Il procuratore capo della Corte Penale Internazionale (CPI) Karim Khan è stato sospeso, in attesa che gli Stati membri si esprimano sull’allontanamento definitivo. Khan si trovava in congedo volontario da circa un anno, da quando una sua collaboratrice aveva mosso delle accuse di molestie sessuali nei suoi confronti. Il procuratore capo continua a rigettare le accuse, sostenendo che facciano parte di una più ampia campagna diffamatoria volta a screditare il suo lavoro. Nel 2024 Khan era salito alla ribalta per aver spiccato dei mandati di arresto internazionali contro il premier israeliano Benjamin Netanyahu e il ministro Yoav Gallant, accusati di aver commesso dei crimini contro l’umanità e crimini di guerra nella Striscia di Gaza. Da quel momento, Khan ha denunciato pressioni e minacce, provenienti anche dal Senato statunitense.
L’Ufficio di presidenza dell’Assemblea degli Stati Parte ha sospeso il procuratore capo Karim Khan, deferendo il caso alla plenaria. Sarà ora l’Assemblea della CPI, composta dai delegati dei 125 Paesi membri, a esprimersi sul suo rientro o sull’allontanamento definitivo. La misura cautelare segue le denunce di molestie sessuali mosse nell’aprile del 2024 da una collaboratrice di Khan, che hanno fatto scattare le indagini in sede ONU. L’Ufficio delle Nazioni Unite per i servizi interni ha raccolto prove e testimonianze, trasmettendole alla Corte Penale Internazionale. L’Ufficio di presidenza dell’Assemblea degli Stati Parte, un organo ristretto composto da 21 dei 125 membri, ha dunque optato per la misura cautelare, sottolineando che la «sospensione non è indicativa dell’esito finale».
L’intervento della CPI suggella due anni particolarmente movimentati per Karim Khan, salito alla ribalta per aver guidato le indagini contro le alte sfere israeliane, sfociate nel novembre del 2024 nell’emissione dei mandati di arresto per Netanyahu e Gallant. L’attuale premier e l’ex ministro della Difesa israeliani sono stati accusati di crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi durante il genocidio a Gaza. Le accuse includono l’uso della fame come metodo di guerra e attacchi deliberati contro la popolazione civile. Dall’emissione dei mandati di arresto — rimasti lettera morta a causa della complicità degli Stati membri, Italia inclusa — si sono sprecate pressioni e minacce contro la CPI e il suo procuratore capo. A partire dal governo di Tel Aviv, seguito a ruota dal presidente USA Donald Trump. Tra i primi atti del suo secondo mandato figurano proprio le sanzioni alla Corte Penale e a Khan, “colpevoli” di aver svolto il proprio ruolo giudiziario. In un’intervista rilasciata a L’Indipendente nel novembre del 2024, la Relatrice Speciale dell’ONU Francesca Albanese aveva parlato della lettera inviata da alcuni senatori statunitensi a Khan, definendola «un messaggio di stampo mafioso con avvertimenti del tipo: “Sappiamo dove ti trovi e dove abita la tua famiglia”».
A maggio dell’anno scorso Khan ha scelto il congedo volontario, in attesa che la Corte Penale giudicasse le accuse di molestie sessuali a suo carico. Pochi mesi dopo, ad agosto, un’altra donna si è unita alla denuncia, sostenendo di essere stata molestata nel 2009. Khan si è dichiarato innocente, inquadrando le accuse in una più ampia campagna diffamatoria volta a screditare il suo lavoro.
Poche settimane fa una parte della stampa nostrana aveva messo in piedi una bufala intorno a presunte dichiarazioni di Khan circa il genocidio in Palestina, riportando il procuratore capo al centro del dibattito. Nelle prossime settimane saranno gli Stati membri della CPI a decidere il suo futuro, esprimendosi sul reintegro o sull’allontanamento definitivo dall’Aia.




