mercoledì 11 Febbraio 2026
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Sri Lanka: imposto coprifuoco per escalation proteste contro crisi economica

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La polizia di Colombo, capitale commerciale dello Sri Lanka, ha imposto il coprifuoco in seguito all’escalation di proteste per la peggiore crisi economica in atto da almeno 70 anni. Nel corso delle manifestazioni messe in atto dagli studenti durante la giornata di oggi le forze dell’ordine hanno fatto anche uso di gas lacrimogeni e cannoni ad acqua. La crisi, in atto da diversi mesi, è stata causata dalla carenza di valuta estera, che ha reso impossibile il pagamento di importazioni essenziali come carburante, cibo e medicine e ha comportato livelli di inflazione da record, deprezzamento della valuta e continue interruzioni di corrente.

Il labile confine tra misure di emergenza e abuso di potere

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Il 31 marzo il governo italiano ha dichiarato ufficialmente la fine dello stato d’emergenza legato alla pandemia da coronavirus. Sono passati più di due anni dalla sua prima introduzione – a cui hanno fatto seguito una seria di rinnovi – da parte dell’allora Presidente del consiglio Giuseppe Conte. I tempi sono abbastanza maturi per provare a tirare le somme e raccogliere i cocci di un sistema che il più delle volte ha avuto delle gravi mancanze e che in altri casi ha sfruttato la scia e il clamore generato dalla pandemia per stringere le maglie del controllo sui cittadini e irreggimentare il dissenso. Una dinamica che non ha risparmiato l’Italia, che anzi è stata analizzata come un caso limite all’interno delle democrazie occidentali. A sottolinearlo vi è stata la stampa internazionale, ad esempio il Washington Post, che – in un articolo del 16 novembre 2021 – ha affermato che l’Italia si è “spinta in un nuovo territorio per le democrazie occidentali” e che le norme emergenziali approvate avrebbero contribuito a stabilire “che livello di controllo la società sia disposta ad accettare”. E non hanno mancato di preoccuparsene anche organizzazioni in difesa della democrazia, come Amnesty International.

Non è tutta democrazia quella che luccica

La posizione espressa da Amnesty rispetto alle politiche pandemiche adottate da Roma è piuttosto netta: in particolare puntando il dito sullo stato di emergenza e la discriminazione riservata ai cittadini non vaccinati. In merito al primo provvedimento, secondo l’organizzazione, il governo italiano avrebbe prolungato l’emergenza ben oltre il necessario, quando avevano smesso di esserci quei “principi di necessità, temporaneità e proporzionalità” che devono caratterizzare una misura speciale.

Venendo poi al tema vaccini – resi obbligatori per gli over 50 in Italia – la posizione di Amnesty International è stata la seguente: se da un lato continua a ribadire la necessità che gli Stati promuovano una “distribuzione equa e globale dei vaccini” e “riconosce la legittima preoccupazione degli Stati di aumentare i tassi di vaccinazione come parte di un’efficace risposta di salute pubblica al Covid-19”, dall’altro “non sostiene i mandati di vaccinazione obbligatoria generalizzati ed esorta gli Stati a considerare qualsiasi requisito di vaccinazione obbligatoria solo come ultima risorsa e se questi sono strettamente in linea con gli standard internazionali sui diritti umani”. Significa che per Amnesty “gli Stati debbano concentrarsi sull’aumento dell’adesione volontaria al vaccino”, anche se l’obbligo di vaccinazione possa in determinate occasioni essere adottato. Ma “tutti gli Stati devono assicurarsi che qualsiasi proposta in tal senso sia mirata, limitata nel tempo e adottata solo come ultima risorsa” e “accompagnata da una logica basata sull’evidenza che spieghi perché l’obiettivo non possa essere raggiunto con misure meno restrittive”. In merito alla questione Amnesty ribadisce che, nel caso di obbligazione vaccinale, questa debba essere “stabilita dalla legge, ritenuta necessaria e proporzionata a uno scopo legittimo legato alla protezione della salute  pubblica”, e che in ogni caso ci debbano essere anche “garanzie e meccanismi di monitoraggio per assicurare che questi requisiti non si traducano in violazioni dei diritti umani”.

È successo? Non sempre. Amnesty a riguardo, ha espresso la sua perplessità in merito al green pass rafforzato, ribadendo non solo che doveva trattarsi di “un dispositivo limitato nel tempo” ma soprattutto che il governo avrebbe dovuto continuare a garantire all’intera popolazione, inclusi i non vaccinati, il godimento dei propri diritti fondamentali: tra questi il diritto all’istruzione, al lavoro e alle cure, con particolare attenzione ai pazienti non-Covid, bisognosi di interventi urgenti e che invece sono stati penalizzati.

Il caso delle RSA e i diritti negati

Non è la prima volta che Amnesty International prende posizione in merito alla gestione della pandemia in Italia. Nelle settimane precedenti l’organizzazione aveva segnalato che, sfruttando il caos mediatico dato dall’accavallarsi di cifre, numeri inesatti, e regole governative confuse, alcuni datori di lavoro avevano messo a tacere ad esempio gli operatori sanitari e assistenziali che si erano detti preoccupati per le proprie condizioni di lavoro, in particolare nelle strutture per anziani.

Come? Con licenziamenti o procedimenti disciplinari, accompagnati da ritorsioni. Tutte misure improprie e che ledono la dignità e i diritti dei lavoratori. La stessa preoccupazione è stata espressa per le persone anziane ospiti delle strutture, a cui è stato negato un contatto effettivo con il mondo esterno anche dopo la fine delle restrizioni. Infatti, nonostante già a maggio le nuove normative prevedessero visite familiari nelle RSA per i possessori di un certificato Covid-19, molte residenze hanno continuato a negare gli incontri tra gli anziani e i propri parenti. Di fatto una vera e propria repressione e violazione del diritto alla salute e del diritto personale. Gli anziani hanno subìto isolamenti prolungati, che hanno aggravato di fatto la loro salute fisica e mentale.

Pandemia e “repressione opportunistica”

I governi di tutto il mondo, per tentare di contenere la diffusione del virus, hanno limitato quindi proprio i movimenti fisici delle persone: chiudendo le scuole ad esempio, o le attività commerciali e proibendo i grandi raduni o le manifestazioni. Direttive che hanno grandemente ampliato il numero di interventi statali nella vita privata dei civili, e che spesso si sono tradotte in repressione. Prima di approfondire questo aspetto, dobbiamo fare una distinzione. Potremmo suddividere la repressione in due macro categorie, a seconda di come questa agisce. Quella più nota è la repressione reattiva, che si verifica quando gli Stati reprimono alla luce del sole proteste o rivolte, in maniera diretta. La repressione opportunistica, invece, si verifica quando gli Stati strumentalizzano le crisi – in questo caso la pandemia – per reprimere il dissenso o l’opposizione politica.

Come la si riconosce? Il terreno su cui questo tipo di repressione si muove meglio è quello che prevede, come prima mossa, la sospensione dello Stato di diritto (quella forma di Stato che assicura la salvaguardia e il rispetto dei diritti e delle libertà dell’uomo). Questa manovra, che conferisce ai governi che la adottano maggiore libertà di azione, dovrebbe essere adottata in casi di estrema necessità, con il solo e unico scopo di tutelare al meglio l’intera cittadinanza. Spesso questa scelta comporta l’aumento del numero di poliziotti per le strade, ad esempio, o l’impiego di nuove tecnologie di sorveglianza. Va da sé che questi strumenti, nelle mani sbagliate, finiscono per diventare un ottimo mezzo di repressione, legittimata però dallo stato di emergenza. Per questo motivo, prima di arrivare alla sospensione o la limitazione (seppur temporanea) delle libertà civili dei cittadini, è essenziale che coesistano per davvero una serie di criteri chiari e verificati: tra questi c’è il limite temporale garantito, l’applicabilità generale (che non penalizzi alcune categorie), che alla base ci siano norme legali (e che eventualmente possano subire delle modifiche), che le misure prese siano proporzionate alla situazione e che tutte le direttive rispettino prima di tutto la dignità umana. Tuttavia per molti Paesi la pandemia globale è stata una vera e propria manna dal cielo per attuare misure repressive spacciandole per
“protezione della salute pubblica”. Vediamone alcune.

[Il Presidente egiziano Abdel-Fattah al-Sisi]

Nessuno spazio per la critica

Una delle forme più evidenti della repressione è la limitazione della libertà di espressione. Dall’inizio della pandemia sono state centinaia le misure adottate per mettere a tacere voci di dissenso o che semplicemente raccontavano la realtà dei fatti. I Paesi più repressivi in questo senso sono stati Bangladesh, Bielorussia, Cambogia, Cina, Egitto, El Salvador, Siria, Thailandia,Turchia, Uganda, Venezuela e Vietnam. Qui sono finiti in carcere diversi critici, operatori sanitari, giornalisti e membri dell’opposizione, con l’accusa di “generare il panico e dare falsa informazione”. In Egitto, nello specifico, il presidente Abdel-Fattah al-Sisi aveva introdotto alcune drastiche misure restrittive (in parte ancora in vigore). In più il leader, approfittando dello stato pandemico, ha ulteriormente prolungato lo stato di emergenza fino a data da destinarsi: una misura che, come sappiamo, comporta alcune specifiche limitazioni e che prevede sostanzialmente di affibbiare al presidente nuovi poteri (che normalmente non gli competerebbero).

A causa delle politiche di controllo adottate dal presidente, almeno nove medici sono stati arrestati e sanzionati per aver criticato il modo di agire del governo e diversi militanti islamisti e attivisti della società civile (congiuntamente ad alcuni reporter di testate giornalistiche internazionali) sono stati arrestati per aver diffuso “notizie false circa i numeri del contagio al fine di alimentare la dissidenza contro il regime”. Spesso in carcere gli è stata negata assistenza di base e i loro nomi sono stati inseriti nelle liste dei terroristi. Lo stesso sta accadendo in Kazakistan, dove continuano a verificarsi casi di persecuzione ai danni di attivisti o oppositori politici che sui propri social media hanno raccontato di violazioni dei diritti umani”. E ancora. Anche se l’Ungheria ha registrato un basso numero di contagi rispetto alla media mondiale, il primo ministro Viktor Orbán si è assicurato uno stato di emergenza a tempo indeterminato, che di fatto gli consente di governare per decreto.

Il bioterrorismo

In Venezuela, il presidente Nicolas Maduro ha utilizzato una tattica di repressione insolita: l’accusa di bioterrorismo, cioè quell’utilizzo intenzionale di agenti biologici (virus, batteri o tossine) in azioni contro l’incolumità pubblica. Durante la pandemia Maduro ha infatti accusato i connazionali di ritorno dall’estero di voler diffondere il virus all’interno della nazione sudamericana. Molti migranti venezuelani, infatti, con la pandemia hanno dovuto fare ritorno a casa (soprattutto dalla vicina Colombia, attraversando boschi e selve) per l’aumento della disoccupazione e l’impossibilità di mantenersi all’estero.

Rimpatriati sgraditi a Maduro, che li ha catalogati come “bioterroristi”, una grossa minaccia alla sicurezza nazionale. Il presidente ha infatti ordinato ai cittadini di denunciare questi individui alle autorità, inviando una e-mail con le informazioni della persona e la sua posizione esatta. Maduro ha inoltre accusato la vicina Colombia – sul cui confine si lotta ormai da anni – di aver ordinato ai migranti di ritorno di fare tutto il possibile per contaminare il Venezuela. Alcune associazioni hanno denunciato trattamenti disumani, sostenendo che Maduro abbia ordinato ai militari e alla polizia di applicare trattamenti crudeli e punizioni fisiche per i migranti di ritorno.

Uso pericoloso della tecnologia

Sin dalle prime fasi della pandemia, il governo indiano ha iniziato a utilizzare un’app di monitoraggio “per frenare la diffusione del COVID-19”. La preoccupazione che il primo ministro Narendra Modi abbia usato il tracciamento come strumento di sorveglianza di massa non è priva di fondamento. Il presidente ha infatti adottato, fin dalla sua elezione nel 2014, un’ampia repressione del dissenso, che colpisce particolarmente la magistratura e la libertà di stampa. L’utilizzo improprio di queste tecnologie comporta un attacco diretto alla privacy di ogni singolo cittadino e, in casi più gravi, ad un vero e proprio attacco etnico. Come il caso della Cina, che attraverso le nuove dotazioni tecnologiche ha esteso lo stato di sorveglianza nella regione dello Xinjiang: il riconoscimento facciale è stato utilizzato per identificare migliaia di uiguri e imporre loro la detenzione e l’indottrinamento forzato. Anche la Corea del Sud non ha perso l’occasione, tenendo traccia di tutti i positivi e trasmettendo le loro informazioni nel dettaglio a tutti coloro che dichiaravano di esserci stati a contatto. Un po’ come ha fatto il governo israeliano, che servendosi del coronavirus ha autorizzato la sua agenzia di sicurezza interna “Shin Bet” a utilizzare grandi quantità di dati, prelevati dalla localizzazione dei cellulari dei cittadini.

[Esempio di un’applicazione di rintracciamento Covid-19]

Abuso di potere

Secondo il report redatto a ottobre del 2020 dall’organizzazione non governativa Freedom House, tra gli intervistati di tutto il mondo c’è un 27% che “ha segnalato l’abuso di potere del governo come uno dei tre problemi più importanti derivati dall’epidemia di coronavirus”. Sostenuti dalla giustificazione del “proteggere la salute nazionale”, funzionari e servizi di sicurezza hanno commesso violenze contro i civili, “detenuto persone senza giustificazione e hanno oltrepassato la loro autorità legale”. Tutti elementi al di là di quanto sarebbe stato necessario per proteggere la salute pubblica. Uno degli intervistati, proveniente dalla Turchia, ha detto che “il coronavirus è stato usato come scusa per il governo già oppressivo per fare cose che aveva programmato da tempo di fare, ma che non era stato in grado di fare”.

Secondo le ricerche portate avanti da Freedom House, ci sono prove della violenza della polizia contro i civili in almeno 59 Paesi. Dove si sono verificate? La maggior parte in contesti meno democratici: nello specifico per il 49% in Paesi parzialmente liberi e per il 41% in Paesi non liberi. Invece detenzioni e arresti arbitrati si sono verificati in almeno 66 Paesi, “tra cui il 49% dei Paesi parzialmente liberi e il 54% dei Paesi non liberi”. Il fatto che in paesi “parzialmente liberi” ci sia un alto tasso di violenza è giustificato dal fatto che spesso in queste zone esiste un’opposizione abbastanza attiva, a cui non fa fronte però un potere governativo abbastanza forte. Le autorità “non possono far altro” che ricorrere alla violenza sfruttando la pandemia per giustificare botte e manganellate, e accusando i dissidenti, per poter agire indisturbati, di violazione del coprifuoco o delle regole governative (come banalmente anche non indossare la mascherina).

Il caso emblematico della Cina

Ora: prendete tutte le condizioni sopra elencate, concentratele in un paese solo, e avrete la Cina. Il gigante asiatico sta infatti vivendo ora il lockdown più severo dopo l’ondata iniziale di gennaio 2020. Probabilmente la brutalità con cui si sta svolgendo questa chiusura forzata la rende unica nel suo genere. Online sono circolati alcuni video in cui si vedono cittadini positivi al virus essere portati con la forza in strutture comuni, una sorta di ghetto dove raccogliere gli “appestati”. Altre immagini mostrano le porte di casa sigillate dalle autorità da fuori, per impedire a chi ci sta dentro di uscire. E come non menzionare il filo spinato, posto a mo’ di recensione di interi quartieri. E ancora. Le autorità sanitarie hanno bloccato le finestre con degli adesivi per impedire ai residenti di aprirle e cantare o protestare. Quella cinese, e in particolare di Shanghai, è una vera e propria aggressione alla dignità e ai diritti fondamentali, non solo degli uomini, ma anche degli animali. Ha superato il varco della censura anche il video del cane ucciso di botte perché sospettato di essere contagioso.

Non è una novità che il regime di Pechino non sia propriamente un valido esempio di democrazia e libertà. Ma questa volta è diverso e c’è un elemento che ci fa capire che è così: l’urlo della gente, che sta protestando in tutti i modi possibili. Strillando dai balconi, dove possibile, per le strade, online. I cittadini hanno fame, le dispense sono vuote e i sistemi di delivery sono al collasso. Un bel problema visto che, ad esempio, l’acqua del rubinetto non è potabile. A Shanghai alcuni utenti hanno fatto circolare dei “tutorial” su come bollire l’acqua per renderla bevibile. Sembra tutto così assurdo, soprattutto perché tali restrizioni sono così estreme rispetto all’effettivo numero di contagi registrati. Basandoci sui dati degli inizi di maggio 2022, la Cina (che ricordiamolo, ha un miliardo e mezzo di abitanti) ha registrato 26.000 casi totali, di cui la maggior parte asintomatici. Difficile spiegare tanto accanimento senza sospettare si tratti principalmente di manovre politiche, più che sanitarie. Shanghai è infatti, rispetto ad esempio a Pechino, una città più incline alla contestazione. Una realtà scomoda per Xi Jinping, che è meglio tenere a bada soprattutto in vista delle prossime elezioni. Come? Sopprimendo voli, sbarrando le strade, obbligando di fatto chiunque ad una chiusura forzata: imprigionando, quindi, milioni di persone fra “le quattro mura” cinesi. D’altronde, come aveva detto quel tale intervistato da Freedom House, «il coronavirus è stato usato come scusa per il governo già oppressivo per fare cose che aveva programmato da tempo di fare, ma che non era stato in grado di fare».

In definitiva i dati raccolti in questi due anni dimostrano come sia stato un problema pressoché planetario e che non ha risparmiato nemmeno gli stati democratici l’uso delle politiche pandemiche come pretesto per restringere l’agibilità democratica e gli spazi di dissenso e comportamento difforme. Si tratta, di un tema che dovrebbe interrogare profondamente i parlamenti e i media occidentali: dove si colloca il confine tra legittimità delle misure di emergenza e abuso di potere? Senza esagerare, si può ritenere che in base al punto dove verrà collocato questo confine dipenderà parte del futuro della democrazia a partire dai suoi principi cardine che risiedono nella libertà di parola, di espressione e nel libero arbitrio.

[di Gloria Ferrari]

Gli ambientalisti pugliesi sono riusciti a fermare la prima grande opera del PNRR

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Il TAR della Puglia ha sospeso il progetto per la nuova rete ferroviaria nella zona di Lama San Giorgio, a sud di Bari: si tratta della prima sospensione legata a un grande progetto da realizzare con i fondi del PNRR. I giudici hanno infatti accolto l’istanza cautelare del Comune di Noicattaro e del comitato di privati cittadini “Le Vedette della Lama”. I ricorrenti lamentano che il progetto preveda il passaggio del tratto ferroviario in una zona del Comune dove si trovano alberi secolari e insediamenti archeologici risalenti al neolitico e nella quale, da oltre 20 anni, si cerca di istituire un parco regionale protetto. L’ordinanza del TAR sottolinea che i pareri tecnici forniti per la realizzazione dell’opera non fornirebbero adeguate motivazioni alla presunta “assenza di alternative localizzative e/o progettuali”, le quali “sembrerebbero invece essere emerse nel corso del procedimento”. La Regione ha ora tre mesi di tempo per rivedere il progetto.

Essendo la prima sospensione legata a un grande progetto del PNRR, non è da escludere che questa possa costituire un precedente per le numerose altre opere da realizzare lungo lo Stivale entro gli stringenti tempi imposti dall’Unione europea. In questo caso ad entrare in conflitto sono state due necessità territoriali distinte. Da un lato, quella di un nodo ferroviario a sud del capoluogo pugliese, di cui se ne parla da almeno 15 anni. Dall’altro, quella di istituire un parco regionale protetto per tutelare il territorio della Lama San Giorgio. Sono circa 20 anni che la Regione discute di quest’ultima possibilità e, nonostante il valore ecologico dell’area in questione sia noto da sempre, né la soprintendenza, né i ministeri della Cultura o dell’Ambiente si sono opposti all’approvazione della nuova linea ferroviaria. Secondo i giudici del tribunale amministrativo “l’assenza di alternative localizzative e/o progettuali” non sarebbe stata giustificata in modo adeguato da pareri tecnici. Tra, l’altro, delle alternative sono state indicate, ma, senza un motivo apparente, del tutto ignorate.

La Regione Puglia fa sapere che procederà con un ricorso al Consiglio di Stato affinché la decisione del TAR venga annullata. È inoltre probabile che il provvedimento possa essere impugnato dalla presidenza del Consiglio dei ministri considerando, come anticipato, il forte rischio che la sospensione crei un pericoloso precedente. Ad esempio, una sua conferma potrebbe significare dei potenziali ritardi sulle già stringenti tempistiche Ue. I fondi di ripresa, infatti, sono vincolati ad un completamento delle opere previste entro il 2026. Importanti modifiche al progetto, in questo caso, richiederebbero un nuovo procedimento amministrativo che rischierebbe di far slittare significativamente la tabella di marcia. Cosa accadrebbe se iniziassero poi ad accumularsi sospensioni per progetti finanziati dall’Europa e da completare nel giro di quattro anni scarsi? Indubbiamente, il caos. Più probabile quindi che il territorio della Lama San Giorgio venga presto attraversato da binari nuovi di zecca. E, forse, come teme il sindaco di Noicattaro, anche dalla strada statale 16, opera dall’alto impatto ambientale che potrebbe ottenere il via libera proprio sull’onda dell’approvazione dell’infrastruttura ferroviaria.

[di Simone Valeri]

 

 

GEDI si compra gli influencer

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Il gruppo editoriale GEDI – il gigante del campo della comunicazione appartenente alla famiglia Agnelli-Elkann – ha recentemente acquisito il 30% di Stardust, l’azienda fondata nel 2020 a Roma da Simone Giacomini che si occupa di formare influencer, ponendosi come una vera e propria scuola-pilota del settore. L’obiettivo è quello di raggiungere una fascia di utenti distante dai media “tradizionali” ed espandere la presenza del gruppo nella sfera digitale: Stardust produce circa 1.200 contenuti originali al giorno e attrae oltre 500 influencer, la cui attività genera oltre 15 miliardi di visualizzazioni all’anno e 20 milioni di interazioni al mese. In base all’accordo, GEDI potrà incrementare la sua partecipazione azionaria nei prossimi tre anni fino a una quota compresa tra il 60 e il 100% e avrà da subito voce in capitolo nella governance della società.

Quello dell’influencer sta diventando sempre più un vero e proprio lavoro, per la gioia dei suoi fautori ed estimatori. Così Stardust House – la scuola che prende il nome dall’omonima azienda – forma giovani con un’età compresa tra i 16 e i 22 anni che si occupano di creare contenuti digitali destinati alle piattaforme social e che attirano ogni giorno l’attenzione di milioni di utenti appartenenti per lo più alla fascia dei giovanissimi, la cosiddetta generazione dei millennial. Stardust fa da intermediario tra le aziende interessate ad avere visibilità online e gli “influencer” o “creator”: «Ci contattano, ci dicono che cosa vogliono, se vogliono post, foto, video o altro e noi incarichiamo il creator giusto per loro» ha spiegato il fondatore Giacomini.

In un momento in cui la vendita di giornali stampati è bruscamente calata e in cui i principali media d’informazione sono sempre meno seguiti, l’acquisizione di Stardust permetterà a GEDI non solo di migliorare il posizionamento social, ma anche di raggiungere le giovani generazioni, il cui canale privilegiato di comunicazione è rappresentato proprio dai social network. In questo modo sarà possibile influenzarne opinioni, gusti e comportamenti, plasmando così le generazioni future secondo logiche determinate che rispondono a precisi interessi. «Con Stardust, la nostra strategia digitale compie un deciso passo in avanti perché ci permette di distribuire a nuove audience i nostri contenuti – in ambito news, audio e intrattenimento – e di approfondire le dinamiche e i linguaggi propri di comunità digitali finora non raggiunte dall’offerta di GEDI» ha spiegato l’AD di GEDI Maurizio Scanavino.

Il ruolo dell’informazione è fondamentale per plasmare il tessuto sociale e veicolare determinati contenuti o ideologie piuttosto che altri, modellando letteralmente il pensiero e i comportamenti delle masse: non si esagera, però, nel dire che l’informazione si trova oggi nelle mani di un oligopolio. Pochi e potenti gruppi editoriali, infatti, possiedono la gran parte dei canali di comunicazione nazionali e non solo. Per fare un esempio, GEDI possiede in Italia la Repubblica, La Stampa, l’Huffpost, il Venerdì, radio Dee Jay e radio Capital, solo per citarne alcuni. Mentre all’estero, il gruppo Exor – sempre di proprietà Elkann – controlla la nota e prestigiosa rivista The Economist: dunque, i principali mezzi di comunicazione sono nelle mani di società che, nella maggior parte dei casi, portano avanti l’agenda delle multinazionali e del mondo finanziario, promuovendo l’ideologia neoliberista e “globalista”. Indirizzare le menti, soprattutto dei più giovani, in questo senso garantisce una forma di controllo sulla popolazione, ma soprattutto permette la creazione del consenso, dando vita ad una sorta di “dittatura invisibile” del pensiero.

Non a caso, questa è per eccellenza l’epoca degli influencer, ossia l’epoca dove i comportamenti, i “valori”, le scelte, il pensiero vengono imposti “dall’alto”, senza che gli utenti, i consumatori o più in generale “le masse” ne siano minimamente consapevoli, spazzando via così ogni traccia residua di spirito critico dalle menti dei più. I cosiddetti influencer – che sono solo un tramite tra i grandi gruppi finanziari-industriali e la moltitudine – hanno esattamente questa funzione, confermata peraltro dallo stesso cofondatore e presidente di Stardust, Simone Giacomini: «Oggi le persone sono diventate un vero e proprio media: un media potente, in grado di influenzare i consumi e i comportamenti di un vasto pubblico connesso digitalmente».

Del resto, già nel 1917, il famoso giornalista ed esperto di comunicazione Edward Bernays affermava nel suo libro “Propaganda” che “Noi siamo in gran parte governati da uomini di cui ignoriamo tutto, ma che sono in grado di plasmare la nostra mentalità, orientare i nostri gusti, suggerirci cosa pensare”: lo hanno capito bene quelle aziende che per espandere il loro business, ma anche per imporre precise ideologie, si rivolgono agli influencer, ragazzi poco più che adolescenti a cui viene affidato il compito di modellare il tessuto sociale all’insegna del conformismo e della massificazione.

Sono gli strumenti della “democrazia liberale”, di cui GEDI conosce bene l’efficacia e la potenza e di cui, dunque, si servirà non solo per raddoppiare il suo fatturato, ma anche e soprattutto per garantirsi la “formazione” – o meglio per comprarsi le menti – delle generazioni future. Nel 2022 Stardust prevede di raddoppiare il suo fatturato, che l’anno scorso ha sfiorato i 10 milioni di euro. Questi numeri, secondo Scanavino, ne fanno «un progetto solido e dinamico: un vero e proprio media fatto di persone, in grado di raggiungere un’audience vasta e diversificata, coinvolgendo le nuove generazioni e non solo».

[di Giorgia Audiello]

L’EMA annuncia vaccini aggiornati per settembre

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L’EMA (Agenzia Europea per i Medicinali) ha dichiarato ieri che i nuovi vaccini contro la variante Omicron saranno approvati a settembre e che al momento sta valutando i dati forniti dalle aziende Moderna e Pfizer BioNtech, come ha spiegato Marco Cavaleri, responsabile per le minacce alla salute e la strategia dei vaccini. Nel frattempo, l’agenzia consiglia la quarta dose a tutti gli over 60 europei e ai soggetti fragili, mentre l’Italia ha adottato la soglia degli 80 anni. Attualmente, c’è ancora incertezza sulla composizione dei nuovi vaccini, in quanto non è possibile sapere quale sarà la variante che circolerà in autunno. I test clinici sono stati condotti usando Omicron 1, ma come ha asserito lo stesso Cavaleri: «ci aspettiamo che entro luglio quella variante sia completamente rimpiazzata da Omicron 4 e 5».

Recensioni indipendenti: Fashion Victims (documentario)

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Un documentario del 2019 della durata di 42 minuti, auto-prodotto dagli stessi autori in collaborazione con diversi professionisti, tra cui l’organizzazione non governativa Social Awareness And Voluntary Education (Save) che ha supportato la squadra nella realizzazione del progetto. A pensarci bene, liberandoci di ogni falso mito, di ogni accattivante e sfarzosa sfilata o dei seguitissimi e attualissimi “influencer”, la moda non è altro che un effimero appagamento del  bisogno di “essere” attraverso “l’apparire” ed è certo sempre stato così ma mai come oggi, con una globalizzazione sempre più incontrollata, nasconde lati oscuri per lo più sconosciuti. Alessandro Brasile e Chiara Ka’ Hue Cattaneo, registi e autori del documentario “Fashion victims”, svelano i risvolti inquietanti di un sistema produttivo che sfrutta manodopera  a bassissimo costo,  ricavandone altissimi profitti, reclutando giovani donne, quasi delle bambine, nei paesi più poveri. Nelle fabbriche del Tamil Nadu, zona tra le più povere dell’India, esistono fabbriche di proprietà occidentale dove lavorano come sarte ragazze provenienti da zone rurali dove non esistono possibilità di lavoro alternative né per loro né per le loro famiglie, anche a causa del preoccupante declino dell’agricoltura. Reclutate dai “broker” delle aziende che offrono un’opportunità di guadagno e il sogno di una vita migliore, facilmente si trasferiscono dai loro villaggi in quelle che poi diventeranno di fatto le loro prigioni, dove lavoreranno in condizioni quasi di schiavitù, perennemente sotto ricatto e da dove non potranno uscire, né potranno licenziarsi, potranno solo fuggire.

Con un sistema di assunzione detto “Sumangali scheme” le donne dovranno lavorare gratis per tre o cinque anni, passati i quali riceveranno uno stipendio cumulativo che si aggira tra i cinquecento e gli ottocento euro e che viene loro pagato solo al termine del periodo stabilito, anche se non sempre questo accade come racconta Brasile «In uno dei miei viaggi ho incontrato una ragazza che mi ha detto che dopo quattro anni la fabbrica non le ha pagato nulla, dicendole che il suo lavoro era illegale, ma che se voleva la avrebbero assunta». Il tacito consenso a queste vessatorie condizioni è ben accetto anche dalle famiglie, in quanto le giovani prossime al matrimonio devono essere fornite di una dote e di tutto quanto è necessario per la loro nuova vita nella casa del futuro marito, secondo secolari usanze ancora in vigore in India. In questo contesto i reclutatori agiscono con grande facilità cercando con ogni mezzo di non far trapelare  nulla di quanto realmente accade nelle fabbriche. Lo stesso regista, Brasile, racconta di aver più volte corso grandi rischi per la sua incolumità. Il primo giorno di riprese ha subito un’aggressione e, una volta che è riuscito a introdursi in una delle fabbriche, non solo non ha ottenuto il permesso di realizzare immagini ma è stato schedato in un sistema non ufficiale. «Sono stato fotografato e il fixer (una sorta di informatore esperto del luogo), ha testualmente detto: questa non ci voleva, adesso la tua faccia è su tutti i telefonini dei responsabili delle fabbriche nei dintorni. Da lì in poi sarebbe stato sicuramente meglio non farsi vedere in giro».

Non si vuole certo far sapere, né tantomeno far vedere,  quello che quotidianamente  accade sul lavoro dove non esiste nessun tipo i tutela per le lavoratrici e gli incidenti sono all’ordine del giorno, ma talvolta anche i suicidi, la violenza sessuale, e finanche omicidi. Le stesse ragazze, nel raccontare il proprio passato e futuro, tracciano il quadro della crudeltà quotidiana di un sistema produttivo nel quale le “ fashion victim” sono loro , violate nel corpo e nei sogni, per produrre ciò che noi, spesso inconsapevolmente indossiamo tutti i giorni. Come i due autori hanno dichiarato: «L’intento del documentario non è solo quello di denunciare lo sfruttamento dei lavoratori, ma di stimolare una riflessione più approfondita: Non sono gli indiani che sfruttano le operaie, è il sistema del fast fashion che così non funziona, né per chi ci lavora né tantomeno per l’ambiente e per i consumatori».

[di Federico Mels Colloredo]

Uruguay, mancano i dati: giudice sospende le vaccinazioni a mRna sui bambini

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In Uruguay, il giudice del Tribunale per il Contenzioso Amministrativo (TCA) Alejandro Recarey ha accettato il ricorso presentato dall’avvocato Maximiliano Dentone e ha sospeso la vaccinazione contro il Covid-19 nei minori di 13 anni. La sentenza, accolta con entusiasmo da un gruppo di manifestanti, segue l’ordine del giudice rivolto all’azienda farmaceutica Pfizer di presentare una serie di dati e informazioni relativi ai vaccini venduti in Uruguay, dove viene dunque sospesa la campagna vaccinale per i minori di 13 anni fino a quando non si sarà fatta chiarezza. In particolare, Recarey ha chiesto “la pubblicazione integrale di tutti i contratti di acquisto” e di un documento contenente “i dettagli sulla composizione della sostanza da inoculare“, come si legge nella sentenza. Il ministero della Salute Pubblica (MSD) andrà in appello, avanzando la richiesta nei prossimi giorni e dando il via a una nuova battaglia legale relativa ai vaccini.

Il governo ha già messo le mani avanti, affermando l’esistenza di una clausola di riservatezza nei contratti che impedisce di condividerne i documenti. L’obiettivo di Recarey è capire se, tra le altre cose, ci siano clausole relative all’immunità civile e penale in caso di eventuali effetti collaterali dei vaccini. Per questo motivo, il giudice del TCA ha chiesto la pubblicazione integrale dei contratti di acquisto, con tanto di
informazioni riguardanti le eventuali clausole di protezione per i fornitori. Seguono poi i dati sulla composizione biochimica dei vaccini, sulla loro efficacia e sui possibili effetti della vaccinazione “a breve, medio e lungo termine”.

[di Salvatore Toscano]

La battaglia dei cittadini contro il rigassificatore che minaccia la Valle dei Templi

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“Il Governo Draghi si fa imprigionare da gas, petrolio, metano e persino dal carbone, almanaccando di acquisti alternativi negli Stati Uniti d’America con l’importazione dello shale gas, che presuppone l’utilizzo dei rigassificatori”: è quanto denunciato all’interno di un articolo scritto da Alessio Lattuca, Presidente del “Movimento Per la Sostenibilità”, che si oppone alla “collocazione del rigassificatore a ridosso della Valle dei Templi”. Si tratta, nello specifico, del progetto relativo alla costruzione di un rigassificatore a Porto Empedocle, in provincia di Agrigento, ultimamente tornato d’attualità sulla scia della caccia alle risorse per fare a meno del gas russo. “Quello di Porto Empedocle in zona Kaos, con l’obiettivo di collegarlo alla rete nazionale, impone un mastodontico metanodotto da collocare nella Valle dei Templi” si legge – in merito al rigassificatore – nell’articolo del Presidente del Movimento.

Quest’ultimo, invita il premier Mario Draghi a “riflettere e, possibilmente, rivedere le decisioni (frutto di politicismo miope di dubbia natura) che destano nei cittadini il sospetto che si tratti di puri pretesti per militarizzare i processi autorizzativi di impianti pericolosi, quali sono i rigassificatori“. Ad essere criticato, in tal senso, è l’articolo 5 del Dl Aiuti, nel quale si legge che “le opere finalizzate all’incremento della capacità di rigassificazione nazionale mediante unità galleggianti di stoccaggio e rigassificazione da allacciare alla rete di trasporto esistente alla data di emanazione del presente decreto, incluse le connesse infrastrutture, costituiscono interventi strategici di pubblica utilità, indifferibili e urgenti”, e che “per la realizzazione delle opere e delle infrastrutture citate con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri sono nominati uno o più Commissari straordinari di Governo”. Un punto, quest’ultimo, duramente criticato dal Presidente del Movimento, il quale sottolinea che “la devoluzione ad anonimi commissari di poteri tanto delicati e significativi per la tutela dei territori, dei beni culturali ed ambientali e della salute pubblica non ha nulla a che fare con il buonsenso e non è un’azione politicamente corretta“. 

Si tratta quindi di una questione che, al pari del bisogno di “intervenire con urgenza per favorire la transizione energetica”, secondo il Presidente richiede “la formazione di un’opinione informata” che possa “condividere e sostenere” oppure “bloccare scelte tanto impegnative per il futuro dei territori coinvolti”. Sulle “questioni di rilevanza pubblica”, infatti, i cittadini non dovrebbero semplicemente “subire la violenza di scelte afflittive, a vantaggio soltanto dei potentati”. Sarà anche per questo che il Movimento ha inviato un appello, tra gli altri, al governo italiano ed ai vertici delle istituzioni europee nel quale “la eventuale costruzione dell’impianto di rigassificazione da parte di Nuove Energie Enel e la collocazione da parte di SNAM di un metanodotto (di 14 Km che attraverserà l’area archeologica della Valle dei Templi)” viene definito uno “scempio di proporzioni apocalittiche che – oltre a danneggiare i beni culturali, ambientali e paesaggistici, la salute e la sicurezza delle Comunità residenti – causerà distorsioni nel mercato e danneggerà altre imprese concorrenti europee”.

La richiesta, dunque, è di attuare “una vera politica per la lotta al riscaldamento climatico, per affrancarsi dal ricatto del gas russo”. In tal senso, da un lato a livello europeo il rischio dell’inserimento in Tassonomia del gas e del nucleare dovrebbe essere sventato, mentre dall’altro a livello nazionale dovrebbero essere “eliminati con urgenza i contributi previsti a valere sul DL Energia e sul PNRR, e non solo, a favore delle società a controllo pubblico: Eni, Enel, Snam, Leonardo, sia per gli investimenti in infrastrutture (rigassificatori, reti, etc) sia in conto gestione”. “Per avvalorare la gravità di quanto accade – si legge inoltre nell’appello – occorre segnalare che recentemente il governo Draghi, unitamente ai Parlamentari della commissione bilancio, ha bocciato un significativo emendamento presentato dal Deputato Michele Sodano al Decreto Aiuti, che introduceva il divieto di costruzione di un rigassificatore a 10 km da una riserva naturale o un sito Unesco”. Bisogna quindi prendere atto del fatto che “nel totale silenzio dell’informazione continua il pericoloso progetto di distruzione dell’ambiente e del patrimonio storico-culturale” e “allo stesso tempo, con risorse pubbliche, vengono istituite nuove garanzie di profitto per le multinazionali dell’energia”, con il governo che ha infatti “introdotto nell’articolo 5 del Decreto in analisi la copertura delle possibili perdite economiche degli indecorosi rigassificatori per i prossimi 20 anni”.

[di Raffaele De Luca]

Giappone, è morto l’ex primo ministro Shinzo Abe, vittima di un attentato

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L’ex primo ministro Shinzo Abe è in condizioni critiche dopo essere stato ferito da colpi di arma da fuoco durante un evento in Giappone. Il presunto attentatore, un ex militare di 41 anni, è stato arrestato. L’attuale primo ministro Fumio Kishida e i partiti di opposizione hanno sospeso la campagna elettorale per il rinnovo della Camera Alta in programma domenica 10 luglio. «Mi auguro e prego dal profondo del mio cuore che possa sopravvivere», ha dichiarato Kishida.

Aggiornamento ore 14.30 – Dopo 4 ore di tentativi di rianimazione l’ex premier giapponese Shinzo Abe ha perso la vita per via dell’emorragia interna provocata dai colpi di proiettile, che lo hanno colpito al collo e al petto. Messaggi di cordoglio sono giunti dai leader di tutto il mondo.

Giovedì 7 luglio

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8.00 – Australia, ancora allarme alluvioni: ordini di evacuazione per 60 mila persone.

9.40 – Migranti, maxi operazione in Europa contro traffico esseri umani in 5 Paesi: 40 arresti.

10.30 – Marmolada, bilancio finale di 11 persone coinvolte in totale: per esperti tragedia “non prevedibile”.

11.30 – Genova, rinviato a settembre processo per crollo ponte Morandi.

13.40 – UK, Johnson annuncia dimissioni da leader del partito, ma rimarrà premier fino a nomina di nuovo leader.

16.00 – Dl Aiuti, ok Camera a fiducia con 410 sì.

16.45 – Covid, EMA: verso approvazione di vaccini annuali.

18.20 – Il Consiglio dei Ministri revoca la concessione per l’Autostrada dei Parchi, Patuanelli: “risultato storico”.