martedì 10 Febbraio 2026
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Migranti: almeno 18 morti nel tentativo di entrare a Melilla

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Almeno 18 migranti hanno perso la vita ed altri 176 sono rimasti feriti nella calca creatasi nel tentativo di scavalcare la barriera che separa il Marocco dall’enclave spagnola di Melilla. È questo il bilancio attuale della tragedia consumatasi nella giornata di ieri, quando circa 2000 persone hanno assalito la barriera, in quello che è stato il primo tentativo di attraversamento di massa dalla normalizzazione delle relazioni tra Marocco e Spagna. Nello specifico, in seguito al tentato attraversamento vi sono stati violenti scontri con le le forze dell’ordine: è scoppiato dunque il caos, da cui è scaturita la calca mortale. Oltre 100 individui, però, sono comunque riusciti ad attraversare la frontiera.

Da bibitaro a statista: la giravolta dei media mainstream su Luigi Di Maio

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Luigi Di Maio ha probabilmente compiuto il più grande cambio di casacca parlamentare della storia della Repubblica. Proprio lui che, solo nel 2017, parlava del “mercato delle vacche” come di un problema drammatico per il Paese. A leggere certi quotidiani italiani di stampo “liberale” e “democratico” tuttavia, si ha l’impressione che assieme a lui e a quella sessantina di parlamentari, anche decine di giornalisti abbiano fatto i voltagabbana. L’addio al Movimento 5 Stelle ha fatto mutare le narrazioni su Di Maio: è passato dall’essere un ignorante, incompetente e pericoloso populista, ad un giovane “statista”, l’Emmanuel Macron italiano quasi. Per ingraziarsi certi media gli è bastato sposare le posizioni atlantiste ed europeiste, rinnegando tutti i vecchi principi, a partire dal celeberrimo “uno vale uno”.

Stefano Folli, già una settimana fa, quando la crisi fra il titolare della Farnesina e Conte si era fatta tangibile, spiegava su la Repubblica che il giovane di Pomigliano non ha più molto in comune né con l’ex premier né con «quel che resta dello spirito originario del grillismo». Anzi: Di Maio adesso fa parte dell’establishment. In certi passaggi del pezzo sembrava quasi che il giornalista empatizzasse con il fu promotore dell’impeachment al Presidente della Repubblica. A un passo dall’espulsione Di Maio era per Folli diventato «una vittima designata», e «difendendo sé stesso» dagli attacchi del Movimento difendeva anche, e viene da dire soprattutto, «un assetto generale in politica estera che Draghi e Mattarella vogliono tutelare».

Ad addio ai 5 Stelle ormai evidente, sempre su la Repubblica, Matteo Pucciarelli accarezza l’ex vicepremier giallo-verde in modo anche più esplicito. Il suo curriculum non veniva più descritto come quello del bibitaro del San Paolo, ma come «spendibile a 360 gradi». Il suo standing, commentava il giornalista, sarebbe «di quelli che funzionano nel mondo che conta, tra economia e relazioni internazionali». E giù a decantarne i “record”: Pucciarelli racconta che Di Maio è «il più giovane vicepresidente della Camera della storia», che poi è diventato vicepremier, passando per il Ministero del Lavoro e infine due volte da quello degli Esteri. Come se non bastasse arriva anche una lode finale, alquanto singolare: l’ex mister congiuntivo sbagliato avrebbe ora «comprovate capacità politico-camaleontiche che sanno di antica e innata sapienza democristiana». Più recentemente Pucciarelli racconta della completa mutazione di Di Maio: è passato «da movimentista a stratega di palazzo che fonda un nuovo gruppo parlamentare».

Dulcis in fundo, sempre dal fronte Repubblica, è arrivato anche Gianni Riotta, il giornalista tristemente noto, fra le cose, per aver cavalcato con odio la narrazione dei presunti “filo-putiniani” nel nostro Paese. Mandando un “buona fortuna” via twitter al Ministro, ha imbastito improbabili paragoni con personaggi storici d’oltre oceano e non solo: «Bob Kennedy debuttò come segretario Commissione anticomunista McCarthy – ha scritto Riotta – e divenne leader dei diritti umani Usa. Molti dirigenti Pci passarono dallo stalinismo alla Repubblica, il presidente Scalfaro dal moralismo all’unità nazionale. Si cresce, si cambia: good luck Luigi Di Maio».

Ma forse il cambiamento più significativo fra i pezzi grossi dei media è quello di Massimo Giannini, direttore di La Stampa. In diretta a Otto e Mezzo ha dichiarato: «Chi lo contestava e criticava perché bibitaro secondo me non aveva capito che cosa stava succedendo in Italia in quel momento […] attaccare un candidato politico perché viene dal popolo è un errore madornale che non andrebbe mai fatto, perché se un bibitaro riesce a entrare nella stanza dei bottoni e magari si fa anche valere, bé questa è la vera democrazia: è la parte bella della democrazia». Da strenuo sostenitore di quella visione, più oligarchica che “liberale” a dire il vero, fatta di autorità, titoli ingannevoli e malcelata superiorità intellettuale-morale, Giannini sembra adesso, nel caso di Di Maio, sostenere che a volte “uno può valere uno”.

[di Andrea Giustini]

Quanti follower servono di preciso per ottenere la cittadinanza?

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La risposta è: 142 milioni e 600 mila. Tanti ne ha Khaby Lame, star del social TikTok, sulla quale recentemente è divenuto il creator più seguito al mondo. Di origini senegalesi, 22 anni, da quando ne ha uno vive con i genitori in Italia, fino ad ora non era mai riuscito a ottenere la cittadinanza italiana. Fino al 2020 di mestiere faceva l’operaio, poi lo scoppiare della pandemia ha costretto lui, come tanti altri, a casa senza reddito. E così, un po’ per caso, è iniziata la carriera da tiktoker, che lo ha portato presto a scalare la vetta dei profili più visitati al mondo. All’inizio di giugno la questura di Milano lo ha convocato per portare a termine le pratiche riguardo la richiesta di cittadinanza, procedura dalle tempistiche inspiegabilmente lunghe in Italia. Ma per fortuna a rassicurare Lame ci ha pensato il sottosegretario di Stato all’Interno Carlo Sibilia, con un post su twitter che non è passato inosservato alle decine di utenti della piattaforma che da anni sono in attesa di ottenere i documenti.

Il percorso per diventare a tutti gli effetti cittadino italiano è estremamente lungo e accidentato: sono necessari 10 anni di residenza sul territorio prima di poter avanzare la richiesta, che può comportare tempi di attesa fino a 3 anni (con il precedente decreto voluto da Salvini i tempi di attesa potevano slittare a oltre 4 anni). Bisogna poi dover sottostare a requisiti precisi, quali il disporre di un reddito adeguato e avere la fedina penale pulita. Questo perché la cittadinanza non è concepita nei termini di diritto, ma di concessione che viene fatta dallo Stato in base all’effettivo interesse della comunità a ricevere il nuovo cittadino.

Recentemente, le difficoltà e i ritardi nell’ottenimento dei documenti hanno impedito al tiktoker di successo Khaby Lame di partecipare a un viaggio di lavoro negli Stati Uniti. Un inconveniente seccante e comune alle centinaia di migliaia di residenti stranieri in Italia, che da anni attendono la concessione dello status di cittadino. Tuttavia Lame non è certo un cittadino come gli altri: i suoi follower gli valgono circa 2,3 miliardi di visualizzazioni sui social. Un bel bacino d’utenza, che non è di certo passato inosservato alla politica. Sarà forse per questo che il sottosegretario di Stato all’Interno Sibilia, con inedito slancio, ha provveduto a rassicurare Lame con un tweet: non preoccuparti, i tuoi documenti sono quasi a posto.

Il tweet non è passato inosservato a decine di utenti, che hanno immediatamente sottolineato l’ipocrisia di un tale comportamento. “Mi piacerebbe sapere quanti tweet simili ha indirizzato a cittadini nelle stesse condizioni di Khaby” ha scritto un’utente, mentre un’altra ragazza segnala “Salve sig. Sibilia, anche a me piacerebbe avere la cittadinanza ma non sono una famosissima tiktoker e non ho il reddito abbastanza alto da potermi permettere di compilare la domanda per la concessione della cittadinanza. Sono qui da 20 anni e studio all’università. Può emanare anche per me un decreto di concessione?”.

Non è giusto che una persona che vive e cresce con la cultura italiana per così tanti anni ed è pulito, non abbia ancora oggi il diritto di cittadinanza. E non parlo solo per me.  Il visto e magari la cittadinanza mi renderebbero le cose più facili, ma non sarei contento pensando a tutte quelle altre persone che magari sono anche nate in Italia e non hanno lo stesso diritto” ha dichiarato Lame in un’intervista rilasciata a La Repubblica. A noi non resta che congratularci con Lame per essere arrivato alla conclusione di un percorso a ostacoli che lascia molti indietro. E constatare, per l’ennesima volta, che parità dei diritti e tornaconto politico non possono convivere sotto lo stesso tetto.

[di Valeria Casolaro]

USA, aborto al bando in 14 Stati nei prossimi 30 giorni

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Dopo la sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti di ieri, che ha annullato il diritto all’aborto a livello federale, sono già 7 gli Stati americani che hanno bandito la pratica e altri 7 lo faranno nei prossimi 30 giorni. In particolare, in Kentucky, Louisiana, South Dakota, Arkansas, Missouri, Oklahoma e Alabama hanno proceduto a vietare l’aborto nelle ore immediatamente successive all’annullamento della sentenza Roe v. Wade, mentre North Dakota, Utah, Mississippi, Wyoming, Idaho, Tennessee e Texas concluderanno le pratiche nei prossimi 30 giorni.

La telepatia buona è quella del partito

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Si annuncia uno strepitoso futuro, dove sarà possibile il contatto wireless tra macchina e cervello umano. Tu pensi una cosa e la macchina, senza cavi, senza tastiera, senza senza, esegue fedelmente i tuoi desiderata. Ma l’equalizzatore progressista ha in mente altro, esattamente l’inverso, cioè l’uomo che obbedisce alla macchina e fa quello che altri hanno deciso per lui.

Quella messa peggio è la telepatia, bistrattata per decenni dagli scienziati puri e duri, ritenuta di appannaggio soltanto di fattucchiere e/o di soggetti super dotati, derisa come una magia, riabilitata, con fare benevolo, qualche volta da Piero Angela che spiegava quali ne potrebbero essere occasionalmente le basi scientifiche.

Ora la telepatia, di cui i Boscimani australiani sono maestri indiscussi, come ricordava Chatwin, torna alla ribalta sulla scena di una visione futuribile dove il futuro non esiste più, preconizzato dalla macchina infernale che non fa soltanto previsioni atmosferiche o astrologiche ma si infiltra nel nostro libero arbitrio.

Si tratta di una telepatia di controllo, una specie di processo alle intenzioni che espande i dati della tua carta d’identità, definendoti come un soggetto capace di. Tipo diagnosi da clinica psichiatrica di fine Ottocento.

Cosa ce ne facciamo realmente di automatizzare il flusso temporale e decisionale?

Alla lunga rimarrebbe davvero soltanto la follia come extrema ratio. Una follia però benevola, inoffensiva, artistica, sorridente, mille miglia lontana dalla becera telepatia di regime.

[di Gian Paolo Caprettini – semiologo, critico televisivo, accademico]

La verità sull’OMS raccontata dal suo ex capo ricercatore: intervista a Francesco Zambon

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Francesco Zambon era a capo dei ricercatori dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che scrissero un rapporto sulla gestione della prima ondata della pandemia da parte del Governo italiano, pubblicato il 13 maggio 2020. Questo svelava che il piano pandemico – ovvero lo strumento per contrastare le emergenze di questo tipo – non veniva aggiornato dal 2006, ma era stato sostanzialmente ricopiato e presentato come nuovo per ben 15 anni e si definiva la risposta del governo italiano alla pandemia come “caotica, creativa e improvvisata”. Il rapporto scomparve dal sito dell’OMS dopo 24 ore, ufficialmente perché conteneva alcuni errori, e non è più stato pubblicato. Zambon ha rivelato, prima ai vertici OMS e poi, dopo che questi non erano intervenuti, alla stampa quanto accaduto e da allora per lui è iniziata una sorta di via crucis. Ha subito pressioni che lo hanno portato alle dimissioni e ora ha sette processi in corso. Lo abbiamo raggiunto telefonicamente per parlare del suo caso e di come funziona realmente l’OMS, ovvero l’agenzia Onu che dovrebbe tutelare la salute pubblica del mondo intero.

13 maggio 2020, per lei da quel momento è iniziata una vicenda molto particolare: ce la può descrivere?

È una vicenda che mi ha stravolto la vita. Il fatto che l’abbia stravolta a me è cosa di poco conto. Ben più importante è la contro-narrazione creata ad arte che la stampa ci propone in questi mesi. L’opinione pubblica che ha seguito la storia del rapporto OMS censurato ricorderà che  descrivevamo la risposta italiana come “caotica, creativa e improvvisata.” E proprio per questo il Governo fece di tutto – oggi lo sappiamo per certo – per farlo ritirare. Il ministro Speranza continua a ripetere che “non c’era un piano di istruzioni”, ma questo non è vero nella maniera più assoluta. Il manuale delle istruzioni si chiama piano pandemico, che c’era, ma non era aggiornato. Quello che deve spiegare ai cittadini è perché quel piano – pur vecchio – non è stato attuato.

Per quale ragione il rapporto da lei coordinato è stato censurato dall’OMS?

È importante sapere che nessuno all’interno dell’OMS ha mai mosso degli appunti di merito segnalando i presunti errori contenuti nello studio. È inoltre da segnalare il fatto che l’OMS abbia anzi diffuso un documento al proprio personale – da tutti consultabile su internet – nel quale si spiegava come rispondere alla stampa, prescrivendo che in caso di domande su quali fossero gli errori contenuti nel rapporto ci si dovesse limitare ad affermare che vi erano delle “inaccuratezze fattuali”. Vi è stata copertura e omertà da parte di un organo che rimane intoccabile sia dall’esterno che dall’interno e che andrebbe completamente riformato, partendo dalla rimozione dei suoi vertici.

Crede sia stata una circostanza particolare quella di cui è stato vittima o dentro l’OMS c’è un problema di conflitti d’interesse politici che ne minano l’indipendenza?

Quello dei conflitti d’interesse dentro l’OMS è un problema scottante del quale ovviamente l’Organizzazione preferisce non parlare. Io credo che il caso che mi ha visto protagonista servirà in futuro per sviscerare alcuni problemi cardine dell’OMS. L’OMS è un organo indipendente delle Nazioni Unite e per il suo corretto funzionamento deve essere immune da ogni influenza esterna. Per essere tale l’Organizzazione si è dotata di un regolamento ferreo, ad esempio tutte le aziende e partner non governativi che ottengono contratti devono dichiarare di non avere conflitti di interesse con l’Organizzazione. Ma questo regolamento non si applica verso i potenziali conflitti d’interesse dei suoi stessi dipendenti, e non si tratta di rari casi.

Il suo caso inoltre mi pare dimostri che anziché preoccuparsi dell’esistenza di conflitti d’interesse interni ci si premuri di contrastare chi li denuncia…

Nell’episodio che mi ha riguardato i vertici si sono occupati di attaccare, fino a distruggerlo, chi ha segnalato agli organi di competenza un illecito. Nel codice dell’OMS c’è scritto che ogni dipendente che vede un illecito lo deve riportare agli organi dipendenti, ed è quello a cui io mi sono attenuto, segnalando quello che a me era sembrato un abuso. Ma non ci si è preoccupati di verificarlo, anzi sono stato attaccato io e mi sono state praticate ritorsioni fino a obbligarmi alle dimissioni. Credo che il mio caso sia stato trattato come esemplare, nel senso che la durezza con la quale sono stato colpito era funzionale anche a scoraggiare quanti avrebbero potuto pensare di fare come me in futuro.

L’OMS ha un problema di personale, nel senso che alcuni al vertice non seguono i principi che dovrebbero guidarli, o il problema è più ampio e strutturale, investendo le fondamenta stesse dell’Organizzazione?

Io credo che i principi fondanti siano ancora validi. L’OMS è nata dopo due guerre mondiali, per rispondere a un desiderio generale e profondamente sentito di solidarietà e cooperazione tra gli Stati. I principi fondanti non potrebbero essere migliori. Ma non è possibile che l’OMS non si sia adeguata ai cambiamenti e alle distorsioni che si sono presentate durante la sua storia. Oggi i versamenti obbligatori che gli Stati versano all’Organizzazione coprono appena il 20% del bilancio, il resto dipende da donazioni volontarie di soggetti privati o di fondazioni o da singoli governi. Questo genera automaticamente un rischio di conflitti d’interesse ed è fonte di sbilanciamento negli stessi progetti portati avanti dall’OMS.

Molte delle iniziative stesse dell’OMS sono partnership pubblico-private, come COVAX, finanziata in parte dalla fondazione di Bill Gates. Questi cosiddetti filantropi secondo lei offrono solo un aiuto disinteressato o in cambio ottengono un reale potere sull’istituzione?

È assolutamente ovvio che in cambio possono ottenere del potere di indirizzo. Teniamo presente che la gran parte delle donazioni non vanno a finanziare l’Organizzazione nel suo complesso, ma singoli progetti – nel caso di COVAX la distribuzione di vaccini anti Covid ai Paesi poveri – ed è chiaro che il finanziatore ottiene poi un potere d’indirizzo sul progetto stesso, visto che ne garantisce la stessa esistenza. Sarebbe oltretutto ora di chiedersi realmente cosa spinge i filantropi a donare, verificando se si tratti di vera beneficenza o se in realtà queste donazioni alimentano ulteriormente il loro capitale. I cittadini devono iniziare a farsi questo tipo di domande.

Abbiamo riscontrato come in molti degli enti governativi deputati all’autorizzazione dei farmaci, come l’Ema in Europa e l’Fda negli Usa, vi è un grosso problema di porte girevoli, ovvero di dirigenti che dopo essere stati dipendenti di multinazionali del farmaco diventano dipendenti dell’ente deputato ad approvarne i prodotti. Esiste anche nell’OMS un problema del genere sui dipendenti?

Assolutamente si. L’OMS ne è piena, specie nelle posizioni apicali, di dirigenti che in passato hanno lavorato per aziende farmaceutiche. Ma io non credo che sia questo il problema: un professionista ha una carriera e per arrivare ai vertici necessariamente compie dei passaggi che spesso si fanno nelle aziende. Non deve essere posto un bollino nero su chi ha lavorato per una multinazionale del farmaco, cosa che potrebbe anzi privarci di persone effettivamente molto capaci. Certo sarebbe opportuno che chi ha lavorato, ad esempio, alla Pfizer non lavorasse all’approvazione del vaccino prodotto dalla medesima azienda. All’interno dell’OMS vi dovrebbe essere un potente organo di controllo che in questo momento manca completamente. Sul mancato funzionamento degli organi di controllo esiste un caso esemplare, poco raccontato.

Mi dica pure…

Tra il 2018 e il 2020 in Congo 21 dipendenti dell’OMS si sono macchiati di stupri ai danni di donne locali, almeno 83 casi certificati da un’indagine indipendente. Dall’inchiesta è stato rivelato che il capo dell’ufficio etico dell’OMS e il capo dell’ufficio investigazioni, ovvero proprio gli organi che avrebbero dovuto controllare casi come questi, sapevano dei fatti e per un certo tempo hanno coperto i colpevoli. Pensare che avvengano abusi sessuali, o contratti dati in cambio di prestazioni sessuali durante una missione di emergenza di Ebola in un Paese provato come il Congo, è un abominio. In una organizzazione sana le teste dei vertici sarebbero dovute saltare, a cominciare da quella del direttore generale dell’OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus, che invece si appresta ad essere rieletto in elezioni farsa nelle quali sarà l’unico candidato perché nessuno Stato membro ha proposto nomi alternativi.

Perché una OMS forte e indipendente dovrebbe essere desiderata dai cittadini? Quale importanza potrebbe ricoprire nella tutela della salute pubblica?

Questa è una questione importantissima. È l’OMS l’ente che, se funzionasse correttamente, potrebbe con trasparenza ed efficacia aiutare a risolvere correttamente problemi rilevanti di salute pubblica globale, come quello appena vissuto con il Covid. È l’OMS che avrebbe dovuto fare luce ad esempio su quanto accaduto nel laboratorio di Wuhan, dove invece è stata inviata una missione farsa dove uno degli studiosi nominati dall’OMS per indagare, Peter Daszak, era intriso di palesi conflitti d’interesse avendo lavorato a stretto contatto con il laboratorio stesso. Queste non sono opinioni, sono fatti. L’OMS nelle indagini non è stato né trasparente, né indipendente, né tempestivo. Questa è una questione che dovrebbe interessare profondamente i cittadini.

A Wuhan abbiamo scoperto l’esistenza dei laboratori biologici dove si lavorano i virus anche con metodi controversi come la gain of function. Con il conflitto in Ucraina abbiamo appreso che anche in quel paese esistono biolaboratori, tanto che l’OMS stessa ha lanciato l’allarme chiedendo a Kiev di distruggere gli agenti patogeni presenti. Che idea si è fatto di questi laboratori? L’OMS riesce a monitorarli e sapere cosa vi succede all’interno?

Vi sono diversi livelli di biolaboratori. Quelli che trattano virus potenzialmente molto pericolosi e fanno esperimenti rischiosi come la gain of function sono di livello 4 e di questi abbiamo un censimento preciso. In Ucraina, almeno ufficialmente, non ce ne sono. Tuttavia gli agenti patogeni possono essere contenuti anche in laboratori di ordinaria manutenzione e sono moltissimi, anche in Italia. Questi esistono anche in Ucraina e rappresentano ovviamente un potenziale rischio. Ma non abbiamo dati attendibili.

Nemmeno l’OMS li ha?

No, l’OMS ha le informazioni che gli passano gli Stati. Non ha potere investigativo.

L’OMS non ha l’autorità per esigere di visitare laboratori potenzialmente pericolosi per la salute mondiale?

No, è una delle riforme necessarie. Per ora può solo limitarsi a chiedere allo Stato che ospita i laboratori di essere gentilmente invitata.

E per quanto concerne i laboratori più pericolosi, che effettuano la gain of function, cosa sappiamo?

Molto poco. Sono sottoposti a controlli di tipo militare dagli Stati. Non c’è possibilità di sapere cosa viene fatto all’interno. Non esiste un organo di controllo sui laboratori di livello 4 a livello mondiale e non credo che esisterà. Sono laboratori di stampo militare. Da questi laboratori ovviamente sorgono domande decisive per la sicurezza globale.

Lei ha affermato che l’OMS deve essere profondamente riformata, quali sono i punti che dovrebbero essere affrontati a suo parere?

Innanzitutto deve cambiare la struttura dei finanziamenti che ho descritto, deve essere maggiormente finanziata dagli stati membri e meno dalle donazioni. In secondo luogo vi deve essere maggiore trasparenza su come vengono impiegati questi fondi. Poi deve cambiare il meccanismo, del tutto politico, con il quale viene scelto il direttore generale introducendo una scelta che abbia natura meritocratica. Inoltre deve essere de-politicizzato il processo di selezione dei dirigenti. Sono punti critici già messi nero su bianco dalla commissione indipendente sopra citata ed è ora che vengano messe in atto queste riforme. Spero che i cittadini e la stampa, finita l’emergenza, si ricordino di questa necessità e facciano pressione, perché l’OMS non è una cosa dell’iperuranio, ma è l’istituzione delegata alla tutela della salute di tutti noi. I cittadini hanno il potere di esigere questo e molto altro.

In ultimo vorrei tornare sul suo caso personale. Mi ha personalmente colpito come alcuni grandi giornali italiani del cosiddetto mainstream abbiano trattato il suo caso. Alcuni l’hanno chiamata “idolo dei no vax”, mentre in un’intervista apparsa sul principale quotidiano italiano – con tutte le questioni di pubblico interesse che vi sarebbero da chiederle – hanno ritenuto opportuno domandarle se fosse vaccinato e cosa ne pensasse del green pass. Sembra quasi vi sia un sottile tentativo di screditarla al fine di difendere le istituzioni, gettandola nel calderone da talk-show. La domanda quindi è: avendoci avuto suo malgrado molto a che fare ultimamente, che idea si è fatto della stampa italiana?

Ho coltivato una distinzione netta. I quotidiani maggiori, spesso solo per tiratura ma non certo per qualità, hanno trattato il mio caso in maniera certamente filo-governativa. Su vaccini e green pass ho espresso la mia opinione da medico che legge articoli scientifici e su quelli si basa. I vaccini, in linea generale, sono una delle grandi conquiste della medicina, ma su questi vaccini – ai quali io mi sono sottoposto tre volte – ho moltissimi dubbi e credo che alle aziende produttrici andrebbe chiesto conto di come sono stati condotti i trial visto che la protezione dura solo pochi mesi, talvolta con il titolo anticorpale che scende a zero. Allo stesso modo, non c’è evidenza scientifica di nessun tipo che supporti l’istituzione del green pass per come lo abbiamo inteso noi. Ma chi esprimeva una opinione diversa diventava e diventa immediatamente un complottista e messo al bando. Ecco, questo di per sé è un atteggiamento antiscientifico, perché la scienza è dubbio. Purtroppo la stampa italiana non ha alcuna indipendenza né volontà di dare spazio ad opinioni diverse dal mainstream.

*NOTA: l’intervista, originariamente rilasciata sul numero 10 del Monthly Report de L’Indipendente, è stata registrata il 3 maggio 2022.

[di Andrea Legni]

Oslo, sparatoria in un pub in centro: 2 morti e 18 feriti

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Venerdì notte un uomo ha aperto il fuoco all’esterno del London Pub, locale nel centro di Oslo particolarmente affollato alla vigilia del Pride, uccidendo due persone e ferendone altre 18, delle quali almeno 3 in modo grave. L’uomo è stato arrestato poco dopo, ma la polizia non ne ha rivelato l’identità. Non è ancora chiaro se dietro al gesto vi fossero motivazioni omofobe, ma le autorità hanno comunque deciso di cancellare la sfilata del Pride prevista per oggi. Secondo la polizia, l’uomo avrebbe agito da solo.

Il XIV vertice dei BRICS annuncia l’intenzione di ridefinire l’ordine mondiale

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Riformare la governance globale, elaborare un sistema di pagamento alternativo allo Swift, creare una nuova valuta di riferimento internazionale: sono alcuni dei punti più importanti emersi ieri al XIV summit dei Paesi BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica), tenutosi quest’anno sotto la presidenza cinese di Xi Jinping. A conclusione del Vertice – intitolato “Rafforzare la partnership BRICS di alta qualità, entrare in una nuova era di sviluppo globale” – i cinque Paesi hanno adottato la Dichiarazione di Pechino del XIV Summit BRICS che tra i punti più importanti comprende quello intitolato “Rafforzare e riformare la governance globale”: ciò implica ripensare gli assetti di potere e richiede necessariamente un ridimensionamento del ruolo del dollaro, con l’obiettivo di abbandonare il sistema unipolare “americanocentrico” per orientarsi maggiormente verso un modello geopolitico multipolare. Il leader cinese ha dichiarato che le cinque principali economie emergenti «devono agire con senso di responsabilità per portare una forza positiva, stabilizzante e costruttiva nel mondo».

Nato ormai quasi vent’anni fa, il gruppo dei BRICS rappresenta una coalizione economica e geopolitica il cui peso è cresciuto notevolmente negli anni sia dal punto di vista economico che politico: i cinque Paesi hanno un’economia più grande di quella di tutti i paesi occidentali messi insieme alla fine della Seconda guerra mondiale e rappresentano il 40% della popolazione del mondo, il 23% del PIL globale e il 18% del commercio internazionale. Infine, contribuiscono alla crescita economica complessiva per il 50%.

Nel tempo il principale obiettivo dei BRICS è diventato quello di porsi come polo alternativo internazionale a quello occidentale dominato dall’anglosfera e, dunque, di rappresentare un’alternativa al G7. Tanto che dalla stampa occidentale il vertice è già stato ribattezzato come “contro G7”: una delle finalità delle cinque potenze è quello di smantellare la globalizzazione così come è stata architettata dal sistema economico-finanziario occidentale – che ha comportato immensi divari tra le economie del Sud del mondo e quelle occidentali avanzate – per costruirne una più equilibrata all’insegna di un paradigma politico, economico e geopolitico più equo che rispetti le singole sovranità nazionali.

Il presidente russo Vladimir Putin, nel corso del suo intervento di ieri al vertice, ha dichiarato che «Siamo convinti che ora più che mai la leadership dei paesi BRICS nello sviluppo di un percorso unificante e positivo verso la formazione di un sistema veramente multipolare di relazioni interstatali basato su norme di diritto internazionale universalmente riconosciute e sui principi chiave della Carta delle Nazioni Unite è richiesta». Ha contestato quindi le politiche macroeconomiche di alcuni Stati, con un implicito riferimento al sistema economico-finanziario occidentale: «solo sulla base di una cooperazione onesta e reciprocamente vantaggiosa possiamo cercare vie d’uscita dalla situazione di crisi che si è sviluppata nell’economia mondiale a causa delle azioni mal concepite ed egoistiche dei singoli Stati, che, utilizzando meccanismi finanziari diffondono i propri errori a tutto il mondo nella politica macroeconomica» ha asserito.

Dal canto suo, il presidente cinese ha condannato fermamente le sanzioni unilaterali occidentali e l’espansione sconsiderata di certe alleanze militari, con riferimento indiretto alla NATO, rinsaldando così quell’amicizia “senza limiti” sancita con la Russia all’apertura dei giochi olimpici di Pechino lo scorso febbraio. Il leader cinese ha affermato quindi che bisogna «abbandonare la mentalità della Guerra Fredda, bloccare il confronto e opporsi alle sanzioni unilaterali e all’abuso delle sanzioni», con l’obiettivo di superare «i piccoli circoli egemonici per formare una grande famiglia appartenente a una comunità con un futuro condiviso per l’umanità».

Il club delle potenze emergenti sta lavorando già da tempo ad un sistema di pagamenti alternativo allo Swift, nonché alla creazione di una nuova valuta di riserva internazionale, basata sulle monete di ciascuno dei Paesi membri in aperta funzione anti-dollaro. È proprio sulla divisa americana, infatti, che si fonda gran parte del potere occidentale e che si basa altresì la facoltà di utilizzare le sanzioni come arma politica e geopolitica.

Questa iniziativa suona come una vera e propria provocazione nei confronti dell’asse occidentale, il quale non accetta di vedere ridimensionato il proprio ruolo nello scacchiere internazionale. Per quanto, infatti, l’operazione di creazione di una nuova valuta sia un processo ancora mediamente lungo, ciò appare sempre più inevitabile sull’onda dei grandi cambiamenti della storia. A riguardo, Wang Lei, direttore del Center for BRICS Cooperation Studies presso la Beijing Normal University, ha dichiarato al giornale cinese Global Times che «questa è una chiara tendenza al cambiamento nell’equilibrio di potere globale, che mostra come il potere non sia più monopolizzato dagli Stati Uniti. L’Occidente avrebbe bisogno di abituarsi a questa tendenza e abbracciarla, piuttosto che contenerla».

Ad accomunare i Paesi BRICS vi è poi il fatto che nessuno di essi ha condannato l’operazione militare speciale russa in Ucraina, continuando, al contrario, a rafforzare i legami politici ed economici con Mosca. Alla luce di questo, la teoria dell’isolamento della Russia, propagandata incessantemente dal blocco atlantico, risulta come la conseguenza più vivida della convinzione dei Paesi liberal-democratici, secondo cui il mondo si riduce alla sola sfera occidentale. La questione ucraina ha confermato inequivocabilmente che si tratta di un grave errore di prospettiva dietro il quale si nasconde probabilmente una sorta di egocentrismo delle nazioni del “primo mondo”, incapaci di ripensare il proprio ruolo nel teatro internazionale per non dover perdere lo “scettro di comando”.

Nella Dichiarazione finale, i BRICS hanno ribadito la loro apertura ai colloqui tra Russia e Ucraina per una soluzione diplomatica, condannando anche l’uso delle armi nucleari: “il nostro impegno è per un mondo libero da armi nucleari. Una guerra nucleare non può essere vinta e non deve mai essere combattuta”. In generale, la gran parte dei contenuti del vertice è orientata a ripensare l’ordine mondiale e può essere considerata un messaggio al club del G7, il cui vertice si aprirà domenica in Germania, e al summit della NATO previsto la prossima settimana.

[di Giorgia Audiello]

Turchia annuncia intesa sul grano

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Il ministro della Difesa turco Hulusi Akar ha fatto sapere che è stato trovato un “consenso generale” tra le parti per sbloccare l’esportazione di grano dai porti dell’Ucraina. «È stato raggiunto un consenso generale sulla creazione di un centro a Istanbul per le operazioni e la gestione sicura e ininterrotta di questa attività da parte di soldati turchi, russi e ucraini insieme, oltre che con l’Onu», ha fatto sapere Akar, come riporta Hurriyet, aggiungendo che «nei prossimi giorni ci potrebbero essere sviluppi positivi e si potranno adottare misure concrete».

La spesa militare nel mondo

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Di conflitti attorno al mondo ce ne sono veramente molti, ma quello che più di tutti ha riacceso il dibattito in Europa è quello tra Russia e Ucraina. C’è una questione, in particolare, di cui si discute da tempo ma la cui attualità non smette mai di interessare e suscitare polemiche. Stiamo parlando di quanto spendono gli Stati in tutto il mondo per portare avanti il proprio esercito e, più in generale, tutto il comparto che finisce sotto il nome di Difesa. Prima di passare ai numeri, riprendiamo un momento uno degli ultimi episodi che ci ha riguardato da vicino: il 16 marzo il nostro Parlame...

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