mercoledì 1 Febbraio 2023

In Perù continua la rivolta dopo la deposizione del presidente socialista Castillo

Il Perù è letteralmente infiammato da proteste violente antigovernative e da un generale malcontento politico e sociale che ha portato a delle vere e proprie rivolte in molte province e regioni del Paese. Fino ad ora si registrano 46 morti negli scontri che vedono i manifestanti in rivolta contro la polizia e il governo: dopo il tentativo fallito di “autogolpe” da parte dell’ex presidente Pedro Castillo lo scorso 7 dicembre e la sua destituzione, è stato istituito un governo di unità nazionale temporaneo in attesa delle elezioni anticipate – previste per l’aprile 2024 – che però la maggior parte dei peruviani ritiene illegittimo e contro gli interessi della nazione. I manifestanti sostengono l’ex presidente Castillo e chiedono lo scioglimento del Parlamento, le dimissioni di Dina Boluarte – la vice di Castillo che lo ha sostituito dopo la sua rimozione costituendo un governo di centrodestra – elezioni immediate e la scarcerazione dell’ex presidente. Tuttavia, dopo 33 giorni di sommosse, il governo transitorio resta sordo alle richieste della popolazione e alle violenze efferate che si stanno consumando nel Paese, dove un agente di polizia è stato bruciato vivo. La magistratura ha addirittura aperto un’inchiesta per genocidio nei confronti di diversi elementi di spicco del governo, inclusa la Boluarte.

Le rimostranze proseguono da prima della tregua natalizia, periodo durante il quale gli scontri avevano causato 28 morti e decine di feriti in sei regioni del centro-sud del Perù (Lima, Apurimac, La Libertad, Junin, Arequipa e Ayacucho), a causa della mancata concessione di elezioni anticipate da parte del governo e della giravolta politica di Boluarte che, dall’appartenenza al partito socialista di Castillo – Perù Libre – è passata ad un’alleanza con la maggioranza conservatrice: quest’ultima – maggiormente incline a portare avanti politiche liberiste e appoggiata dagli Stati Uniti – è riuscita a mantenere un ruolo di primo piano anche durante la presidenza di Castillo. Come spiegato in un approfondimento de L’Indipendente, l’ex presidente rappresentava una speranza per la popolazione più povera del Paese, in quanto si proponeva di combattere lo sfruttamento delle risorse minerarie da parte delle multinazionali straniere e lo strapotere dell’élite economica del Paese, difendendo contadini e indigeni «da sempre vittime di un sistema politico saldamente in mano alle élite economiche che governano il Paese con il saldo contributo degli Stati Uniti e delle multinazionali che operano sul territorio».

Non stupiscono, dunque, le proteste dei peruviani che chiedono la scarcerazione di Castillo e l’indizione di nuove elezioni: dopo la tregua di Natale, le rivolte sono riprese dal 4 gennaio, sfociando in tragedia lunedì scorso a Juliaca, nella regione di Puno: qui sono morti 18 manifestanti e un agente di polizia è stato bruciato vivo. Chiamato con altri colleghi per sedare le proteste, José Luis Sancho Quispe, 29 anni, era accorso sul luogo con altri due colleghi, ma una folla di 350 persone ha circondato l’auto su cui si trovavano gli agenti dandole fuoco. Mentre gli altri due poliziotti sono riusciti a uscire dall’auto, Quispe è rimasto bloccato al suo interno. Il governo e in particolare la presidente Boluerte sono ritenuti responsabili degli orrori e delle violenze che si stanno verificando nel Paese, in quanto non hanno fatto nulla per andare incontro alle richieste della popolazione, proseguendo – al contrario – in una direzione opposta a quella della volontà dei cittadini. Gli abitanti di Canchis, Canas, Acomayo e Quispicanchi si sono radunati a Cusco e hanno denunciato Boluarte di incapacità di dare le giuste indicazioni all’esercito e alla polizia nel gestire le sommosse. Si è mossa quindi la magistratura e la procuratrice nazionale, Patricia Benavides, sulla base delle denunce presentate e delle indagini effettuate dagli investigatori, ha accusato la stessa presidente, il primo ministro Alberto Otàrola, insieme ai ministri dell’Interno e della Difesa, di genocidio, omicidio colposo e lesioni gravi.

Di fronte alle gravissime accuse mosse dalla magistratura, il governo di unità nazionale guidato da Boluerte non solo non si è sciolto, ma è rimasto saldamente in carica e proprio mentre il drammatico teatro delle rivolte si consumava, la presidente ha chiesto la fiducia al Parlamento ottenuta con maggioranza semplice: su 123 parlamentari i favorevoli sono stati 73, 42 i contrari e sei gli astenuti. Proprio il Congresso appare il principale responsabile dei disordini della nazione, conservando ostinatamente il suo potere regolato da tangenti e con probabilità sostenuto da poteri extranazionali.  Ad appoggiare per primi la destituzione del socialista Castillo erano stati gli Stati Uniti, attraverso l’ambasciatrice americana in Perù: «Gli Stati Uniti respingono categoricamente qualsiasi atto extra costituzionale del presidente Castillo per impedire al Congresso di adempiere al suo mandato», aveva affermato la diplomatica. Una posizione che non stupisce, dato che Castillo aveva messo al centro del proprio mandato la ridefinizione dei permessi estrattivi concessi alle multinazionali.

Le rivolte sono, dunque, destinate a proseguire, aggiungendosi alle turbolenze già attraversate da molti altri Paesi sudamericani alle prese con la battaglia contro le politiche imperialiste e liberiste, spesso promosse da Washington che ha sempre considerato il Sudamerica come “il cortile di casa”. Tuttavia, i popoli latini hanno dimostrato la loro contrarietà e la loro combattività contro tali politiche: nel caso del Perù – secondo alcune indiscrezioni – lungi dall’essere soppresse, le rivolte potrebbero spostarsi a Lima nei prossimi giorni e, secondo quanto annunciato dalla Federazione dei minatori, potrebbero avere conseguenze imprevedibili.

[di Giorgia Audiello]

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