lunedì 15 Agosto 2022

Torino, repressione senza sosta: magistratura all’attacco del centro sociale Askatasuna

Gli esponenti del centro sociale Askatasuna costituirebbero un’associazione a delinquere: secondo quanto riportato da alcuni media sarebbe questo il significato dell’ordinanza con la quale il Tribunale del Riesame di Torino ha parzialmente accolto l’appello della Procura. Il Tribunale avrebbe anche concesso le 11 misure cautelari richieste dalla pm Manuela Pedrotta, provvedimenti che non diverranno esecutivi prima dell’esito del ricorso in Cassazione da parte della difesa. I provvedimenti sono l’esito di un’inchiesta di oltre 10 mila pagine avviata dalla Digos alla fine del 2019 e durata oltre due anni, la quale si avvale anche di alcune ore di intercettazioni telefoniche. “Non saranno i tribunali a riscrivere le storie delle lotte, di chi resiste e di chi vive per costruire un futuro giusto e migliore per tuttə” scrive Askatasuna in un comunicato.

Tra le 11 misure cautelari vi sarebbero due custodie in carcere per accuse a vario titolo di associazione per delinquere, violenza privata, rapina e sequestro di persona, oltre a 6 domiciliari e 3 divieti di dimora in Val Susa, dove hanno sede i cantieri della Tav e dove si svolgono le azioni di contestazione del Movimento No Tav. Il pm avrebbe anche ipotizzato il reato di associazione sovversiva, riconvertita poi dai giudici del Riesame in associazione semplice perché il gruppo incriminato sarebbe stato ritenuto privo delle finalità e delle capacità di sovvertire l’ordine costituito dello Stato. Dalle intercettazioni effettuate sarebbe infatti emerso come gli attivisti avrebbero avuto l’obiettivo di egemonizzare il movimento No Tav, infiltrarsi tra i Fridays For Future – alle quali il centro sociale prende ampiamente parte – e aiutare i migranti “a condizione che gli stessi aderissero alle loro ideologie”, riporta il Corriere della Sera: tutte affermazioni che gli avvocati difensori ritengono prive di rilievo penale.

Non vi è dubbio che nel contesto torinese il clima repressivo si sia fatto particolarmente pesante negli ultimi mesi: come fatto notare da una delle madri dei ragazzi sottoposti a pesanti misure cautelari dopo aver partecipato alla manifestazione contro l’alternanza scuola lavoro, «L’impressione è che a Torino vi sia una gestione della piazza e delle misure cautelari particolarmente eccedente rispetto alla norma». Nel gennaio di quest’anno, tanto per fare un esempio, la polizia aveva violentemente caricato i partecipanti alla passeggiata informativa del Comitato EsseNon – che si opponeva alla costruzione di un centro commerciale Esselunga in zona San Paolo -, operazione giustificata dal fatto che le norme vigenti in zona gialla non consentivano cortei e manifestazioni. Pochi giorni dopo era seguito un intervento di violenza ingiustificata delle forze di polizia ai danni degli studenti – minorenni – che protestavano in piazza Arbarello contro l’alternanza scuola-lavoro, causando il ferimento grave di numerosi di essi e l’intervento di alcune ambulanze. Per le manifestazioni studentesche del 18 febbraio, inoltre, uno studente di appena 20 anni si trova in carcere, mentre tre coetanei si trovano ai domiciliari, una di loro con l’accusa di aver parlato al megafono nel corso della manifestazione. A ciò si aggiungono i numerosi provvedimenti cautelari nei confronti di rappresentanti del movimento No Tav, come i due anni che Dana Lauriola ha dovuto scontare per il reato di violenza privata, nonostante non le fosse stato contestato alcun atto violento – anche lei era stata arrestata per aver spiegato al megafono le ragioni della protesta in atto. Tutti questi episodi messi insieme costituiscono un quadro di criminalizzazione del dissenso che va di pari passo con una militarizzazione delle piazze sempre più serrata, all’interno della quale la violenza poliziesca è ampiamente giustificata dalle istituzioni – ricordiamo come il ministro Lamorgese avesse liquidato i gravissimi episodi di piazza Arbarello come un «cortocircuito».

“A marzo di quest’anno sono avvenuti numerosi arresti ai danni di compagni e compagne con l’accusa, inizialmente bocciata dal gip, di associazione sovversiva. Non soddisfatti della decisione, avvenuta dopo indagini durate dal 2009 ad oggi tramite migliaia di pagine di intercettazioni, i pm hanno condotto un ricorso che ha avuto come risultato la trasformazione da associazione sovversiva ad associazione a delinquere. Prima vogliono costruire un disegno farlocco tentando il tutto e per tutto, ora provano a dipingerci come delinquenti” scrive Askatasuna in un comunicato. “Quello che siamo, per noi parlano le nostre lotte, le persone con cui abbiamo condiviso tutti i momenti di lotta individuali e collettivi. Parla la nostra storia non le loro accuse, l’associazione a delinquere siete voi!”.

[di Valeria Casolaro]

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