mercoledì 11 Febbraio 2026
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Taxi, continuano gli scioperi in Italia

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Cinque rappresentanti dei tassisti si sono incatenati davanti a Palazzo Chigi per protestare contro l’articolo 10 del disegno di legge Concorrenza, che secondo le organizzazioni sindacali aprirebbe alla liberalizzazione del trasporto pubblico, a vantaggio delle multinazionali. A Napoli, circa 500 taxi hanno occupato piazza del Plebiscito, mentre a Milano il servizio è risultato introvabile per tutta la mattinata. Ieri, le associazioni dei lavoratori hanno annunciato un ulteriore sciopero da 48 ore, previsto per il 20 e 21 luglio.

In Argentina esplode la rabbia contro il governo e il Fondo Monetario Internazionale

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Sabato scorso migliaia di manifestanti sono scesi nelle strade di Buenos Aires contro il caro-vita, l’inflazione e gli accordi firmati dal governo con il Fondo Monetario Internazionale (FMI). L’intesa, raggiunta lo scorso marzo, prevede il rifinanziamento del debito nazionale in cambio di una serie di misure di austerità, tra cui il congelamento del salario statale, la riduzione della spesa pubblica e del disavanzo. A queste si aggiunge poi l’aumento dei tassi di interesse, che nelle intenzioni governative dovrà contenere l’inflazione, arrivata nel 2022 al 60% (record degli ultimi trent’anni). Il pacchetto di misure – non definito nei dettagli a marzo – è stato annunciato ieri da Silvina Batakis, il nuovo ministro dell’Economia che la scorsa settimana ha sostituito il dimissionario Martín Guzmán, tra i più attivi nell’accordo di marzo. Gli argentini temono la ripetizione di una storia vissuta tra la fine del XX secolo e l’inizio del XXI secolo, quando il paese subì un collasso economico e sociale e si indebitò con il FMI.

Negli ultimi anni, l’Argentina ha vissuto diversi default – la condizione in cui si trovano gli stati che non riescono a ripagare i debiti contratti – e crisi economiche. Nel 2018, l’ex presidente Mauricio Macri ha chiesto al Fondo Monetario Internazionale un prestito da 57 miliardi di dollari. La pandemia da Covid-19 ha aggravato il già precario equilibrio dell’economia argentina, portando il governo e il nuovo presidente Alberto Fernández a chiedere la ristrutturazione del debito, cioè la modifica delle condizioni per la sua restituzione. Così a marzo 2022, dopo quasi due anni di trattative, è stato raggiunto un accordo col Fondo Monetario Internazionale: la sospensione della rata da 700 milioni di dollari che il governo avrebbe dovuto restituire da lì a poco e il congelamento dei pagamenti futuri (che dovranno avvenire tra il 2026 e il 2034) in cambio della riduzione del rapporto tra deficit pubblico, il disavanzo annuale tra entrate e uscite di uno stato, e Prodotto Interno Lordo (PIL), passando dall’attuale 2,5% a 0,9% entro il 2024. Capendo la natura delle misure da realizzare per raggiungere gli obiettivi tracciati dall’organizzazione internazionale nata nel 1945, diversi funzionari pubblici, gruppi di manifestanti e membri del Congresso – appartenenti alle fila dell’opposizione e non – hanno protestato.

«Questo è un accordo che significa veramente consegnare, adeguare e sottomettere il paese. E quando diciamo il paese, in realtà, intendiamo i lavoratori, i settori popolari, le baraccopoli e le persone che saranno colpite per molti anni», ha dichiarato Guillermo Pacagnini, segretario generale dell’Associazione sindacale dei professionisti della salute della provincia di Buenos Aires, in seguito alla conclusione dei lavori del Congresso a marzo. Dopo le proteste della popolazione nella capitale, avvenute sabato scorso, il nuovo ministro dell’Economia Silvina Batakis – dal profilo tecnico e non politico – ha ribadito in conferenza stampa la volontà dell’Argentina di onorare l’accordo col Fondo Monetario Internazionale e pertanto ha presentato un pacchetto di misure volto a raggiungere gli obiettivi tracciati dall’organizzazione. Tra queste, c’è il congelamento dei nuovi incarichi nel settore pubblico e un controllo delle spese del Tesoro «secondo la reale proiezione della cassa». La riduzione della spesa pubblica allarma i cittadini soprattutto per il futuro delle tariffe dei servizi pubblici, congelate di fatto dal 2018: ad oggi, gli argentini pagano in media per il consumo mensile di gas il costo di tre litri di latte confezionato. Al riguardo, Batakis ha annunciato che in settimana entrerà in vigore una segmentazione delle tariffe in base al reddito, proposta in passato dal suo predecessore e bloccata dalle forze di sinistra del governo.

[di Salvatore Toscano]

Coprifuoco e più carbone: Draghi mette a punto il piano di emergenza per l’energia

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Sull’onda del crescente timore di un eventuale stop definitivo all’erogazione del gas verso l’Europa da parte della Russia, il governo Draghi starebbe lavorando ad un piano di emergenza da attivare in inverno in caso di chiusura dei rubinetti. A riportare l’indiscrezione sono diversi quotidiani nazionali, secondo cui il piano prevedrebbe non solo interventi sul riscaldamento domestico e sull’illuminazione nelle città, ma anche un maggiore utilizzo delle centrali a carbone e l’ipotesi coprifuoco per uffici pubblici, negozi e locali.

L’Italia al momento è in stato di pre-allarme, il primo di tre livelli emergenziali. Come sottolineato dal quotidiano La Repubblica, però, se si dovesse entrare effettivamente in fase d’emergenza, fino a quando il gas russo non dovesse essere sostituito da forniture provenienti da altri paesi produttori verrebbero attuate tutta una serie di misure. Tra queste, innanzitutto il maggior utilizzo delle centrali a carbone per la produzione di elettricità – la cui chiusura era prevista per il 2025 e che nelle ultime settimane hanno già coperto l’8% di fabbisogno di energia elettrica – oltre alla interruzione per un periodo limitato delle forniture alle industrie più energivore, come cementifici ed acciaierie.

Da citare poi la riduzione dei consumi: ai limiti già imposti alle temperature negli uffici pubblici, che non potranno essere superiori ai 19 gradi di inverno e inferiori ai 27 d’estate fino al 30 aprile 2023, potrebbero aggiungersi quelli relativi alle abitazioni e agli uffici privati, cui si potrebbe chiedere di ridurre di 2°C la temperatura dei termosifoni. Vi sarebbe poi la fissazione di paletti relativi alle ore di accensione durante la giornata, mentre per quanto concerne la questione illuminazione pubblica dovrebbero essere spenti i lampioni sulla rete stradale cittadina ed extra-urbana, così come dovrebbe scattare il “coprifuoco” per l’illuminazione di monumenti ed edifici storici.

Il concetto di “coprifuoco” dunque sembrerebbe tornare ad essere al centro delle misure imposte dal governo, e non consisterebbe solo in uno stop all’illuminazione ma anche in vere e proprie chiusure anticipate. Secondo quanto riportato dal quotidiano Il Messaggero, infatti, in casi estremi gli uffici pubblici potrebbero dover chiudere alle 17:30, i negozi alle 19:00 ed i locali alle 23:00. I fantasmi del passato quindi sembrano riaffiorare, con alcune delle restrizioni già imposte durante l’emergenza sanitaria che potrebbero tornare ad essere attuali sull’onda di una nuova emergenza, quella energetica.

[di Raffaele De Luca]

Torino, repressione senza sosta: magistratura all’attacco del centro sociale Askatasuna

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Gli esponenti del centro sociale Askatasuna costituirebbero un’associazione a delinquere: secondo quanto riportato da alcuni media sarebbe questo il significato dell’ordinanza con la quale il Tribunale del Riesame di Torino ha parzialmente accolto l’appello della Procura. Il Tribunale avrebbe anche concesso le 11 misure cautelari richieste dalla pm Manuela Pedrotta, provvedimenti che non diverranno esecutivi prima dell’esito del ricorso in Cassazione da parte della difesa. I provvedimenti sono l’esito di un’inchiesta di oltre 10 mila pagine avviata dalla Digos alla fine del 2019 e durata oltre due anni, la quale si avvale anche di alcune ore di intercettazioni telefoniche. “Non saranno i tribunali a riscrivere le storie delle lotte, di chi resiste e di chi vive per costruire un futuro giusto e migliore per tuttə” scrive Askatasuna in un comunicato.

Tra le 11 misure cautelari vi sarebbero due custodie in carcere per accuse a vario titolo di associazione per delinquere, violenza privata, rapina e sequestro di persona, oltre a 6 domiciliari e 3 divieti di dimora in Val Susa, dove hanno sede i cantieri della Tav e dove si svolgono le azioni di contestazione del Movimento No Tav. Il pm avrebbe anche ipotizzato il reato di associazione sovversiva, riconvertita poi dai giudici del Riesame in associazione semplice perché il gruppo incriminato sarebbe stato ritenuto privo delle finalità e delle capacità di sovvertire l’ordine costituito dello Stato. Dalle intercettazioni effettuate sarebbe infatti emerso come gli attivisti avrebbero avuto l’obiettivo di egemonizzare il movimento No Tav, infiltrarsi tra i Fridays For Future – alle quali il centro sociale prende ampiamente parte – e aiutare i migranti “a condizione che gli stessi aderissero alle loro ideologie”, riporta il Corriere della Sera: tutte affermazioni che gli avvocati difensori ritengono prive di rilievo penale.

Non vi è dubbio che nel contesto torinese il clima repressivo si sia fatto particolarmente pesante negli ultimi mesi: come fatto notare da una delle madri dei ragazzi sottoposti a pesanti misure cautelari dopo aver partecipato alla manifestazione contro l’alternanza scuola lavoro, «L’impressione è che a Torino vi sia una gestione della piazza e delle misure cautelari particolarmente eccedente rispetto alla norma». Nel gennaio di quest’anno, tanto per fare un esempio, la polizia aveva violentemente caricato i partecipanti alla passeggiata informativa del Comitato EsseNon – che si opponeva alla costruzione di un centro commerciale Esselunga in zona San Paolo -, operazione giustificata dal fatto che le norme vigenti in zona gialla non consentivano cortei e manifestazioni. Pochi giorni dopo era seguito un intervento di violenza ingiustificata delle forze di polizia ai danni degli studenti – minorenni – che protestavano in piazza Arbarello contro l’alternanza scuola-lavoro, causando il ferimento grave di numerosi di essi e l’intervento di alcune ambulanze. Per le manifestazioni studentesche del 18 febbraio, inoltre, uno studente di appena 20 anni si trova in carcere, mentre tre coetanei si trovano ai domiciliari, una di loro con l’accusa di aver parlato al megafono nel corso della manifestazione. A ciò si aggiungono i numerosi provvedimenti cautelari nei confronti di rappresentanti del movimento No Tav, come i due anni che Dana Lauriola ha dovuto scontare per il reato di violenza privata, nonostante non le fosse stato contestato alcun atto violento – anche lei era stata arrestata per aver spiegato al megafono le ragioni della protesta in atto. Tutti questi episodi messi insieme costituiscono un quadro di criminalizzazione del dissenso che va di pari passo con una militarizzazione delle piazze sempre più serrata, all’interno della quale la violenza poliziesca è ampiamente giustificata dalle istituzioni – ricordiamo come il ministro Lamorgese avesse liquidato i gravissimi episodi di piazza Arbarello come un «cortocircuito».

“A marzo di quest’anno sono avvenuti numerosi arresti ai danni di compagni e compagne con l’accusa, inizialmente bocciata dal gip, di associazione sovversiva. Non soddisfatti della decisione, avvenuta dopo indagini durate dal 2009 ad oggi tramite migliaia di pagine di intercettazioni, i pm hanno condotto un ricorso che ha avuto come risultato la trasformazione da associazione sovversiva ad associazione a delinquere. Prima vogliono costruire un disegno farlocco tentando il tutto e per tutto, ora provano a dipingerci come delinquenti” scrive Askatasuna in un comunicato. “Quello che siamo, per noi parlano le nostre lotte, le persone con cui abbiamo condiviso tutti i momenti di lotta individuali e collettivi. Parla la nostra storia non le loro accuse, l’associazione a delinquere siete voi!”.

[di Valeria Casolaro]

Mosca, portavoce Esteri: «Siamo sull’orlo di un conflitto tra potenze nucleari»

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«Dopo aver provocato un’escalation della crisi ucraina e scatenato un violento confronto ibrido con la Russia, Washington e i suoi alleati stanno pericolosamente barcollando sull’orlo di uno scontro militare aperto con il nostro Paese, il che significa un conflitto armato diretto tra potenze nucleari». È ciò che avrebbe affermato, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Tass, la portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova, sottolineando che «chiaramente uno scontro del genere sarebbe irto di escalation nucleare».

Allianz avverte le aziende: “rischio di tumulti in tutto il mondo”

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Secondo la compagnia di assicurazioni Allianz, le aziende devono prepararsi ad un incremento dei disordini sociali in tutto il mondo, a causa dell’aumento del costo della vita che segue la già pesante crisi scatenata dalla pandemia di Covid 19. È quanto emerge da un rapporto redatto il mese scorso dalla compagnia leader mondiale nel settore assicurativo-finanziario: il colosso è preoccupato, infatti, dalle ripercussioni che la crisi economica – causata dalla gestione della pandemia, prima, e dalla guerra in Ucraina, dopo – può avere in termini di scontri sociali. Quest’ultimi, oltre a colpire i profitti delle imprese, possono comportare danni materiali ingenti agli edifici commerciali e governativi, alle infrastrutture di trasporto, alle catene di approvvigionamento, oltreché interruzioni delle attività. Così, Allianz ha messo le mani avanti, premurandosi di suggerire alle imprese come minimizzare i danni e porsi al riparo da circostanze che appaiono sempre più concrete e destinate ad aumentare a livello globale.

Secondo le previsioni del FMI, infatti, l’aumento dell’inflazione è un «pericolo chiaro e presente», su cui è necessario intervenire per evitare che molti Paesi debbano affrontare il dramma della carestia. Kristalina Georgieva, capo del FMI, ha dichiarato che «l’alternativa è terribile: più fame, più povertà e più disordini sociali, soprattutto per i paesi che hanno lottato per sfuggire alla fragilità e ai conflitti per molti anni». Tuttavia, non si può attribuire tutto esclusivamente alle circostanze negative che hanno caratterizzato gli ultimi due anni e mezzo: gli scompensi sociali si erano manifestati ampiamente già a partire dalla crisi del 2008 e secondo l’Indice di Pace Globale, manifestazioni, scioperi e rivolte sono aumentati del 244% tra il 2011 e il 2019.

Il rapporto di Allianz specifica che le proteste sono destinate ad aumentare ulteriormente in tutto il mondo e che quelle recenti hanno già comportato danni economici e assicurativi notevoli: si evidenzia, infatti, che nel 2018, il movimento dei gilet gialli in Francia ha provocato perdite di 1,1 miliardo di dollari per i rivenditori francesi, mentre in Cile “manifestazioni su larga scala sono state innescate da un aumento delle tariffe della metropolitana, che ha portato a danni assicurativi di 3 miliardi di dollari”. A causa dell’aumento del costo della vita e del malcontento generale provocato dalla gestione dell’emergenza sanitaria, il quadro è destinato a peggiorare: le rimostranze, però, non vengono attribuite alla cattiva gestione dei governi o a impianti macroeconomici disfunzionali come quello liberista o, ancora, alla deregolamentazione del sistema finanziario che innesca crisi cicliche e sistemiche, bensì ai social network e alla disinformazione che hanno consentito il diffondersi delle cosiddette “teorie cospirazioniste”.

Nel rapporto in questione si legge, infatti, che “La natura in gran parte non regolamentata dei social media ha consentito alla disinformazione di diffondersi incontrollata, fornendo una piattaforma per i teorici della cospirazione e uno sfogo per i risentimenti. Queste rimostranze erano incentrate su tre aree principali: sentimento anti-vaccinazione e libertà civili; sfiducia nel governo e preoccupazione per il superamento del governo; difficoltà economiche”. La preoccupazione delle compagnie assicurative, dunque, non è quella di sollecitare i governi a risolvere i gravi problemi strutturali che affliggono, a livelli e in modi differenti, la società globale nel suo complesso suggerendo soluzioni, bensì semplicemente quella di regolamentare (o meglio censurare) maggiormente i social network affinché non diventino strumenti di aggregazione e organizzazione delle proteste. Quest’ultime, del resto, vanno assolutamente evitate al fine di non danneggiare il business e i profitti di aziende, multinazionali e compagnie assicurative.

Ancora una volta, dunque, l’unico obiettivo è quello di salvaguardare il profitto: a tal fine, Allianz suggerisce alle aziende di “rivedere le proprie polizze assicurative in caso di aumento dell’attività locale e aggiornare i propri piani di emergenza aziendale”, aggiungendo che “Le polizze immobiliari possono coprire in alcuni casi rivendicazioni politiche, ma gli assicuratori offrono una copertura specialistica per mitigare l’impatto di scioperi, rivolte e disordini civili (SRCC)”. Secondo Srdjan Todorovic, capo del “Crisis Management” presso Allianz, infatti, «I disordini civili rappresentano ormai un’esposizione più critica per le aziende rispetto al terrorismo». Di conseguenza, l’attività delle assicurazioni si sta orientando sempre di più in questa direzione, in quanto gli sconvolgimenti politico-economici modellano anche il settore assicurativo e aziendale.

Tuttavia, nulla viene suggerito per cercare di risolvere i problemi alla radice: l’obiettivo pare piuttosto quello di minimizzare il più possibile le perdite nel breve-medio termine, adducendo la responsabilità dell’insofferenza generale alle piattaforme social e alla disinformazione. Senza considerare che, se non viene risolto o mitigato, nel lungo periodo un eventuale aumento della povertà diffusa non potrà che arrecare ulteriori perdite alle aziende e alle multinazionali e, di conseguenza, anche al settore assicurativo. Secondo Todorovic, l’incidenza dei disordini sociali non è destinata a scendere e per questo si registra un crescente interesse verso la copertura specialistica per la violenza politica.

Il che lascia presagire tempi di incertezza e di grave instabilità che nessuna istituzione politica nazionale o internazionale sta davvero cercando di contrastare: così, compagnie assicurative e multinazionali cercano di salvare il salvabile, ignorando il ruolo determinante dei governi – coi quali spesso vanno a braccetto – nella crisi e scaricando le responsabilità delle circostanze sulle “notizie false”, sui leader politici considerati “populisti” e, da ultimo, sulle teorie cospirazioniste.

[di Giorgia Audiello]

Con la scusa del PNRR il governo smantella i diritti dei lavoratori della logistica

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Grazie alle pressioni esercitate dall’associazione confindustriale Assologistica è stata inserita una norma nel decreto PNRR 2 che modifica il codice civile e deregolamenta del tutto il settore della logistica eliminando la responsabilità del committente se la ditta fornitrice non paga i dipendenti. L’emendamento, presentato dal senatore di Forza Italia Nazario Pagano, è stato approvato dai ministri Cartabia e Giorgetti, sentitamente ringraziati dal presidente di Assologistica Ruggerone. La norma riguarderà un totale di un milione di lavoratori del settore, compreso l’indotto.

L’emendamento riguarda infatti esclusivamente il reparto della logistica integrata, senza toccare gli altri settori industriali e il terziario avanzato, ancora tutelati dall’art. 1677 del codice civile. Un modo per impedire che i lavoratori del comparto logistico possano rivalersi sulle grandi aziende – come Amazon, Dhl, ma anche porti e aeroporti -, che non saranno più responsabili del mancato pagamento dei “driver”, ovvero di coloro che si occupano della spedizione e della distribuzione delle merci. Perché ciò avvenga è sufficiente che l’azienda committente, al momento della stipula del contratto di somministrazione del servizio appaltato, ottenga dalla ditta fornitrice il documento che attesti la regolarità dei pagamenti di tutti gli oneri fiscali dovuti – il Durc – di ogni singolo dipendente.

Da due anni Assologistica, che riunisce 250 aziende e conta su 70 mila lavoratori dipendenti diretti e indiretti, esercitava pressioni sul governo per ottenere questo risultato: già nel 2020, infatti – quando il presidente era Andrea Gentile – presentò in Senato un dossier che spiegava come fosse necessaria l’introduzione di una nuova normativa che permettesse di “rendere maggiormente efficienti i processi logistici e di outsourcing”.

Carlo Pallavicini, del Si Cobas di Piacenza, ha spiegato al quotidiano Domani come «I colossi delle spedizioni fanno contratti al ribasso e rubando soldi ai lavoratori, mentre gli appaltatori possono fare profitto», sfruttando la fragilità e l’alta “mortalità” aziendale delle piccole ditte di distribuzione. Anche se il Durc apparentemente risulta in regola, spiega Pallavicini, le ore che vi sono segnate possono essere inferiori rispetto a quelle effettivamente svolte dal driver, che viene pagato in nero o non pagato affatto. Solamente nella provincia di Piacenza «sono 1.500 driver che sono sempre riusciti a recuperare le ore che non venivano loro pagate, parliamo di una media di 25mila, 30mila euro a testa in cinque anni. Adesso non avranno più appigli per farsi pagare il dovuto».

[di Valeria Casolaro]

Biden presenta la prima immagine del telescopio spaziale Webb

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Il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, ha presentato ieri – insieme alla vicepresidente Kamala Harris e all’amministratore capo della NASA, Bill Nelson – la prima immagine del telescopio spaziale James Webb, nato dalla collaborazione fra Nasa, Agenzia Spaziale Europea (ESA) e agenzia spaziale canadese (CSA). L’immagine ritrae l’ammasso di galassie SMACS 0723. Si tratta di «galassie che brillano accanto ad altre galassie. Una piccola porzione dell’universo», ha affermato Nelson. «La prima immagine dal telescopio Webb rappresenta un momento storico per la scienza e la tecnologia, per l’astronomia e l’esplorazione spaziale. Ma anche per l’America e tutta l’umanità», ha poi scritto in un tweet Biden al termine della presentazione.

I messaggi eliminati su Messenger potrebbero non essere realmente cancellati

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A quanto pare non basta cancellare i messaggi di Messenger per assicurarsi che questi scompaiano dai server di Meta, almeno stando a quanto emerge dalla causa mossa da un ex-dipendente nei confronti della potente Big Tech. Secondo l’uomo, il gigante dei social avrebbe creato un vero e proprio protocollo per recuperare i dati rimossi dagli utenti, in modo da soddisfare al meglio le eventuali richieste delle autorità.

Prima di essere messo alla porta, Brennan Lawson era un Senior Risk & Response Escalations Specialist all’interno delle Community Operations di Meta. In pratica ricopriva il ruolo di uno dei molti moderatori che intercettano i contenuti truculenti caricati sul portale, un mestiere che spesso porta gli addetti a subire pesanti conseguenze psicologiche e che, poco sorprendentemente, è al centro di un costante ricambio della forza lavoro.

In tal senso, le carte depositate in tribunale confermano quello che già in passato era stato denunciato, ovvero che Meta sia molto torbida nello spiegare le dinamiche proprie all’ingrato compito durante i colloqui d’assunzione, tuttavia le rimostranze mosse da Lawson si estendono ben oltre ai diritti condivisi anche dai suoi colleghi del settore. L’uomo si appella infatti alle norme californiane che proteggono i whistleblower, suggerendo che il social lo abbia licenziato in seguito alle critiche che aveva mosso nei confronti di uno strumento estremamente controverso che l’impresa avrebbe adottato ormai diversi anni fa.

Stando all’accusa, verso la fine del 2018 si sarebbe tenuta una riunione interna all’azienda per presentare ai propri specialisti l’esistenza di un inedito attrezzo informatico capace di riesumare i messaggi di Messenger cancellati dagli utenti. Una vera e propria backdoor occulta che sarebbe stata progettata dalla Technology Program Manager Ashley McHugh al fine di circumnavigare le misure di sicurezza adottate dall’impresa per soddisfare le leggi sulla privacy. La motivazioni che si celerebbero dietro a una simile irregolarità sono semplici da sondare: “per mantenere Facebook nelle grazie del Governo, il Team Escalation utilizzava il protocollo back-end per fornire risposte alle Forze dell’ordine e quindi determinava quante informazioni potessero essere condivise”.

Stando alla testimonianza, Meta avrebbe violato diverse leggi pur di assecondare la sorveglianza Governativa e Lawson avrebbe avuto la cattiva idea di evidenziare le sue perplessità sulla natura criminale di un simile approccio durante il meeting, disegnandosi con le proprie mani un bersaglio sul petto. Il tecnico ha vissuto per mesi con il terrore di essere cacciato, quindi il 10 luglio 2019 ha visto concretizzarsi le sue paure, con il suo contratto che è stato rescisso sulla base di giustificazioni tecniche vocalmente contestate dai legali che hanno preso in carico il caso.

L’azienda non ha mancato di reagire smentendo ogni accusa ed è sempre opportuno prendere con spirito critico le rivelazioni di ex-dipendenti insoddisfatti, perlomeno quando c’è di mezzo una richiesta di risarcimento da più di 3 milioni di dollari, ma vale anche la pena monitorare da vicino la questione, se non altro perché la Big Tech ci ha già abituato ad abusi omologhi e il fatto che stia carpendo illegalmente dati è tutto meno che inverosimile.

[di Walter Ferri]

Kiev bombarda Novaya Kakhovka facendo morti e feriti

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Le forze armate di Kiev ieri hanno bombardato un deposito di munizioni russo nella città ucraina di Novaya Kakhovka – conquistata da Mosca – nella regione di Kherson, uccidendo sei civili e ferendo decine di persone. Lo rendono noto le autorità filorusse, citate dall’agenzia Tass. Secondo il capo dell’amministrazione militare-civile del distretto di Kakhovka, Vladimir Leontyev, il numero di feriti è destinato a salire. Kiev sta organizzando una controffensiva imminente nei territori occupati dalla Russia, mentre le forze moscovite hanno iniziato a lanciare diversi attacchi missilistici nelle prime ore di oggi contro la città di Mykolaiv, nell’Ucraina meridionale: lo ha riferito su Telegram il sindaco, Oleksandr Sienkevych, secondo quanto riporta Ukrinform.