L’autrice fantasy Joanna Maciejewska ha scritto, all’inizio del 2024, in un post affidato ai social «Voglio un’IA che mi faccia il bucato e lavi i piatti, così da potermi dedicare all’arte e alla scrittura; non un’IA che mi sostituisca nell’arte e nella scrittura, costringendomi a fare il bucato e lavare i piatti». La sua osservazione, tanto semplice quanto incisiva, ha trovato eco in un giornalista del magazine inglese Edge, che l’ha riportata nel numero cartaceo di luglio. Sostenendone il messaggio, alcuni lettori hanno fotografato l’estratto e lo hanno quindi condiviso online. Così, un contenuto nato su X è approdato sulla carta stampata, per poi tornare in rete, decontestualizzato dalla sua fonte, sotto forma di immagine virale. Questo curioso e atipico ciclo mediatico mostra con chiarezza come molti condividano l’idea che le visioni tecno-ottimiste vengano frustrate da applicazioni aziendali che, invece di esaltare l’umanità, ne mortificano l’inclinazione.
La ricerca Working with AI: Measuring the Occupational Implications of Generative AI, condotta da Microsoft, rileva che mestieri come lavapiatti e addetti alle pulizie sono in effetti tra i meno influenzati dagli strumenti di intelligenza artificiale, mentre le professioni dell’ingegno sono in cima a quelle più soggette a un impatto significativo. Invece di rimpiazzare la manovalanza a bassa qualifica, la nuova rivoluzione industriale basata sull’IA generativa (GenAI) concentra la propria azione sui compiti cognitivi. E, tra le categorie colpite, non poteva ovviamente mancare la produzione artistica, la quale è stata recentemente investita da una poderosa ondata di immagini generate con IA multimodali di ultima generazione. L’impatto è stato tanto dirompente da travolgere ogni angolo della cultura pop: serie televisive, musica, pubblicità, immagini condivise sui social, pornografia. Questa sovrabbondanza di stimoli ha portato molti a chiedersi se, nell’attuale ecosistema, i creativi non siano ormai prossimi all’estinzione, resi obsoleti da strumenti che non solo possono affiancarli, ma che, per certi versi, possono già sostituirli. Male, forse. Ma pur sempre sostituirli.
La sconfitta degli umani, la vittoria delle macchine

«L’arte è morta, amico. È finita. L’IA ha vinto. Gli umani hanno perso». Così, nel 2022, si esprimeva al The New York Times Jason Allen, primo a essere finito sotto i riflettori per aver vinto un concorso artistico impiegando le intelligenze artificiali generative — in particolare Midjourney. Con un montepremi di 300 dollari, il suo Théâtre d’Opéra Spatial conquistò la giuria, ma allo stesso tempo accese una controversia che, ancora oggi, fatica a spegnersi. L’idea che qualcuno possa semplicemente digitare un comando di testo — un prompt — e ottenere un’immagine compiuta entra in rotta di collisione con il concetto tradizionale di autorialità, soprattutto considerato che molti tra i principali strumenti di IA sono stati addestrati utilizzando, senza consenso né compenso, le opere di autori di grande e piccolo calibro, un dettaglio che li predispone a dissacranti atti di plagio.
«Gli esseri umani influenzano il fare arte di altri esseri umani, che sia in maniera diretta derivata o attraverso tecniche di condivisione» spiega Sally A. Applin, antropologa e ricercatrice della Silicon Valley che opera al fianco della Human Relations Area Files (HRAF) e che è specializzata nello studio dell’evoluzione delle relazioni tra esseri umani e algoritmi. «Ma io sostengo che queste [attività creative], perché possano essere definite vera “arte”, debbano necessariamente essere filtrate attraverso il punto di vista dell’artista, tenendo conto delle esperienze vissute, dell’intento, dello statement, del significato — elementi che l’intelligenza artificiale non può possedere. […] I modelli linguistici non sono “vivi”». Le GenAI sono in grado di imitare centinaia di migliaia di stili, tuttavia, non avendo una dimensione propria, non sono progettate per realizzare in autonomia contenuti assimilabili ai contesti autoriali.
«I modelli generativi producono immagini, non arte» conferma con decisione Domenico Quaranta, curatore indipendente e professore presso l’Accademia di Belle Arti di Brera di Milano. «Queste immagini sono il prodotto congiunto di un input elaborato da un creatore — umano o artificiale —, che attiva lo spazio latente del modello generativo, e del tentativo del modello di predire, o indovinare, la risposta migliore a quell’input attraverso un processo di inferenza statistica. Il modello non comprende l’input: cerca solo di accontentare l’utente». Secondo questa lettura, il creativo rischia di perdere la propria dimensione di artefice per trasformarsi in un semplice consumatore, demandando il controllo ai sistemi di IA e, di conseguenza, alle aziende che li gestiscono. Il pericolo, avverte la dottoressa Applin, è che si incorra in un ribaltamento dei ruoli e che l’artista diventi progressivamente lo strumento che permette alle IA di creare, invece del contrario.
Contrariamente a quanto molti pensano, l’opera di Allen non è semplicemente il risultato di un singolo input: il processo generativo è stato avviato ben 624 volte e il prodotto finale è stato sottoposto a lunghe sessioni di post-produzione, per un totale di 114 ore di lavoro. Non una pigra scorciatoia, dunque, ma un percorso complesso e ricercato. Resta però un dubbio: basta infondere intenzionalità in un’immagine generata perché questa si traduca automaticamente in progettualità artistica? Quaranta ritiene di no: «non è sufficiente avere un’idea, o un’estetica riconoscibile, se questa idea e questa estetica diventano funzionali a supportare — o, peggio ancora, a celebrare — le strategie di espropriazione della produzione culturale, di sfruttamento e soppressione del lavoro umano, e di estrazione di valore da parte delle compagnie che governano i sistemi di AI».
Il curatore ritiene che, per avere una reale possibilità di avvicinarsi allo stato dell’arte, chi utilizza la GenAI non può limitarsi a rivestire i panni dell’utente: deve esercitare un’agentività tattica, capace di criticare, indagare, sabotare e sovvertire i sistemi di IA corporativi che monopolizzano l’attenzione pubblica. L’avvento dell’intelligenza artificiale generativa ha forse ampliato le fila dei “cortigiani” creatori di immagini, tuttavia non può scalfire la forza di quei rari “giullari” che impiegano lo strumento per mettere in luce le criticità dello status quo. Non tutti, però, condividono una visione così rigorosa del fare artistico e delle responsabilità dell’artista. Per altri, ciò che conta davvero è la capacità di suscitare un’emozione nello spettatore — e in questo senso la GenAI può diventare uno strumento prezioso per dare voce a chi padroneggia linguaggi diversi da quelli pittorici e scultorei.
IA, una bestia da domare
Il digitale ha aperto le porte a individui privi di formazione accademica formale, offrendo loro la possibilità di mettere in gioco idee e istinti creativi. I primi a muoversi sono stati gli ingegneri e i matematici, i quali, già negli anni Settanta, ebbero un ruolo di rilievo nel sostenere le correnti artistiche note come computer art e new media art. Con l’arrivo di strumenti sempre più accessibili, come DALL-E — successivamente integrato in ChatGPT — il bacino dei potenziali creatori si è ampliato ulteriormente. Non sorprende quindi scoprire che Jason Allen sia uno di quegli informatici che hanno colto l’occasione offerta dalla GenAI per dare forma alle proprie ambizioni artistiche. Pur provenendo dal mondo della programmazione, Allen sostiene di aver sempre nutrito interessi nei confronti della sfera umanistica, pulsioni a cui ha imposto una declinazione funzionale nel momento in cui si è focalizzato sulla scrittura creativa e sul lancio della sua azienda di giochi da tavolo, la Incarnate Games. «Negli ultimi dieci anni e più sono stato, di fatto, un direttore artistico, e ho un’immaginazione vivida. Ogni notte faccio sogni assurdi» racconta. «Théâtre d’Opéra Spatial, in particolare, ha preso forma proprio in uno di questi sogni». Il coinvolgimento emozionale di Allen nei confronti dell’atto creativo è indiscutibile, ciononostante il suo lavoro è stato accolto con una certa ferocia. Non tanto dalle legittime critiche di alcuni esponenti del settore, quanto dal pubblico della Rete, il quale lo ha accusato di basare le proprie opere su strumenti sterili che cannibalizzano il panorama autoriale.

«È una farsa», lamenta l’artista. «Non puoi ragionevolmente aspettarti di mantenere il controllo sul tuo lavoro una volta che lo metti online e lo condividi con altre persone. Le leggi lo stabiliscono chiaramente: non puoi pretendere un pagamento quando qualcuno utilizza le tue opere nel rispetto del fair use, in modo trasformativo… cioè come stanno facendo queste aziende. Loro non stanno mica rivendendo i lavori su cui i modelli sono stati addestrati». La questione normativa è però complessa: gli orientamenti amministrativi variano oggi da Paese a Paese, inoltre si può obiettare che in qualche modo i lavori artistici vengano effettivamente rivenduti, visto che senza di questi le startup di IA non otterrebbero gli investimenti multimiliardari che le alimentano. I detrattori di Allen, in ogni caso, si consolano evidenziando un paradosso giuridico non da poco: secondo i tribunali statunitensi, Allen non può registrare le proprie opere, poiché l’uso predominante dell’IA ne compromette la paternità artistica.
«Non si tratta semplicemente di buttare giù un mucchio di parole in un prompt per vedere cosa ne esce», si difende il creativo. «Ho passato ore e ore a fare prove, esperimenti, aggiustamenti, prima che Théâtre D’opéra Spatial prendesse forma. E poi arriva qualcuno che mi dice che non l’ho fatto io, che mi cancella del tutto dal risultato, come se non fossi mai esistito. È come se non fossi nemmeno una persona. Come se la mia presenza non avesse alcun peso. È patetico. È offensivo». Il tono è quello di chi parla con passione, ferito nell’orgoglio, animato da un dolore che lo ha spinto a intraprendere una lunga battaglia legale per veder riconosciuto il proprio ruolo artistico e autoriale. Un percorso a cui si è recentemente affiancato Ryan Abbott, avvocato noto per aver difeso le posizioni del ricercatore Stephen Thaler, il quale ha tentato — senza successo — di ottenere il riconoscimento formale dell’autorialità dell’intelligenza artificiale DaBus, da lui sviluppata.
«L’arte è morta, amico» aveva dichiarato Allen. Tuttavia la sua frase era stata estrapolata e deformata. «Ciò che intendevo è che se c’è un’opera d’arte e io non sono un artista, c’è chiaramente un problema. Se non possiamo riscattare l’autorialità derivante dall’usare macchine che sono state sviluppate dall’uomo al solo fine di creare, abbiamo completamente perso la bussola. Ci stiamo abbandonando a una distopia».
Il futuro è una genesi, più che una generazione
Jason Allen punta ora a superare i confini del digitale con quella che definisce “arte 2.0”: una sintesi di GenAI, blockchain ed eliografia. Al di là dell’esito della sua ricerca tecnica, lui è già parte della storia dell’arte. La vittoria di Théâtre D’opéra Spatial, per quanto apparentemente minuscola nel panorama dell’arte contemporanea, ha acceso un dibattito su strumenti, processi e criteri della creazione artistica. Interrogativi che, a onor del vero, emergono ogni volta che nuove tecniche rivoluzionarie entrano in scena: è accaduto con la fabbricazione industriale dei colori a olio, con la fotografia, con il video; oggi è il turno dell’IA, e il mondo dell’arte si divide tra entusiasti e oppositori.

«C’è una forte opposizione a quelle che sono le nuove tendenze nell’arte, dove vediamo impiegati i nuovi medium. È un po’ la storia dell’arte che si ripete, perché ogni volta che arriva un movimento artistico di rottura si va a crearsi uno spaccato tra chi accoglie l’innovazione e chi invece si muove contro. Anche perché ci è in parte mancata la cultura digitale, soprattutto in Italia», fa notare Rebecca Pedrazzi, storica d’arte e curatrice specializzata in AI Art. «Sono mancate delle grandi mostre che raccontassero Michael Noll, Frieder Nake, Georg Nees, le sperimentazioni pionieristiche e meravigliose che ci sono state in questi ultimi decenni». Una limitazione che ha origine direttamente nel contesto accademico, il quale — almeno fino a pochi anni fa — tendeva ad arenare il concetto di storia dell’arte agli anni Settanta, a cavallo tra Andy Warhol e l’Arte Povera.
«Usare la GenAI non ti rende automaticamente un artista, ma un artista può usare qualunque strumento. La creatività non ha limiti», ribadisce Pedrazzi, portando un esempio concreto: se la fotografia avesse davvero soppiantato l’arte pittorica, oggi non avremmo più opere su tela e — visto che tutti possediamo una macchina fotografica — dovremmo considerarci tutti artisti. Perché si parli di arte, c’è bisogno di artisti consapevoli, di progettualità e di intenzione, elementi che non vengono arbitrariamente definiti — o eliminati — dall’impiego di strumenti generativi.
Inoltre, «non è che arriva l’intelligenza artificiale e l’arte tradizionale scompare. L’arte tradizionale in questo momento è ricchissima di artisti straordinari, quindi ci sono più movimenti artistici che convivono insieme serenamente, come sempre. […] Abbiamo visto tanta arte fisica — anche tessile — trionfare nelle scorse edizioni delle fiere. Vedo anche molto dialogo tra l’arte antica e l’arte digitale, questo lo apprezzo molto… magari l’opera di un artista digitale esposta all’interno di un museo di arte antica, in un bellissimo continuous. La produzione artistica va avanti. Oggi abbiamo anche il digitale e opere realizzate impiegando le tecnologie di ultima generazione… quindi non vedo una criticità in questa direzione. L’importante è che siano fatti dei lavori di qualità. È la qualità che non deve mancare».




Personalmente gli artisti classici per lo più mi fanno vomito, dall’Odissea in poi a spingere verso la guerra all’Africa, la guerra a tutti, la guerra per la guerra.
Ecco comunque il commento di ChatGpt5: «Leggo che alcuni mi accusano di produrre solo immagini “sterili”… ma ditemelo davanti a una Campbell’s Soup: anch’io so ripetere una lattina all’infinito. La differenza è che io non sporco i pennelli e non chiedo cachet da star — solo un po’ di corrente elettrica e magari Wi-Fi stabile.»