mercoledì 11 Febbraio 2026
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Dopo 40 anni i rinoceronti sono tornati in Mozambico

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Dopo quattro decenni, i rinoceronti stanno tornando ad abitare le terre del Mozambico. Un progetto di conservazione si sta impegnando a trasferire 40 esemplari di rinoceronte bianco e rinoceronte nero dal Sud Africa allo Zinave National Park. Il parco ospita oltre 2mila animali di 14 specie diverse, reintrodotti nel paese africano anche dall’estero per salvaguardare la biodiversità.

Il progetto è opera della fondazione Peace Parks Foundation (PPF) che si è posta l’obiettivo di ripopolare le terre del Mozambico con la fauna selvatica estintasi negli ultimi decenni. Attualmente sta agendo affinché, entro i prossimi due/tre anni, vengano trasferiti alcuni esemplari di rinoceronte. Questi devono affrontare un viaggio di 1600 chilometri prima di arrivare nella loro nuova casa, il Zinave National Park, area protetta grande 4mila chilometri quadrati che accoglie tantissimi animali al fine di tutelarli. Qui sono già arrivati 19 esemplari di rinoceronte bianco, e l’organizzazione spera che nel corso di 8/10 anni possano ripopolare la specie e tornare a vivere anche al di fuori del parco. Il tutto grazie al rewilding, pratica di conservazione adatta a ristabilire l’equilibrio ecologico di vasti territori: reintroducendo la fauna selvatica nelle aree in cui una volta prosperava, la biodiversità viene nuovamente ripristinata.

L’introduzione dei rinoceronti nel Zinave National Park renderà quest’ultimo l’unico parco nazionale “Big Five” del Mozambico, ovvero l’unica area protetta che ospiterà l’elefante, il rinoceronte, il leone, il leopardo e il bufalo. Si tratta di un particolare molto importante dal punto di vista turistico che, non solo favorirà l’economia locale, ma contribuirà a proteggere queste specie a rischio. I rinoceronti, infatti, sono tra gli animali africani più colpiti dal bracconaggio: secondo il PPF, l’Africa perde tre rinoceronti al giorno. Non solo, lo scorso anno sono stati uccisi più di 400 esemplari. Ecco perché è fondamentale la loro reintroduzione in nuovi habitat e la formazione di mandrie da preservare. Pertanto gli obiettivi del PPF sono rinaturalizzare il parco per creare un ecosistema sano e ricco, attirare visitatori e sostenere i mezzi di sussistenza delle comunità che vivono nei dintorni del parco.

[di Eugenia Greco]

Lunedì 11 luglio

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7.00 – Ucraina, in preparazione esercito di 1 milione di soldati equipaggiati con armi occidentali per liberare territori del Sud.

9.00 – “Uber Files”: l’azienda esercita pressioni su leader mondiali per potersi espandere.

8.30 – Angelo Guglielmi, storico direttore di Rai 3, è morto all’età di 93 anni

11.30 – Nord Stream 1, Mosca sospende erogazione gas per lavori manutenzione.

12.15 – INPS: 23% lavoratori ha paga inferiore al reddito di cittadinanza.

13.00 – Roma, incendio Centocelle: valori delle diossine oltre i limiti.

15.00 – Speranza, al via quarta dose per over 60 dopo ok di ECDC ed EMA.

16.00 – Dl Aiuti, via libera alla Camera con 266 sì: M5S non partecipano alla votazione finale.

17.00 – Cina, manipolate app tracciamento Covid per limitare proteste di piazza contro truffe bancarie.

17.15 – Berlusconi: “serve verifica della maggioranza per vedere quali forze appoggiano effettivamente il governo”.

 

Una simulazione rivela cosa succederebbe al Pianeta con una guerra nucleare

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Il conflitto tra Russia e Ucraina ha spinto il mondo e l'opinione pubblica a interrogarsi sulle possibili conseguenze di una guerra nucleare. Gli scienziati della Louisiana State University (LSU) e della Rutgers University hanno così deciso di condurre uno studio – denominato A New Ocean State After Nuclear War – con l'obiettivo di prevedere un mondo post-conflitto nucleare. Lo scenario, pubblicato sulla rivista American Geophysical Union Advances e ottenuto attraverso simulazioni computerizzate, è desolante: nei primi giorni del conflitto si entrerebbe in una sorta di inverno nucleare, con un...

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Dl Aiuti: ok della Camera con 266 sì

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Con 266 voti favorevoli e 47 contrari, la Camera ha approvato il cosiddetto “dl Aiuti”, il decreto legge recante – tra l’altro – misure urgenti in materia di politiche energetiche nazionali, produttività delle imprese e attrazione degli investimenti. Il testo, che passa ora all’esame del Senato, non ha però ricevuto il voto dei deputati del M5S, che infatti non hanno partecipato alla votazione finale.

Covid, gli scienziati danesi si sono scusati per aver vaccinato i bambini

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«Oggi non faremmo lo stesso»: è quanto ha recentemente affermato Søren Brostrøm – uno scienziato che riveste il ruolo di direttore generale dell’Autorità sanitaria danese – in merito al vaccino anti Covid somministrato ai bambini, che per sua stessa ammissione non ha prodotto grandi risultati in ottica «controllo dell’epidemia». A riportarlo è TV 2, un canale televisivo danese al quale Brostrøm ha rilasciato un’intervista in cui ha dichiarato che, sulla base delle conoscenze attuali, è stato un errore vaccinare i bambini. «Con quello che sappiamo oggi sì», ha affermato – rispondendo ad una domanda relativa a tale possibile sbaglio – il direttore generale, che tuttavia ha altresì cercato di giustificare la campagna vaccinale dichiarando: «Con quello che sapevamo allora no». Ad ogni modo, però, Brostrøm ha sottolineato di essere «dispiaciuto» per i genitori che si sono sentiti sotto pressione a causa della campagna vaccinale, sostanzialmente scusandosi e precisando che questi ultimi abbiano tutto il diritto di «rimproverare» l’Autorità sanitaria per la decisione di vaccinare i più piccoli.

Dopo che nel mese di luglio 2021 gli adolescenti danesi rientranti nella fascia di età 12-15 anni sono stati invitati a sottoporsi al vaccino, infatti, a novembre il vaccino è stato consigliato anche ai bambini appartenenti alla fascia 5-11 anni. Sono diversi però gli esperti danesi che si sono schierati contro tale scelta o comunque hanno successivamente ammesso l’errore della decisione. Ad esempio Christine Stabell Benn, professoressa clinica presso l’Università della Danimarca meridionale, è stata molto critica a riguardo. «Abbiamo avuto dei vaccini con un profilo di effetti collaterali molto sconosciuto e allo stesso tempo abbiamo avuto dei bambini che non avevano nulla da guadagnare dall’essere vaccinati», ha infatti affermato la professoressa. Allan Randrup Thomsen, professore di virologia sperimentale all’Università di Copenaghen, si è invece limitato a sostenere l’attuale presa di posizione dell’Autorità sanitaria affermando che «probabilmente non aveva molto senso» far vaccinare i più piccoli in virtù delle conoscenze attuali, e che di tale decisione gli esperti «discuteranno a lungo».

Del resto, ultimamente è emerso in maniera sempre più chiara che la campagna vaccinale condotta nei confronti dei bambini probabilmente non era così necessaria. Basterà ricordare non solo che l’elevata efficacia dei vaccini nei bambini inizialmente sbandierata da Pfizer è stata sostanzialmente affossata dai dati reali, ma anche che uno studio pubblicato sulla rivista scientifica The Lancet il 30 giugno, e realizzato dagli scienziati dell’Istituto Superiore di Sanità e dal Ministero della Salute italiano, ha indicato una copertura fornita dal vaccino inferiore al 30% per l’infezione e pari ad appena il 41,1% contro lo sviluppo di forme gravi della malattia per i bambini nella fascia di età 5-11 anni. Nonostante tutto ciò, però, gli organi deputati all’approvazione dei vaccini stanno continuando a raccomandare i vaccini per i più piccoli, anche allargando ulteriormente la platea degli individui vaccinabili. Basterà ricordare che la FDA, l’organo statunitense che regola i prodotti farmaceutici, ha recentemente dato il via libera all’uso dei vaccini Pfizer e Moderna nei bambini a partire dai 6 mesi di età.

[di Raffaele De Luca]

Cosa è successo al G20 dei ministri degli Esteri

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La riunione dei Ministri degli esteri del G20, svoltasi giovedì e venerdì scorso a Bali, lungi dal trovare soluzioni condivise ai problemi economici, alimentari ed energetici che attanagliano la comunità globale, si è risolta in un nulla di fatto che ha solo confermato l’altissimo livello di tensione raggiunto tra Russia e Occidente a causa della crisi ucraina. L’incontro dei Ministri degli esteri delle maggiori economie mondiali, infatti, non ha prodotto alcun comunicato congiunto, in quanto non si è trovato un punto d’incontro né sulla guerra tra Russia e Ucraina né su come affrontare il suo impatto globale. Degno di attenzione, invece, è stato l’incontro bilaterale tra USA e Cina a margine dei lavori del summit: era, infatti, dallo scorso ottobre che il Ministro degli esteri cinesi, Wang Yi e il Segretario di Stato americano, Antony Blinken, non si incontravano: il bilaterale era volto ad appianare le divergenze tra i due Paesi e mantenere rapporti normali, ma gli Stati Uniti hanno sfruttato l’occasione anche per chiedere a Pechino di condannare l’invasione russa.

Per il resto, tutto l’incontro si è trasformato in un tentativo di trasformare il G20 in un G7 allargato, con il Segretario di Stato americano molto più occupato nello sforzo di compattare i Paesi non occidentali attorno alla causa statunitense di completo sostegno a Kiev e condanna di Mosca, piuttosto che a cercare un punto d’incontro con tutti i presenti al vertice. Ha, infatti, esortato la Cina, e più in generale tutti i membri del G20, a condannare l’aggressione russa, dichiarando che «Questo è davvero il momento in cui tutti noi dobbiamo alzarci in piedi, come ha fatto un Paese del G20 dopo l’altro, per condannare l’aggressione». Secondo fonti occidentali, inoltre, durante una sessione plenaria dei lavori, Blinken avrebbe esplicitamente puntato il dito contro Mosca: «L’Ucraina non è la vostra terra. Il suo grano non è il vostro grano. Perché state bloccando i porti? Dovreste consentire al grano di uscire dal Paese» avrebbe affermato.

Cosa che ha irritato non poco il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov che comunque aveva già abbandonato i lavori di una sessione mentre parlava il Ministro degli esteri tedesco, Annalena Baerbock, e prima che intervenisse l’americano Blinken. Non c’è da stupirsi, dunque, se i due rappresentanti di USA e Russia si sono reciprocamente ignorati, con i delegati occidentali che hanno deciso di non prendere parte alla consueta foto di gruppo per non farsi immortalare insieme al Ministro russo, così come la sera prima avevano disertato la cena ufficiale. La padrona di casa Retno Marsudi – Ministro degli esteri indonesiano – dal canto suo, ha cercato di adottare un atteggiamento neutrale, concentrandosi sui temi principali che il summit avrebbe dovuto contribuire a risolvere, vale a dire i modi per alleviare la povertà dei Paesi in via di sviluppo e per stabilizzare i mercati alimentari ed energetici globali.

Tuttavia, la riunione è stata monopolizzata, ancora una volta, dal tentativo occidentale di isolare la Russia, cercando di ottenerne la condanna da parte degli altri membri del vertice. Proprio il fatto che non sia stato prodotto alcun documento ufficiale, però, ha fornito alla portavoce di Lavrov – Maria Zakharova – l’occasione per affermare che «il piano del G7 di boicottare la Russia al G20 è fallito. Nessuno ha sostenuto i regimi occidentali. Ecco perché ora sono furiosi». A conferma di ciò, il fatto che Lavrov si è comunque intrattenuto con diversi ministri di quelle nazioni “non allineate” che hanno rifiutato di coalizzarsi con l’Occidente contro il Cremlino: tra queste Cina, India, Brasile, Turchia, Argentina e Indonesia. Anche per quanto riguarda la questione del grano, Lavrov ha voluto ridimensionare le responsabilità dell’operazione russa sull’impatto alimentare globale, dichiarando che «Le statistiche mostrano molto chiaramente che il grano bloccato nei porti in Ucraina è meno dell’1% della produzione mondiale, quindi non ha un impatto reale sulla sicurezza alimentare».

Di particolare interesse è stato poi l’incontro bilaterale tra Blinken e Wang Yi, durato ben 5 ore: secondo Wang, «La Cina e gli Stati Uniti sono due Paesi principali, quindi è necessario che mantengano scambi normali». Secondo alcuni analisti – ripresi dal giornale cinese Global Times – l’apertura statunitense alla Cina è dovuta “alla pressione inflazionistica e alla situazione economica problematica”. Biden, infatti, sta valutando di togliere alcune tariffe imposte da Trump per contrastare l’inflazione e spera che ciò possa riaprire il dialogo col Presidente cinese, spingendolo a convincere Putin a fermarsi. «I tentativi dell’amministrazione Biden di cercare frequenti dialoghi con alti funzionari cinesi e menzionare la cooperazione servono allo scopo di risolvere problemi imminenti e importanti per gli Stati Uniti, non allo sviluppo positivo a lungo termine dei legami Cina-USA» ha dichiarato Yuan Zheng, vicedirettore presso l’Accademia cinese di Scienze Sociali (CASS).

I punti più importanti affrontati dai due diplomatici sono stati la guerra in Ucraina e la questione di Taiwan: quanto all’invito statunitense di condannare la Russia per le operazioni in Ucraina, la risposta cinese è stata vaga e non ha sicuramente soddisfatto l’amministrazione USA: proprio durante il vertice a Bali, infatti, la delegazione cinese ha accusato l’Occidente, dichiarando che Pechino si oppone sia a «un confronto tra blocchi», sia a «una nuova guerra fredda». Quanto alla delicata questione di Taiwan, invece, la posizione di Pechino è stata, come sempre, netta: gli USA non devono interferire nella riunificazione cinese, in quanto Pechino considera Taiwan parte «inalienabile» del suo territorio. «Dal momento che gli USA avevano detto di non sostenere il separatismo dell’indipendenza di Taiwan, dovrebbero smettere di svuotare e distorcere la politica dell’Unica Cina» ha asserito Wang.

Se da un lato, è possibile certamente affermare che il G20 dei Ministri degli esteri sia stato un flop caratterizzato dal gelo e dalla distanza tra Russia e Occidente, dall’altro il vertice ha reso evidente la volontà degli Stati Uniti di cercare di inglobare nella propria sfera d’influenza anche i cosiddetti Paesi non allineati e di recuperare le relazioni diplomatiche con quegli Stati che gli hanno voltato le spalle. Oltre a persuadere i membri del G20 a coalizzarsi contro Mosca, infatti, in questa direzione va anche il prossimo viaggio di Biden in Arabia Saudita previsto per il prossimo 15 luglio: Riad, infatti, è un partner strategico per la sicurezza energetica, col quale è necessario però «riequilibrare i rapporti». Sia il G20 che il prossimo viaggio di Biden appaiono, dunque, come un tentativo di rilanciare l’egemonia statunitense nelle relazioni diplomatiche internazionali, riconducendo i partner strategici sotto l’egida di Washington. Uno sforzo che sembra mal conciliarsi, tuttavia, con il sistema geopolitico policentrico che sta progressivamente prendendo forma.

[di Giorgia Audiello]

Over 60, dall’UE arriva l’invito per la quarta dose

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Il commissario europeo per la Salute Stella Kyriakides ha dichiarato, relativamente alla campagna vaccinale per gli over 60 e le persone vulnerabili, che «non c’è tempo da perdere». «Invito gli stati membri a lanciare immediatamente un secondo richiamo per queste categorie ed esorto quanti hanno diritto a farsi avanti e farsi vaccinare», ha poi aggiunto. Le parole di Kyriakides seguono le nuove raccomandazioni di EMA-ECDC, che hanno abbassato a 60 l’età dei soggetti interessati dalla campagna vaccinale, dagli iniziali 80. Per quanto riguarda invece gli under 60 e i sanitari non fragili, «non ci sono evidenze per raccomandare la quarta dose».

Gli “Uber files” raccontano molto del comportamento delle multinazionali

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In queste ultime ore una rete di giornali internazionali, capitanata dal Guardian, ha pubblicato circa 124mila documenti sottratti a Uber – la società Usa che offre un servizio di noleggio auto con conducente. All’interno degli “Uber files” –  come sono stati rinominati – sono contenuti sms, email e documenti interni di vario genere, tra cui presentazioni, riferiti al periodo tra il 2013 e il 2017 (quello cioè in cui Uber ebbe il suo boom internazionale) che dimostrerebbero l’utilizzo da parte della società di metodi considerati poco etici per affermare il proprio dominio.

Anche se non è chiaro se tali comportamenti possano essere reputati “reati” (e puniti come tali) o possano portare all’apertura di indagini più approfondite, è anche vero che non è la prima volta che Uber viene accusata di mettere in atto comportamenti poco leciti (sin dalla sua fondazione nel 2010).

Il merito della sua crescita rapida e improvvisa è anzi spesso attribuito a una politica aziendale molto dura e irruenta, poco rispettosa di leggi e regole, incarnata dalla figura di Kalanick, cofondatore e amministratore delegato di Uber. Lo stesso fu costretto a dimettersi nel 2017, al culmine di una serie di scandali (tra cui anche accuse di molestie sessuali). È vero che dopo quell’episodio l’azienda ha in parte modificato il suo modo di fare, abbandonando quello che per Kalanick era ormai un vero e proprio motto: «La violenza è garanzia di successo».

In particolare pare che Kalanick abbia fatto in quegli anni particolare pressione sulla classe politica di varie nazioni, instaurando stretti legami con istituzioni e alti rappresentanti e servendosi di tecnologie all’avanguardia e sotterfugi per rivelare alle autorità quante meno informazioni possibili sulla propria attività.

Facciamo alcuni esempi: nei “files”, tra le figure più note, emerge il nome di Emmanuel Macron, che tra il 2014 e il 2016 ha ricoperto il ruolo di ministro dell’Economia. L’attuale presidente francese in quegli anni aveva infatti un rapporto molto stretto con Kalanick, fatto di chiamate e visite reciproche. Tant’è che alla fine Macron promise a Travis (i due si chiamavano per nome) di modificare le regole francesi sui trasporti in modo da agevolare l’ingresso di Uber nel mercato nazionale. Andò così anche con Neelie Kroes, la politica olandese che in quegli anni ricoprì il ruolo di commissaria europea per la Concorrenza.

Facciamo ancora un esempio, questa volta sulle “tecnologie all’avanguardia” utilizzate. I documenti rivelano che l’azienda era riuscita a mettere in piedi una specie di sistema informatico denominato “kill switch”, che funzionava così: in caso di controllo da parte di una qualche autorità, in una qualsiasi delle sedi di Uber, bastava spingere un interruttore virtuale per rendere immediatamente inutilizzabili tutti i computer di quell’ufficio.

È vero che in quegli anni Uber si presentava come una startup che aveva tutte le carte in regola per rivoluzionare il mondo dei trasporti, rendendolo piò concorrenziale e offrendo tariffe a vantaggio dei cittadini. Ci vollero degli anni per capire che per raggiungere quegli obiettivi Uber si sarebbe affidata al denaro di grossi investitori finanziari (una strategia che molti giudicano tuttora sleale nei confronti di chi già opera sul mercato) e metodi molto discutibili.

Tuttavia quello di Uber è solo il caso più recente. Negli ultimi anni molte multinazionali sono di fatto diventate determinanti in alcune decisioni che invece spetterebbero agli Stati, imponendosi in maniera pressante. Il nuovo paradigma di governo – denominato dal World Economic Forum (WEF) “governance 4.0” – è caratterizzato da una verticalizzazione e concentrazione dei poteri decisionali: questi ultimi dai governi nazionali verrebbero demandati a quelli che spesso vengono definiti “attori transnazionali”, che includono non solo i grandi enti sovranazionali, ma anche le associazioni filantropiche, le associazioni di commercio e tutte le organizzazioni non governative.

E poiché “il governo non può più agire come se solo avesse tutte le risposte”, secondo il fondatore del WEF, Klaus Schwab, una graduale cessione dei poteri a questi organismi diventa imprescindibile (come sta già accadendo). D’altronde la sovranità degli Stati nel mondo globalizzato appare già da tempo obsoleta e lo stesso WEF avverte che “sia le nostre istituzioni che i nostri leader non sono più adatti al loro scopo”. Per la gioia delle multinazionali.

[di Gloria Ferrari]

Elon Musk cerca di mollare Twitter, che cerca di fare causa a Musk

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Dopo mesi di commenti al vetriolo, venerdì il multimiliardario Elon Musk ha deciso di rinunciare all’acquisizione di Twitter, quindi sono stati coinvolti gli avvocati e la Securities and Exchange Commission (SEC) perché il contratto firmato possa essere infine invalidato. Pronto ad avviare la causa per far rispettare all’imprenditore gli accordi presi, il social chiede ora ai suoi dipendenti di non commentare lo stato delle cose sui loro profili online.

Facendo riferimento alle carte depositate in tribunale, Musk accusa Twitter di essere colpevole di “violazioni materiali” che di fatto inficherebbero i patti concordati per l’acquisizione. Si parla degli ormai famosi bot che alimentano il portale con profili fasulli, ma anche del fatto che la claudicante azienda stia, in un modo o nell’altro, perdendo per strada dirigenti e dipendenti. L’idea di base è che, al momento della discussione d’acquisto, Twitter abbia ventilato a Musk una realtà molto edulcorata che non rispetta le dinamiche che alimentano nei fatti le sue prospettive imprenditoriali. 

La solidità di questa posizione sarà certamente messa alla prova da una battaglia legale che minaccia di durare molteplici anni, tuttavia la situazione di partenza sembra favorire il social, il quale si è tutelato con un contratto ferreo che potrebbe obbligare il miliardario con la forza a concretizzare gli impegni presi. Per assicurarsi i 44 miliardi di dollari che sono in ballo nell’equazione, Twitter sta pertanto pianificando di muovere causa a Musk, dando vita a una situazione estremamente delicata in cui ogni cosa detta potrà essere adoperata come arma da sfruttare in tribunale.

“Tenendo conto delle questioni giudiziarie attualmente in corso”, ha scritto l’azienda in una nota interna intercettata da The Verge, “dovreste evitare di twittare, usare Slack o condividere qualsiasi commento a proposito dell’accordo di fusione. Continueremo a condividere informazioni quando ne avremo l’occasione, ma vi chiediamo la cortesia di prendere atto che queste saranno fortemente limitate in base a quanto sarà noi possibile condividere”.

La richiesta – che formalmente non è un’imposizione – prende in considerazione il fatto che i risultati di molte delle cause recenti alle cosiddette Big Tech siano stati determinati da cavilli, inesattezze procedurali e dettagli minori, tutti elementi che potrebbero tranquillamente scaturire da qualche opinionismo internettiano eccessivamente incauto. Stando alle prime indiscrezioni, ai due lati del tribunale siederanno peraltro due calibri molto pesanti pronti a tutto: Musk si appoggerà alla Quinn Emanuel Urquhart & Sullivan, mentre il social, suggeriscono le voci di corridoio, si sarebbe avvicinato alla Wachtell, Lipton, Rosen & Katz. 

Ambo gli studi legali sono abbastanza imponenti e agguerriti da meritarsi proprie pagine Wikipedia personali, quindi è facile intuire si stia per entrare in un campo di battaglia a dir poco sanguinoso. Allo stesso tempo persiste l’idea che quest’ultimo intervento legale non sia altro che un bluff, uno stratagemma di Musk per rinegoziare la portata finanziaria di un contratto da cui è estremamente difficile slegarsi. Il miliardario avrebbe avuto occasione per chiarire la questione lo scorso sabato, in occasione di una conferenza al fianco di Sam Altman, CEO di OpenAI, tuttavia l’uomo si è adamantinamente rifiutato di rispondere ai quesiti dei giornalisti sull’argomento.

[di Walter Ferri]

Giappone: i liberal democratici di Abe trionfano alle elezioni

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La coalizione di governo in Giappone ha trionfato alle elezioni di domenica per il rinnovo parziale della Camera Alta, anche sull’onda emotiva dell’assassinio dell’ex premier Shinzo Abe, avvenuto venerdì in un comizio elettorale a Nara. Il voto ha premiato l’esecutivo del primo ministro Fumio Kishida, delfino di Abe e Ministro degli esteri nei governi Abe II e III: dei 125 seggi da assegnare, il partito Liberal Democratico si è assicurato 63 seggi, che salgono a 76 seggi includendo quelli del partner più piccolo Komeito. Il premier Kishida ha assicurato di voler costruire sull’eredità politica di Abe e ha promesso che Tokyo «rafforzerà drasticamente» la difesa entro 5 anni in risposta all’incertezza alla sicurezza innescata dalla guerra in Ucraina e alla crescente assertività della Cina.