno commentato il voto i deputati di Alternativa in un comunicato.

Amsterdam: la polizia carica e aizza i cani contro i manifestanti anti-lockdown

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Nella giornata di ieri, circa 10mila persone hanno dato vita ad una protesta ad Amsterdam per esprimere il proprio dissenso contro il lockdown stabilito dal governo olandese per contrastare la diffusione del Covid-19: nonostante la manifestazione fosse stata vietata dal comune della capitale olandese così da evitare assembramenti, in tanti si sono radunati nella piazza Museumplein. La repressione nei confronti dei cittadini scesi in strada, però, non è tardata ad arrivare, e la polizia olandese in tenuta antisommossa non solo non ha esitato a caricare i manifestanti colpendo anche cittadini anziani, ma ha anche utilizzato i cani, che hanno attaccato direttamente alcuni attivisti.

Nello specifico, gli scontri con la polizia si sono verificati nel momento in cui gli agenti hanno cercato di disperdere la folla sulla base di un’ordinanza di emergenza emessa dal sindaco di Amsterdam, Femke Halsema, con cui le forze dell’ordine sono state autorizzate a liberare la piazza. Un nutrito gruppo di manifestanti, tuttavia, è rimasto sul posto e vi sono stati scontri con la polizia. Come dimostrano diversi contenuti circolati sui social in queste ore, la polizia ha manganellato alcune persone che tentavano di superare i cordoni da essa predisposti, ma non solo: gli agenti hanno anche aizzato i cani contro i manifestanti. Da citare in tal senso è senza dubbio un video condiviso dal sito Disclose.tv, nel quale si vede chiaramente come un cittadino sia stato attaccato e morso da un cane poliziotto, il quale non mollava la presa nemmeno dopo che il manifestante era finito urlante a terra.

Successivamente, dopo che piazza Museumplein è stata liberata dagli agenti, un folto gruppo di manifestanti si è spostato verso il Westerpark dove era in corso una manifestazione del partito politico Forum for democracy: tale manifestazione era autorizzata, ma poi il permesso è stato revocato a causa di presunte violazioni delle condizioni dettate dall’autorità pubblica per lo svolgimento dell’iniziativa. La polizia ha fornito il resoconto della giornata rendendo noto che in seguito alle proteste 30 persone sono state arrestate e che 4 agenti sono stati feriti. In base alle violenze da essa perpetrate, però, con ogni probabilità anche diversi manifestanti sono rimasti feriti. Secondo quanto riportato da alcuni quotidiani locali, infatti, una persona è rimasta ferita alla testa ed almeno altri due uomini sono rimasti leggermente feriti negli scontri.

In Olanda il 19 dicembre scorso è scattato un lockdown che durerà almeno fino al 14 gennaio. Il governo ha inoltre ordinato la chiusura di tutti i negozi tranne quelli essenziali.

[di Raffaele De Luca]

Non si ferma la protesta No Tav, Capodanno di lotta in Val di Susa

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È stato un Capodanno di lotta in Val di Susa, dove, nella notte di San Silvestro, centinaia di attivisti contro il Tav hanno assediato l’area del cantiere di Chiomonte. Vi è stato un lancio di fumogeni verso le forze dell’ordine presenti a protezione del cantiere. Su molti giornali circola la versione della polizia, secondo la quale uno o più di essi avrebbero provocato un incendio nell’area boschiva, i No Tav accusano però la polizia di diffondere menzogne al fine di coprire le colpe degli agenti: «Circolano strane ricostruzioni fatte da giornalisti che, invece di fare i redattori, rimangono in redazione a mangiare il cotechino e fare i copia-incolla dei comunicati che manda mamma questura – afferma il comunicato diffuso dal movimento – Ieri notte sono i lacrimogeni sparati dalla polizia che hanno dato fuoco a una porzione di bosco non certo i no tav».

La città di Matatā, in Nuova Zelanda, è l’esempio di un futuro distopico

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Matatà

Nel piccolo centro abitato di Matatā, in Nuova Zelanda, sta avendo luogo il cosiddetto “ritiro gestito“. Ciò vuol dire che, in maniera organizzata e controllata, alcune aree della città vengono man mano evacuate perché a rischio, visto il cambiamento climatico e geologico. Da poco più di dieci anni, gli abitanti di Matatā vivono quel che potrebbe essere il futuro dei cittadini di tutto il mondo, perché il Governo della Nuova Zelanda non ha fatto altro che adattarsi – forzatamente – alle conseguenze del cambiamento climatico, ormai risaputo essere preponderante. Incendi, inondazioni, innalzamento del livello dei mari…piogge meno frequenti (visto il riscaldamento globale) ma più intense, che causano danni irreparabili, proprio come è accaduto nella città di Matatā.

Il cambiamento climatico interessa il mondo intero e la Nuova Zelanda è, nell’ultimo decennio, stata particolarmente sotto minaccia, motivo per cui rappresenta uno dei tristi – e tra i primi – esempi di quel che, potenzialmente, potrebbe accadere altrove. A Matatā nel 2005, delle insolite piogge hanno causato il diffondersi di fanghi liquidi con l’accumulo di ben 700.000 metri cubi di detriti. Ventisette case sono state rase al suolo e ottantasette sono state gravemente danneggiate. Per i successivi anni, più intemperie si sono abbattute nell’area neozelandese, così il Comune aveva inizialmente proposto di costruire una barriera per proteggere i residenti. Un piano che, poi, era risultato fallimentare, perché non sufficiente. Allora, si era passati alla “ritirata gestita”. Nonostante il fondo di 15 milioni di dollari stanziato nel 2016 dal Governo per aiutare i cittadini di Matatā, la parte economica non basta per colmare le conseguenze psicologiche di un forzato abbandono dei propri nidi.

Mentre il NIWA (il principale istituto di ricerca neozelandese sull’acqua e sull’atmosfera) monitora ciò che accade nel reale così da prevenire tragedie e mentre il Governo agisce per un’evacuazione il più “ordinata” possibile, i cittadini trovano ovviamente difficile e straziante dovere abbandonare i luoghi simbolo della loro esistenza. Se e quando posti davanti a una difficile scelta, gli abitanti cercano, il più delle volte, di adottare strategie di difesa (dighe più alte, nuovi argini…) invece di lasciare le proprie case e iniziare un’altra vita altrove. Ma le strategie di difesa, se portate avanti per troppo tempo, potrebbero non essere più efficaci. Così, tra le tante battaglie legali e politiche, gli ancora pochi residenti nella sempre più desolata Matatā, si oppongono a un tale “sfrattamento involontario” rimanendo a occupare – spesso abusivamente – quella che una volta era la loro terra. Uno scenario che, prima o poi, potrebbe verificarsi in altre parti del globo.

[di Francesca Naima]

Sudan: primo ministro Abdallah Hamdok si dimette

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Il primo ministro del Sudan Abdallah Hamdok, a capo del fronte civile della transizione nel Paese, nella serata di ieri ha annunciato le sue dimissioni. Il discorso, trasmesso dalla televisione di Stato, arriva due mesi dopo un colpo di Stato caratterizzato da una forte repressione, che ha determinato la morte di 56 persone. «Ho fatto del mio meglio per tentare di impedire al Paese di precipitare verso il disastro» ha affermato Hamdok, il quale ha altresì aggiunto che esso attualmente è «ad una svolta pericolosa, che mette a rischio la sua stessa sopravvivenza».