La verità sugli armamenti nucleari ancora presenti in Italia e nel mondo

Secondo un sondaggio di novembre del 2020, condotto da YouGov su un campione di oltre 1.000 persone, l’87% degli italiani è favorevole all’adesione dell’Italia al TPNW (trattato per la proibizione delle armi nucleari). Il 17% in più rispetto ad un sondaggio simile del 2019: percentuale che dimostra una crescente consapevolezza e sensibilità nei confronti del tema, caratteristiche che però sembrano non appartenere al Governo italiano. Il nostro territorio, infatti, continua ad ospitare armi nucleari statunitensi: una scelta che rende ancora più importante la celebrazione della Giornata internazionale per l’eliminazione totale delle armi nucleari, che ogni anno prova a dar voce alla maggioranza silenziosa dei cittadini che credono che questi ordigni debbano essere espulsi dalla storia.

bomba nucleare

Come ci sono finite le armi nucleari americane in Europa?

Tutto è iniziato negli anni Cinquanta, quando gli Stati Uniti, cercando di creare una strategia antisovietica, hanno cominciato a distribuire decine di bombe “tattiche” in tutto il territorio dell’Europa occidentale. Il record fu raggiunto nel 1971, quando se ne potevano contare 7.300. Anche se sono passati ormai più di 70 anni, e il contesto storico è ben diverso da quello di metà ‘900, quelle bombe “tattiche”, anche se in quantità minore, sono ancora là. Dopo l’evento della caduta del Muro di Berlino, gli americani hanno ridotto la presenza delle bombe, ma senza l’intenzione di eliminarle. Fonti non governative sostengono che in Europa ci siano ancora circa 150 bombe nucleari Usa, suddivise in cinque Paesi NATO. In particolare, Germania, Belgio e Paesi Bassi ne avrebbero 20 a testa. La Turchia potrebbe custodirne ancora 50, ma alcuni analisti pensano che possano essere state ulteriormente ridotte.

Le bombe nucleari Usa in Italia

Anche se l’Italia non lo ha mai dichiarato ufficialmente, nelle basi militari di Ghedi (Brescia) e Aviano (Pordenone), sono custodite circa 40 bombe nucleari americane. Un tempo gli ordigni erano presenti anche in altre basi, tra cui quelle di Comiso e Rimini. Stando alla media europea sopra citata (e dando per certo che la Turchia abbia ridotto il numero delle bombe), l’Italia sarebbe il Paese con più testate nucleari americane. Un dato non da poco se commisurato al danno potenziale che deriverebbe da un attacco terroristico contro i due bunker atomici presenti in Italia. Secondo i calcoli del ministero della Difesa, in uno studio di qualche anno fa che una fonte riservata ha illustrato a Greenpeace (un rapporto tenuto segreto, di cui sono a conoscenza solo i vertici militari e politici e i responsabili della sicurezza nucleare), le persone raggiunte dal fungo radioattivo sarebbero da 2 a 10 milioni, a seconda della propagazione del vento e dei tempi di intervento. La questione che più preoccupa è che sulle armi americane presenti sul nostro territorio, lo Stato italiano non esercita alcuna giurisdizione: significa che la NATO e gli USA potrebbero usufruire arbitrariamente, in qualsiasi momento, delle bombe nucleari e del territorio stesso per qualsiasi progetto militare, ad esempio.

italia ripensaci

TPNW (trattato per la proibizione delle armi nucleari)

Il nostro paese non ha mai messo in atto alcun programma per l’assemblaggio di armi nucleari. E ogni tentativo, piano e progetto proposto, si spense del tutto nel 1975, quando l’Italia aderì al Trattato di non proliferazione nucleare. Trattato attualmente in vigore (di fatto l’Italia non produce né possiede armi nucleari di sua proprietà) ma che non impedisce al paese di partecipare al programma di “condivisione nucleare” della NATO. Una minaccia nucleare non indifferente e sempre dietro l’angolo, che ha portato l’Assemblea Generale dell’Onu ad approvare con 122 voti a favore il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari (TPNW), in data 7 luglio 2017. Entrato ufficialmente in vigore il 22 gennaio 2021, è stato accolto con entusiasmo e approvazione da oltre 50 Paesi, che hanno riposto la propria firma. L’accordo stabilisce che produzione, test, sviluppo, immagazzinamento, trasferimento e utilizzo delle armi nucleari sono illegali, perché quest’ultime sono a tutti gli effetti armi di distruzione di massa. A gioire del traguardo soprattutto l’ICAN, Campagna Internazionale per la messa al bando delle Armi Nucleari, un movimento internazionale che raggruppa centinaia di organizzazioni, premiato per il suo impegno nel 2017, con il premio Nobel per la Pace. C’è chi, però, non ha aderito al trattato (e avrebbe dovuto farlo più di tutti). Tra questi, soprattutto i Paesi possessori degli armamenti e i loro alleati (come il Giappone). E anche l’Italia, sebbene il 74% dei suoi abitanti sia per l’eliminazione totale dal nostro territorio delle testate nucleari statunitensi. Per questo motivo non si fermano le proteste e le manifestazioni, tra cui la campagna “Italia ripensaci”, sostenuta da Rete Italiana Pace e Disarmo e altre associazioni.

Sondaggio armi nucleari

Quanto ci costa il nucleare?

Partiamo da un dato certo e assodato: le bombe atomiche hanno costi molto elevati, ma l’Italia (a differenza degli USA) non rende noto il suo bilancio nucleare. Secondo le stime la manutenzione delle 13.400 testate atomiche esistenti nel mondo avrebbe costi che si aggirano attorno ai 140mila dollari al minuto, per un totale di oltre 70 miliardi di dollari nel 2019: 24 volte il budget annuale delle Nazioni Unite. In Italia, invece, basandosi sul rapporto “Il prezzo dell’atomica sotto casa”, redatto dall’unità investigativa di Greenpeace sulle stime dell’Osservatorio Milex riguardo alle spese direttamente riconducibili alla presenza di testate nucleari sul suolo nazionale si legge: “Tra i 20 e i 100 milioni di euro l’anno. A questa cifra vanno aggiunti i 10 miliardi in 30 anni per rimpiazzare i Tornado di stanza a Ghedi con venti F-35”. Infatti la politica NATO prevede anche che, in caso di guerra, i cacciabombardieri di Italia, Germania, Belgio e Olanda possano entrare in azione. Per questo i piloti delle forze armate nazionali si esercitano regolarmente e gli armamenti devono essere sufficientemente prestanti (e quindi moderni).

Gli italiani sono d’accordo? Secondo il report “Italiani e nucleare” commissionato da Greenpeace a Ipsos, solamente il 5% degli intervistati ha indicato la necessità di “avere dei cacciabombardieri di ultima generazione da destinare ad eventuali missioni nucleari”. Il 95% del campione ha invece fornito impieghi alternativi: il 35% destinerebbe quei soldi al sistema sanitario, il 34% al sistema economico e del lavoro, il 16% al sistema scolastico, il 10% a settori diversi da quelli citati.

nucleare

Previsioni per il futuro

Un sistema di difesa che preveda (ancora) l’impiego di armi nucleari e armamenti nascosti qua e là per l’Europa risulta ormai, agli occhi di molti, obsoleto e assolutamente non condivisibile. Anche se di tanto in tanto in Parlamento si prova a discutere della vicenda, i pareri contrari (e pro atomiche) sono molto più forti. C’è però in corso un’iniziativa portata avanti dal Centro di Documentazione “Abbasso la Guerra OdV” e altre 15 associazioni pacifiste, che hanno incaricato gli avvocati di IALANA Italia (International Association of Lawyers Against Nuclear Arms) di redigere uno studio sulla presenza di armi nucleari in Italia. Di che si tratta? Lo studio commissionato è una richiesta di “Parere legale riguardante lo status giuridico delle armi nucleari in Italia e le azioni legali proponibili nel caso si riscontrino illeciti civili, penali o amministrativi”. Lo studio, che riguarderà anche le varie norme nazionali ed internazionali interessate (almeno una ventina), terminerà il 31 dicembre 2021, con proroga eventuale di altri 3 mesi. Non è un caso che lo studio venga portato avanti in questo periodo: per il 2022 è attesa la sostituzione, nelle aerobasi di Aviano e Ghedi, delle armi termonucleari B61 con le (più pericolose) B61-12.

Beatrice Fihn, direttrice esecutiva di ICAN, ha dichiarato: «Oggi le armi nucleari sono finalmente ed ufficialmente vietate dal diritto internazionale. La posizione ufficiale del Governo italiano non è più sostenibile».

[di Gloria Ferrari]

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