Documenti desecretati svelano i depistaggi di Anthony Fauci sull’origine del Covid

«Attribuiamo uguale peso all’ipotesi che il virus Covid-19 sia stato il risultato di una modifica di laboratorio e a quella di un’origine naturale». È il 27 maggio 2020, quando il Lawrence Livermore National Laboratory, uno dei principali centri di ricerca federali legati alla sicurezza nazionale americana, arriva a questa conclusione. Fuori da quelle stanze, però, il clima è molto diverso. In quei mesi, l’ipotesi della fuga da laboratorio viene progressivamente relegata ai margini del dibattito pubblico, mentre scienziati e ricercatori che chiedono di approfondire piste alternative finiscono delegittimati e censurati. Dentro gli apparati statunitensi, intanto, quella possibilità continua a essere discussa e analizzata. È uno dei passaggi che emergono dai documenti desecretati il 18 giugno dalla dimissionaria Tulsi Gabbard: 94 pagine che riportano sotto i riflettori Anthony Fauci, i finanziamenti alle ricerche sui coronavirus a Wuhan e le pressioni esercitate affinché la pista dell’origine naturale prevalesse su ogni altra ipotesi.

In un video diffuso sui social, Gabbard ha accusato apertamente Fauci di “insabbiamento” e ha affermato che il suo ufficio ha raccolto testimonianze di informatori della comunità d’intelligence che avrebbero subito pressioni e ritorsioni per aver contestato le conclusioni sostenute dal noto epidemiologo. Il documento più importante dell’intero dossier è, però, il rapporto classificato del Lawrence Livermore National Laboratory. Gli analisti scrivono che «tutte le condizioni necessarie per un rilascio accidentale di un coronavirus modificato in laboratorio erano presenti presso il Wuhan Institute of Virology nella seconda metà del 2019». Tra gli elementi indicati figurano la disponibilità di virus molto simili al SARS-CoV-2, l’utilizzo di tecniche di genetica inversa, esperimenti sul legame con i recettori umani ACE2 e possibili vulnerabilità nei protocolli di biosicurezza. Pur senza dimostrare che il virus sia uscito dal laboratorio di Wuhan, il rapporto conclude che l’ipotesi dell’incidente meritava lo stesso livello di considerazione dell’origine naturale.

Le carte consentono, inoltre, di ricostruire ciò che veniva discusso nelle settimane in cui il nuovo coronavirus iniziava a diffondersi nel mondo. Tra i documenti compare l’agenda di una riunione convocata il 3 febbraio 2020 dalla National Academy of Sciences per comprendere le origini del virus. Tra i partecipanti figura ancora Fauci, allora direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseases. I memorandum allegati mostrano che alcuni degli esperti coinvolti «erano preoccupati per inserzioni osservate nei siti di clivaggio della furina che non corrispondevano alle aspettative degli esperti (“mutazioni improbabili”)». Nello stesso documento, si ricorda anche che «il WIV stava lavorando sul “gain of function” relativo al legame con il recettore umano hACE2», cioè, su modifiche destinate ad aumentare la capacità dei coronavirus di interagire con il principale recettore utilizzato dal SARS-CoV-2 per infettare le cellule umane. A distanza di anni, questi passaggi mostrano che la possibilità di un’origine non naturale del virus non era affatto assente dalle discussioni interne tra scienziati e consulenti governativi.

Una parte del materiale desecretato riguarda, infine, il ruolo di Fauci e i suoi rapporti con la comunità d’intelligence. Il 4 giugno 2021, il direttore del NIAID partecipò a un briefing con funzionari impegnati a valutare le origini della pandemia. Fauci indicò studi da esaminare, suggerì esperti da consultare e continuò con ostinazione a sostenere la tesi «dell’origine naturale del Covid-19». Parallelamente, emerge l’esistenza di una denuncia interna che accusava Fauci di aver fornito informazioni fuorvianti al Congresso sui finanziamenti destinati, attraverso EcoHealth Alliance, a progetti di ricerca che coinvolgevano il Wuhan Institute of Virology. Secondo Gabbard, la segnalazione non sarebbe stata trasmessa all’ispettore generale competente, ma inoltrata direttamente al Dipartimento della Salute guidato da Xavier Becerra.

Le carte desecretate non dimostrano che il SARS-CoV-2 sia uscito dal laboratorio di Wuhan né risolvono definitivamente il dibattito sulle origini della pandemia. Certificano, però, che, mentre analisti dell’intelligence e consulenti scientifici continuavano a considerare plausibile anche la pista dell’incidente di laboratorio, all’opinione pubblica veniva imposta una sola spiegazione. Il punto non è soltanto “cosa” si sapeva sul Covid, ma perché certe valutazioni siano rimaste confinate nei dossier riservati, mentre all’esterno venivano liquidate come “complottismo” e “disinformazione”.

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Enrica Perucchietti

Laureata con lode in Filosofia, vive e lavora a Torino come giornalista, scrittrice ed editor. Collabora con diverse testate e canali di informazione indipendente. È autrice di numerosi saggi di successo. Per L’Indipendente cura la rubrica Anti fakenews.

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