I governi UE hanno raggiunto l’intesa politica sull’ultimo tassello mancante della riforma del diritto d’asilo, contenuta nel Patto sulla migrazione che entrerà in vigore il prossimo 12 giugno. Si tratta del pacchetto di norme che regolano i rimpatri, che introduce obblighi più stringenti di collaborazione con le autorità per i destinatari di un provvedimento di espulsione, pena la detenzione (che viene aumentata fino a 24 mesi dagli attuali 18). È stato poi dato il via libera definitivo ai centri per i rimpatri al di fuori dei confini UE. Fino ad oggi, infatti, la normativa comunitaria prevedeva che i migranti potessero essere trasferiti unicamente nel proprio Paese di origine: con le nuove norme, invece, potranno essere mandati in luoghi con i quali non hanno alcun legame (anche in caso di intere famiglie con bambini, mentre rimangono esclusi i minori non accompagnati).
L’obiettivo della UE, nel dotarsi di un regolamento comune per i rimpatri, è quello di velocizzare le operazioni. In questo modo, infatti, sarà più semplice collaborare a livello comunitario e mettere in pratica le espulsioni anche quando queste siano state disposte da uno Stato membro diverso da quello che la mette effettivamente in atto. A tal fine, gli Stati hanno un anno di tempo per istituire meccanismi adeguati per recepire la normativa comunitaria. Per diventare definitivo, l’accordo dovrà ottenere il via libera dalla plenaria del Parlamento UE ed essere formalmente adottato dal Consiglio, passaggio che avverrà 20 giorni dopo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale. Dopo di che il regolamento sarà pienamente operativo, fatto salvo per alcuni articoli che richiederanno un periodo di un anno. «L’accordo mostra che stiamo rimettendo in ordine l’Europa. Con le nuove regole, abbiamo più controllo su chi può venire in Europa, chi può rimanere e chi se ne deve andare» ha commentato Magnus Brunner, commissario UE per gli Affati Interni e la Migrazione, una volta raggiunta l’intesa.
L’entrata in vigore effettiva degli hub di rimpatrio in Paesi terzi dipenderà dal tempo che ci vorrà per istituire gli accordi (bilaterali con con l’Unione) con gli Stati che dovranno ospitarli. Si dovrà trattare di Paesi che «rispettino le norme e i principi internazionali in materia di diritti umani in conformità con il diritto internazionale, compreso il principio di non respingimento». Giusto qualche mese fa, Bruxelles ha ampliato la lista UE dei Paesi terzi sicuri, nei quali ora rientrano anche Bangladesh, Egitto, Kosovo, India, Marocco e Tunisia. Il migrante espulso (famiglie con bambini incluse) potrà ora essere rimpatriato in un Paese con il quale non ha alcun legame, semplicemente sulla base del fatto che ne parla la lingua o che ne condivide non meglio specificati «legami culturali», o per il fatto di esservi transitato prima di raggiungere l’Unione. Poco importa che molti di questi Paesi siano noti per il loro totale spregio dei diritti umani: tanto per fare un esempio, sono ormai storia nota da tempo i trattamenti inumani e le torture riservate alle persone migranti nei centri per il rimpatrio della Tunisia, mentre nell’Egitto di Al-Sisi tortura e uccisioni di massa, persecuzione dei dissidenti politici e condanne a morte sommarie sono all’ordine del giorno.
Il modello, già sperimentato dal Regno Unito con il Ruanda e criticato dall’ONU in quanto causa di «ricadute dannose» sui «diritti umani e sulla protezione dei rifugiati», piace molto a diversi Paesi UE, con Germania e Danimarca che hanno già ipotizzato di adottare modalità analoghe di gestione della migrazione. Secondo la Piattaforma per la Cooperazione Internazionale sui migranti senza documenti (PICUM), l’UE si sta invece muovendo nella direzione di un «controllo della migrazione in stile ICE» (la polizia dell’immigrazione americana), implementando un sistema che normalizza «le retate contro gli immigrati e le misure di sorveglianza nelle nostre comunità» che potrebbero portare a veri e propri raid di polizia negli spazi privati e pubblici destinati alla “caccia al migrante illegale”, oltre ad una intensificazione della sorveglianza anche tramite strumenti di identificazione biometrica. Non sarebbe una novità, dal momento che giusto lo scorso ottobre è entrato in vigore il sistema EES (Entry/Exit System), il quale impone ai viaggiatori provenienti da Paesi extra‑Schengen un livello di registrazione biometrica pervasivo al punto da essere impensabile in Europa fino a pochi anni fa. Un timore condiviso anche da organizzazioni come Amnesty International, che proprio per questo motivo ha promosso la campagna Protect Not Surveil, in opposizione alle deportazioni di massa e al consolidamento di un sistema di sorveglianza opaco, invasivo e intriso di bias culturali.




