mercoledì 1 Febbraio 2023

In Israele è nato il partito “Per tutti i cittadini”: ebrei e arabi insieme per l’uguaglianza

Ha poche settimane di vita, ma il contesto in cui è nato gli impone di avere già ambizioni piuttosto alte. Il nuovo partito arabo-ebraico “Per tutti i cittadini”, fondato da Avraham Burg, parlamentare israeliano e Faisal Azaiza, ricercatore palestinese e Preside della Facoltà di Scienze della previdenza sociale e della salute all’Università di Haifa, si è imposto di essere ugualitario e giusto, valori che da almeno 50 anni soccombono davanti alla repressione di Israele ai danni della Palestina.

Sono state almeno 200 le persone che nei giorni scorsi hanno partecipato al meeting di presentazione del gruppo, organizzato presso una struttura alberghiera di Tel Aviv: tra loro anche esponenti politici di sinistra, preoccupati che la strategia politica dell’attuale Governo di estrema destra, guidato da Netanyahu, diventi sempre più discriminatoria. In ogni caso il partito non sarà apertamente sionista o antisionista, ed etichettarsi non sarà il suo obiettivo, quanto piuttosto far passare il messaggio che si tratta di «una federazione di molte tendenze ideologiche che concordano su una cosa: tutti gli israeliani dovrebbero essere uguali», come ha detto Burg. D’altronde «ci sono sionisti liberali che credono che questa uguaglianza sia possibile all’interno della loro definizione di sionismo e ci sono molti che credono che sia impossibile, ma finché siamo d’accordo che tutti i cittadini sono uguali, va bene qualsiasi punto di partenza».

Certo, la strada non è di certo spianata e al momento è piuttosto difficile capire come andrà: sicuramente non c’è da aspettarsi che la maggior parte degli ebrei israeliani cominci a sostenere nell’immediato l’idea di uno stato “di tutti i suoi cittadini”. Soprattutto perché, come ha ribadito Sami Abu Shehadeh, un politico arabo israeliano leader del partito Balad (la cui ideologia si fonda sull’idea che Israele debba essere una democrazia per tutti i cittadini, senza distinzioni), «la maggior parte degli ebrei in Israele non è disposta a rinunciare ai privilegi di cui gode sotto il sistema attuale. Israele è uno stato razzista costruito sulla supremazia ebraica, e su questo c’è consenso in tutti i partiti sionisti».

Nel corso della storia del Paese ci sono già stati esempi di partiti ebraici con rappresentanti arabi e partiti arabi con rappresentanti ebrei, che di strada non ne hanno fatta poi tanta. Ma un gruppo fondato sulla collaborazione reciproca in realtà non si era mai visto.

Un progetto dunque promettente, la cui sopravvivenza si scontra però con parecchi ostacoli, tra cui la legge. Come quella approvata dal Parlamento il 18 luglio del 2018 e che da allora, e per la prima volta nella storia del Paese, dichiara Israele come “la casa nazionale del popolo ebraico”. Una norma discriminatoria, e che tra le altre cose stabilisce la legittimità degli insediamenti ebreo – israeliani in territorio palestinese e rimuove l’arabo dalla categoria di “lingua ufficiale” del Paese. Motivo per cui definire un partito “per tutti i suoi cittadini” all’interno delle mura di Israele ha un certo peso, una certa responsabilità e una certa pericolosità, soprattutto se l’attuale Primo Ministro Benjamin Netanyahu crede invece che «Israele non è uno stato di tutti i suoi cittadini. Secondo la legge approvata, Israele è lo stato nazionale del popolo ebraico – e solo suo».

Di fatto il manifesto politico del nuovo partito è tecnicamente illegale: secondo la legge dello Stato un gruppo o un candidato può essere tagliato fuori dalla corsa alle elezioni se nega “l’esistenza dello Stato di Israele come ebreo e democratico stato”. Un’idea che l’attuale governo israeliano, formato da una coalizione di partiti conservatori, di estrema destra e ultraortodossi – e per questo considerato il più di destra della sua storia – ha intenzione di rafforzare. Basti pensare che Itamar Ben Gvir, il nuovo Ministro della sicurezza nazionale, nel corso della sua carriera politica è stato accusato 46 volte (e condannato 8) per vari reati tra cui fomentazione di disordini, vandalismo, istigazione al razzismo o sostegno a un’organizzazione terroristica. Un curriculum molto simile a quello di altri suoi colleghi.

Comprensibile dunque che gli arabi palestinesi, che costituiscono un quinto dei cittadini di Israele (nel 2019 risiedevano in Israele quasi due milioni di arabi su 9 milioni di abitanti, il 21% della popolazione) temano un aumento della criminalità, degli omicidi, della guerra e degli espropri. Situazioni che continuano a verificarsi nonostante lo scorso ottobre un rapporto di una commissione d’inchiesta indipendente delle Nazioni Unite abbia definito “illegale” l’occupazione israeliana dei Territori palestinesi, per via “della sua permanenza e delle azioni intraprese da Israele per annettere parti del territorio”.

[di Gloria Ferrari]

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