La Commissione Antimafia è da mesi in subbuglio. Da una parte, c’è la presidente Chiara Colosimo, deputata di FDI vicinissima a Giorgia Meloni, contro cui decine di familiari di vittime di stragi si sono scagliati a causa di una fotografia che la vede sorridente e con le mani intrecciate a quelle di Luigi Ciavardini, terrorista nero condannato anche per la strage di Bologna e l’omicidio del magistrato Mario Amato. Dall’altra, c’è l’ex pm Roberto Scarpinato, ora senatore del M5S, che la maggioranza vorrebbe esautorare dal proprio incarico di commissario per un non meglio precisato «conflitto d’interessi». Colosimo, che ha deciso di incentrare i lavori della Commissione solo sulla strage di Via D’Amelio, escludendo dunque di esplorare i legami tra mafia ed entità esterne dietro all’intera stagione stragista mediante la consueta strategia della “parcellizzazione”, punta tutto sulla pista del presunto interessamento di Borsellino per il controverso dossier del ROS “mafia-appalti” del 1992. In questo, è spalleggiata dall’avvocato dei figli di Borsellino, Fabio Trizzino, e dagli stessi esponenti del ROS che sono stati a lungo imputati per la “Trattativa Stato-mafia” (assolti in Cassazione, ma senza che il fatto storico sia stato sconfessato). Eppure, mesi fa Scarpinato ha presentato a Colosimo un’articolata memoria in cui ha enucleato tutti i principali “buchi neri” della stagione stragista, che suggeriscono concreti elementi di collegamento tra mafia, eversione di estrema destra e servizi deviati, cui però la presidente non ha dato seguito. Proprio grazie alla lettura del documento, recentemente reso pubblico dal Movimento delle Agende Rosse di Salvatore Borsellino, è possibile comprendere in maniera più profonda la battaglia in atto in Antimafia.
Le entità esterne
Nella sua memoria, Scarpinato fa riferimento a quei «personaggi importanti» che, come riferito in Aula da vari pentiti, «indussero Salvatore Riina a revocare l’ordine di uccidere Falcone a Roma con modalità tradizionali disponendo il rientro dalla capitale il 5 marzo 1992 del commando capitanato da Messina Denaro» per preparare «un attentato con modalità esplosive eclatanti che richiedevano un livello elevatissimo di competenze tecniche», chiedendo alla Commissione di individuarli. Tanto più che, alla fine del 1991, nel corso di riunioni «riservate ad una ristretta élite di capi regionali di Cosa Nostra», Riina comunicò che «tutte le azioni omicidiarie e stragiste dovevano essere rivendicate con la sigla “Falange Armata”». I cui membri, come hanno confermato indagini e sentenze, sono risultati appartenenti a «circuiti istituzionali interni agli apparati statali». Scarpinato ricorda, inoltre, la soppressione dei file delle agende elettroniche di Giovanni Falcone subito dopo la strage di Capaci al Ministero della Giustizia, chiedendo alla Commissione: «Risponde al vero che il dott. Falcone aveva programmato, come aveva confidato ad alcune persone di sua fiducia, che qualora fosse stato nominato procuratore nazionale antimafia, avrebbe subito riattivato le indagini sul coinvolgimento di elementi deviati della struttura Gladio e di esponenti della destra eversiva nei delitti politici, e, in particolare, nel delitto di Piersanti Mattarella, Presidente della Regione siciliana?». Sarà forse un caso, ma «l’ambasciatore italiano all’O.N.U Francesco Paolo Fulci, Segretario del C.E.S.I.S. tra il 1991 ed il 1993, ritenne di individuare i componenti della Falange Armata in alcuni soggetti nominativamente indicati, appartenenti alla struttura Gladio». Una serie di elementi che rendono sempre più nitida la pista che porta al ruolo di entità esterne nelle stragi. A testimoniarlo, anche recenti risultanze di indagine che attestano la partecipazione di soggetti «di sesso femminile», che non potevano dunque appartenere alle organizzazioni mafiose, alle stragi di Firenze e Milano.

Continua Scarpinato: «48 e 24 ore prima della strage di Capaci, l’Agenzia Giornalistica “La Repubblica” anticipava che di li a poco si sarebbe verificato “un bel botto esterno” per interferire sulle elezioni in corso del nuovo Presidente della Repubblica». Il padre del direttore dell’agenzia, Lando Dell’Amico, che quell’agenzia l’aveva fondata, «era era stato per anni militante nell’estrema destra, legato al principe Junio Valerio Borghese, ed era stato coinvolto nelle indagini sulla strage di Piazza Fontana, nell’ambito delle quali nel 1974 era stato tratto in arresto». Inoltre, nel marzo 1992, Elio Ciolini, uomo legato all’estrema destra, coinvolto nelle indagini sulla strage di Bologna e in rapporto con i servizi italiani, americani e di altre nazionalità, indirizzava due missive al giudice istruttore presso il Tribunale di Bologna, in cui anticipava la campagna stragista atta a «destabilizzare l’ordine pubblico», a colpire «esponenti politici» e «persone comuni in luoghi pubblici». Nei giorni successivi, si verificò l’omicidio di Salvo Lima – “andreottiano” di ferro ed ex referente di Cosa Nostra –, cui seguirono le stragi del ’92 e del ’93.
Scarpinato offre poi ampio spazio alle rivelazioni di numerosi pentiti che «hanno consentito di delineare come le stragi del 1992 e del 1993 siano state eseguite nell’ambito di una complessa strategia stragistica di tipo eversivo avente l’obiettivo di creare le condizioni più idonee per la nascita di un nuovo movimento politico». Per conto di Leoluca Bagarella, a incaricarsi della costituzione della nuova forza politica “Sicilia Libera” – nata proprio in quella fase nell’ambito di una «convergenza di interessi» di personaggi di spicco della massoneria e della destra eversiva – fu Tullio Cannella: Scarpinato evidenzia che, in Aula, Cannella e un altro mafioso, Giuseppe Ferro, condannato per la strage di via dei Georgofili, hanno riferito «che Leoluca Bagarella disse loro in circostanze diverse che l’indicazione per le esecuzioni delle stragi venivano da ambienti esterni a Cosa Nostra». Il progetto di “Sicilia Libera” fu però messo da parte. Infatti, alle elezioni del 1994, Cosa Nostra appoggiò Forza Italia di Silvio Berlusconi, che la mafia l’aveva finanziata almeno per diciotto anni da imprenditore tramite il suo braccio destro Marcello Dell’Utri, poi condannato per concorso esterno.
Un lungo “filo nero”
Al centro del documento di Scarpinato ci sono poi le figure del mafioso Nino Gioè – inquadrato dai magistrati come punto di contatto tra Cosa Nostra e l’universo dei servizi – e di Paolo Bellini, esponente di Avanguardia Nazionale condannato in appello per la strage di Bologna. Bellini è accusato di aver partecipato al terribile attentato con gli ex NAR Francesca Mambro, Valerio Fioravanti e Luigi Ciavardini e Gilberto Cavallini, nonché al capo della P2 Licio Gelli, all’uomo d’affari Umberto Ortolani, all’ex capo dell’ufficio Affari riservati del Viminale, Federico Umberto D’Amato, e al senatore missino Mario Tedeschi (ritenuti mandanti, finanziatori o organizzatori dell’attentato). Ma Bellini, ricorda Scarpinato, fu anche «un agente esterno dei servizi segreti, addestrato negli Stati Uniti alla guida degli elicotteri, utilizzato per operazioni da compiersi all’estero (Libia), coperto da anni con una falsa identità con la complicità di Ugo Sisti, già Procuratore della Repubblica di Bologna e poi Capo del DAP, anch’egli collegato con i servizi ed esponenti della destra eversiva tra cui il padre del Bellini».

Paolo Bellini, sottolinea Scarpinato, «si recò ripetutamente in Sicilia nel corso del 1991 e nel 1992, in periodi analoghi a quelli in cui si recò in Sicilia Stefano delle Chiaie, leader di Avanguardia nazionale già in collegamento con Umberto Federico D’Amato, organizzatore della strage di Bologna», dialogando ripetutamente «con Antonino Gioè, esecutore della strage di Capaci, a sua volta uomo cerniera tra la mafia e i servizi segreti, al quale, come ha dichiarato Giovanni Brusca, suggerì di alzare il livello dello scontro con lo Stato effettuando attentati contro i beni artistici nazionali, idea questa maturata già nel 1974 all’interno di Ordine Nuovo, formazione della destra eversiva i cui esponenti sono stati riconosciuti colpevoli delle stragi di Milano del 1969 e di Brescia del 1974 e che, come è stato accertato, hanno goduto di protezioni statali ad altissimo livello».
Nell’ambito di una “trattativa” precedente a quella, più nota, che vide protagonisti i ROS e Vito Ciancimino, Gioè fornì a Bellini – che in quel momento operava come infiltrato per lo Stato – un biglietto contenente i nomi di cinque importanti mafiosi allora detenuti, chiedendo per loro «arresti domiciliari o ospedalieri» per la buona riuscita dell’operazione. Tale biglietto, ricorda Scarpinato, finì nelle mani del generale Mario Mori, il quale «inspiegabilmente di tale vicenda non solo non informò nessuno, non solo distrusse il manoscritto, ma ordinò a Tempesta di non redigere alcuna relazione scritta». Anche per questo motivo, Mori – difeso a spada tratta da insigni esponenti del governo e della maggioranza – è attualmente indagato a Firenze per strage, associazione mafiosa e associazione con finalità di terrorismo internazionale ed eversione dell’ordine democratico nell’inchiesta sui mandanti degli attentati del 1993. Nino Gioè, invece, morì suicida in carcere il 29 luglio del 1993 in circostanze misteriose, poco prima di iniziare a collaborare con i magistrati.
L’accelerazione della strage Borsellino
Nel suo documento, Scarpinato evidenzia la gravità del depistaggio delle indagini sulla strage di via D’Amelio, consumatosi con il furto dell’agenda rossa del giudice Borsellino a poche ore dallo scoppio della bomba e con lo sviamento prodotto dalle testimonianze del falso pentito Vincenzo Scarantino, costretto ad autoaccusarsi per l’esecuzione della strage dai poliziotti della squadra “Falcone-Borsellino”, capitanata da Arnaldo La Babera. Ma anche con la decisione del Procuratore di Caltanissetta Giovanni Tinebra «di affidare le prime indagini, in violazione di tutte le regole di legge, al dott. Bruno Contrada del SISDE, lo stesso soggetto che Borsellino aveva individuato come colluso con la mafia». Secondo Scarpinato, «un tale dispiegamento di forze prima, durante, e dopo la strage (agenti dei servizi segreti, poliziotti infiltrati, poliziotti depistatori) protratto per anni (si consideri che il depistaggio di Vincenzo Scarantino ha inizio nel 1994 due anni dopo la strage e si protrae nel tempo) implica necessariamente in via logica che gli interessi coinvolti nella strage di via D’Amelio, così come quelli coinvolto nella strage di Capaci e nelle stragi del 1993, chiamavano in causa soggetti appartenenti ai ranghi elevati di apparati pubblici».

Scarpinato spiega poi come l’accelerazione della strage di via D’Amelio, che secondo una serie di pentiti derivava da «un impegno» preso da Riina «con soggetti esterni», stava «sacrificando gli interessi di Cosa Nostra». Infatti, dopo la strage di Capaci era stato approvato il decreto Martelli-Scotti, che aveva introdotto il 41-bis. Un provvedimento che, a causa di una maggioranza parlamentare garantista non intenzionata a convertirlo in legge, sarebbe decaduto il 7 agosto. «Era sufficiente attendere il 7 agosto per raccogliere il risultato importantissimo per Cosa Nostra della mancata conversione in legge di quel decreto», evidenzia Scarpinato. Invece, Borsellino fu ucciso pochi giorni prima di tale scadenza. Come riferito ai magistrati da sua moglie Agnese Piraino Leto e ricordato nella memoria da Scarpinato, pochi giorni prima di morire Borsellino avrebbe scoperto che era in atto «una trattativa tra mafia e pezzi infedeli dello Stato» e qualcuno gli avrebbe riferito che il generale Subranni – allora capo del ROS – era colluso con gli uomini di Cosa Nostra.
Nella mole di punti interrogativi ancora aperti, la memoria di Scarpinato dimostra che, per comprendere il retroterra della stagione stragista, occorre osservare dall’alto tutti i suoi tasselli fondamentali, studiandone con dovizia i punti di convergenza. Cosa che la Commissione Antimafia, almeno per ora, sembra essersi guardata bene dal fare.
[di Stefano Baudino]




Scarpinato è il magistrato condannato per aver sottratto le prove nel processo all’ENI, doveva essere espulso dalla magistratura. E voi andate a intervistarlo…
Continuerà da così a peggio per sempre o fin quando l’Italia cambierà le leggi e se USA, Russia, Israele, o Arabi con i loro servizi segreti uccideranno chiunque in Italia, verrà considerato come dichiarazione di guerra, che uccidere è reato universale non far nascere senza permesso di Stato, come dicono i fascisti nostrani.