Il segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha lanciato una vasta operazione diplomatica e comunicativa contro la Corte Penale Internazionale (CPI) con l’obiettivo di delegittimarla e smantellarla. Come si legge nel comunicato ufficiale del Dipartimento di Stato americano, «La campagna prevede una risposta coordinata da tutto il governo per neutralizzare sistematicamente la capacità della CPI di operare, di prendere di mira militari o funzionari americani o di minacciare in altro modo la sovranità americana». Rubio ha affermato in un video e in un lungo editoriale sul Wall Street Journal che la CPI rappresenta «una minaccia intollerabile alla sovranità degli Stati Uniti». Secondo il segretario statunitense, «La CPI e i suoi amici stanno conducendo una guerra contro il nostro Paese, non con proiettili o missili, ma con sentenze, trattati e la forza del cosiddetto diritto internazionale». L’avversione dell’amministrazione americana verso il tribunale dell’Aia risale già al 2020, quando Donald Trump, aveva firmato un ordine esecutivo che imponeva sanzioni economiche e restrizioni di viaggio ai funzionari della CPI coinvolti nelle indagini su presunti crimini di guerra commessi dalle forze armate e dai servizi segreti statunitensi in Afghanistan. Le tensioni poi si sono acuite con il mandato di arresto da parte del tribunale internazionale nei confronti del premier israeliano Benjamin Netanyahu, stretto alleato della potenza a stelle e strisce in Medio Oriente.
Ora però Washington mira a infliggere il colpo definitivo alla CPI, mettendo in atto una campagna sistematica finalizzata a fare pressione sugli Stati che aderiscono al Trattato di Roma – il trattato istitutivo del tribunale internazionale – «perché si ritirino dalla CPI e interrompano qualsiasi sostegno finanziario alla Corte», come ha spiegato un funzionario del Dipartimento di Stato rimasto anonimo. Nel dettaglio, la campagna include diverse azioni volte a smantellare l’organismo giuridico sovranazionale: è prevista innanzitutto una sensibilizzazione che evidenzi i presunti abusi della CPI e i rischi che essa comporta per i cittadini americani e per le altre nazioni, esortando queste ultime a ritirarsi dal tribunale. L’idea è poi quella di esercitare un «maggiore controllo sulle nazioni che si rifiutano di respingere la falsa autorità della Corte penale internazionale pur continuando a dipendere dall’assistenza degli Stati Uniti». Washington punta poi a persuadere le altre nazioni che non fanno parte dello Statuto di Roma «a sfruttare le proprie reti diplomatiche per intraprendere azioni simili al nostro fianco». Inoltre, tra le azioni del programma di smantellamento della Corte rientrano anche l’aumento delle sanzioni contro l’istituzione giudiziaria e le organizzazioni affiliate, la revoca dei visti e i divieti di viaggio per il personale della Corte.
Il piano lanciato da Washington per lo smantellamento della CPI ha suscitato diverse reazioni negative da parte di esperti di diritto internazionale, tra cui Kenneth Roth, ex direttore esecutivo di Human Rights Watch, secondo il quale il presidente Donald Trump vuole «poter commettere crimini di guerra impunemente anche sul territorio di governi che hanno aderito alla Corte penale internazionale». La Corte, infatti, ha giurisdizione solo negli Stati che hanno aderito al Trattato di Roma e interviene, dunque, solo per crimini commessi sul territorio di Paesi che hanno sottoscritto il Trattato e che ne richiedono l’intervento. Non ha mai avviato indagini su eventuali crimini commessi negli USA in quanto Washington non ha aderito alla CPI. «Fa sembrare che la CPI agisca dal nulla, ovunque voglia, quando in realtà interviene solo per i crimini commessi sul territorio di Stati che l’hanno invitata», ha spiegato Roth.
Non è certo la prima volta che Washington esercita pressioni e minacce verso il tribunale dell’Aia, imponendo sanzioni ai suoi funzionari: come anticipato, in seguito all’avvio di indagini relative a presunti crimini statunitensi in Afghanistan, l’amministrazione Trump ha imposto restrizioni di viaggio e sanzioni economiche al personale della Corte. Successivamente, dopo aver emesso mandati d’arresto per il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu e l’ex Ministro della Difesa Yoav Gallant, accusati di crimini di guerra e crimini contro l’umanità, Trump ha firmato un ordine esecutivo che impone sanzioni alla CPI, compromettendo la sua capacità di operare.
La CPI è stata istituita nel 2002 con l’obiettivo di perseguire crimini di guerra e crimini contro l’umanità. L’istituzione può perseguire e condannare individui, ma non Stati e non sostituisce i tribunali nazionali, in quanto è un tribunale di ultima istanza: ciò significa che interviene solo se lo Stato in cui sono stati commessi i crimini gravi che rientrano nella sua giurisdizione non vuole o non è in grado di affrontarli realmente e se lo stesso ha ratificato il trattato istitutivo della Corte. Aderiscono al tribunale con sede all’Aia 125 Stati, vale a dire ben più della metà dei 193 Stati membri dell’ONU. Altri 32 paesi hanno firmato ma non ratificato il trattato, fra cui Israele, Russia, Stati Uniti e Sudan, i quali hanno dichiarato di non avere intenzione di ratificarlo. La campagna avviata da Rubio mira ora a fare pressione anche su quei Paesi che hanno ratificato lo Statuto di Roma, affinché la Corte non possa più indagare su eventuali crimini avvenuti nei territori di questi Paesi.




