Dopo lo sfollamento forzato dei cittadini dall’isola di Warraq, la polizia egiziana poche settimane fa ha effettuato una vasta operazione per prendere il controllo di Firdaus, un piccolo villaggio residenziale che ospita circa mille famiglie, a nord dell’Egitto, vicino alla città portuale di Port Said. Le forze di sicurezza avrebbero staccato le utenze poco prima dell’attacco, dando l’ordine ai residenti di lasciare con effetto immediato le abitazioni, mentre bulldozer e gru procedevano con l’abbattimento dei complessi residenziali: in totale 110 palazzi, 1650 appartamenti, in un clima di caos, paura e scontri.
Dopo la distruzione sistematica del villaggio da parte delle forze egiziane, alcune famiglie sono state costrette ad accamparsi da parenti ed amici, mentre altri sfollati sono rimasti senza un riparo. Ai proprietari è stato spiegato che l’esproprio rientra in un ordine esecutivo emesso dall’autorità giudiziaria di Port Said, in quanto l’area è considerata dal governo di “interesse collettivo”. La legge che regola l’acquisizione della proprietà privata per l’interesse generale è la n.10/1992, che prevede, in caso di lavori pubblici inderogabili e progetti immobiliari di interesse strategico collettivo, l’esproprio delle aree interessate, ma solo dopo il loro inserimento in Gazzetta Ufficiale e dopo aver informato i Comuni e i cittadini coinvolti. Gli abitanti di Firdaus lamentano di non essere stati informati con anticipo dell’operazione e di non aver ricevuto alcuna informazione rispetto agli indennizzi, previsti sempre dalla legge 10/1992. L’indennizzo infatti è garantito ai proprietari che lasciano la propria abitazione e dovrebbe essere ricevuto prima dell’abbandono dello stabile, cosa che non è accaduta a Firdaus, dove i residenti si sono trovati per strada da un momento all’altro.
Il Ministero degli Affari Abitativi ha informato che ci saranno dei risarcimenti, il cui ammontare sarà stabilito da una commissione apposita del dicastero. Tuttavia, secondo ex proprietari di un’altra area sfollata, Ras el Hikma, questi risarcimenti vengono erogati con molti mesi di ritardo e risultano spesso insufficienti per acquistare una nuova abitazione. Firdaus venne costruita negli anni ‘90 a pochi passi dal mare, con l’idea di permettere alla borghesia egiziana di diventare proprietaria degli ampi complessi residenziali con l’usufrutto dei terreni adiacenti. I cittadini, per la maggior parte persone che hanno fatto fortuna lavorando nel Golfo, con il passare degli anni hanno investito nel villaggio trasformandolo in un’area turistica autonoma e sostenibile, ma anche ricca di servizi per i locali: scuole, ospedali, mercati, aree verdi – un piccolo Paradiso.
Questa operazione rientra in una più ampia politica del regime di Al Sisi che, dal 2016, espropria intere aree urbane del Paese, considerate ad alto valore immobiliare, per costruire, attraverso partnership tra aziende legate all’esercito egiziano e aziende del Golfo, lussuose città turistiche ad appannaggio dei più abbienti. Ma a pagarne il prezzo sono i cittadini, che in cambio di risarcimenti insufficienti sono costretti ad abbandonare le loro abitazioni per fare spazio ai nuovi ricchi, gli unici in grado di permettersi di vivere nelle nuove aree. Come nel caso di Ras Al Hikma, una cittadina non lontano da Alessandria d’Egitto, sfollata dalle autorità egiziane, sulla quale sarebbero ancora in corso – secondo BBC Arabic – trattative tra Al Sisi e ibn Zaid, il Principe degli Emirati Arabi Uniti, per un progetto dal valore di 22 miliardi di dollari.
La crisi economica dell’Egitto dura da circa 10 anni, con una svalutazione costante della lira egiziana, una perdita del potere di acquisto e un’inflazione che sfiora il 40%. Su una popolazione di 108 milioni, secondo alcuni dati il 30% vivrebbe sotto la soglia di povertà, mentre il 68,8% vivrebbe in stato di vulnerabilità secondo stime della Banca Mondiale. La corruzione del regime egiziano e la cattiva gestione delle risorse pubbliche hanno portato il paese a un indebitamento estero record di 170 miliardi di dollari, nonostante gli aiuti del FMI, che però vengono erogati solo dopo tagli della spesa pubblica.
Ad esempio, il regime ha tagliato i sussidi pubblici per l’acquisto calmierato di generi alimentari come pane e farina, ora inaccessibili per molte famiglie, con aumenti di prezzo del 100%. La privatizzazione della sanità è già in corso da tempo, così come quella dell’istruzione, creando una forbice crescente tra ricchi e poveri. Uno dei requisiti principali del FMI per nuovi aiuti è l’uscita dell’esercito dall’economia, per permettere agli imprenditori di operare in un mercato libero. Ma in Egitto è accentrato non solo il potere politico, ma anche quello economico, con l’esercito egiziano che partecipa in maniera massiccia, controllando circa il 40% dell’economia nazionale, con investimenti nei settori alimentare, prodotti per l’infanzia, immobiliare.
Ma ad aumentare in Egitto, oltre alla repressione e alla violazione dei diritti umani, è anche la povertà: secondo un rapporto di Human Rights Watch, gli egiziani hanno sempre meno accesso a cibo ed elettricità, nonostante nel 2024 il regime abbia ricevuto 57 miliardi di dollari tra prestiti e sovvenzioni, dirottati per ripianare i debiti e in progetti futuristici senza impatto reale sulla qualità della vita, come la Nuova Cairo: una capitale da 45 miliardi di dollari, con grattacieli e strutture imponenti ma di fatto vuota, frequentata solo da dipendenti pubblici e sede di incontri internazionali. Secondo un report della Banca Mondiale, il 70% della popolazione egiziana vive con meno di 6 dollari al giorno in stato di povertà, mentre sarebbero almeno 60.000 i detenuti politici nel paese.





🤔La Gioggia non aveva parlato bene del Egitto??adesso capisco perché….