Il Consiglio di Stato ha sospeso con un decreto la sentenza del Tar del Lazio che annullava il protocollo ministeriale riguardo le cure domiciliari. Nel protocollo venivano indicate come uniche terapie utili, per le cure a domicilio, la somministrazione di paracetamolo e la vigile attesa. Nel decreto del Consiglio di Stato si legge che tale protocollo prevede “raccomandazioni e non prescrizioni, cioè indica comportamenti, secondo la vasta letteratura scientifica allegata, che sembrano rappresentare le migliori pratiche” e quindi “non emerge alcun vincolo” circa la scelta delle terapie da parte dei medici, semmai delle “pratiche di riferimento”. La questione sarà dibattuta in Camera di consiglio il prossimo 3 febbraio, ma nel frattempo il protocollo torna valido.
Il Regno Unito dichiara guerra alle chat criptate, con il pretesto della pedofilia
Il dilemma è sempre il medesimo: qual è il giusto punto di incontro tra sicurezza e privacy, tra sorveglianza e libertà? La posizione dei Governi occidentali tende a essere ambigua in tal senso, ma la cronaca riporta sempre più casi in cui le varie amministrazioni decidono di appoggiarsi a soluzioni draconiane o a sotterfugi polizieschi pur di gestire emergenze dichiarate che non hanno data di scadenza. L’ultimo esempio di questa tendenza ci viene offerto da un report della testata Rolling Stone, la quale ha intercettato una serie di diapositive che esplicitano l’intenzione dell’establishment britannico di manipolare l’opinione pubblica con una massiccia campagna pubblicitaria il cui scopo è quello di denigrare il sistema di crittografia “end-to-end” utilizzato da alcune applicazioni di messaggistica istantanea.
Nello specifico, il Ministero degli Interni britannico si sarebbe messo in contatto con la potentissima agenzia pubblicitaria M&C Saatchi per dar vita a una “pubblicità progresso” in cui si vuole passare un messaggio chiaro quanto fazioso: accettare la crittografia si traduce automaticamente con il rendere la vita facile a chi gestisce la pedopornografia. Per diffondere questo messaggio di paura, il Governo inglese avrebbe già stanziato all’impresa £534.000 (circa €640.000), impresa che sarebbe già stata messa in contatto con alcune non meglio specificate fondazioni benefiche e, ovviamente, con le Forze di polizia.
«Ci siamo impegnati con M&C Saatchi per unire le molte organizzazioni che condividono preoccupazioni sull’impatto della crittografia end-to-end sulla nostra capacità di preservare la sicurezza dei bambini», ha dichiarato un portavoce del Ministero via comunicato. Timori che a loro modo sono legittimi se si considera che le autorità lamentano che digitalizzazione e pandemia abbiano fomentato le attività internettiane dei pedofili, ma che offrono come unica soluzione quella che, fatalmente, fa bene agli interessi degli organi di sorveglianza.
Le angosce relative a pornografia infantile e terrorismo sono alcune delle “armi” più potenti tra quelle messe in campo da chi vuole imporre decisioni che altrimenti farebbero accapponare la pelle – chiedetelo a Apple, la quale ha fatto leva proprio sul tema della vulnerabilità dell’infanzia per scansionare le foto in upload sui suoi cloud -, se non altro perché si tratta di tematiche capaci di convogliare i consensi e le fobie dell’etica occidentale odierna. Si tratta di crimini tanto odiosi che finiscono con l’accecare ogni senso logico e annichilire il discorso pubblico, dinamica di cui il Ministero degli Interni britannico è ben consapevole, visto che non si fa remore a sfruttarla: il Governo «non deve avviare un dibattito sulla privacy in contrapposizione alla sicurezza», recita didascalicamente una delle slide.
L’intera manovra del Regno Unito è nata in risposta alla scelta di Meta di introdurre l’end-to-end nel suo programma di messaggistica Messenger, scelta che a sua volta è dettata da un mercato che è sempre più spaventato dall’intrusività statale e dai crescenti pericoli di hacking. Nulla di tutto questo ha a che vedere però con la pornografia minorile. Quella ha prolificato per anni sull’app in questione e molteplici esperti convengono nel sostenere che rendere illegale la crittografia finirà solamente con il danneggiare gli utenti meno avvezzi al crimine. In altri termini, i cittadini sarebbero sotto sorveglianza e i soggetti pericolosi finirebbero con l’usufruire di canali alternativi.
L’intenzione propagandistica di Londra non fa che riflettere e anticipare pulsioni governative che si stanno estendendo anche all’Unione Europea, quindi il seguire le evoluzioni del suo operato potrebbe fornirci un’idea sostanziale delle sfide che gli utenti dovranno affrontare nel prossimo futuro, sfide che sembrano avere molto a che fare con la necessità dell’establishment di gestire i Big Data.
[di Walter Ferri]
L’annuncio di Boris Johnson: stop a green pass e mascherine nel Regno Unito
Il Regno Unito abolirà il green pass e le norme che regolamentano l’uso obbligatorio delle mascherine: ad annunciarlo è stato il premier Boris Johnson intervenendo alla Camera dei Comuni. Le restrizioni scadranno il 26 gennaio, dal giorno successivo entreranno in vigore le seguenti modifiche: decade l’uso della certificazione verde (ma le aziende potranno continuare a richiederlo, se lo riterranno); decadono gli obblighi ad indossare la mascherina laddove era obbligatoria come scuole e mezzi di trasporto pubblici; stop alle raccomandazioni per le aziende a fare lavorare i dipendenti in remoto; via anche le restrizioni relative alle visite in ospedali e case di cura. Rimarrà solo l’obbligo di quarantena per i positivi al Sars-Cov2. In dubbio l’obbligo vaccinale per i sanitari, che potrebbe essere eliminato. Boris Johnson ha inoltre detto che non prevede di rinnovare nessuna restrizione (inclusa la quarantena per i positivi) oltre la scadenza attuale già fissata al 24 marzo 2022.
Il premier ha affermato che le decisioni sono state prese in accordo con i consulenti scientifici del governo, i quali ritengono che la variante Omicron «abbia già raggiunto il picco a livello nazionale», e ha rivendicato le politiche meno restrittive rispetto ai Paesi europei adottate nel Regno Unito, affermando che «i dati mostrano che più e più volte questo governo ha preso le decisioni più difficili nel modo giusto».
L’Indonesia sposta la sua capitale: Giacarta sta letteralmente affondando
In Indonesia il Parlamento ha approvato una legge che prevede di spostare la capitale Giacarta a Nusantara, una città nel Borneo, costruita da zero. Per quale motivo? Joko Widodo, Presidente indonesiano, aveva già detto nel 2019 di voler procedere con il progetto perché Giacarta sta letteralmente sprofondando in acqua.
Per questo motivo – e per l’urgenza della situazione – i lavori cominceranno già quest’anno, con un utilizzo iniziale di circa 56mila ettari sull’isola di Borneo. In totale l’impresa costerà circa 28 miliardi di euro e si protrarrà, secondo il Governo, almeno fino al 2045.
Per gli attivisti ambientali non è una delle migliori soluzioni quella adottata da Widodo. Anzi, potrebbe arrecare più danno del previsto, dato che sull’isola di Borneo c’è una delle foreste pluviali più antiche del mondo. Che già, a dirla tutta, non se la passa bene. La deforestazione ha ridotto di molto la sua dimensione originale e la creazione di piantagioni per l’olio di palma sta mettendo a repentaglio l’incolumità della biodiversità.
Perché Giacarta sta affondando? Il problema è in parte da ricercare nell’innalzamento dei mari, fenomeno collegato al surriscaldamento globale. Ma c’è dell’altro. A contribuire all’inabissamento è proprio il fatto che la città si sta abbassando di qualche centimetro all’anno, in contemporanea all’aumento del livello dell’acqua. A conti fatti, il 40% di Giacarta è già sotto il livello del mare e una soluzione concreta ancora non c’è. E quelle già adottate, invece, si stanno rivelando insufficienti.
Non è affatto chiaro il motivo per cui la città si stia in un certo senso “auto sabotando”, finendo in mare. Secondo il New York Times, la causa potrebbe essere il fatto che Giacarta è per il 97% coperta di asfalto e cemento, e gli abitanti scavano molti pozzi illegali per poter trovare acqua non contaminata. Il cemento impedisce al liquido in superficie di filtrare, di andare giù per così dire, bloccandolo in superficie. Invece l’acqua che si trova sotto la città viene riportata su attraverso i pozzi. È un circolo vizioso, “un gigante cuscino su cui Giacarta si appoggia”, si legge nell’articolo. Un gigante destinato ad annegare.
[di Gloria Ferrari]
Il Mali ribolle contro il neocolonialismo francese
Il 14 gennaio scorso migliaia di maliani sono scesi per le strade della capitale Bamako per protestare contro le sanzioni economiche imposte al Mali dalla Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (ECOWAS). La protesta si è unita alle storiche proteste contro il colonialismo francese, con molte persone che reggevano un cartello con la scritta “Morte ai francesi e ai loro alleati”. La decisione di imporre sanzioni da parte di ECOWAS, con l’appoggio di Stati Uniti e Unione Europea, era stata presa in risposta alla proposta della giunta militare di posticipare le elezioni al dicembre 2025 invece che nel mese di febbraio come inizialmente previsto. Dal 2020, il Mali è governato dal Comitato nazionale per la salvezza del popolo, una giunta militare capeggiata da Assimi Goïta, che tramite un colpo di stato aveva rimosso l’allora presidente Boubacar Keita.
Malians came out in droves to protest against French Imperialism and ECOWAS’ sanctions on Mali.
They marched in solidarity with the Assimi Goita adminstration on January 14.
The administration has opposed and stifled France’s influence in the country. pic.twitter.com/qccMhlJJST
— Africa Facts Zone (@AfricaFactsZone) January 16, 2022
Keita, morto il 16 gennaio a 76 anni, era stato eletto per la prima volta nel 2013 e poi una seconda nel 2018. Abusi, corruzione, instabilità e un costante declino dell’economia sono stati i principali fattori che hanno accresciuto il malcontento popolare e diminuito la popolarità di Keita, portando al colpo di stato da parte dei militari. Le uccisioni etniche e gli abusi delle forze armate erano diventati una “caratteristica distintiva” della presidenza di Keita, nonostante migliaia di truppe francesi e internazionali schierate per contenere i problemi di sicurezza nelle regioni del nord.
Dal 2012 il Mali si è infatti trovato ad affrontare una crescente instabilità nel nord del paese dove diversi gruppi armati si contendono il controllo del territorio. Ribelli tuareg, gruppi criminali e terroristici come Jama’at Nusratul Islam wal Muslimin (JNIM – una coalizione di quattro gruppi jihadisti affiliati ad al-Qaeda), avevano spinto le Nazioni Unite prima e poi la Francia ad intervenire militarmente in Mali. Dal 2013, è attiva in Mali la missione MINUSMA della Nazioni Unite, composta da oltre 18.000 unità delle “forze di pace”, di cui 12.000 militari. Mentre nel 2014 ha preso il via la missione militare francese Barkhane, composta da circa 5.000 soldati e volta a contrastare il terrorismo islamico in Burkina Faso, Ciad, Mali, Mauritania e Niger. Per finire con la task force europea Takuba, a cui prendono pare 14 paesi e composta da 600 militari (di cui 250 italiani ) partita nel 2020 con il compito di assistere le forze armate del Mali nella lotta al terrorismo. La task force europea è stata pensata in parziale sostituzione della missione francese, dato che il presidente Macron aveva annunciato il ridimensionamento di Barkhane. Lo scorso dicembre, infatti, le truppe di Parigi avevano riconsegnato all’esercito maliano tre importanti basi militari nel nord del paese.
Nonostante le numerose operazioni militari, la situazione nel nord del Mali non è affatto migliorata, anzi. Oltre 260 membri di MINUSMA hanno perso la vita in quella che è di fatto diventata una delle missioni delle nazioni unite più pericolose della storia. Anche Parigi ha dovuto pagare un conto altissimo per la missione Barkhane, dato che 53 soldati francesi sono rimasti uccisi. Come al solito il prezzo più alto è stato pero’ pagato dai civili, il conflitto che dal Mali si è allargato anche ai paesi vicini, Burkina Faso e Niger, ha portato oltre due milioni di persone a dover lasciare le proprie case.
L’incapacità da parte delle forze internazionali di riportare stabilità nelle regioni del nord e il crescente numero di attacchi terroristici ha fatto crescere un forte risentimento verso la presenza di militari stranieri da parte della popolazione del Mali. In particolare, è riemerso con vigore un forte astio verso la Francia, l’ex potenza coloniale che aveva controllato il paese dalla fine dell’800 sino all’indipendenza nel 1960. Ma i sentimenti antifrancesi non sono esclusivamente dovuti a questioni storiche, numerose negli anni sono state le denunce sugli abusi commessi dai militari della missione Barkhane. Una recente investigazione delle Nazioni Unite ha infatti stabilito la responsabilità diretta di Parigi per la morte di 19 civili durante un attacco aereo nel gennaio 2021. Questo non è altro che l’ennesimo caso in cui una democrazia occidentale decide di combattere la minaccia terrorista sganciando bombe dal cielo in modo indiscriminato. Evidentemente il fine giustifica i mezzi solo in certe zone del mondo, verrebbe infatti da chiedersi come mai paesi come Francia e Stati Uniti non utilizzino arei militari e droni per neutralizzare i terroristi anche durante i numerosi attacchi avvenuti sul suolo francese o americano.
Senza dubbio la lotta al terrorismo islamico ricopre un interesse strategico per la Francia, che insieme a Inghilterra e Germania, è uno dei paesi europei più colpiti da questo fenomeno. In Mali, e più in generale in Africa, gli interessi francesi non sono però esclusivamente legati al contenimento di tale fenomeno, per Parigi è di interesse strategico anche riuscire a mantenere una sfera di influenza sulle ex colonie del continente. Dalla sua capacità di influenza nello scacchiere africano passa anche il peso internazionale di Parigi, questa è la motivazione principale per la quale dall’Eliseo continuano a considerare le ex colonie come una appendice. Non per nulla, la Francia ha considerato come un affronto la decisione della giunta militare di sopperire al ritiro di parte delle truppe francesi in Mali con i mercenari russi del gruppo Wagner.

[di Enrico Phelipon]
Omicidio ambasciatore Attanasio: due persone arrestate in Congo
Nella Repubblica democratica del Congo due uomini ieri sono stati arrestati in quanto sospettati di aver ucciso l’ambasciatore italiano Luca Attanasio lo scorso mese di febbraio in una imboscata a nord di Goma, dove hanno perso la vita anche il carabiniere Vittorio Iacovacci e l’autista congolese Mustafa Milambo. A riportarlo è l’agenzia di stampa Associated Press, la quale fa sapere che secondo quanto affermato dal generale Aba Van Ang – commissario di polizia nella provincia del Nord Kivu – l’ambasciatore Luca Attanasio sarebbe stato ucciso nel tentativo fallito di rapirlo a scopo di riscatto. L’agenzia, però, comunica altresì che il principale sospettato dell’omicidio dell’ambasciatore, un uomo noto con il nome di Aspirant, sia ancora in fuga.
Lo smaltimento dei rifiuti europei è ancora fondato sul traffico illegale
Per il nuovo anno la Commissione Europea ha messo a punto un piano denominato “Waste Shipment Regulation”, volto a favorire il riciclo dei rifiuti, limitare il traffico illegale di sostanze pericolose e controllare che lo smaltimento dei materiali esportati avvenga secondo legge. La nuova regolamentazione è sufficientemente forte da contrastare un traffico che vale circa 9,5 miliardi di euro all’anno?
Nel 2020 i rifiuti che hanno viaggiato dall’Europa all’estero – e in particolare verso i paesi che non fanno parte dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico – ha toccato il 50% del volume totale di rifiuti esportati, che tradotto significa 33 milioni di tonnellate. Quantità decisamente aumentate se solo si volge lo sguardo indietro a qualche anno fa: +75% rispetto al 2004. Di queste centinaia di chilogrammi la maggior parte è stata destinata ai paesi poveri, spesso non dotati di impianti di trattamento idonei allo smaltimento in sicurezza.
Per l’organizzazione umanitaria European Environmental Bureau “La regolamentazione non renderà più difficile l’esportazione e non garantirà che le risorse preziose contenute nei rifiuti rimangano all’interno della Ue”. Per quale motivo? È vero che la “Waste Shipment Regulation” prevede una migliore sorveglianza e impone alle aziende di rendere conto di come vengono trattati i rifiuti, ma gli interessi economici sono ancora il motore primario e la politica europea non è in grado di offrire una valida alternativa senza per forza obbligare le imprese a dover spendere di più.
Esportare, infatti, spesso significa risparmiare nelle operazioni di gestione e smaltimento rifiuti, che si rivelano più costose rispetto alla possibile alternativa: caricare tutto su una nave e lasciare che se ne occupino altre nazioni. L’esportazione di materiali di scarto “alimenta il luogo comune secondo il quale per sbarazzarsi dei rifiuti basta mandarli ‘altrove’, ma questo ‘altrove’ è un posto reale”, dicono le associazioni ambientaliste. Solo nel 2020 la Turchia ha accolto rifiuti “europei” per un ammontare di 13,7 milioni di tonnellate. A seguire l’India con 2,9 milioni di tonnellate e Regno Unito con 1,8 milioni di tonnellate. Ci sono anche Svizzera, Norvegia, Indonesia e Pakistan, che hanno ricevuto all’incirca tra 1,6 e 1,4 milioni di tonnellate.
Secondo l’European Environmental Bureau, le imprese “hanno interesse nel ridurre i costi di smaltimento ma lo fanno esportando verso Paesi dove gli standard sono molto meno restrittivi con un conseguente danno sociale e ambientale”. Infatti, tenendo sempre il 2020 come anno di riferimento, i materiali più esportati sono stati ferro e acciaio, spediti per 17,4 milioni di tonnellate. Poi carta e cartone con 6,1 milioni e plastica per 2,4 milioni. Un traffico di rifiuti che, oltretutto, spesso avviene tramite canali illegali e in aperta violazione del diritto internazionale, come nel caso dei rifiuti urbani italiani che raggiungevano la Tunisia nascosti in container. Un caso esploso nel novembre 2020 che provocò anche l’arresto del ministro dell’Ambiente tunisino.
Anche quando tutto avviene secondo le norme di legge, esportare altrove non è solo un grosso rischio, ma innanzitutto un’occasione persa per l’Europa stessa. Trasformare gli scarti in risorse e recuperare materiali permetterebbe ai Paesi di ridurre la propria dipendenza dall’estero e significherebbe inoltre ridurre gli effetti sull’ambiente causati dall’estrazione di sempre nuovi materiali.
Il fatto è che non basta adottare nuove politiche, introdurre nuove regole e aspettare che qualcuno le segua alla lettera. Alla base permane il bisogno di dare importanza a quell’educazione civica che insegna a dare valore al rifiuto, che non è per forza da intendere come tale. Da un materiale di “scarto” qualsiasi potrebbero nascere decine di altri nuovi oggetti e strumenti.
[di Gloria Ferrari]
Kazakistan: ultime truppe russe abbandonano il Paese
Le ultime truppe russe, che erano state inviate in Kazakhstan per fornire aiuto al presidente Kassym-Jomert Tokayev in relazione alle proteste scoppiate nel Paese e sfociate in rivolte di massa con il saccheggio degli edifici governativi in diverse città, sono partite dal Kazakistan alla volta di Mosca. A riportarlo è l’agenzia di stampa russa Tass, la quale sottolinea che le autorità kazake hanno affermato che l’ordine pubblico è stato infatti ripristinato in tutte le regioni del Paese. Il contingente in questione faceva parte di una forza congiunta dei Paesi membri del Trattato di sicurezza collettiva (Csto), il quale comprende oltre che la Russia diverse ex repubbliche sovietiche.
Israele valuta di abbandonare il green pass: non ha logica sanitaria
In Israele si sta valutando di cancellare il sistema relativo al Green Pass: il ministro delle Finanze, Avigdor Liberman, nelle scorse ore ha infatti comunicato tramite un tweet che non vi sia alcuna «logica medica ed epidemiologica nel Green Pass» e che ciò sia condiviso da «molti esperti». «Quello che c’è, invece, è un impatto diretto sull’economia, sul funzionamento quotidiano (del Paese) e un contributo significativo alla diffusione del panico tra i cittadini», ha precisato il ministro, il quale ha altresì aggiunto di star lavorando «con tutte le parti per eliminare il green pass e preservare una routine di vita normale per tutti».
La notizia è stata riportata anche dal quotidiano israeliano Jerusalem Post, il quale non solo ricorda che tali dichiarazioni sono arrivate in seguito alle affermazioni fatte da Liberman insieme al primo ministro Naftali Bennett e al ministro della Salute Nitzan Horowitz – i quali hanno fatto sapere che più di 25 milioni di test antigenici da fare a casa sarebbero stati distribuiti gratuitamente agli israeliani nei prossimi giorni – ma anche che il sistema attuale relativo al Green Pass prevede che solo le persone vaccinate, guarite o testate il giorno precedente – o 72 ore in determinati casi – possono accedere a determinate attività e luoghi e, in alcuni casi, al loro posto di lavoro. Tuttavia il numero individui che contraggono il virus nonostante siano vaccinati o guariti è salito alle stelle con la variante Omicron, e tale sistema dunque potrebbe essere cancellato.
Ad ogni modo, la sua eventuale abolizione non può essere ancora data per certa: alcuni funzionari ed esperti sanitari tra cui il direttore generale del ministero della Salute Nachman Ash – sottolinea il Jerusalem Post – sostengono infatti che la vaccinazione e la guarigione offrano ancora un certo grado di protezione e che dunque il sistema relativo al Green Pass dovrebbe essere mantenuto in vigore. Nonostante ciò, però, questi ultimi hanno anche riconosciuto che ad un certo punto potrebbe essere necessario riesaminare la questione.
Detto ciò, il ministero della Salute non ha rilasciato dati aggiornati completi sull’andamento della pandemia in Israele dalla scorsa domenica a causa di problemi tecnici, ma ad ogni modo come si può facilmente constatare in Israele nell’ultimo periodo vi sono stati decine di migliaia di casi al giorno. Ad ammettere il diffondersi del contagio è stato lo stesso Ash, il quale ha affermato che «il gran numero di casi verificati e di isolamenti è molto gravoso per l’economia». Proprio per questo sono state adottate «diverse precauzioni che, per quanto implementate, ridurranno i rischi, come l’introduzione di un test necessario per uscire dalla quarantena», del quale fino ad ora non c’era bisogno dato che «il settimo giorno, le persone potevano semplicemente uscire». Insomma, come affermato dal ministro della Salute Nitzan Horowitz il governo si sta impegnando a «fornire tutti gli strumenti per salvaguardare la salute di ogni persona in Israele, oltre a preservare l’economia, l’istruzione e la vita»: in tal senso, stando a quanto dichiarato dal ministro delle Finanze, non è detto che ciò non possa determinare l’abbandono dell’attuale sistema del green pass.
[di Raffaele De Luca]











