lunedì 15 Agosto 2022

La crisi di governo è compiuta: si torna alle urne, o forse no? Le ipotesi sul tavolo

Ieri, il presidente del Consiglio Mario Draghi ha mostrato la sua disponibilità a continuare l’esperienza di governo a patto di un’ampia fiducia. La risoluzione Casini (l’unica votata dall’Aula) – che approvava le comunicazioni di Draghi e confermava l’appoggio – è passata con 95 voti favorevoli e 38 contrari, numeri insufficienti per il fronte largo chiesto dall’ex banchiere centrale. Così, questa mattina Mario Draghi si è recato al Quirinale per presentare le sue dimissioni nelle mani del presidente della Repubblica. Sergio Mattarella ha accolto la decisione e riflette sul da farsi: nel pomeriggio, riceverà i presidenti delle Camere ai sensi dell’articolo 88 della Costituzione, norma che prevede lo scioglimento del Parlamento e la convocazione di nuove elezioni, verosimilmente da svolgersi tra fine settembre e inizio ottobre. A quest’ipotesi se ne aggiunge un’altra possibile. Per ora smentita da tutti e forse improbabile, ma che non si può mai escludere di fronte alle giravolte parlamentari e al loro desiderio di non abbandonare lo scrano: un mandato esplorativo per un governo “traghettatore” fino a fine Legislatura, il cui termine naturale è previsto a marzo 2023. Servirebbero i soliti “responsabili” di cui il parlamento in questa legislatura ha dato prova di abbondare.

“Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha ricevuto al Palazzo del Quirinale il Presidente del Consiglio dei Ministri, Mario Draghi, il quale, dopo aver riferito in merito alla discussione e al voto di ieri presso il Senato, ha reiterato le dimissioni sue e del Governo da lui presieduto. Il Presidente della Repubblica ne ha preso atto. Il Governo rimane in carica per il disbrigo degli affari correnti“, si legge in una nota del Quirinale. Si tratta di funzioni di “ordinaria amministrazione”, necessarie per il funzionamento del paese, che – come da prassi – cesseranno all’insediamento dell’esecutivo successivo. In particolare, il governo Draghi potrà emanare decreti-legge, esaminare i disegni di legge di ratifica dei trattati, di delegazione europea e della legge europea, adempiendo a obblighi internazionali o comunitari (adozione di direttive e decisioni UE). Interessante sottolineare, poi, la norma a cui si è appellato Sergio Mattarella per convocare Maria Elisabetta Alberti Casellati e Roberto Fico: l’articolo 88 della Costituzione, che disciplina lo scioglimento delle Camere. Così, sentiti i presidenti di Senato e Camera – rispettivamente alle 16.30 e alle 17 – Mattarella potrebbe decidere di sciogliere il Parlamento, aprendo una fase di crisi dettata dai tempi della Carta costituzionale. Secondo l’articolo 61, “le elezioni delle nuove Camere hanno luogo entro settanta giorni dalla fine delle precedenti. La prima riunione ha luogo non oltre il ventesimo giorno dalle elezioni. Finché non siano riunite le nuove Camere sono prorogati i poteri delle precedenti”. In caso di scioglimento entro questa settimana, Mattarella potrebbe indire l’appuntamento elettorale fino ai primi giorni di ottobre; per questo motivo e per permettere ai partiti di condurre la campagna che conduce al voto più vasta possibile la scelta potrebbe ricadere sul 25 settembre o sul 2 ottobre. In ogni caso, si tratterebbe di una data inedita per la politica italiana, dal momento in cui l’autunno è sinonimo di Legge di bilancio.

Di fronte all’ipotesi di consultazioni (disciplinate dalla prassi e non da norme costituzionali), che vedrebbe l’incontro tra il presidente della Repubblica e i leader partitici per un eventuale nuovo mandato esplorativo e governo – magari tecnico – a “larga maggioranza”, i partiti hanno deciso di puntare sulle elezioni. Sono così iniziati i giri di valzer della politica italiana, indecifrabili dagli analisti e dalle logiche estere: il Pd ha annunciato che «il campo largo è finito. Da oggi cambia lo scenario, pensiamo a noi stessi», chiudendo – almeno fino a nuova giravolta – l’alleanza col M5S dopo aver provato a ricucire lo strappo tra Conte e Draghi; Lega e Forza Italia, in seguito alla decisione di non votare la risoluzione Casini, tentano di non lasciare la leadership definitiva del centrodestra a Giorgia Meloni e a Fratelli d’Italia, il partito che esce maggiormente rafforzato da questa crisi essendo stato la guida dell’opposizione. Antonio Tajani – sempre più perno di Forza Italia dal momento in cui Renato Brunetta e Mariastella Gelmini hanno lasciato il partito perché «traditi dal non-appoggio al governo Draghi» – ha dichiarato: «Non c’è nessun volto del centrodestra, si vedrà quando si andrà a votare. Il centrodestra avrà un programma politico ed economico, fondamentale la scelta Europeista e Atlantista: il nostro principale interlocutore sono gli Stati Uniti».

Chi, invece, esce inevitabilmente sconfitto dalla crisi di governo è il Movimento 5 Stelle che, insieme al centrodestra, non ha affondato il colpo e reclamato la responsabilità politica della caduta del governo Draghi. Ieri, il partito guidato da Giuseppe Conte ha rivisto l’idea di abbandonare l’Aula al momento del voto per essere presente non votante, così da far raggiungere comunque il numero legale. Scelta che rispecchia lo stato di un movimento in bilico e indeciso, che in 4 anni ha perso il 30% dei consensi (da inizio Legislatura alle ultime amministrative) e in pochi giorni è passato dallo strappo all’ipotesi dell’appoggio esterno, lasciando la palla agli altri partiti e mostrando debolezza di fronte agli elettori, anche in vista delle probabili elezioni di ottobre.

[di Salvatore Toscano]

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