Cinque rappresentanti dei tassisti si sono incatenati davanti a Palazzo Chigi per protestare contro l’articolo 10 del disegno di legge Concorrenza, che secondo le organizzazioni sindacali aprirebbe alla liberalizzazione del trasporto pubblico, a vantaggio delle multinazionali. A Napoli, circa 500 taxi hanno occupato piazza del Plebiscito, mentre a Milano il servizio è risultato introvabile per tutta la mattinata. Ieri, le associazioni dei lavoratori hanno annunciato un ulteriore sciopero da 48 ore, previsto per il 20 e 21 luglio.
In Argentina esplode la rabbia contro il governo e il Fondo Monetario Internazionale
Sabato scorso migliaia di manifestanti sono scesi nelle strade di Buenos Aires contro il caro-vita, l’inflazione e gli accordi firmati dal governo con il Fondo Monetario Internazionale (FMI). L’intesa, raggiunta lo scorso marzo, prevede il rifinanziamento del debito nazionale in cambio di una serie di misure di austerità, tra cui il congelamento del salario statale, la riduzione della spesa pubblica e del disavanzo. A queste si aggiunge poi l’aumento dei tassi di interesse, che nelle intenzioni governative dovrà contenere l’inflazione, arrivata nel 2022 al 60% (record degli ultimi trent’anni). Il pacchetto di misure – non definito nei dettagli a marzo – è stato annunciato ieri da Silvina Batakis, il nuovo ministro dell’Economia che la scorsa settimana ha sostituito il dimissionario Martín Guzmán, tra i più attivi nell’accordo di marzo. Gli argentini temono la ripetizione di una storia vissuta tra la fine del XX secolo e l’inizio del XXI secolo, quando il paese subì un collasso economico e sociale e si indebitò con il FMI.
Negli ultimi anni, l’Argentina ha vissuto diversi default – la condizione in cui si trovano gli stati che non riescono a ripagare i debiti contratti – e crisi economiche. Nel 2018, l’ex presidente Mauricio Macri ha chiesto al Fondo Monetario Internazionale un prestito da 57 miliardi di dollari. La pandemia da Covid-19 ha aggravato il già precario equilibrio dell’economia argentina, portando il governo e il nuovo presidente Alberto Fernández a chiedere la ristrutturazione del debito, cioè la modifica delle condizioni per la sua restituzione. Così a marzo 2022, dopo quasi due anni di trattative, è stato raggiunto un accordo col Fondo Monetario Internazionale: la sospensione della rata da 700 milioni di dollari che il governo avrebbe dovuto restituire da lì a poco e il congelamento dei pagamenti futuri (che dovranno avvenire tra il 2026 e il 2034) in cambio della riduzione del rapporto tra deficit pubblico, il disavanzo annuale tra entrate e uscite di uno stato, e Prodotto Interno Lordo (PIL), passando dall’attuale 2,5% a 0,9% entro il 2024. Capendo la natura delle misure da realizzare per raggiungere gli obiettivi tracciati dall’organizzazione internazionale nata nel 1945, diversi funzionari pubblici, gruppi di manifestanti e membri del Congresso – appartenenti alle fila dell’opposizione e non – hanno protestato.
«Questo è un accordo che significa veramente consegnare, adeguare e sottomettere il paese. E quando diciamo il paese, in realtà, intendiamo i lavoratori, i settori popolari, le baraccopoli e le persone che saranno colpite per molti anni», ha dichiarato Guillermo Pacagnini, segretario generale dell’Associazione sindacale dei professionisti della salute della provincia di Buenos Aires, in seguito alla conclusione dei lavori del Congresso a marzo. Dopo le proteste della popolazione nella capitale, avvenute sabato scorso, il nuovo ministro dell’Economia Silvina Batakis – dal profilo tecnico e non politico – ha ribadito in conferenza stampa la volontà dell’Argentina di onorare l’accordo col Fondo Monetario Internazionale e pertanto ha presentato un pacchetto di misure volto a raggiungere gli obiettivi tracciati dall’organizzazione. Tra queste, c’è il congelamento dei nuovi incarichi nel settore pubblico e un controllo delle spese del Tesoro «secondo la reale proiezione della cassa». La riduzione della spesa pubblica allarma i cittadini soprattutto per il futuro delle tariffe dei servizi pubblici, congelate di fatto dal 2018: ad oggi, gli argentini pagano in media per il consumo mensile di gas il costo di tre litri di latte confezionato. Al riguardo, Batakis ha annunciato che in settimana entrerà in vigore una segmentazione delle tariffe in base al reddito, proposta in passato dal suo predecessore e bloccata dalle forze di sinistra del governo.
[di Salvatore Toscano]
Coprifuoco e più carbone: Draghi mette a punto il piano di emergenza per l’energia
Sull’onda del crescente timore di un eventuale stop definitivo all’erogazione del gas verso l’Europa da parte della Russia, il governo Draghi starebbe lavorando ad un piano di emergenza da attivare in inverno in caso di chiusura dei rubinetti. A riportare l’indiscrezione sono diversi quotidiani nazionali, secondo cui il piano prevedrebbe non solo interventi sul riscaldamento domestico e sull’illuminazione nelle città, ma anche un maggiore utilizzo delle centrali a carbone e l’ipotesi coprifuoco per uffici pubblici, negozi e locali.
L’Italia al momento è in stato di pre-allarme, il primo di tre livelli emergenziali. Come sottolineato dal quotidiano La Repubblica, però, se si dovesse entrare effettivamente in fase d’emergenza, fino a quando il gas russo non dovesse essere sostituito da forniture provenienti da altri paesi produttori verrebbero attuate tutta una serie di misure. Tra queste, innanzitutto il maggior utilizzo delle centrali a carbone per la produzione di elettricità – la cui chiusura era prevista per il 2025 e che nelle ultime settimane hanno già coperto l’8% di fabbisogno di energia elettrica – oltre alla interruzione per un periodo limitato delle forniture alle industrie più energivore, come cementifici ed acciaierie.
Da citare poi la riduzione dei consumi: ai limiti già imposti alle temperature negli uffici pubblici, che non potranno essere superiori ai 19 gradi di inverno e inferiori ai 27 d’estate fino al 30 aprile 2023, potrebbero aggiungersi quelli relativi alle abitazioni e agli uffici privati, cui si potrebbe chiedere di ridurre di 2°C la temperatura dei termosifoni. Vi sarebbe poi la fissazione di paletti relativi alle ore di accensione durante la giornata, mentre per quanto concerne la questione illuminazione pubblica dovrebbero essere spenti i lampioni sulla rete stradale cittadina ed extra-urbana, così come dovrebbe scattare il “coprifuoco” per l’illuminazione di monumenti ed edifici storici.
Il concetto di “coprifuoco” dunque sembrerebbe tornare ad essere al centro delle misure imposte dal governo, e non consisterebbe solo in uno stop all’illuminazione ma anche in vere e proprie chiusure anticipate. Secondo quanto riportato dal quotidiano Il Messaggero, infatti, in casi estremi gli uffici pubblici potrebbero dover chiudere alle 17:30, i negozi alle 19:00 ed i locali alle 23:00. I fantasmi del passato quindi sembrano riaffiorare, con alcune delle restrizioni già imposte durante l’emergenza sanitaria che potrebbero tornare ad essere attuali sull’onda di una nuova emergenza, quella energetica.
[di Raffaele De Luca]
Mosca, portavoce Esteri: «Siamo sull’orlo di un conflitto tra potenze nucleari»
«Dopo aver provocato un’escalation della crisi ucraina e scatenato un violento confronto ibrido con la Russia, Washington e i suoi alleati stanno pericolosamente barcollando sull’orlo di uno scontro militare aperto con il nostro Paese, il che significa un conflitto armato diretto tra potenze nucleari». È ciò che avrebbe affermato, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Tass, la portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova, sottolineando che «chiaramente uno scontro del genere sarebbe irto di escalation nucleare».
Con la scusa del PNRR il governo smantella i diritti dei lavoratori della logistica
Grazie alle pressioni esercitate dall’associazione confindustriale Assologistica è stata inserita una norma nel decreto PNRR 2 che modifica il codice civile e deregolamenta del tutto il settore della logistica eliminando la responsabilità del committente se la ditta fornitrice non paga i dipendenti. L’emendamento, presentato dal senatore di Forza Italia Nazario Pagano, è stato approvato dai ministri Cartabia e Giorgetti, sentitamente ringraziati dal presidente di Assologistica Ruggerone. La norma riguarderà un totale di un milione di lavoratori del settore, compreso l’indotto.
L’emendamento riguarda infatti esclusivamente il reparto della logistica integrata, senza toccare gli altri settori industriali e il terziario avanzato, ancora tutelati dall’art. 1677 del codice civile. Un modo per impedire che i lavoratori del comparto logistico possano rivalersi sulle grandi aziende – come Amazon, Dhl, ma anche porti e aeroporti -, che non saranno più responsabili del mancato pagamento dei “driver”, ovvero di coloro che si occupano della spedizione e della distribuzione delle merci. Perché ciò avvenga è sufficiente che l’azienda committente, al momento della stipula del contratto di somministrazione del servizio appaltato, ottenga dalla ditta fornitrice il documento che attesti la regolarità dei pagamenti di tutti gli oneri fiscali dovuti – il Durc – di ogni singolo dipendente.
Da due anni Assologistica, che riunisce 250 aziende e conta su 70 mila lavoratori dipendenti diretti e indiretti, esercitava pressioni sul governo per ottenere questo risultato: già nel 2020, infatti – quando il presidente era Andrea Gentile – presentò in Senato un dossier che spiegava come fosse necessaria l’introduzione di una nuova normativa che permettesse di “rendere maggiormente efficienti i processi logistici e di outsourcing”.
Carlo Pallavicini, del Si Cobas di Piacenza, ha spiegato al quotidiano Domani come «I colossi delle spedizioni fanno contratti al ribasso e rubando soldi ai lavoratori, mentre gli appaltatori possono fare profitto», sfruttando la fragilità e l’alta “mortalità” aziendale delle piccole ditte di distribuzione. Anche se il Durc apparentemente risulta in regola, spiega Pallavicini, le ore che vi sono segnate possono essere inferiori rispetto a quelle effettivamente svolte dal driver, che viene pagato in nero o non pagato affatto. Solamente nella provincia di Piacenza «sono 1.500 driver che sono sempre riusciti a recuperare le ore che non venivano loro pagate, parliamo di una media di 25mila, 30mila euro a testa in cinque anni. Adesso non avranno più appigli per farsi pagare il dovuto».
[di Valeria Casolaro]
Biden presenta la prima immagine del telescopio spaziale Webb
Il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, ha presentato ieri – insieme alla vicepresidente Kamala Harris e all’amministratore capo della NASA, Bill Nelson – la prima immagine del telescopio spaziale James Webb, nato dalla collaborazione fra Nasa, Agenzia Spaziale Europea (ESA) e agenzia spaziale canadese (CSA). L’immagine ritrae l’ammasso di galassie SMACS 0723. Si tratta di «galassie che brillano accanto ad altre galassie. Una piccola porzione dell’universo», ha affermato Nelson. «La prima immagine dal telescopio Webb rappresenta un momento storico per la scienza e la tecnologia, per l’astronomia e l’esplorazione spaziale. Ma anche per l’America e tutta l’umanità», ha poi scritto in un tweet Biden al termine della presentazione.
Kiev bombarda Novaya Kakhovka facendo morti e feriti
Le forze armate di Kiev ieri hanno bombardato un deposito di munizioni russo nella città ucraina di Novaya Kakhovka – conquistata da Mosca – nella regione di Kherson, uccidendo sei civili e ferendo decine di persone. Lo rendono noto le autorità filorusse, citate dall’agenzia Tass. Secondo il capo dell’amministrazione militare-civile del distretto di Kakhovka, Vladimir Leontyev, il numero di feriti è destinato a salire. Kiev sta organizzando una controffensiva imminente nei territori occupati dalla Russia, mentre le forze moscovite hanno iniziato a lanciare diversi attacchi missilistici nelle prime ore di oggi contro la città di Mykolaiv, nell’Ucraina meridionale: lo ha riferito su Telegram il sindaco, Oleksandr Sienkevych, secondo quanto riporta Ukrinform.









