domenica 22 Marzo 2026
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Essere movimento di lotta al tempo dalla società post-moderna

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I processi di globalizzazione hanno man mano mutato la società e le relazioni che la caratterizzavano, modificando anche gli orientamenti dei movimenti sociali: le istanze hanno iniziato ad avere rilevanza mondiale e le basi sociali dei movimenti si sono estese fino a comprendere persone di vari Paesi e di differenti classi ed estrazioni sociali rendendo eterogenee le forze sociali movimentiste, prive, nel loro insieme, di una identità collettiva condivisa. Nel passato le istanze sociali erano legate alle questioni del lavoro e alla conflittualità tra la massa operaia e i grandi capitalisti e capitani d’industria. La rete sociale che componeva quei movimenti era omogenea per classe sociale e identità. Il movimento operaio, sebbene avesse un carattere internazionalista, lottava nei riguardi dell’autorità nazionale col fine di operare un miglioramento delle proprie condizioni di vita o per un cambiamento di paradigma sociale, quindi politico ed economico su scala nazionale.

Globalizzazione e mutamento sociale

A partire dagli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, le varie ondate globalizzanti hanno iniziato a smantellare il tessuto sociale tipico delle società industriali tramite un processo di frantumazione e degradazione delle relazioni sociali. Lo sviluppo tecnologico è stato il catalizzatore di questi processi di globalizzazione, potenziandoli e moltiplicandoli. Con la rivoluzione informatica la società è gradatamente passata da una produzione secondaria ad una terziaria, ossia di servizi; lo sviluppo tecnico e la ricerca scientifica, le tecnologie dell’informazione e della comunicazione, hanno trasformato le precedenti forme di rapporto tra classi sociali, dividendole e scomponendole internamente ai Paesi, oltre che proiettandole in una competizione non più nazionale ma globale. Il sociologo statunitense Daniel Bell, autore del libro The coming of post-industrial society (1973), credeva che la società post-industriale non fosse altro che il trionfo della società industriale che supera sé stessa grazie al rafforzamento dei legami tra scienza, tecnica e organizzazione del lavoro. In sostanza, la società post-industriale è il prodotto della terza rivoluzione industriale, quella informatica, che ha trasformato la produzione economica e i rapporti sociali: è ciò che il sociologo catalano Manuel Castells ha definito società dell’informazione, ovvero una società in cui valore e crescita economica sono ricavate in larga parte dall’utilizzo della medesima (raccolta, elaborazione e diffusione di dati).

La società dell’informazione separa il piano tecnologico, che governa la competitività economica, dove non si collocano più i rapporti sociali, da quello che si può definire il piano del consumo e quindi dove questi rapporti sociali si inseriscono, ovvero sul piano della costruzione delle identità e dei comportamenti morali. La società postindustriale risulta quindi essere guidata, più della stessa società industriale, dalla tecnologia, ma, rifiutando di sottoporre questa a controlli sociali e culturali, essa non può più essere dominata dall’idea di progresso fondata sullo stretto legame tra lo sviluppo delle conoscenze e delle tecniche e il miglioramento delle condizioni di vita individuale e collettiva.

Disarticolare la coscienza di classe

L’autonomia crescente delle macchine nella produzione e nella distribuzione ha fatto sì che un ruolo centrale sia stato occupato in maniera sempre maggiore dalla relazione tra le società e la loro tecnica. Fin dal secondo dopoguerra, Georges Friedmann ha parlato di come un tale stato di cose non avrebbe certamente fatto perdere di rilevanza ai rapporti di classe ma avrebbe altresì disarticolato, con il massiccio utilizzo della tecnica nelle medesime relazioni sociali, gli individui e le società in tale maniera da non poter ricondurre le negative conseguenze prodotte dal sistema sociale come ad un preciso dominio di classe. In altre parole: i gruppi sociali hanno cominciato a perdere coscienza del quadro della situazione, perdendo l’attitudine a riconoscere il responsabile della loro condizione e verso chi volgere le proprie rivendicazioni. Nella società dell’informazione, i rapporti sociali di produzione (e distribuzione) sono sostituiti da rapporti sociali di consumo e da conflitti che vertono sulla formazione dell’identità individuale. Per tale motivo la cultura e i mass media (vecchi e nuovi) hanno un ruolo importante in tale società.

Alain Touraine, allievo di Friedmann, che per primo coniò il termine di società post-industriale, fin dalla sua opera La société post-industrielle (1969), si è concentrato sulla dimensione culturale della suddetta società. Come spiegato anche nel più recente Un nouveau paradigme. Pour comprendre le monde d’aujourd’hui (2004), l’odierna società vivrebbe nell’epoca della “fine del sociale”. Inizialmente il soggetto moderno si è formato sui principi di razionalità e di rispetto dei diritti individuali universali, esso ha fatto propria l’idea di cittadinanza imponendo il rispetto dei diritti politici universali. In un secondo momento, il soggetto moderno ha imposto il paradigma sociale che metteva al centro della vita politica e sociale la lotta per i diritti sociali (soprattutto per quanto concerne il lavoro e i lavoratori). Touraine sostiene che la società post-industriale abbia fatto emergere il paradigma culturale che porta come istanza principale la rivendicazione dei diritti culturali.

I movimenti sociali nel mondo globalizzato

Come spiegato da Luke Martell, in The Sociology of globalization (2010), lo Stato rimane un attore importante anche in tempi di globalizzazione e opera talvolta per promuoverla mentre altre volte cerca di ostacolarla: ovviamente, stando ai principi della realpolitik, lontano dalle varie ideologie, gli Stati favoriscono la globalizzazione quando possono trarne beneficio mentre la contrastano quando ne subiscono gli effetti negativi. In alcuni settori, specie nei più globalizzati e dove i pericoli sono ormai comuni, gli Stati hanno evidentemente ceduto parte della propria autorità e sovranità a istituzioni mondiali (Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale, Organizzazione Mondiale del Commercio, Organizzazione Mondiale della Sanità etc) che stipulano accordi con le multinazionali al fine di ottenere i risultati voluti dalle élite internazionali: questo crea uno scompenso democratico che i movimenti sociali spesso tentano di colmare facendosi globali.

Democrazia, diritti umani, sanità, ambiente e sviluppo sono temi dei quali i movimenti sociali globali si interessano e il cui comune determinatore è l’avversione nei confronti della globalizzazione neoliberista. Ciò che però caratterizza questi movimenti è la frammentazione identitaria e, quindi, anche della risposta all’avversione neoliberista che accomuna i vari gruppi e organizzazioni: è ciò che spesso viene tutt’ora definito movimento No Global ma che nei fatti risulta essere un composto troppo eterogeneo per stare sotto la medesima etichetta di movimento sociale e sarebbe quindi più corretto parlare al plurale di movimenti. Tant’è che, come spigato da Martell, ad una analisi più attenta e dettagliata, ci accorgiamo che alcuni dei movimenti sociali non sono affatto contrari alla globalizzazione. Mentre gruppi anarchici, autonomisti, protezionisti e nazionalisti rifiutano la globalizzazione in sé, altri, come la sinistra riformista, le ONG e i movimenti espressivi (che danno più importanza al processo piuttosto che al fine; dunque, concentrati su tematiche identitarie piuttosto che materiali), avversano la globalizzazione di stampo neoliberista ma non rigettano la globalizzazione tout court.

L’esempio dei movimenti ecologisti e ambientalisti

Stessa cosa avviene con il movimento ecologista/ambientalista, che si vuol far passare come soggetto unitario nonostante l’identità della base sia molto eterogenea. Questa, sebbene condivida una certa avversione per la globalizzazione neoliberista e le conseguenze prodotte da essa sugli ecosistemi, risulta essere spaccata sulle proposte, le soluzioni e le alternative. Alcune organizzazioni di carattere globale, al solito, non sono avverse alla globalizzazione in sé, che credono possa essere “ecosostenibile”, quanto alle conseguenze prodotte sugli ecosistemi da parte della globalizzazione neoliberista. Così, vediamo mettere nel solito calderone i più disparati movimenti sociali ecologisti/ambientalisti, da quelli delle popolazioni indigene ai discepoli di Greta Thunberg.

Il pericolo sempre corso dai movimenti sociali, e che nei “calderoni globali” aumenta, è ciò che Gramsci chiamava trasformismo ossia la cooptazione delle idee e delle forze movimentiste da parte del potere costituito al fine di depotenziarne le istanze sociali di cui sono portatrici, integrandole in una forma che promuova e legittimi l’ordine stesso, lo status quo. Martell porta l’esempio del termine sviluppo sostenibile e dell’idea che una società possa svilupparsi economicamente ma senza necessariamente danneggiare l’ambiente: «È un concetto, questo, di cui molte istituzioni tradizionali come la Banca Mondiale si servono per indicare uno sviluppo attuato attraverso forze di mercato e libertà d’impresa, ma che non corrisponde in realtà a quello che intendevano molti suoi divulgatori del movimento dei verdi e che oggi viene usato per avallare quel che loro criticavano, ossia quelle istituzioni che rappresentano una vera e propria minaccia per la sostenibilità».

Fare movimento nella Quarta Rivoluzione Industriale

C’è da chiedersi, all’alba della quarta rivoluzione industriale, quella transumanista promossa dal Forum di Davos, il World Economic Forum a cui Greta Thenberg è stata invitata con prostrazione e cenere sul capo da parte dei “padroni del vapore”, se e quale mutamento sociale avverrà e quale influenza questo possa avere sui movimenti sociali, tanto a livello identitario che di azione.

Il contesto sociale della postmodernità è stato spiegato da Zygmunt Bauman con la metafora dello stato liquido in contrapposizione allo stato solido della modernità. Al contrario delle relazioni sociali della precedente società, ovvero fondate su solidi legami, quelle della società postmoderna sono effimere, “usa e getta”: le relazioni sociali sono i feticci di una società formata da individui orientati al mero consumo che credono di potersi realizzare tramite esso in una sorta di bulimia consumista, finendo per consumare anche sé stessi. Se dunque non vi fosse un cambiamento di rotta, continuando con la metafora proposta da Bauman, potremmo finire per passare allo stato gassoso, assistendo all’evaporazione della società umana in tante piccole e grandi bolle.

Secondo Touraine (2004) dalle rovine di ciò che egli chiama “fine del sociale”, il soggetto sorge nell’individuo privo dei valori sociali distrutti, il quale si adopera per costruire nuovi legami collettivi che siano in grado di sostenere la propria libertà e creatività. Egli crede che la famiglia e la scuola siano «la principale posta in gioco di queste lotte». Questo soggetto riuscirà a comunicare con quanti avranno in comune la modernità, ritenuta da Touraine la lingua comune, nel mutuo riconoscimento delle differenze nelle varie modernizzazioni, che hanno sì in comune la modernità ma che la combinano con campi culturali e sociali diversi. «Nessuna società ha il diritto di identificare la propria forma di modernizzazione con la modernità [..] Il modello di modernizzazione occidentale ha polarizzato la società accumulando risorse di ogni genere nelle mani di una élite e definendo negativamente le categorie opposte, ritenute inferiori». Il sociologo francese sostiene che occorra nuovo dinamismo sociale che sia in grado di mettere in atto azioni che ricompongano le polarizzazioni e le esperienze individuali e collettive. Secondo Touraine saranno le donne a portare questa nuova energia dinamica e saranno le attrici principali della ricostruzione sociale.

[di Michele Manfrin]

Torino, tensioni al corteo del 1 maggio

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Questa mattina, al corteo del 1 maggio, si sono registrate delle tensioni a Torino tra forze dell’ordine e gruppi di manifestanti. Poco prima delle 11, i rider scesi nelle strade della città per “portare la loro voce di sfruttati” sono stati fermati dalle forze dell’ordine in tenuta antisommossa, che ne hanno impedito l’ingresso nel corteo da Galleria San Federico. «Il Primo Maggio per noi è un giorno di lotta: le condizioni in cui lavoriamo sono inaccettabili. Siamo stufi di morire in strada per qualche euro» hanno dichiarato i lavoratori. Successivamente si sono registrate altre tensioni, questa volta tra le forze dell’ordine e lo spezzone sociale, che cercava di sfondare il cordone della polizia per raggiungere il palco istituzionale di piazza San Carlo.

SHEIN: cosa c’è dietro il logo più famoso della fast-fashion

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Difficile non conoscere Shein, il rivenditore di abbigliamento online che in poco tempo ha saputo imporsi nel mercato della fast fashion raggiungendo colossi quali Zara, H&M, Pull&Bear, Primark. Con un piano marketing studiato a puntino, l'azienda cinese offre agli utenti capi di abbigliamento per tutti i gusti, sospettosamente troppo economici e che appassionano i clienti. Tanto che nel 2020 "L'azienda internazionale di e-commerce di fast fashion B2C" - come si legge sul sito ufficiale - valeva 15 miliardi di dollari, assicurandosi il primo posto nel mondo come e-commerce in oltre 220...

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La Russia agli altri Paesi: riduciamo al minimo il rischio di guerre nucleari

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«Tutte le potenze nucleari devono attenersi alla logica delineata nei documenti ufficiali volti a prevenire la guerra nucleare», lo ha affermato Vladimir Yermakov, capo del ministero degli Esteri per la non proliferazione nucleare del governo russo. «I rischi di una guerra nucleare, che non dovrebbe mai essere scatenata, devono essere ridotti al minimo, in particolare prevenendo qualsiasi conflitto armato tra le potenze nucleari». Un invito al dialogo e alla moderazione rivolto innanzitutto ai tre paesi occidentali membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu insieme a Russia e Cina: Gran Bretagna, Stati Uniti e Francia. Nei giorni scorsi anche fonti USA avevano ribadito il concetto, specificando inoltre di ritenere che non vi sia una minaccia di uso di armi nucleari da parte di Mosca nonostante alcune dichiarazioni controverse del ministro degli Esteri Lavrov.

Sabato 30 aprile

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8.00 – Ucraina: Zelensky si dice pronto a incontrare Putin, ma Mosca accusa la NATO che impedirebbe un accordo.

11.00 – Un caccia ucraino è riuscito a colpire un villaggio russo danneggiando un impianto di petrolio.

12.00 – SpaceX ha lanciato 53 nuovi satelliti nell’orbita bassa della Terra.

13.00 – PNRR: l’Italia destina 450 milioni di euro allo sviluppo della filiera dell’idrogeno verde.

14.00 – La Repubblica Centrafricana (CAR) ha adottato il Bitcoin come moneta a corso legale.

16.00 – La Cina aumenta le città in lockdown, che ormai riguarda oltre 300 mln di persone. Si diffondono le proteste.

17.00 – Germania: avviato procedimento contro l’Italia all’Aia per risarcimenti crimini nazisti.

Ucraina: Russia lascerà Stazione Spaziale Internazionale a causa delle sanzioni

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A causa delle sanzioni imposte per l’invasione dell’Ucraina, la Russia lascerà la Stazione Spaziale Internazionale. «La decisione è già stata presa, non siamo obbligati a parlarne pubblicamente», avrebbe infatti affermato – secondo quanto riportato dall’agenzia Ria Novosti – il direttore generale dell’agenzia spaziale russa Roscosmos, Dmitry Rogozin. Quest’ultimo, inoltre, avrebbe fatto sapere che in linea con gli obblighi internazionali i partner saranno informati della fine dei lavori sulla Stazione Spaziale Internazionale con un anno di anticipo.

Mancano le relazioni sui vaccini: querela per Aifa, Ministero della Salute, Iss e Cts

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Le istituzioni italiane sembrerebbero non essere in possesso dei documenti necessari a verificare l’efficacia e la sicurezza dei vaccini anti Covid, i quali consentirebbero di mantenere il regime di autorizzazione condizionata: è questo sostanzialmente quanto emerso da un estenuante lavoro di indagine e ricerca effettuato da alcuni legali dell’associazione IDU (Istanza Diritti Umani) e dell’associazione DUS (Diritti umani e salute) nei confronti dell’Aifa (Agenzia italiana del farmaco), dell’Ema (Agenzia europea per i medicinali) e del Ministero della Salute. Una vera e propria ricerca della verità che, sulla base delle risultati emersi, il 4 marzo scorso ha portato l’associazione IDU a depositare presso la Procura di Roma una querela contro l’Aifa, il Ministero della Salute, il Cts (Comitato tecnico scientifico), e l’Iss (Istituto superiore di sanità), accusati di aver commesso i reati di omissione d’atti d’ufficio, abuso d’atti d’ufficio, omicidio colposo, lesioni personali, falsità ideologica, procurato allarme, falso in atto pubblico.

Per comprendere al meglio la vicenda, però, c’è bisogno di fare una breve premessa. I vaccini anti Covid-19 non hanno ricevuto da parte dell’Ema o dell’Aifa l’autorizzazione incondizionata alla commercializzazione, bensì l’autorizzazione condizionata, una procedura subordinata a precisi requisiti che le case farmaceutiche dovrebbero garantire e sottoporre alla verifica delle autorità. Sono gli stessi foglietti illustrativi dei vaccini anticovid-19 a specificarlo, ma non solo. Ciò che probabilmente è ancora più importante è il fatto che a mettere nero su bianco tale concetto è anche la stessa Aifa, che con la determina n.318 del 23 dicembre 2020 ha sostanzialmente chiesto alle aziende di depositare i seguenti documenti: il primo “Psur” (Rapporto periodico di aggiornamento sulla sicurezza) entro 6 mesi successivi all’autorizzazione e le relazioni intermedie di sicurezza, da fornire a partire dal gennaio 2021 fino al dicembre 2023, mese in cui dovrebbe essere messa a disposizione la relazione finale.

È proprio con la volontà di verificare il rispetto di tali requisiti, dunque, che i legali delle associazioni decidono di formulare, in data 29 novembre 2021, l’istanza di accesso agli atti all’Aifa richiedendo la consegna delle “Relazioni Intermedie” e degli “Psur”. Quest’ultima però, in data 28 dicembre 2021 e nella persona del Direttore Generale Nicola Magrini, afferma di non possedere la documentazione richiesta in quanto tali dati avrebbero “natura riservata” essendo di “proprietà esclusiva delle aziende produttrici”. I richiedenti vengono però invitati a rivolgersi all’Ema per reperire le Relazioni intermedie, mentre per consultare gli Psur viene fornito un link di collegamento del sito della medesima, il quale riporta tuttavia ad una pagina non più esistente. Allora in data 29 dicembre viene inoltrata istanza di accesso agli atti al Ministero, richiedendo la consegna degli Psur e delle Relazioni Intermedie di Sicurezza. Anche quest’ultimo però, nella persona del Direttore Generale Dott. Giovanni Rezza, il 2 febbraio 2022 afferma di non essere in possesso della documentazione in questione. Eppure, il regolamento UE 507/2006 all’art. 9 prevede che le relazioni periodiche di aggiornamento sulla sicurezza sono presentate all’Agenzia e agli Stati membri immediatamente su richiesta o almeno ogni sei mesi dopo il rilascio o il rinnovo di un’autorizzazione all’immissione in commercio condizionata, motivo per cui lo Stato Italiano, in quanto Stato membro, avrebbe a quanto pare tutto il diritto di richiedere la consegna.

Ad ogni modo l’indagine prosegue ed il 29 dicembre 2021 l’istanza viene inoltrata all’Ema, che inizialmente afferma di non comprendere quali siano le relazioni richieste, poi sostanzialmente tergiversa, ed infine in data 9 febbraio 2022 oppone il proprio diniego all’accesso agli atti per una serie di motivi tra cui quello per cui l’agenzia non avrebbe individuato nessun interesse pubblico prevalente che giustifichi la divulgazione dei documenti richiesti e che prevalga sulla tutela dell’interesse privato: la diffusione dei documenti, infatti, pregiudicherebbe gravemente il processo decisionale.

È per tutti questi motivi, dunque, che si è giunti al deposito della querela. Per avere però un’idea più chiara riguardo al pensiero di coloro che hanno condotto questa ricerca della verità, abbiamo chiesto un commento ad uno dei legali che ha indagato sulla vicenda, Enzo Iapichino dell’Associazione IDU. «Cosa significa tutto ciò? Significa che in Italia abbiamo la legislazione del ricatto», ha affermato l’avvocato, sottolineando che «se da un lato determinate categorie di soggetti che scelgono di non vaccinarsi non possono essere retribuiti, dall’altro se si decide di chiedere i documenti a sostegno di efficacia e sicurezza dei vaccini essi non vengono forniti, e non si sa neanche se esistono».

[di Raffaele De Luca]

La Commissione europea vuole mettere al bando dodicimila sostanze chimiche

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La Commissione europea ha recentemente pubblicato la cosiddetta “Restrictions Roadmap”, una tabella di marcia che potrebbe progressivamente mettere al bando numerose sostanze chimiche, dannose per la salute umana e l’ambiente, e contenute in diversi prodotti di largo consumo tra cui quelli per l’infanzia. Il piano infatti indica un elenco di sostanze, da aggiornare gradualmente, che saranno oggetto di stringenti restrizioni: il tutto con l’obiettivo poter godere di un ambiente privo di sostanze chimiche tossiche, che secondo quanto riportato dall’Ufficio europeo dell’ambiente (EEB) spariranno completamente entro il 2030. Nello specifico, in totale fino a dodicimila sostanze potrebbero essere messe al bando, dato che l‘associazione di settore CEFIC a dicembre ha stimato che siano appunto dodicimila le sostanze chimiche, presenti nel 74% dei prodotti di consumo o professionali, potenzialmente pericolose per la salute o per l’ambiente.

“Se attuata, l’azione sarà la più ampia rimozione regolamentare mai effettuata di sostanze chimiche autorizzate e coprirà le sostanze chimiche contro le quali i gruppi ambientalisti, dei consumatori e della salute hanno combattuto per decenni”, ha inoltre affermato l’EEB, precisando che “la Restrictions Roadmap sia “un impegno politico a utilizzare le leggi esistenti per vietare, ad esempio, tutti i ritardanti di fiamma, sostanze chimiche utilizzate per rendere ignifughi i prodotti e che sono sospettate di essere cancerogene, e tutti i bisfenoli, ampiamente utilizzati nella plastica ma che colpiscono gli ormoni umani”.

Detto questo, non si può non sottolineare che, seppur quelli della Commissione europea siano degli ottimi passi in avanti, andranno ovviamente verificati alla prova dei fatti. In passato, infatti, non sono mancate le occasioni in cui diversi Stati europei hanno preferito mettere le ragioni industriali ed economiche avanti a quelle della salute pubblica. Basterà ricordare che negli scorsi mesi le autorità di Francia, Olanda, Svezia ed Ungheria hanno preparato un rapporto sulla sicurezza dell’erbicida glifosato, nell’ambito del rinnovo dell’autorizzazione Ue, definendolo non cancerogeno, non mutageno né tossico per la riproduzione. Tuttavia, è ormai risaputo che il glifosato costituisca un pericolo per la popolazione umana. La stessa Echa (Agenzia europea delle sostanze chimiche), infatti, si era espressa molto chiaramente sul tema già nel 2017: pur sottolineando la mancanza di prove scientifiche «per classificare il glifosato come cancerogeno, mutageno o tossico per la riproduzione», aveva comunque precisato che si trattasse di una sostanza tossica e pericolosa sia per l’uomo che per l’ambiente.

[di Raffaele De Luca]

Germania: avviato procedimento contro l’Italia all’Aia per risarcimenti crimini nazisti

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Un procedimento davanti alla Corte Internazionale di giustizia dell’Onu, con sede all’Aia, è stato avviato dalla Germania contro l’Italia, accusata di non rispettare la sua “immunità giurisdizionale come Stato sovrano”. Lo si legge in una nota pubblicata dalla stessa Corte, dalla quale si apprende che, nello specifico, Berlino ritiene che Roma stia continuando a consentire alle vittime dei crimini di guerra nazisti di chiedere risarcimenti allo stato tedesco nonostante una sentenza della Corte Internazionale di giustizia del 2012, che aveva sancito l’illegittimità di tali richieste.

La fabbricazione perpetua dell’emergenza migranti

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In Italia la gestione dei migranti che attraversano le frontiere senza documenti è da sempre affrontata in un'ottica emergenziale. La retorica politica, attraverso una comunicazione mediatica costruita ad hoc, riporta da anni catastrofici scenari di invasione ed emergenza. Eppure se si dà un'occhiata ai numeri, l'intera narrazione crolla come un castello di carta, portando in superficie dinamiche ben diverse e interessi politici specifici.
La produzione politica della marginalità sociale
Un rapporto stilato dalla Fondazione Openpolis mostra come, nel triennio 2018-2020, la presenza di migranti...

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