sabato 21 Marzo 2026
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La crisi ucraina fa segnare il record dei profitti per l’industria fossile

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La crisi energetica in corso, legata in parte al conflitto in Ucraina, non sta avendo risvolti drammatici per tutti. Anzi, per qualcuno si sta trattando di una vera e propria occasione d’oro. È il caso delle compagnie fossili, che, a quanto pare, dalla situazione attuale hanno avuto solo che da guadagnarci. Nel solo primo trimestre del 2022, i dati finanziari mostrano infatti che 28 dei maggiori produttori di petrolio e gas hanno ottenuto quasi 100 miliardi di dollari di profitti complessivi. In particolare, sono 93,3 i miliardi entrati nelle casse dei principali colossi fossili principalmente grazie alla recente impennata dei prezzi delle risorse che questi commerciano. A rivelarlo, è stata un’inchiesta dell’organizzazione Climate Power.

L’olandese Shell ha raggiunto 9,1 miliardi di dollari di profitto, quasi il triplo di quanto guadagnato nello stesso periodo dello scorso anno. Cifre simili e altrettanto importanti per la statunitense Exxon i cui guadagni si sono aggirati sugli 8,8 miliardi di dollari. Chevron ha aumentato i suoi profitti a 6,5 miliardi di dollari mentre BP, con 6,2 miliardi di dollari, ha perfino registrato i più alti incassi del primo trimestre dell’ultimo decennio. Coterra Energy, un’azienda con sede in Texas, ha registrato invece il maggior guadagno relativo tra le 28 società analizzate, con un aumento dei guadagni del 449% rispetto all’anno precedente. Stesso discordo per l’italiana Eni che, sebbene non sia stata considerata in questa valutazione, ha visto crescere i suoi utili, nell’ultimo trimestre 2021, del 53%.

Le importazioni UE di materie prime dalla Russia sono in forte diminuzione in termini quantitativi (segno azzurro) , ma generano un flusso monetario in aumento vertiginoso (segno arancio) a causa dell’aumento dei prezzi, causato principalmente proprio dalle sanzioni [fonte: Eurostat].
Potrebbe sembrare un paradosso, eppure è proprio quel che sta accadendo: chi, direttamente o indirettamente, è in qualche modo responsabile delle attuali crisi globali – energetica e climatica – è allo stesso tempo chi ne sta beneficiando. E non è certo la prima volta. Secondo diversi studi accademici – come riporta un rapporto di Greenpeace – quasi la metà delle guerre esplose dopo il 1973 ha un legame con il petrolio. Le ricerche attuali sul tema, sebbene non abbiano raggiunto l’unanimità sul ruolo diretto delle fonti fossili nei conflitti, concordano che gli idrocarburi sono spesso la concausa di guerre civili o interstatali. Senza contare poi che, a livello ecologico, ha perfettamente senso: la lotta per le risorse, in natura, è la principale ragione di competizione. Perché per noi dovrebbe essere diverso? Tra i casi più recenti citati dagli studi, figura proprio il conflitto russo-ucraino, oltreché le tensioni nel Mediterraneo orientale e nel Mar cinese meridionale.

Appurato è invece il ruolo dell’industria fossile nell’attuale crisi ecologica, innegabile al tal punto che ormai ogni colosso petrolifero sta cercando di ripulire la propria immagine. La maggior parte delle grandi compagnie petrolifere, ad esempio, si è dotata di propri obiettivi climatici. Tuttavia, queste promesse sono per lo più incentrate sulle emissioni derivanti dalle operazioni di trivellazione e trasporto di petrolio e gas, piuttosto che sul loro effettivo utilizzo da parte dei consumatori, il quale comporta invece la maggior parte dell’inquinamento. Poche aziende fossili, inoltre, riportano i loro investimenti in energie pulite e rinnovabili. E quelle che citano questi dati dimostrano che tali investimenti a favore del clima sono comunque un aspetto marginale, in genere solo pochi punti percentuali del bilancio complessivo. Insomma, niente di più che greenwashing.

[di Simone Valeri]

Mafia, 31 arresti a Palermo

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A Palermo le forze dell’ordine hanno eseguito 31 misure cautelari (delle quali 29 in carcere e 2 ai domiciliari) nei confronti di altrettanti individui accusati a vario titolo di associazione di tipo mafioso, detenzione e produzione di stupefacenti, detenzione di armi, favoreggiamento ed estorsione con aggravante del metodo mafioso. Gli arrestati facevano parte dei mandamenti Brancaccio-Ciaculli, che registrano guadagni ingenti grazie al racket delle estorsioni e il traffico di droga anche sull’asse Sicilia-Calabria.

Lunedì 16 maggio

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6.30 – Camorra, blitz di Carabinieri e DDA porta a 17 arresti.

10.30 – In Yemen decolla il primo volo commerciale in sei anni.

12.00 – Sciopero dell’Associazione nazionale magistrati contro la riforma Cartabia: “È incostituzionale”.

13.00 – Monterotondo (Roma), incendio in azienda che produce vernici: isolato il perimetro e indicato ai cittadini di tenere chiuse le finestre delle abitazioni.

12.50 – Russia, McDonald’s chiude dopo 30 anni: “Impossibile continuare attività per crisi umanitaria in Ucraina e ambiente imprevedibile”.

14.30 – Trieste, 30 denunciati da polizia per manifestazioni no green pass di ottobre che ha causato il blocco del porto.

14.50 – Ex Ilva, Procura di Taranto contraria a dissequestro degli impianti dell’area a caldo richiesta dai legali dei commissari.

15.50 – Torino, ex sindaca 5S Appendino assolta da accuse di falso ideologico mosse nell’ambito del processo Ream.

16.20 – TAV, Parigi trascura il progetto e l’Unione europea minaccia di interrompere i finanziamenti.

17.00 – Ucraina, raggiunto accordo su apertura corridoio umanitario per evacuazione feriti Azovstal.

17.50 – La Svezia chiederà ufficialmente l’ingresso nella NATO.

18.20 – Macron nomina Elisabeth Borne, ministra del Lavoro per il governo Castex, nuova premier.

 

 

Nato, la Svezia farà richiesta di adesione

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La Svezia chiederà ufficialmente l’adesione alla Nato. Ad annunciarlo è il primo ministro Magdalena Andersson, parlando di una nuova era per il Paese scandinavo. La decisione è arrivata a poche ore dall’annuncio analogo delle istituzioni finlandesi. Mercoledì, il ministro della Difesa svedese, Peter Hultqvis, sarà negli Stati Uniti per incontrare il capo del Pentagono, Lloyd Austin, e parlare della situazione relativa alla sicurezza in Europa alla luce dell’invasione russa dell’Ucraina.

Recensioni indipendenti: Coronation, il documentario che nessuna piattaforma trasmette

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Musica cupa e suggestive riprese aeree su l’enorme stazione della città di Wuhan, deserta e come congelata, sospesa in un tempo senza fine. Inizia così Coronation, un film documentario del poliedrico artista cinese dissidente Ai Weiwei ritenuto politicamente scomodo dal governo cinese ed esiliato in Europa. Grazie alle riprese fatte da amici e comuni cittadini di Wuhan, il film documenta il primo lockdown di massa della storia, avvenuto nella città cinese il 23 gennaio 2020, solo un mese dopo il primo caso dichiarato di Covid-19 dato che il governo cinese aveva fermamente negato che si verificassero infezioni da uomo a uomo, mantenendo segreto il numero dei contagiati e punendo i medici che diffondevano informazioni sull’epidemia.

Immagini di innegabile realtà evidenziano il rigido controllo esercitato su 60 milioni di persone della provincia di Hubei di cui 11 nella sola città di Wuhan e raccontano la storia della popolazione, della loro vita e della reclusione forzata al culmine della pandemia di coronavirus. 113 minuti lenti e terribili fatti di suoni e rumori, luci, tergicristalli che sbattono in attesa ai continui posti di blocco, controlli, poche parole, ospedali, lunghi e interminabili corridoi, camere e anticamere, videosorveglianza sul controllo della meticolosa vestizione e disinfezione di medici e infermieri. Riprese interminabili mentre una coltre di neve seppellisce una città dall’aspetto apocalittico. Con le strade deserte, le sirene delle ambulanze, l’ansia che attanaglia i reparti di terapia intensiva, la frustrazione e la rabbia di persone costrette a rimanere nelle loro case spesso troppo piccole.

I video girati da decine di volontari ci portano nel cuore straziato della città, ma grazie alla regia e al sapiente montaggio di Ai Weiwei, emerge con tutta la sua forza una veemente critica al governo e all‘autorità del regime totalitario di Pechino. Coronation è certo il primo documentario che ci mostra quanto, brutalmente, ma efficacemente, l’incredibile macchina statale cinese sia in grado di esercitare il suo potere sulla vita dei cittadini anche con la continua presenza della propaganda di partito. Attraverso le potenti immagini l’artista pone la questione se la sottomissione debba essere il prezzo della protezione in un frangente storico in cui le libertà personali e la sicurezza pubblica sembrano opposte piuttosto che complementari. La città è piena di telecamere, il governo è in grado di tracciare i movimenti delle persone in qualsiasi momento.

Ai Weiwei così definisce ciò che accade nel suo paese «sorveglianza, lavaggio del cervello ideologico e determinazione brutale a controllare ogni aspetto della società». Il risultato è nessun rispetto per l’individuo, e una popolazione più povera di fiducia. Coronation, e un film che tutti dovrebbero vedere, definito da molti crudo e drammatico, è disponibile solo su Vimeo On Demand, non è stato accolto alla Mostra del Cinema di Venezia o ad altri festival internazionali. Al momento né Amazon né Netflix hanno presentato il documentario sulle loro piattaforme. Ai Weiwei afferma di essere stato boicottato perché «nessuno vuole far arrabbiare la Cina».

[di Federico Mels Colloredo]

Un caso di cronaca rivela l’ipocrisia del “Chiudo perché non trovo dipendenti”

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Negli ultimi mesi hanno trovato spazio su gran parte dei giornali italiani le storie di decine di datori di lavoro impegnati in una “faticosa ricerca di dipendenti”. Nei giorni scorsi, il Corriere Torino ha dedicato un articolo a Maurizio Rostagno, ristoratore proprietario de L’Acciuga Bistrot, costretto a chiudere “temporaneamente l’attività dopo soli sei mesi di apertura” perché non in grado di trovare dipendenti nonostante gli annunci. Alcune testimonianze hanno rivelato però una storia di licenziamenti non volontari legati all’altro ristorante di proprietà dell’imprenditore, Le Fanfaron Bistrot, causati dalla “riorganizzazione” e dal calo del fatturato del locale.

Nei commenti è emersa l’altra faccia della medaglia di questa storia: i lavoratori. Uno di questi ha raccontato di aver inviato il curriculum in risposta a un annuncio di Le Fanfaron Bistrot per la mansione di capo partita ai primi di cucina piemontese. Dopo una settimana di prova passata invece a lavorare il pesce, gli è stata affidata la gestione del Bistrot, con il compito di ricoprire più ruoli, dalla pulizia dei piatti alla preparazione del menù. Se, da un lato, la paga si è rivelata essere coerente con quanto dichiarato (comprensiva tuttavia degli istituti contrattuali come, ad esempio, Tfr, tredicesima e quattordicesima), dall’altro, sono state necessarie più ore di lavoro e la copertura di diverse mansioni. Infine, la sera del Primo Maggio, dopo un turno di nove ore e mezza il dipendente è stato licenziato per via di alcuni lavori imminenti del locale, che avrebbero reso superfluo il suo lavoro.

Ciò che è successo a Torino non è un caso isolato, ma una realtà radicata nel nostro paese, dove fanno eco le dichiarazioni dello chef (e figlio dell’attrice Barbara Bouchet e dell’imprenditore Luigi Borghese) Alessandro Borghese in cui ha affermato: «A me nessuno ha mai regalato nulla. Mi sono spaccato la schiena, questo lavoro è fatto di sacrifici, abnegazione. Invece oggi i ragazzi preferiscono tenersi stretto il weekend con gli amici», alimentando dunque il mito della “schiena rotta” necessaria a costruirsi un futuro che poi si sgretola di fronte ai casi di cronaca e alla logica di un lavoro “giusto”, caratterizzato da limiti, che siano di competenza o temporali, da non oltrepassare. In tanti hanno attribuito negli ultimi anni la mancanza di copertura da parte dell’offerta nei confronti della domanda alle più disparate cause, una su tutte il reddito di cittadinanza, “colpevole” di aver reso la forza lavoro, e in particolare i giovani, pigra e “poco incline al sacrificio”. Ieri, Matteo Renzi sui suoi profili social ha scritto: “Mancano 350.000 addetti per la stagione. Il ministero del turismo (leghista!) propone un decreto flussi per coprire con i migranti i posti di lavoro. Inutile girarci intorno: il reddito di cittadinanza è una follia“.

Nei sistemi democratici, uno dei modi per inserire e legittimare un punto all’interno di una qualsiasi agenda politica è la pressione mediatica. È ciò che sta accadendo negli ultimi mesi attraverso articoli, testimonianze e dichiarazioni di persone coinvolte in diversi settori (specialmente quello della ristorazione) o parte del sistema politico che si prepara alle elezioni parlamentari del 2023. Si preannuncia dunque un dibattito incentrato sulla presenza, e resistenza, di una “forza lavoro pigra” che semplifica un problema che meriterebbe un’analisi accurata piuttosto che dichiarazioni a effetto per colpire l’elettorato.

[Di Salvatore Toscano]

Guerra Ucraina, Mosca: raggiunto accordo per evacuazione feriti da Azovstal

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«A seguito dei colloqui con i rappresentanti delle truppe ucraine bloccate presso l’acciaieria Azovstal, a Mariupol, oggi è stato raggiunto un accordo per evacuare i feriti»: è ciò che, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Tass, avrebbe affermato il ministero della Difesa russo. Quest’ultimo avrebbe inoltre aggiunto che sarebbe stato altresì introdotto un cessate il fuoco nell’area dell’impianto ed aperto un corridoio umanitario, attraverso il quale i militari ucraini feriti verrebbero portati in una struttura medica a Novoazovsk, nella Repubblica popolare di Donetsk, così da fornire loro tutta l’assistenza necessaria.

Il problema dell’amianto in Italia è ancora lontano dall’essere risolto

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Nel fondo italiano per la bonifica dell’amianto ci sono 8 milioni di euro inutilizzati da 7 anni. Il fondo, istituito con l’articolo 56 della legge 221 del 2015, è nato per facilitare la rimozione dell’amianto dagli edifici pubblici. La dotazione complessiva è stata di circa 12 milioni di euro e l’avremmo dovuta utilizzare tra il 2016 e il 2018. Tuttavia, sono trascorsi sette anni dalla scadenza e solo il 30% dei fondi è stato speso. Sono invece passati trent’anni dall’approvazione della legge che in Italia ha vietato l’estrazione, l’importazione, la produzione e la commercializzazione di amianto e di prodotti che lo contengono. Ad oggi, però, solo il 25% di quello installato è stato rimosso. Continuando con questi ritmi – rende noto un’inchiesta di Legambiente – per liberarsene del tutto serviranno altri 75 anni.

A mettere nero su bianco questi ultimi dati è stato però il Rapporto del registro nazionale dei mesoteliomi, dal quale è emerso anche che degli oltre 31 mila casi di mesotelioma pleurico registrati dal 1993 al 2018, l’80% è riconducibile proprio all’esposizione alle fibre d’amianto. Ancor più crudi poi i numeri dell’Osservatorio nazionale amianto che per il 2020, tenendo conto anche delle altre patologie legate all’esposizione delle fibre, parlano di 7mila decessi solo nel Bel Paese. Dati che tuttavia non dovrebbero sorprendere considerando che, ancora oggi, sono almeno 50.744 i solo edifici pubblici censiti con amianto sui tetti. Ciononostante si continua ad agire come se non fossimo di fronte ad un’emergenza. Gli avvisi attuativi della Legge precedentemente citata, ad esempio, pur dando priorità alle zone sensibili (come scuole, parchi gioco, ospedali, impianti sportivi), hanno portato all’assegnazione di appena 636 progetti di bonifica: 1.318.113 euro per 242 interventi nel 2017, 853.223 per 140 interventi nel 2019, 417.345 euro per 63 interventi nel 2021 e 1.188.670 euro per 191 interventi stabiliti dall’ultima graduatoria dello scorso febbraio.

Le cause di una così allarmante inazione, per quanto ingiustificabile, potrebbero essere diverse. Prima fra tutte, attorno alla quale ruotano tutte le altre possibili motivazioni, gli esorbitanti costi richiesti per bonificare i siti. Inoltre, specie nei piccoli comuni, si potrebbe ipotizzare una carenza di personale competente. Mentre, più in generale, è verosimile che molti rallentamenti dipendano da una carenza di discariche di prossimità idonee a smaltire in sicurezza i rifiuti contenenti amianto. Senza questi impianti disponibili sul territorio è inevitabile ricorrere all’export dei rifiuti contaminati, come frequentemente avviene – riporta un’analisi del Centro studi enti locali – aumentando però vertiginosamente i costi ambientali ed economici dell’operazione. Il risultato? Non si realizza nessuna bonifica. Tuttavia, sarebbe interessante capire come mai si è scelto di non approfittare dei cospicui fondi di ripresa. «È inaccettabile – non a caso precisa Andrea Minutolo di Legambiente – che l’amianto sia il grande escluso del Pnrr».

[di Simone Valeri]

Somalia, Hassan Sheikh Mohamud è il nuovo presidente

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Hassan Sheikh Mohamud è il nuovo presidente della Somalia, eletto da 329 deputati e senatori che hanno votato nel perimetro dell’aeroporto di Mogadiscio, con la presenza costante delle forze di sicurezza e l’istituzione di un coprifuoco in tutta la capitale per contenere il rischio di possibili attentati. La seconda vittoria di Hassan Sheikh Mohamud, dopo quella del 2012, ha posto fine a un processo elettorale che andava avanti da 15 mesi tra disordini e rinvii.

Roma verso l’abbattimento dei cinghiali con la scusa della peste suina

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Nelle prossime ore il via libera da parte delle istituzioni agli abbattimenti selettivi dei cinghiali a Roma potrebbe diventare realtà: su questa strada stanno infatti spingendo con decisione le autorità regionali e il sottosegretario alla Salute Andrea Costa. Il tema va avanti da tempo, con i numerosi casi di cinghiali avvistati tra le strade della capitale. Nelle ultime settimane i casi di “peste suina” paiono però aver convinto gli amministratori a rompere gli indugi, nella convinzione che il rischio sanitario possa servire a rompere le resistenze delle associazioni animaliste e di tanti cittadini contrari agli abbattimenti. Già oggi il sottosegretario Costa potrebbe firmare l’ordinanza che prevede la redazione di un «piano per l’eradicazione del virus» avente ad oggetto «l’abbattimento selettivo dei cinghiali sul nostro territorio».

I casi di peste suina registrati finora a Roma sono 6, con l’epicentro del focolaio individuato nella Riserva naturale dell’Insugherata. Il pretesto sufficiente per convincere la Regione ad andare in pressing sul commissario straordinario alla peste suina, Angelo Ferrari, a cui negli scorsi giorni l’assessore alla sanità Alessio D’Amato ha chiesto interventi “rapidi e risolutivi”. Obbiettivo, non solo le misure di contenimento, ma anche l’abbattimento dei capi. D’altra parte lo stesso sottosegretario Costa ha ammesso che gli abbattimenti non sarebbero solo a causa del pericolo peste: «Oggi la densità dei cinghiali in alcune zone d’Italia è almeno 5 volte superiore rispetto alla sopportabilità dell’ecosistema e, al di là del fattore contingente della peste suina, resto convinto e lo voglio ribadire con forza, pur rispettando le sensibilità degli animalisti, che questa è un’emergenza dinanzi alla quale occorre prevedere il prolungamento dell’attività venatoria da 3 a 5 mesi e la possibilità alle regioni di rideterminare le quote». Inoltre, a rischiare di essere uccisi, potrebbero essere non solo i cinghiali della Capitale ma anche quelli di altre zone d’Italia, a causa della loro massiccia presenza.

La drastica soluzione prospettata da Costa ha messo sulle barricate tanti cittadini e le associazioni animaliste, che stanno cercando nuovamente di fermare gli abbattimenti nel Lazio dopo aver già provato ad impedire, senza riuscita, le uccisioni dei cinghiali in Piemonte e Liguria, dove negli scorsi mesi è stato disposto l’abbattimento anche dei cinghiali e suini ospiti dei rifugi. Una petizione lanciata da 36 associazioni proprio per tale motivo e sottoscritta da più di 40mila persone, è stata adesso inviata alla Regione Lazio nella speranza che questa volta tale azione porti a dei risultati. “A suo tempo avevamo inviato un appello alla Regione Liguria e alla Regione Piemonte, e allo stesso Angelo Ferrari, di fermare le uccisioni dei cinghiali in quelle regioni, ma non siamo stati ascoltati. Ora abbiamo rifatto la medesima richiesta alla Regione Lazio inviando 40.428 firme della petizione che abbiamo aperto contro la mattanza di suini e cinghiali, perché uccidere gli animali non può essere il modo di risolvere i problemi”, affermano le associazioni Meta Parma e Avi Parma, ricordando altresì che “la caccia è stata ritenuta possibile causa di diffusione per il virus Psa (peste suina africana), anche perché spaventerebbe gli animali spingendoli a scappare e a spostarsi altrove diffondendo un eventuale contagio”.

A contestare tale modus operandi è anche l’Oipa (Organizzazione internazionale protezione animali), la quale si oppone alle uccisioni suggerendo di attuare un “monitoraggio sanitario degli animali morti che si trovino nel territorio nazionale”. Non solo infatti l’Oipa ricorda che – come confermato da un parere chiesto agli esperti dall’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) – “la caccia non è uno strumento efficace per ridurre le dimensioni della popolazione di cinghiali selvatici in Europa”, ma altresì che “i cacciatori, con le loro prassi di eviscerazione, possono diffondere in maniera incontrollata il virus della Psa, innocuo per l’uomo, e degli altri agenti patogeni di cui le prede potrebbero essere portatrici”. «A Roma il problema sono i rifiuti, non i cinghiali», afferma inoltre la delegata dell’Oipa di Roma Rita Corboli, sottolineando che «i cinghiali sono sempre gli stessi, ma negli ultimi anni sono aumentati i rifiuti e le discariche a cielo aperto e quindi la disponibilità di cibo nelle vicinanze delle aree verdi dove vivono». Se da un lato, infatti, a Roma il primo caso di Psa è stato registrato lo scorso 5 maggio, dall’altro l’invasione di tali animali è un problema presente da diversi anni. Già nel 2015, infatti, in Italia si parlava di “allarme cinghiali” a Roma Nord: un allarme che, a quanto pare, è divenuto ormai ordinario.

[di Raffaele De Luca]