Venezia si appresta ad essere la prima città italiana ad imporre un limite agli affitti turistici brevi: è quanto si evince da un emendamento recentemente approvato dalla Camera ed inserito nel Dl aiuti, che è in attesa di ricevere il via libera definitivo da parte del Parlamento. L’emendamento, che è stato presentato dal deputato del Pd Nicola Pellicani, nello specifico conferisce al Comune di Venezia la facoltà di predisporre un regolamento con cui stabilire un limite massimo al numero di immobili che possono essere affittatiper un breve periodo di tempo. Inoltre, ciascun appartamento potrà essere affittato ai turisti per non più di 120 giorni all’anno, mentre per il periodo restante il Comune potrà autorizzare o meno gli affitti.
Si tratta dunque di misure che andranno a limitare l’attività svolta da alcune piattaforme online – come il noto portale Airbnb – e che, a quanto pare, diverranno realtà. Il Comune, infatti, sembra essere intenzionato a predisporre il regolamento, visto che l’ok all’emendamento è stato accolto positivamente dal sindaco veneziano Brugnaro. «L’obiettivo è di aumentare il livello della proposta turistica per impedire gli abusi e rendere più trasparente l’offerta, a vantaggio di tutti», ha infatti affermato il sindaco, aggiungendo che, come già avvenuto per altri ambiti, «Venezia avvierà una sperimentazione a vantaggio poi anche di altre città che ci stanno osservando». Come sottolineato anche da Nicola Pellicani, infatti, Venezia farà da «apripista per regolamentare un problema che riguarda molti centri storici a partire da Roma, Firenze, Bologna, dove le amministrazioni hanno già chiesto l’estensione della norma». In tal senso, inoltre, Pellicani ha aggiunto che ora il gruppo Pd alla Camera «lavorerà per una norma che riguardi tutti i centri storici dove le locazioni brevi stanno favorendo lo spopolamento, con l’espulsione dei residenti».
Del resto, il fine dell’emendamento è proprio quello di interrompere la fuga dei residenti. In particolare a causa dell’esplosione delle piattaforme digitali, infatti, i centri storici soffrono la riduzione della disponibilità di affitti per i residenti, con questi ultimi che in maniera massiccia li abbandonano. A tal proposito, basterà ricordare che a Venezia ci sono più di 7000 abitazioni messe a disposizione per l’uso turistico dalla piattaforme digitali, il che, complice anche le iniziative da parte dei privati, ha generato una popolazione residente nel centro storico della città costantemente in calo e che oggi non supera i 50.000 abitanti. Un problema – per il quale i cittadini hanno già protestato in passato – alquanto grave, come testimoniato anche dalle parole del prefetto di Venezia Vittorio Zappalorto, il quale in un’audizione alla commissione ambiente della Camera ha affermato che «il problema più importante della città è l’eccesso di turismo», con «20.000 persone che hanno lasciato il centro dal 2000 al 2019» e con gli alloggi che «vengono commercializzati perlopiù in maniera abusiva da agenzie internazionali con sede all’estero». Alla luce di tutto questo non si può non sottolineare che probabilmente la norma in questione sia arrivata in ritardo, visto che tanti cittadini hanno già abbandonato il centro. Ciò non toglie però che il provvedimento potrà comunque essere utile per il futuro, non solo poiché quantomeno da ora in poi limiterà un fenomeno ormai fuori controllo, ma anche perché ad esso potrebbero fare seguito altri provvedimenti relativi ai restanti centri storici a rischio.
Se la realtà vera non esiste, o quanto meno è soltanto un’ipotesi, allora anche la non realtà, la sua negazione, la realtà virtuale, perché dovrebbe esistere? Reale e irrazionale finirebbero per coincidere, il nuovo Hegel del metaverso si metterebbe a fantasticare di sesti sensi, illusionismi tecnologici, fantasie senz’anima, artifici manieristici.
Chi andrà dunque dallo psicanalista? Il paziente che vive a disagio le 24 ore canoniche di ogni giornata oppure il soggetto che non sapendo usare le trappole della realtà virtuale, si sente diminuito e castrato? Il mondo di riferimento perde i suoi tratti costitutivi, le sue misure, i suoi contorni. Vediamo offuscato, oltre vetri diafani, sporchi e fumosi, tutto è il contrario di tutto, le prove inconfutabili cessano di esistere, nessuno può essere inchiodato alle sue responsabilità.
«Signor giudice, non l’ho uccisa io, io ero nel metaverso, sentivo sibili e sussurri, glielo assicuro, poi qualcuno ha armato la mia mano ma l’arma non era finta, ha sparato davvero un proiettile, non un quantum algoritmico». La perizia ha determinato che il presunto colpevole viveva in uno stato allucinatorio ma che non aveva assunto specifici farmaci o sostanze.
Credeva di essere la reincarnazione di Frankenstein, aveva imparato a memoria il romanzo di Mary Shelley e si era appassionato di Edgar Allan Poe, tanto che aveva inventato videogiochi interattivi a partire dalle sue opere.
Al perito aveva raccontato che era andato con Jules Verne al centro della Terra, sfruttando le sacre voragini care al mondo antico romano, e che poi era volato sui crateri astrali con il cinema di Méliès, e che poi aveva vissuto qualche mese con un altro film-maker, Murnau, in quella cittadina tedesca sul mare del Nord, che aveva visto davvero quei pelosi animali giganti girare per New York e quegli altri esseri superumani che con tute colorate volavano nelle metropoli per portare giustizia e vendetta. Aveva anche confessato che, prima di uccidere, rileggeva le storie di Lovecraft e di Phil Dick ma che preferiva quest’ultimo per le sue idee politiche progressiste.
L’imputato amava molto anche la poesia inglese e francese dell’Ottocento, di Keats e Baudelaire, attratto com’era dagli stupefacenti e dagli oppiacei, così si chiamavano allora. Insomma, signori della giuria voi vi preoccupate se qualcuno mi ha visto girare per le vie della città con strane maschere e antenne sul capo. Ma non vi dovete preoccupare troppo. La cosa aveva già attratto Il sosia di Dostoevskij quando aveva pensato di incontrare se stesso sul ponte di San Pietroburgo.
In fondo questo metaverso non è altro che una fantasia, cioè etimologicamente un prodotto della psiche e dei suoi incantesimi, che soltanto l’intelligenza può dire che esistano davvero. Ma una intelligenza oscura, inquieta, contraddittoria, quella di una mente che ha davvero ancora bisogno di una bella classica, cura analitica. Alla ricerca della psiche perduta, cioè dell’anima andata sì in frantumi ma pronta a riprendersi una nuova vita visiva nel caleidoscopio, quel magico vecchio dispositivo che trasforma pezzi di disordine in meravigliose inedite composizioni piene di luce.
[di Gian Paolo Caprettini – semiologo, critico televisivo, accademico]
In India, almeno 16 persone hanno perso la vita mentre altre 40 risultano disperse a causa di un violento nubifragio che si è verificato nei pressi di un popolare luogo di pellegrinaggio indù situato nel Kashmir. A riferirlo, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa indiana Asian News International (ANI), è stato il direttore generale della National Disaster Response Force (NDRF), il quale ha altresì fatto sapere che sono ancora in corso le operazioni di salvataggio.
In Italia sta per arrivare l’ennesima nuova variante di Covid-19, dicono gli esperti. E a giudicare dai titoli e dagli articoli di giornale pubblicati nei giorni scorsi, verrebbe da dire anche un rinnovato allarmismo mediatico. Già due settimane fa l’aumento di contagi da Omicron 5 aveva fatto salire di un po’ la curva della paura. Alcuni avevano iniziato a parlare di “nuova ondata” ed altri, come Matteo Bassetti, avevano invece consigliato di stare molto calmi, addirittura minimizzando a “un raffreddore”. Nella settimana che sta per concludersi le contraddizioni e le esagerazioni sono aumentate, fino al “picco”: il singolare appello fatto dai medici del Lazio per rinviare il concerto dei Maneskin in programma domani, al Circo Massimo. Daremo qui un occhio ad alcune parole comparse sulle varie pagine di giornale.
Sul concerto dei Maneskin sono state dette molte cose. La Repubblica ad esempio ha riportato le parole dell’Ordine dei Medici romano e di Alberto Chiriatti, vice segretario regionale della Fimmg (Federazione Italiana dei medici generali). Ha titolato: «Il concerto ora è una follia, spostalelo!». La situazione, a quel che si legge, è “molto critica”: gli ospedali sarebbero “in crisi”, i numeri assomiglierebbero a “quelli di Natale” e “il rischio”, in generale, sarebbe alto. Quindi, solo perché il concerto ricade nei giorno dove “la sottovariante contagiosa quanto il morbillo raggiungerà il suo apice”, andrebbe annullato. Questo sarebbe un pensiero che accomunerebbe “tutti i camici bianchi in prima linea” secondo Repubblica. Come se non bastasse nel pezzo il concerto dei Maneskin è stato in qualche modo messo in relazione anche al presunto rischio di far saltare le vacanze: «Se questa situazione permane fino ad agosto – ha detto Chiriatti a Repubblica – saranno dolori, rischiamo che il 70% delle vacanze degli italiani salti per colpa del virus».
A rincarare la dose di paura è arrivata a fagiolo anche la notizia che Giorgia Soleri, fidanzata del cantante Damiano, è risultata positiva. Il Messaggero ad esempio ha scritto che “tra i fan della band sale la paura”: «l’intero fandom è nel panico, vi prego diteci qualcosa!». A queste parole, dati gli allarmismi sulle presunte conseguenze del concerto, potrebbe sembrare che i fan siano preoccupati proprio di contagiarsi all’evento, e che aspettino come una decisione sul da farsi dalle autorità. In realtà si legge nel corpo dell’articolo che la loro “paura” è proprio l’opposto: temono che anche Damiano possa essersi contagiato e che salti l’esibizione al Circo Massimo.
[Esempi di testate giornalistiche con titoli allarmistici] Caso da segnalare per l’allarmismo sull’evento è poi quello di Open. Un articoletto di una decina di righe ha riportato che «il concerto dei Maneskin è come invitare il virus a un banchetto»: parole di Sergio Abrignani, ex membro del CTS. Inoltre, in grassetto, che «tanti epidemiologi si aspettavano proprio in questi giorni un aumento significativo dei contagi». Si tratta di “un’autorità” si potrebbe pensare, un esperto. Quindi se lo dice lui la situazione è davvero preoccupante. In realtà ciò che ha fatto il giornale di Mentana è stato selezionare parole specifiche e de-contestualizzarle, in modo da creare una narrazione preoccupante.
Nell’articolo-intervista originale su il Corriere si legge chiaramente che Abrigiani “osserva il progressivo indebolimento della pandemia, più diffusiva, ma meno aggressiva”. Che non c’è nessun allarme, poiché anche se i contagi salgono i casi gravi sono molto pochi. Ed anche che non ha senso fare allarmismo sui dati quotidiani, poiché spesso sono soggetti a oscillazioni tanto da rendere le interpretazioni poco significative. «All’esplosione dei casi – si legge – non corrisponde quella dei pazienti che hanno bisogno di rianimazione. Mi sento di affermare che non è un’emergenza. E’ una fase di passaggio, delicata, che richiede questo sì attenzione e altro impegno organizzativo». Con l’integrazione di queste premesse le parole sul concerto dei Maneskin, seppur forti, appaiono molto meno allarmanti.
[Le rassicurazioni del Dott. Abrignani, immunologo ed ex membro del CTS]Ma allarmismo è stato fatto in generale, anche con “dati alla mano”. La Stampa ha riportato ad esempio “l’allarme pandemia” della Fondazione Gimbe, secondo cui rischieremmo addirittura “un lockdown di fatto già a luglio”. Per Agenas, si legge nel pezzo, dato che i contagi sono molto più alti rispetto a quelli di luglio 2021, i pronto soccorso di tutta Italia starebbero “esplodendo”. E molti giornali hanno rilanciato soprattutto i dati della Federazione Italiana Aziende Sanitarie e Ospedaliere (Fiaso). Sempre Open ad esempio ha titolato che ben “30 milioni di italiani sono a rischio”: si tratterebbe di “No Vax” o di persone senza richiamo vaccinale. Ma a rischio di cosa esattamente? Di “contagio”, dice poi il giornale nel testo dell’articolo. Una cosa simile si vede su Il Corriere. Oltre a titolare “oggi ricoveri quadruplicati rispetto a un anno fa”, il giornale ha citato Giovanni Migliore, presidente di Fiaso, e di nuovo quei “30 milioni di italiani”, che avrebbero “basse difese dal virus”. Nel pezzo si nota l’espressione “ondata estiva”, si parla di 1 milione di contagi e di numeri che sarebbero “destinati inevitabilmente a peggiorare”.
Ad una semplice analisi non si capisce bene perché i due giornali parlino di “rischio”, né perché solo non vaccinati e senza richiamo vi andrebbero incontro: è oltremodo accertato che chiunque può contagiarsi, a prescindere dal suo stato vaccinale. Proprio i dati di Fiaso, anzi, sembrano delineare una situazione di “rischio” diversa. La stragrande maggioranza delle persone attualmente ricoverate per Covid nei 18 ospedali del networkè vaccinata. L’83% contro il 16% dei non vaccinati. Lo stesso vale per le terapie intensive: il 71% degli ospedalizzati è vaccinato, il 28% no. Quello dei quotidiani sembra quindi allarmismo infondato e strumentale.
Un altro articolo piuttosto allarmante sui dati di Fiaso è leggibile su Ansa. Aprendo con un titolo shock, l’agenzia ha scritto: “In aumento i ricoveri per Covid: raddoppiano quelli dei bimbi”. Subito dopo ha sottotitolato che in 7 giorni le ospedalizzazioni pediatriche sono salite da 51 a 94, e che il 78% ha meno di 4 anni. Detta così la situazione sembra preoccupante: pare che il numero di casi sia elevato, nonostante in realtà si riferisca a 7 ospedali, che riguardi effettivamente solo bambini e che magari siano pure in terapia intensiva. Nel corpo dell’articolo però Ansa già chiarisce che quel “94” ricomprende pazienti che vanno da 0 a 18, quindi non solo bambini. Si dimentica tuttavia di specificare due cose importanti, reperibili invece nel sito di Fiaso. In primis, che il dato racchiude sia pazienti ospedalizzati PER covid che CON covid, cioè per altre situazioni cliniche, risultati positivi pur essendo asintomatici. Inoltre che nessuno dei 69 bambini ricoverati (quella precedente risultavano 33) è in terapia intensiva. “Nonostante l’aumento dei ricoveri – si legge infatti nel report di Fiaso – anche questa settimana non troviamo nessuno in terapia intensiva per Covid”.
L’euro è ai minimi degli ultimi venti anni sul dollaro e sta continuando il processo di svalutazione iniziato mesi fa. Ciò vuol dire che le due economie stanno viaggiando a velocità diverse e gli investitori temono più le politiche restrittive della Banca Centrale Europea (BCE), annunciate lo scorso giugno, che quelle della Federal Reserve (FED) statunitense, attendendo dunque la recessione. La notizia dell’aumento dei tassi di interesse sta già registrando diversi effetti, ancor prima dell’entrata in vigore delle misure. Il rallentamento dell’economia europea potrebbe dunque spingere la BCE a una politica meno aggressiva sui tassi, ma è ancora da vedere. Ciò che è certo è che l’euro sta scivolando sul mercato e sta perdendo appetibilità internazionale, a vantaggio di valute estere, una su tutte il dollaro.
Cambio dollaro-euro
Il Vecchio Continente si ritrova ad affrontare le conseguenze irrisolte della pandemia da Covid-19, dell’attuale conflitto in Ucraina e di discutibili scelte a livello nazionale e comunitario. Nell’Unione europea, l’inflazione ha raggiunto a giugno il valore record di +8,6%, spinta dagli ultimi scenari geopolitici ma generata da diverse variabili: dall’aumento dei costi dell’energia tra il 2021 e il 2022 (causato in buona parte dalla modifica dei contratti con le multinazionali energetiche), allo squilibrio domanda-offerta nelle catene di approvvigionamento globali dovuti ai blocchi della produzione durante i lockdown, passando per il cambiamento climatico, il nazionalismo alimentare e la speculazione. Quest’ultima si basa sulle aspettative degli investitori, attualmente al ribasso per l’Europa, un continente che esporta prevalentemente prodotti manifatturieri e importa materie prime, soprattutto quelle energetiche. Nel momento in cui i paesi esportatori decidono di rivedere al rialzo i contratti che vedono coinvolte le loro risorse si rafforzano e acquistano interesse su scala globale. Non è un caso che l’euro stia perdendo terreno
anche con la rupia indiana, tornando ai livelli pre-pandemia (1 euro = 80 rupie). Lo scorso maggio, il presidente Narendra Modi ha visitato l’Europa per “rafforzare lo spirito di cooperazione” con l’India, dopo aver registrato nel 2020 un interscambio di 95 miliardi di euro in beni e servizi (+50% dal 2010), con circa 6000 imprese europee attive nel territorio. Dopo qualche settimana Nuova Delhi ha però deciso di bloccare le esportazioni di grano e di limitare fortemente quelle di zucchero, due dei principali prodotti del paese. La
motivazione ufficiale riguarda i problemi di raccolta legati al cambiamento climatico, a cui si affianca con ogni probabilità la componente speculativa.
Dall’inizio della guerra in Ucraina, il dollaro ha guadagnato dieci centesimi nel cambio con l’euro, nonostante l’economia statunitense si trovi, come quella europea, a fronteggiare diverse crisi, tra cui le conseguenze della pandemia da Covid-19 e l’inflazione. Non si può escludere che, a incidere sulle aspettative degli investitori, siano stati i legami bruscamente ridotti tra alcune economie europee (Italia e
Germania soprattutto) con la Russia in materia energetica e la possibilità da parte degli Stati Uniti di esportare gas e petrolio nel continente. Si pensi all’Italia, che punta a sostituire le importazioni russe di gas – pari al 40% del fabbisogno annuo – con forniture provenienti principalmente da Algeria e Turchia, a cui si aggiungono quelle statunitensi. Dal momento in cui Washington esporta gas naturale liquido (Gnl) sarà necessario che questo – in un processo più costoso e pericoloso rispetto all’utilizzo dei metanodotti – arrivi via nave e venga riportato successivamente allo stato gassoso per essere impiegato. Per questo motivo, il governo Draghi ha in programma la costruzione di due nuovi rigassificatori, uno a Ravenna e l’altro a
Piombino, dove nei giorni scorsi in migliaia sono scesi in piazza per protestare.
Nelle ultime 48 ore, decine di migliaia di persone sono giunte nella capitale dello Sri Lanka, Colombo, per chiedere le dimissioni del presidente Nandasena Gotabaya Rajapaksa, ritenuto il maggior responsabile della grave crisi economica che ha colpito il paese e l’ha mandato in bancarotta. Migliaia di dimostranti anti-governativi hanno dunque circondato e fatto irruzione nella residenza del presidente, che è fuggito dal palazzo in elicottero. Lo Sri Lanka è alle prese da mesi con la carenza di beni primari e un’inflazione dilagante.
Quella di accostare l’America del Sud al narcotraffico è un’operazione, spesso inconscia, che ormai facciamo da molti anni. È vero, in questa parte di mondo il traffico di droga ha una lunga tradizione alle spalle, ma è soltanto in epoca relativamente moderna (attorno agli anni 2000) che la questione si è allargata a tal punto da coinvolgere buona parte del continente, lasciandosi dietro una scia di sangue e morti.
I motivi di tale espansione e risonanza sono diversi, tutti interconnessi tra loro. Solo per citarne alcuni potremmo fare riferimento alla frammentazione dei grossi cartelli della d...
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Dopo settimane di ripensamenti, Elon Musk ha ufficialmente rinunciato all’acquisto di Twitter. L’amministratore delegato di Tesla, come comunicato dal suo team legale, ha infatti bloccato l’operazione da 44 miliardi di dollari. La motivazione sarebbe legata alla quota di profili fake presenti nel social network: Elon Musk aveva chiesto al Consiglio direttivo di Twitter di provare che fossero meno del 5%. L’azienda, intanto, ha annunciato che avvierà un’azione legale affinché l’uomo più ricco della Terra completi l’acquisizione.
È stato assassinato a Mogadiscio Hashi Omar Hassan, il somalo che nel 1998 fu incriminato per la morte della giornalista Ilaria Alpi e del suo operatore Miran Hrovatin avvenuta nella città di Mogadiscio, in Somalia. Hassan era stato indicato come autore dell’omicidio dal testimone chiave Ahmed Ali Rage e da Ali Abdi, autista di Alpi e Hrovatin, e per questo condannato a 26 anni di carcere. Di questi, ne aveva scontati oltre 16, dei quali 10 in isolamento diurno, ma nel 2015 Ahmed Ali Rage aveva confessato di aver fatto il suo nome in cambio di denaro. Risarcito dallo Stato italiano per l’ingiusta incarcerazione con 3 milioni e 181 mila euro, Hassan era rientrato in Somalia, dove voleva reinvestire la cifra nel settore dell’import-export. Ad ucciderlo è stata una bomba piazzata sotto il sedile della sua auto, ma ancora nessuna milizia ha rivendicato l’attentato. Secondo uno dei due legali di Hassan, Antonio Moriconi, l’uomo, consapevole dei rischi che avrebbe comportato un suo rientro in Somalia, è stato ucciso in seguito a un tentativo di estorsione da parte di gruppi terroristici.
È il 20 marzo 1994 quando Ilaria Alpi e il suo operatore Miran Hrovatin vengono uccisi a Mogadiscio, in Somalia. I due si trovavano nel Paese per seguire la missione di pace Restore Hope, coordinata dall’ONU, la quale avrebbe dovuto contribuire a porre fine alla guerra civile scoppiata nel 1991 dopo la caduta di Siad Barre. Mentre acquisivano elementi per il loro reportage sulla grave emergenza umanitaria nel Paese, Alpi e Hrovatin avevano cominciato a indagare su di un presunto traffico di armi e rifiuti tossici, che si svolgeva con probabile complicità dei servizi segreti italiani e altre istituzioni italiane, secondo un processo per il quale i Paesi industrializzati dislocavano i rifiuti nei Paesi africani in cambio della cessione di armi e tangenti a gruppi politici locali. Il giorno del loro omicidio Alpi e Hrovatin due erano appena rientrati dalla città di Bosaso, ritenuta estremamente pericolosa perché il porto costituiva uno snodo fondamentale nel passaggio del traffico di armi. Si riteneva che queste giungessero infatti in Somalia a bordo delle navi dell’azienda Shifco, società italiana amministrata da un somalo con passaporto italiano di nome Mugne.
A Bosaso, Alpi e Hrovatin avevano incontrato Abdullah Moussa Bogor, il sultano della zona: nel corso dell’ intervista – andata in gran parte misteriosamente perduta, ma della quale si può visualizzare qualche stralcio – Alpi interroga Bogor proprio a proposito del sequestro da parte dei gruppi armati di Bosaso di una nave di proprietà di Shifco, la Faarax Omar, con il pretesto del mancato rispetto delle normative sulla pesca. Evidentemente la giornalista si stava muovendo nella direzione giusta, avvicinandosi pericolosamente a scoperchiare il vaso di Pandora: al suo rientro a Mogadiscio, infatti, la macchina sulla quale viaggiava insieme a Hrovatin verrà fermata da un commando armato e i due verranno uccisi a colpi di arma da fuoco.
Sarà proprio Ali Abdi, l’autista dei due giornalisti, insieme al testimone chiave Ahmed Ali Rage, a individuare in Omar Hashi Hassan uno dei complici dell’omicidio, riconoscendolo come l’autista della Land Rover del commando. Per questo motivo nel 1998 la Procura di Roma chiede il rinvio a giudizio di Hassan, che viene assolto il 20 luglio 1999 perché i testimoni vengono considerati non attendibili, ma nuovamente condannato dalla Corte d’Appello il 24 ottobre 2000. Hassan sarà definitivamente assolto nel 2016: a far crollare le accuse contro di lui la confessione di Ahmed Ali Rage, che dichiarerà di essere stato pagato per accusarlo.
A 28 anni dai fatti, l’omicidio di Hassan aggiunge un ulteriore tassello alla vicenda mai risolta dell’omicidio di Ilaria Alpi e di Miran Hrovatin. Il percorso giudiziario incredibilmente dilatato e disseminato di ostacoli, depistaggi, documenti spariti e insistenti richieste di archiviazione non è ancora stato in grado di far luce su quanto accaduto, sugli esecutori materiali degli omicidi e sulle motivazioni che celano. Elementi quali intercettazioni di soggetti somali che dichiarano che la Alpi è stata “uccisa dagli italiani” hanno tardato anni a giungere sulle scrivanie dei pubblici ministeri, che le hanno poi ritenute irrilevanti ai fini del processo. Nel 2019, il gip Andrea Fanelli ha respinto due richieste di archiviazione della Procura di Roma, sottolineando come la vicenda fosse segnata “da tanti lati oscuri e financo errori giudiziari”. Errori sui quali, ad oggi, non è ancora stata fatta luce.
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