Le vittime del terremoto in Venezuela sono almeno 4.333

Il bilancio del catastrofico doppio sisma di magnitudo 7,2 e 7,5, che ha devastato il nord del Venezuela lo scorso 24 giugno, delinea una tragedia di proporzioni sempre più estese. A quasi tre settimane dal disastro, infatti, i decessi registrati ufficialmente superano le 4.300 unità, accompagnati da oltre 16.700 feriti. Un’intera regione sta affrontando un’emergenza umanitaria senza precedenti: migliaia di sfollati sopravvivono in accampamenti provvisori, mentre innumerevoli edifici risultano distrutti. Nel frattempo, la massiccia macchina dei soccorsi cerca di arginare la profonda crisi sanitaria, abitativa e alimentare, operando ininterrottamente sotto la minaccia di continue scosse di assestamento.

Nonostante i dati ufficiali del 10 luglio parlassero di 4.118 morti, le incessanti operazioni di recupero hanno spinto i numeri dei bollettini al rialzo. Durante una conferenza stampa andata in scena ieri, il presidente dell’Assemblea Nazionale, Jorge Rodríguez, ha annunciato il ritrovamento di ulteriori 215 corpi, precisando che «il numero di venezuelani deceduti a causa diretta dei terribili terremoti del 24 giugno è salito a 4.333», così come poi messo nero su bianco nel bollettino giornaliero. La gestione delle salme resta complessa: nel cimitero de La Esperanza, centinaia di bare riposano in tombe individuali contrassegnate unicamente da un codice forense, in attesa che le famiglie possano dare un nome ai loro cari. Tra le perdite accertate nello Stato di La Guaira, il Sindacato nazionale dei lavoratori della stampa ha confermato la morte di dodici giornalisti, ricordati per la loro abnegazione nel garantire l’informazione durante le fasi più critiche dell’emergenza.

Oltre alla massiccia perdita di vite umane, il Venezuela deve fronteggiare il dramma di chi ha perso tutto. Sono 17.907 i cittadini rimasti privi di un’abitazione sicura, di cui 641 ancora irreperibili nei registri dell’accoglienza. Per rispondere a questa ondata di senzatetto, la rete dei centri di sfollamento è stata progressivamente ampliata. Il vicepresidente per gli Affari sociali, Héctor Rodríguez, ha confermato che le strutture provvisorie sono passate da 89 a 94, dando riparo a 18.437 individui. La maggior parte di queste persone è concentrata a La Guaira, tanto che sei strutture di accoglienza saranno ulteriormente ampliate per far fronte all’emergenza. Seguono Caracas e lo stato di Miranda. Con l’obiettivo di razionalizzare l’emergenza abitativa, dall’11 luglio è stato attivato il Registro Único de Vivienda: attraverso la scansione biometrica, il sistema censisce le famiglie accolte, valutando quali abitazioni siano recuperabili e quali debbano essere integralmente ricostruite.

La devastazione non riguarda soltanto le vittime. Il bilancio dei danni materiali è impressionante: le autorità hanno censito 856 edifici danneggiati, mentre 190 risultano completamente crollati. Tra le strutture colpite figurano abitazioni, scuole, ospedali e numerosi edifici pubblici. A complicare i lenti sforzi di ripresa è l’incessante attività sismica: dal giorno del disastro, infatti, la terra ha tremato ben 1.171 volte. Una sequenza ininterrotta costringe i residenti a evacuazioni precauzionali quotidiane, trasformando l’attesa in strada in una logorante routine dettata dalla paura di nuovi crolli.

In questo complesso spaccato, le Nazioni Unite hanno lanciato un appello per raccogliere circa 300 milioni di dollari, al fine di sostenere 1,3 milioni di persone. Sul campo, i team di emergenza hanno distribuito 9.766 tonnellate di provviste alimentari e oltre 13,9 milioni di litri di acqua potabile. A questo sforzo partecipano circa sessantamila persone tra forze statali e volontari, affiancati da 3.454 soccorritori internazionali. Nel frattempo, il sistema medico sta assistendo 29.966 pazienti, numero quasi doppio rispetto ai feriti traumatici iniziali. Nei campi densamente popolati, infatti, la penuria di servizi igienici ha comportato malattie gastrointestinali e dermatiti, con moltissimi pazienti cronici che sono rimasti senza farmaci per patologie preesistenti.

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