Make America Great Again (MAGA) non è più soltanto uno slogan elettorale, ma la bussola che orienta la politica estera statunitense. Dazi, sanzioni, richiami alla sovranità giudiziaria di altri Paesi e una retorica aggressiva verso alleati e partner commerciali mostrano come il MAGA non sia esclusivamente una forma di “populismo interno”, bensì una strategia che incide direttamente sugli equilibri globali. Le sue ricadute si manifestano, infatti, in un effetto domino: Stati che per decenni hanno oscillato tra Washington e Pechino oggi tendono sempre più a guardare verso la Cina, avvicinandosi all’ordine multipolare promosso dai BRICS. La dinamica si traduce in una riduzione della fiducia, nella percezione di un crescente unilateralismo americano, in vulnerabilità per le filiere produttive e commerciali globali e in timori per la stabilità istituzionale nei Paesi sottoposti a pressioni esterne. Se sul piano interno, il MAGA ha rafforzato il consenso di una parte dell’elettorato, sul piano internazionale, osservatori come Foreign Policy e Chatham House lo considerano inefficace o addirittura controproducente, poiché accelera la formazione di blocchi alternativi all’ordine tradizionale dominato dagli Stati Uniti, finendo proprio per minare quella supremazia che è stata finora il marchio di fabbrica di Washington.
BRICS e SCO: il rifugio del Sud globale
L’adozione di misure aggressive da parte dell’amministrazione Trump – dalle tariffe punitive alle sanzioni preventive, fino alle critiche dirette contro istituzioni giudiziarie straniere, come dimostra il caso del Brasile dopo la condanna di Bolsonaro – ha innescato reazioni che vanno ben oltre la diplomazia di facciata. Sempre più Paesi del cosiddetto “Sud globale” cercano, infatti, protezione e vantaggi concreti attraverso alleanze alternative rispetto a quella a stelle e a strisce. Il blocco BRICS si è così rafforzato, assumendo una dimensione più strutturata e globale, mentre la Shanghai Cooperation Organisation (SCO) consolida la cooperazione in Asia centrale e meridionale, fungendo da piattaforma per sicurezza, commercio e diplomazia. Numerosi Paesi candidati o partner esterni spiegano la loro scelta con la necessità di diversificare gli scambi finanziari, le fonti di sviluppo e i canali di sostegno politico. In questo scenario, le istituzioni finanziarie legate ai BRICS – come la Nuova Banca di Sviluppo (New Development Bank BRICS) nata dagli accordi interstatali raggiunti durante il sesto summit tenutosi in Brasile, a Fortaleza, il 15 luglio 2014, o i sistemi di compensazione valutaria interni al gruppo – acquistano sempre più peso, offrendo alternative concrete al sistema dominato dal dollaro. La politica estera MAGA, con il suo protezionismo e la sua enfasi sulla sovranità interna, unita alla tendenza a punire il dissenso politico all’estero, diventa così un fattore propulsivo: i governi possono scegliere di allinearsi a Washington, oppure rafforzare “zone cuscinetto” strategiche, blocchi basati su cooperazione economica e diplomatica con minori condizionalità rispetto a quelle imposte dagli USA.
SCO: da sicurezza regionale a pilastro multipolare
Nata per affrontare temi di sicurezza come terrorismo, stabilità delle ex repubbliche sovietiche e controllo dei confini, la Shanghai Cooperation Organisation ha progressivamente ampliato il proprio raggio d’azione fino a diventare un attore centrale anche sul piano economico e infrastrutturale. Paesi esclusi dai canali tradizionali Stati Uniti-Europa, o colpiti da barriere commerciali, trovano nella SCO un interlocutore più pragmatico e meno incline a imporre condizioni politiche. La sua espansione, insieme al crescente numero di partner e osservatori, testimonia il salto da piattaforma regionale a componente strutturale del nuovo ordine multipolare. Il vertice di Tianjin ha reso evidente che la geografia del potere globale non è più cristallizzata: le strategie si intrecciano nei pentagrammi ambigui della diplomazia economica, tra simboli e contratti, in una narrazione concertata che plasma le coscienze oltre le frontiere. Questo percorso ha radici già visibili nei vertici precedenti. Al summit di Samarcanda, nel settembre 2022, la SCO ha segnato passi concreti: l’Iran ha formalizzato la propria candidatura come membro pieno, la Turchia ha annunciato l’intenzione di aderire, e sono stati firmati decine di accordi su cooperazione economica, trasporti, istruzione e infrastrutture. Allo stesso modo, il vertice BRICS di Johannesburg nel 2023 ha sancito l’espansione del gruppo con sei nuovi membri (tra cui Egitto, Etiopia, Iran, Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti), un segnale forte che il blocco non intende restare confinato tra emergenti storici, ma estendersi al cuore del Sud globale, con ruoli più attivi. In questa cornice, la SCO non appare più soltanto come un Forum regionale, ma come un laboratorio politico ed economico che si salda alla traiettoria già intrapresa dai BRICS. L’idea che emerge è che SCO e BRICS possano diventare architravi complementari di un’architettura multipolare capace di ridefinire gli standard della cooperazione internazionale non solo sul terreno della sicurezza, ma anche in campo tecnologico, energetico e finanziario. Non più satelliti o semplici antagonisti dell’Occidente, ma soggetti che rivendicano un posto al tavolo delle decisioni globali. La sfida resta la coesione interna: trasformare rivalità storiche in cooperazione pragmatica.
L’India: tra dazi, autonomia strategica e riavvicinamento con la Cina
La guerra commerciale dei dazi scatenata da Trump ha costituito per l’India una vera prova di autonomia strategica. Nell’estate 2025, il governo di Washington ha introdotto dazi reciproci su merci indiane, inizialmente del 25%, portati poi al 50% in risposta al persistere degli acquisti da parte dell’India di petrolio russo, nonostante le pressioni internazionali. Queste misure punitive hanno suscitato forti critiche ufficiali da Nuova Delhi, definendo le tariffe come ingiuste e lesive della propria sovranità economica. Di fronte a questa pressione, l’India ha iniziato a riaffermare il principio della autonomia strategica: non rinunciando ai legami con gli Stati Uniti – che restano cruciali sul piano della difesa, della tecnologia e degli investimenti – ma riducendo la dipendenza unilaterale. Settori quali quello manifatturiero o le catene di approvvigionamento, che richiedono componenti e materie prime cinesi o comunque estere, sono stati riconosciuti come vulnerabili, inducendo Nuova Delhi a cercare una diversificazione. L’iniziativa Atmanirbhar Bharat (“India autosufficiente”) già precedeva questi sviluppi, ma i dazi statunitensi ne hanno accelerato la sua applicazione in maniera più pragmatica e urgente. Al vertice della SCO di Tianjin, Modi ha usato la sua presenza accanto a Xi Jinping come messaggio concreto: l’India non intende accettare decisioni esterne che condizionino le sue politiche interne o strategiche. Allo stesso tempo, Pechino ha colto l’occasione per offrire un’atmosfera più favorevole, aprendo dialoghi su confini, commercio, e cooperazioni infrastrutturali. Il vertice di Tianjin ha mostrato l’intenzione di Nuova Delhi di rafforzare una diplomazia più multilaterale, sfruttando le opportunità di BRICS e SCO. Nonostante il dialogo con Pechino, le diffidenze storiche su confini e sicurezza restano forti. L’India cerca, quindi, un equilibrio: aprirsi a nuove piattaforme senza compromettere, almeno per ora, il partenariato strategico con Washington.
Medio Oriente, Africa e America Latina: nuove spinte verso il multipolarismo
L’allargamento dei BRICS ha dato spazio a Paesi del Medio Oriente come Arabia Saudita, Iran ed Egitto. Per Riad, l’ingresso rappresenta un modo per affrancarsi dalla dipendenza esclusiva dall’ombrello statunitense, mentre Teheran lo utilizza come piattaforma per rompere l’isolamento imposto dalle sanzioni. Anche la Turchia, pur restando nella NATO, mantiene un piede nella SCO come “partner di dialogo”, perseguendo una politica estera autonoma e pragmatica. In Africa, oltre al Sudafrica già membro fondatore, l’Etiopia ha aderito ai BRICS nel 2024, rafforzando la percezione di un continente sempre più protagonista del multipolarismo. Nigeria e Algeria osservano con interesse, consapevoli che nuovi legami con blocchi alternativi possono ridurre la loro vulnerabilità economica e politica. In America Latina, invece, il Brasile di Lula spinge verso un rafforzamento del Sud globale, mentre l’Argentina ha vissuto un brusco stop con la svolta di Milei, a dimostrazione delle oscillazioni interne al continente. Anche il Messico, pur legato economicamente agli Stati Uniti, manifesta insofferenza alle pressioni politiche di Washington e mantiene aperte le porte al dialogo con altre piattaforme internazionali.
Brasile: dopo Bolsonaro, la strategia di Lula
La condanna di Jair Bolsonaro ha avuto ripercussioni non solo interne al Brasile, ma anche internazionali, di cui vedremo gli effetti solo nei prossimi mesi a causa delle continue minacce di Trump per il destino giudiziario del suo ex alleato. Le tariffe imposte da Washington e le sanzioni contro figure giudiziarie hanno spinto il governo Lula a rivendicare la propria autonomia, evitando di apparire succube delle pressioni statunitensi. Il governo di Lula ha reagito ai maxi dazi imposti da Trump – fino al 50% su numerosi prodotti brasiliani – con una strategia a più livelli, che combina difesa economica, rafforzamento delle relazioni internazionali e retorica sulla sovranità. Lula ha varato un pacchetto di aiuti da miliardi per sostenere le imprese colpite, ha fatto ricorso all’Organizzazione Mondiale del Commercio per contestare la legittimità delle tariffe, e ha invocato la legge della reciprocità per rispondere con contromisure se necessario. Nel contesto del vertice BRICS, il presidente brasiliano ha bollato le tariffe degli Stati Uniti definendole un “ricatto commerciale” e ha invocato una maggiore integrazione commerciale e finanziaria tra i Paesi del blocco, per creare una rete alternativa in grado di attenuare l’impatto del protezionismo USA. Questa risposta non è solo economica: ha anche un forte valore politico interno, poiché Lula utilizza la crisi come opportunità per riaffermare il suo ruolo di leader del Sud globale, rafforzare il consenso nazionale su temi patriottici e posizionare il Brasile come interlocutore credibile e sovrano di fronte alle pressioni esterne.
Asia centrale e Sud-Est asiatico: equilibri pragmatici
Nell’Asia centrale, i Paesi della SCO – Kazakistan, Uzbekistan, Kirghizistan e Tagikistan – coltivano un approccio realistico, bilanciando i rapporti con Russia e Cina senza chiudere le porte all’Occidente. La SCO offre loro uno spazio multilaterale che garantisce sicurezza e opportunità economiche, senza imporre vincoli ideologici. Nel Sud-Est asiatico, l’Indonesia emerge come protagonista: corteggiata dai BRICS, ambisce a rafforzare il proprio ruolo di potenza regionale e leader dell’ASEAN, mantenendo allo stesso tempo canali di cooperazione con gli Stati Uniti. Questi movimenti dimostrano come la politica MAGA, con la sua carica di unilateralismo, stia indirettamente incentivando una pluralità di attori a perseguire forme di autonomia strategica, consolidando il mosaico del nuovo ordine multipolare.
Corea del Sud: tra alleanza militare e calcoli economici
La Corea del Sud, come il Giappone, rimane formalmente ancorata all’alleanza con gli Stati Uniti, soprattutto per la deterrenza nei confronti della Corea del Nord e per il ruolo strategico nell’Indo-Pacifico. Tuttavia, le politiche MAGA – dai dazi sulle esportazioni di acciaio e semiconduttori, fino alle pressioni per allinearsi in chiave anticinese – hanno messo a dura prova l’equilibrio di Seul. Da un lato, il Paese non può permettersi di incrinare la partnership di sicurezza con Washington; dall’altro, la sua economia è fortemente intrecciata con quella cinese, primo partner commerciale. Il governo sudcoreano ha, quindi, adottato una strategia prudente di “doppio binario”: rafforzare la cooperazione militare con gli Stati Uniti e i partner regionali, mentre mantiene aperti i canali economici con Pechino, evitando rotture che potrebbero danneggiare settori vitali come l’elettronica e l’automotive. L’approccio MAGA, improntato a sanzioni e protezionismo, sta paradossalmente spingendo Seul a cercare maggiore autonomia diplomatica, sia attraverso la partecipazione ad accordi multilaterali regionali, sia con una più attenta diversificazione dei mercati.
Il Giappone: alleanza sotto stress, ma nessun cedimento strategico
Il Giappone si trova in una posizione delicata: è uno dei principali alleati degli Stati Uniti in Asia, ma le politiche estere MAGA – in particolare la retorica imprevedibile, le minacce di dazi anche agli alleati, e la volontà di imporre condizioni politiche anche nei rapporti economici – lo costringono a rivalutare equilibri fino a oggi dati per scontati. Tokyo ha reagito rafforzando la propria sicurezza e la cooperazione militare multilaterale, come mostra l’aumento della spesa per la difesa, il potenziamento delle capacità di contrattacco e l’espansione dei partenariati trilaterali con gli Stati Uniti e la Corea del Sud e con altri Paesi dell’Indo-Pacifico. Pur restando fedele all’alleanza con Washington, il Giappone sta sempre più esplorando forme di autonomia strategica abbracciando il cosiddetto “de-risking” economico. Il neologismo, emerso al vertice del G7 di Hiroshima del maggio 2023 e che significa “riduzione del rischio”, allude in questo contesto alla riduzione della dipendenza da catene produttive critiche (come quelle tecnologiche e delle materie prime), e una mitigazione del rischio politico nei rapporti con la Cina, pur senza rinunciare al commercio. Questo non significa che Tokyo cerchi un pieno spostamento verso i blocchi come i BRICS o la SCO, ma c’è una chiara tendenza a diversificare le alleanze, a rafforzare partner asiatici o multilaterali che possano fungere da contrappesi, e a preparare scenari in cui la pressione statunitense diventi meno vincolante. In sostanza, il Giappone cerca di conservare la fedeltà all’alleanza USA-Giappone, mentre al contempo difende la sua capacità di scelta indipendente nel nuovo contesto geopolitico.
Meccanismi di spinta verso i blocchi alternativi
La politica MAGA genera conseguenze che favoriscono il consolidamento dei blocchi non occidentali. Le misure unilaterali, come dazi e sanzioni, costringono i Paesi a cercare protezione e compensazioni altrove. Stati come India e Brasile non vogliono interrompere i rapporti con gli Stati Uniti, ma puntano ad ampliare i margini di autonomia per difendere la propria sovranità. I BRICS si stanno trasformando da forum di dialogo a laboratorio di istituzioni alternative, con banche comuni e sistemi di scambio in valuta locale, mentre la SCO offre una piattaforma per la sicurezza e la cooperazione regionale senza imporre modelli politici esterni. L’esempio di Brasile e India funge da traino per altri Paesi in Africa, Medio Oriente e Asia sudorientale, che intravedono in queste scelte un modello per sottrarsi alle pressioni di Washington.
Limiti e contraddizioni
Il rafforzamento dei BRICS e della SCO non cancella le loro contraddizioni interne. Il blocco è eterogeneo: comprende regimi politici diversi, interessi economici spesso divergenti e perfino dispute territoriali. Molti membri mantengono al contempo solidi legami con Stati Uniti ed Europa, e l’equilibrio tra autonomia e cooperazione resta fragile. Tuttavia, il crescente ricorso a queste piattaforme segnala una tendenza chiara: la ricerca di alternative all’ordine a guida americana. La linea MAGA, pensata per rafforzare l’America dall’interno, rischia di indebolirne l’influenza all’esterno. Ogni tariffa, ogni sanzione, ogni attacco diplomatico spinge altri governi a guardare verso blocchi che si presentano come più inclusivi e meno condizionanti. BRICS e SCO non sono più satelliti regionali, ma poli emergenti di un ordine multipolare che attrae i Paesi non allineati. Se questa dinamica continuerà, gli Stati Uniti si troveranno di fronte a un mondo sempre meno disposto a seguirne la sua leadership, con alleanze meno solide e un’arena internazionale sempre più frammentata e sempre più multipolare, in cui l’Asia e il Sud Globale non chiedono più il permesso di entrare nella storia, ma la scrivono da protagonisti.




Personalmente mi fa schifo quando la stampa Occidentale critica quelli al potere, ma si capisce che la loro posizione è che se facessero così o colà di potere ne avrebbero di più e sarebbero più sicuri nelle loro poltrone, forme di rufianesimo talmente profondo che sembra sempre dire quanto si vorrebbe essere al potere al posto loro: Perché io sarei più intelligente.
Mai possibile nessuno sappia criticare il potere per il potere dopo che tutta la storia Occidentale da l’Illiade, a Cartagine, a derubare Roma, a distruggere gli Indiani d’America, da fare schiavi gli Africani, da portare alla fame l’India, da portare alla fame nativi Australiani e di tutto il mondo, mai possibile dicevo che non ci sia neanche uno che dica non do consigli ai potenti, mi rivolgo al popolo e gli chiedo scusa?
Semplificando credo che il Perucchietti invece di approfondire i rapporti USA con tutto il Mondo, doveva approfondire cosa significa PARTITO REPUBBLICANO e se non sia ancora moribonda ma viva la speranza, che significhi che si riferisca alla ROMA REPUBBLICANA, volendo impedire l’insorgere di un IMPERO USA A CUI GIÀ TUTTI GLI ITALIANI SONO INGINOCCHIATI e se così fosse tutti i suoi rilievi non sono errori ma genialate.
Bell’articolo. Ma sono TUTTI d’accordo. Questo nuovo mondo Multipolare e’ gia’ stato tutto deciso a tavolino. Fanno finta di litigare ma sono tutti legati da un filo ai piu’ invisibile: il filo del demonio. E’ la vecchia storia del “DIVIDE ET IMPERA”. Fino a che la gente non capira’ questo teatrino, questa Maya, questa illusione…dal 2012 sono stati smascherati a livello ufficiale e Legale. Fanno finta di niente e tengono tutto nascosto ma e’ stato tutto depositato regolarmente. Dall’anno 2012. Da 3 cittadini americani. La Corte Suprema americana ha riconosciuto ufficialmente tutto cio’ ma dato che chi detiene il potere ha in mano tutti i mezzi di comunicazione importante, nulla viene svelato. Avete voglia di diventare UOMINI LIBERI e scoprire cosa e’ accaduto dal 1400 con la LEGGE SULL’AMMIRAGLIATO e la BOLLA PAPALE? Siam diventati schiavi dalla nascita con un debito da pagare di 2.500.000 $ a cranio (che poi le banche sataniste cartlolarizzano). Non ci credete? Basta andare -in Italia- sul sito noieiosono e leggere carte e Documenti ufficiali regolarmente depositati. Ripeto: LEGGE AMMIRAGLIATO, BOLLE PAPALI e NESARA, coi documenti Ufficiali regolarmente depositati sulle cause vinte contro la Federal Reserve riconosciute dalla Corte Suprema americana. Con cause vinte da gruppi di imprenditori statunitensi a piu’ riprese. Basta andare a cercare. E’ tutto scritto, nero su bianco. Poi ovvio che chi tiene famiglia fa fatica a divulgarlo, con tutti “i suicidi” che avvengono in questi anni, uno puo’ anche avere paura. Mansolo la Verita’ rende l’uomo Libero. Buona vita.