domenica 22 Marzo 2026
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Covid, Usa: ok Fda a dose booster del vaccino Pfizer per fascia d’età 5-11 anni

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La Fda (Food and Drug Administration), ovverosia l’organo statunitense che regola i prodotti farmaceutici, ha autorizzato l’uso della dose booster del vaccino anti-Covid della Pfizer nei bambini rientranti nella fascia di età 5-11 anni. Una “singola dose di richiamo”, comunica in tal senso la Fda, potrà essere somministrata almeno 5 mesi dopo il completamento del ciclo primario che prevede la sottoposizione a due dosi del vaccino Pfizer. Adesso dunque si attende la conferma da parte del Cdc (Centers for Disease Control and Prevention), l’organismo di controllo sulla sanità pubblica degli Stati Uniti: durante una riunione, prevista per giovedì, gli esperti dovrebbero discutere di tale questione.

Irlanda, il Paese dove si arena la protezione dei nostri dati

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Il General Data Protection Regulation (GDPR) dell’Unione Europea è entrato in azione il 28 maggio 2018 e avrebbe dovuto rivoluzionare radicalmente il modo in cui i dati dei cittadini europei venivano maneggiati dalle Big Tech. Qualche miglioramento s’è effettivamente registrato, tuttavia l’impatto del pacchetto normativo non è stato in grado di preservare la privacy delle persone, le quali sono ancora oggi vittime degli abusi perpetrati da potenti aziende straniere. Le “armi” progettate dall’UE per tutelare i deboli si sono smussate infatti contro l’ostacolo di una burocrazia inefficiente e di...

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Sentenza: la sospensione degli insegnanti non vaccinati è da considerarsi illegittima

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“Le domande delle parti ricorrenti che avevano quale presupposto la dichiarazione di illegittimità dei provvedimenti di sospensione impugnati, in seguito all’entrata in vigore della nuova normativa, hanno perso di attualità nel senso che non sono più supportate da un interesse giuridicamente rilevante alla pronuncia sia per quanto riguarda l’azione cautelare sia per quanto riguarda la domanda di merito, poiché devono ritenersi essere state soddisfatte dal legislatore prima ancora che in sede giudiziale”: è quanto si legge all’interno di una recente sentenza del Giudice del Lavoro di Treviso, il dott. Massimo Galli, dalla quale emerge che il legislatore abbia implicitamente riconosciuto che la sospensione degli insegnanti non vaccinati fosse illegittima. Infatti, il giudice ha sostanzialmente ritenuto non necessario esprimersi sul ricorso relativo alla sospensione dalle funzioni e dalle retribuzioni presentato da diversi docenti trevigiani dato che, a fornire una risposta alle tesi da loro sostenute, sarebbe stato direttamente il legislatore.

Quest’ultimo avrebbe praticamente sconfessato la normativa che disponeva la sospensione dei docenti non vaccinati, stabilendo indirettamente che essa non fosse necessaria. In tal senso, secondo il giudice il nuovo decreto legge 24/2022 avrebbe sostanzialmente disposto in maniera retroattiva la riammissione sul luogo di lavoro degli insegnanti non vaccinati, in quanto nella sentenza si legge che “il risultato dell’introduzione di tale nuova disciplina per quanto rileva ai fini del presente giudizio consiste dunque nell’abrogazione della sanzione della sospensione con effetto retroattivo dal 15 dicembre 2021“: in altre parole, l’abrogazione della sanzione dovrebbe considerarsi effettiva dal 15 dicembre 2021. È proprio questa la data che la precedente normativa indicava come giorno di inizio dell’obbligo vaccinale per i docenti e delle relative sanzioni per gli inadempienti, che sulla base di tale interpretazione il legislatore avrebbe sconfessato.

Avendo dunque, secondo il giudice, il nuovo decreto effetto retroattivo ed essendo quindi decaduta la sospensione già dal 15 dicembre 2021, gli insegnati che hanno effettuato il ricorso avrebbero diritto a ricevere le retribuzioni che sono state loro negate in seguito alla sospensione prevista dalla vecchia normativa. Si tratta di una logica conseguenza che, seppur non esplicitamente precisata nel testo della sentenza, appare ovvia. «In termini concreti il cauto, ma chiaro giudice trevigiano, ha statuito che il personale scolastico che non ha accettato la vaccinazione ha diritto alle retribuzioni non percepite dalla data della sospensione perché il legislatore ha riconosciuto, confessoriamente, il fondamento della tesi da me sostenuta nella causa, che la sospensione non fosse necessaria», ha infatti affermato l’avvocato che ha difeso i docenti trevigiani Mauro Sandri. «La prossima settimana, dopo avere effettuato i conteggi, notificherò al Ministero della Pubblica Istruzione la richiesta di pagamento degli stipendi arretrati per i tantissimi docenti di varie scuole della Provincia di Treviso che ho avuto ed ho l’onore di assistere», ha a tal proposito fatto sapere l’avvocato, sottolineando che «la causa prosegue per ottenere anche il pagamento dei danni non patrimoniali, comunemente definiti danni morali».

[di Raffaele De Luca]

Finlandia: ok del Parlamento a richiesta di adesione alla NATO

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Il Parlamento finlandese ha approvato, con la stragrande maggioranza dei voti, la proposta relativa alla richiesta di adesione alla NATO: nello specifico, 188 sono stati i voti a favore ed 8 quelli contrari. L’approvazione, arrivata dopo che nella giornata di ieri la Svezia ha confermato la sua intenzione di aderire alla NATO, è stata anche commentata dalla prima ministra finlandese Sanna Marin, che tramite un tweet ha parlato di «forte sostegno da parte del Parlamento».

Le elezioni scuotono il Libano: Hezbollah perde la maggioranza

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Secondo i risultati ufficiali delle elezioni parlamentari che si sono tenute domenica 15 maggio in Libano, il gruppo sciita Hezbollah e i suoi alleati hanno perso la maggioranza dei seggi in parlamento, un risultato che segnerà necessariamente il prossimo futuro di uno dei paesi più instabili del medio oriente, segnato negli ultimi anni da una pesante crisi economica e politica. Non è ancora ufficiale il numero dei seggi dei quali Hezbollah disporrà nel prossimo parlamento, ma è certo che saranno meno dei 70 su 128 che nell’ultima legislatura hanno garantito la maggioranza alla “Alleanza dell’8 marzo” del quale il movimento è parte. Una battuta d’arresto per il gruppo paramilitare sciita alleato dell’Iran e del presidente siriano Assad, che ha costruito la propria autorità in Libano grazie all’assistenza agli strati popolari e alla reputazione militare, costruita dando un contributo decisivo nella guerra del 2006 contro Israele.

La formazione del nuovo governo sarà lunga, per diverse ragioni. L’attuale situazione in cui versa il Libano presenta diverse criticità, dovute soprattutto agli eventi degli ultimi anni, che hanno lasciato danni permanenti nel paese. Parliamo, ad esempio, delle proteste del 2019 e della crisi economica che ha lasciato tre quarti della popolazione libanese sotto la soglia di povertà. A questo si somma l’eccessiva inadeguatezza e corruzione della classe politica, lacerata da una frammentazione che di fatto rispecchia anche la composizione interna del paese. In Libano infatti convivono ben 18 credi religiosi (tra cui una comunità cristiana molto numerosa, che ha dato vita anche ad un partito politico) che danno vita a divisioni storiche e inaspettate alleanze, come quella tra i cristiani del Movimento Patriottico Libero e dei musulmani sciiti radicali di Hezbollah che hanno governato assieme negli ultimi anni.

Il fatto che la religione costituisca un tassello fondamentale nella realtà statale, si vede anche nella composizione governativa, che più che seguire manifesti elettorali o programmi politici, si basa sul credo di questo o quel gruppo, con precise quote assegnate ad ognuno di essi. Un sistema, dunque, che potremmo definire “confessionale” e che è stato previsto nel Patto Nazionale istituito nel 1943, con l’indipendenza del Paese. La costituzione libanese prevede di fatto che il Parlamento sia suddiviso tra le religioni, con un’iniziale predominanza cristiana: secondo un censimento degli anni ’30 del ‘900 (l’ultimo fatto) risultavano essere la comunità più presente in Libano. Con il tempo tuttavia la composizione demografica ha subito delle modifiche e la popolazione musulmana, ad esempio, è diventata sempre più numerosa. Questa discrepanza ha portato a numerosi scontri, alcuni sfociati in una vera e propria guerra interna.

Dopo una serie di patti e alcune piccole modifiche apportate all’accordo Nazionale, ad oggi il regolamento prevede, tra le altre cose, che il presidente della Repubblica sia sempre un cattolico di confessione maronita e che il primo ministro sia sempre un musulmano sunnita. Considerando tutte le altre cariche, in pratica dei 128 deputati di cui è composto il Parlamento libanese, 64 devono essere cristiani e 64 devono essere musulmani o drusi (seguaci di una dottrina monoteista di derivazione musulmana sciita). Un Parlamento che non rispetta questa suddivisione non può esistere. Per questo negli anni per “smuovere le acque” si sono susseguiti diversi omicidi politici (come nel 2005, con l’assassinio del primo ministro Rafiq Hariri) ed è raro che un governo termini tutti e 4 gli anni di legislatura.

A prescindere dal risultato delle elezioni, la forza politica più importante negli ultimi anni è stata appunto quella di Hezbollah, che ha visto la sua ascesa proprio nel più alto periodo di scontri tra cristiani e musulmani. Hezbollah significa letteralmente in arabo “Il partito di Dio”, e può essere definita come un’organizzazione politica e militare di stampo sciita (corrente musulmana che riconosce come soli eredi di Maometto i discendenti maschi di suo genero, il califfo Alì). La sua nascita, avvenuta attorno agli anni ’80, è strettamente legata all’Iran, che ne ha supportato l’ascesa anche in termini economici per contrastare l’invasione del sud del Libano da parte di Israele. Infatti, alla base del programma politico di Hezbollah c’è proprio la liberazione di tutti i territori occupati da Israele.

[di Gloria Ferrari]

Bologna, universitari protestano a difesa della Palestina

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Questa mattina, a Bologna, diversi studenti hanno organizzato un presidio all’esterno del Rettorato dell’Università per chiedere all’Ateneo di interrompere le collaborazioni con governo, università e aziende israeliane “che partecipano al progetto coloniale di Tel Aviv” ai danni della Palestina. L’obiettivo è calendarizzare una discussione su un dossier presentato dagli stessi studenti, “che mostra i progetti di ricerca con cui l’università collabora insieme ad aziende che producono droni e armamenti”. Il presidio è avvenuto a distanza di due giorni dalla manifestazione di domenica 15 maggio, quando centinaia di persone sono scese in piazza a Bologna per esprimere la loro vicinanza alla Palestina e denunciare il silenzio internazionale di fronte all’uccisione della giornalista palestinese di Al-Jazeera Shireen Abu Aqleh.

La TAV non si farà mai? Secondo i francesi Macron ha abbandonato il progetto

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La realizzazione del progetto della linea TAV rischia di concludersi in un nulla di fatto. Il motivo, per una volta, non risiede nei ritardi e rimandi italiani, ma nell’apparente disinteresse dell’amministrazione francese per la realizzazione dell’opera. Secondo quanto denunciato da un comunicato di La Transalpine, associazione di sostenitori istituzionali e imprenditoriali dell’Alta Velocità, il governo francese starebbe infatti puntando sull’ammodernamento della linea Digione-Modane, piuttosto che sulla realizzazione del tunnel italo-francese. Tale fattore, se confermato, comporterebbe la perdita dei finanziamenti europei per la realizzazione dell’infrastruttura e, quindi, un probabile e definitivo accantonamento dei lavori.

Il 9 maggio il Comitato ha infatti sottolineato la differenza tra l’impegno francese e quello italiano, recentemente concretizzatosi (a parole) per mezzo dell’ordinanza firmata dal nuovo Commissario straordinario del governo incaricato di occuparsi della Torino-Lione, Calogero Mauceri. Questi ha infatti firmato un’ordinanza che autorizza la Rete Ferroviaria Italiana (RFI) a riprendere i lavori sviluppando il progetto della linea Avigliana-Orbassano e gli interventi di adeguamento dello scalo di Orbassano. Come riportato dal sito della Regione Piemonte, in questo modo il commissario Mauceri “indica la strada lungo la quale tutti gli attori devono ora lavorare” per la realizzazione di “un’infrastruttura indispensabile”. Il presidente di La Transalpine, Jacques Gounon, si è detto soddisfatto delle mosse italiane, sottolineando l’urgenza di una maggior decisione da parte francese.

L’Italia avrebbe in questo modo dato nuovo slancio al proprio impegno nel rendere concreta la realizzazione dell’Alta Velocità, il cui costo stimato ammonta a 1,9 miliardi di euro, finanziati per metà dall’Unione europea. Fondi vincolati, tuttavia, all’adozione di una “Decisione di esecuzione” da parte di Italia e Francia, richiesta dall’UE a fine 2020. Il documento deve dettagliare interventi, tappe operative e costi per i lavori da effettuare da entrambe le parti. Secondo alcuni quotidiani francesi, l’Italia starebbe ora cercando di accelerare i tempi per il timore di perdere i finanziamenti europei. Tuttavia, se la decisione della Francia di puntare sull’ammodernamento della linea storica Digione-Modane fosse confermata, l’erogazione dei fondi europei verrebbe meno e andrebbe in fumo l’intera realizzazione dell’opera.

Per questo motivo il comunicato di La Transalpine insiste sul fatto che “I circa 150 km di nuovi binari della Torino-Lione” su lato francese “sono stati dichiarati ‘di interesse pubblico e urgente’ nel 2013. Al termine di una nuova sequenza di studi iniziata nel 2019, lo Stato avrebbe dovuto ufficializzare la scelta di uno scenario di prima fase alla fine di marzo”, decisione mai giunta e della quale il Comitato rimarca l’urgenza al fine del completamento dei lavori, insieme a un “chiarimento del calendario e dell’avvio rapido del processo di realizzazione dei lavori”.

Vi è poi un’altra criticità, sottolineata dal Comitato: l’ammodernamento della linea francese punterebbe a raggiungere la capacità di trasporto merci di 10 milioni di tonnellate all’anno, con meno di 100 treni al giorno. Si tratta di numeri alquanto inferiori rispetto a quelli cui dice di puntare l’Italia, ovvero 162 treni al giorno e 25 milioni di tonnellate di merci all’anno.

La mancanza di progetti coerenti tra i due lati della frontiera e il mancato interesse politico francese per la realizzazione dell’opera potrebbero compromettere seriamente la realizzazione dei lavori, da parte italiana fermi da cinque anni. Fattore, quest’ultimo, che non ha tuttavia impedito la militarizzazione di un’intera valle, operazione che da sola ha richiesto la spesa di milioni di euro.

[di Valeria Casolaro]

Rimuovere le barriere fluviali è importante: la Spagna mostra la via al resto d’Europa

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Nel 2021 le barriere fluviali, causa principale della frammentazione dei corsi d’acqua, sono diminuite in Europa. Un primo passo importante e necessario, poiché la frammentazione dei corsi d’acqua dei fiumi è causa di problemi non di poco conto per l’ecosistema e la biodiversità. Ogni possibile sbarramento, da dighe a rampe, ai canali sotterranei, a chiuse, guadi, costruiti spesso per motivi di contenimento o col fine di ottenere energia idroelettrica, frammenta infatti i fiumi cambiandone il flusso, il corso e i collegamenti con le pianure alluvionali. Sono strutture che impediscono ai pesci ed agli insetti che abitano i fiumi di muoversi come naturalmente sarebbero portati a fare e influiscono negativamente anche sui flussi di nutrienti e sedimenti.

Gli impatti delle barriere sono variabili, ma di estrema importanza per comprendere quanto agire sulla rimozione delle opere, spesso ormai obsolete e senza alcuna effettiva funzione, sia parte essenziale del lavoro di ripristino dei bacini idrografici europei, dopo decenni di impattanti modifiche costruite non solo per protegge dalle inondazioni, ma anche per favorire l’agricoltura, l’industria, la produzione di energia e la crescita urbana. Un’opera miope che per decenni ha sacrificato gli ecosistemi fluviali alle esigenze delle città e dell’economia.

Le barriere influenzano la dinamica fluviale e la biodiversità acquatica, motivo per cui la Dam Removals, coalizione di sette organizzazioni (World Wildlife Fund, The Rivers Trust, The Nature Conservancy, European Rivers Network, Rewilding Europe, Wetlands International e World Fish Migration Foundation) si impegna per ripristinare il libero flusso dei fiumi e dei torrenti europei. Proprio dal rapporto del 2021 della Dam Removals
arriva una buona notizia: lo scorso anno le barriere fluviali rimosse in tutto il territorio Europeo sono state 239. Un’inversione di tendenza importante, seppur di portata numericamente trascurabile rispetto al totale delle barriere fluviali presenti in Europa, stimato in 1,2 milioni, ovvero 0,74 per chilometro. Di queste, almeno 200.000 sono da tempo prive di qualsiasi utilità pratica, e sarebbero semplicemente da rimuovere prima possibile.

Quantunque rispetto al 2020 siano state rimossi ben il 137% in più di sbarramenti fluviali, sono moltissimi i Paesi ancora fermi che dovrebbero invece contribuire per ottenere risultati maggiori. Ad avere seriamente agito sembra essere solo la Spagna, con la rimozione di 108 barriere fluviali nel 2021, un numero maggiore di quel che è stato fatto in tutta Europa nell’anno precedente. Eppure le specie di pesci migratori del continente sono in declino del 93%, dato che dovrebbe rappresentare un campanello d’allarme, visto che tra le cause – seppur con un peso specifico difficile da quantificare – vi sono proprio le barriere fluviali.

Nella rimozione delle barriere l’Italia è ancora ferma al palo. Associazioni come il WWF hanno preso l’iniziativa occupandosi di mappare e segnalare gli sbarramenti presenti nella Penisola, ma al momento manca qualsiasi iniziativa istituzionale per passare all’azione. Il numero di rimozioni di qualsiasi sbarramento in Italia nel 2021 è stato uguale a zero. A farci compagnia nell’immobilismo sono Irlanda, Danimarca, Lettonia, Grecia, Ungheria, Romania e tutti i paesi balcanici ad esclusione del Montenegro. La Strategia UE per la Biodiversità 2030, prevede che nei prossimi otto anni siano ripristinati allo stato naturale almeno 25mila chilometri dei fiumi continentali, obiettivo non semplice da raggiungere, ma un primo passo nella giusta direzione è stato finalmente segnato.

[di Francesca Naima]

El Salvador, oltre 30 mila arresti in 2 mesi

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La polizia di El Salvador ha dichiarato in un Tweet di aver arrestato 30.506 persone in meno di due mesi, ovvero da quando è stato dichiarato lo stato di emergenza per le violenze delle gang. Numerosi gruppi per la tutela dei diritti umani, insieme ad esperti delle Nazioni Unite, hanno tuttavia espresso preoccupazione per l’eccessivo uso della forza da parte della polizia, accusata di effettuare arresti arbitrari di membri non appartenenti alle gang e abusi di autorità nel contesto dello stato di eccezione.

Proteste No Green Pass al porto di Trieste: pioggia di denunce sui manifestanti

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[Protesta dei portuali di Trieste al Molo 17]

Trenta persone che avevano preso parte alle proteste contro il Green Pass presso il porto di Trieste lo scorso ottobre sono state denunciate dalla polizia.  Tra le accuse figurerebbero reati di resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale, blocco stradale, getto pericoloso di cose all’indirizzo delle forze di polizia, manifestazioni sediziose e adunata sediziosa e non autorizzata. Il presidio di protesta, organizzato di fronte al varco IV del porto, era durato 4 giorni e vi avevano preso parte circa 8 mila persone, prima di essere violentemente disperso dalla polizia.

Il 18 ottobre le forze dell’ordine avevano infatti proceduto allo sgombero forzato della zona, usando gli idranti contro i manifestanti pacifici: numerosi di questi, decisi a non abbandonare il presidio, avevano opposto resistenza passiva sedendosi in terra o stando in piedi a mani alzate. Erano seguiti alcuni tafferugli e la polizia aveva fermato qualcuno dei presenti. Di fronte alla risolutezza dei portuali, che non avevano abbandonato l’area nemmeno dopo essere stati colpiti da diversi getti di idrante, i poliziotti avevano minacciato di far partire le cariche, cosa che poi è effettivamente avvenuta insieme al lancio di lacrimogeni. Sul posto era dovuta intervenire anche un’ambulanza.

A quel punto i manifestanti si erano dispersi per le strade nei dintorni del porto, per poi ricompattarsi in un corteo che aveva marciato verso il centro della città e si era fermato di fronte al Comune. La polizia aveva tentato anche in questo caso di disperderli e alcuni video mostrano come, nel tentativo, un lacrimogeno sia anche finito all’interno di una scuola media.

Nonostante il presidio, i portuali avevano dichiarato di voler garantire lo svolgimento delle normali attività al porto: i manifestanti avevano infatti permesso il passaggio di camion, merci e portuali che avevano deciso di non aderire alla protesta.

[di Valeria Casolaro]