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Delegati da 130 Paesi sono riuniti al Forum Economico Internazionale in Russia

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Anche quest’anno si svolge, dal 3 al 6 giugno, l’ormai consueto Forum economico internazionale di San Pietroburgo (SPIEF), a cui è prevista la partecipazione di oltre 20.000 persone provenienti da più di 130 Paesi. Considerato la Davos russa, il contraltare dei grandi forum economici occidentali come il World Economic Forum, il titolo dell’edizione di quest’anno riassume il programma e gli obiettivi dell’appuntamento più atteso dall’élite imprenditoriale russa e dal polo economico emergente del cosiddetto Sud globale: «Dialogo pragmatico: la strada verso un futuro stabile». A guidare i più di 370 eventi e conferenze del Forum, infatti, è l’idea di costruire un nuovo modello di sviluppo globale nel contesto della continua trasformazione dell’economia mondiale, in modo da dar vita a un modello economico multipolare.

Celebrato e attesissimo in Russia e dai Paesi appartenenti al blocco dei BRICS, che lo considerano un evento chiave per lo sviluppo economico di Eurasia, Africa e Medio Oriente, dai media occidentali è descritto, invece, come una celebrazione personale del capo del Cremlino e come un modo per mostrare la tenuta dell’economia russa, ormai schiacciata dal peso delle sanzioni, dall’inflazione e dalla crisi energetica provocata anche dagli attacchi ucraini ai principali terminal petroliferi del Paese. Uno su tutti, quello effettuato con i droni da Kiev al porto militare di Kronstadt proprio il giorno dell’inaugurazione del Forum. L’evento servirebbe quindi a cercare di mascherare l’isolamento economico e politico internazionale del gigante eurasiatico. Allo stesso tempo però due tra i più importanti attori occidentali sono tornati silenziosamente a sedersi al “tavolo economico” russo: Germania e Stati Uniti. È presente, infatti, al Forum una delegazione di imprenditori tedeschi con a capo il presidente della Camera di Commercio Estero russo-tedesca, Matthias Schepp, il quale ha apertamente dichiarato che: «Vogliamo mantenere il legame economico con la Russia e proteggere i nostri asset, che superano i cento miliardi di euro». Gli Stati Uniti, invece, sono tornati a partecipare all’evento pietroburghese dopo quasi dieci anni con una delegazione ufficiale, guidata dal presidente della Commissione di Belle Arti degli Stati Uniti, Rodney Mims Cook Jr.

Lo SPIEF si svolge annualmente fin dal 1997 e a partire dal 2006 in avanti gode del sostegno e della partecipazione del Presidente della Federazione Russa. Storicamente, il Forum è stato concepito per attrarre capitali esteri e sviluppare l’economia russa a livello globale fornendo soluzioni pratiche per il mondo imprenditoriale e le istituzioni governative. In seguito allo scoppio della guerra in Ucraina nel 2022, quasi tutti i capi dei Paesi occidentali hanno cominciato a disertare l’evento al fine di isolare Mosca. L’obiettivo del Forum è, dunque, diventato quello di costruire un polo e un modello economico in grado di contrastare quello occidentale grazie al peso del gruppo dei Paesi BRICS, al fine di costruire un paradigma di sviluppo il più possibile policentrico e indipendente dai vincoli economico-finanziari occidentali.

Quanto ai numeri, il sito ufficiale dello SPIEF riporta la presenza di 24.200 partecipanti da oltre 144 Paesi del mondo e, in base ai risultati dell’edizione del Forum del 2025, prevede più di 1084 accordi per una somma di sei trilioni e 481 miliardi di rubli. Gli eventi del Forum sono più di 370 e sono a disposizione 110.000 metri quadri di aree espositive per grandi imprese, istituzioni statali e regioni. Tra i principali partecipanti all’evento spiccano i presidenti di Uzbekistan e Tanzania, il vicepresidente cinese e il ministro dell’Energia saudita. Proprio l’Arabia Saudita è l’ospite d’onore dell’edizione di quest’anno, nel centenario delle relazioni diplomatiche tra Mosca e Riad: la delegazione saudita, guidata dal ministro dell’Energia, il Principe Abdulaziz bin Salman Al Saud, è composta da duecento rappresentanti tra fondi sovrani, aziende di stato e colossi dell’industria. Non mancano però figure controverse che hanno attirato l’attenzione della stampa occidentale, tra cui i blogger e influencer statunitensi Andrew e Tristan Tate, accusati di misoginia e di stupro e traffico di esseri umani nel Regno Unito, ma anche il filosofo Alexandr Dugin, considerato impropriamente l’ideologo di Putin e secondo cui in Occidente «la gente perbene viene ormai perseguitata come gli ebrei sotto il nazismo». All’evento hanno partecipato, inoltre, alcune personalità della politica e dei media, come l’ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder, l’attore e sostenitore di lunga data di Putin Steven Seagal e la commentatrice conservatrice statunitense Candace Owens.

Nel suo consueto incontro con la stampa in occasione del Forum, Putin ha trattato diversi argomenti, tra cui il rafforzamento delle relazioni con Cina, India e Kazakhstan. Sul fronte eurasiatico, invece, ha sottolineato la crescente integrazione economica nello spazio post-sovietico e l’importanza di progetti strategici come la costruzione della prima centrale nucleare in Kazakhstan, che secondo Mosca potrebbe portare alla nascita di un’intera filiera industriale e scientifica nel Paese. Riguardo al conflitto in Ucraina, il capo del Cremlino ha ribadito che la Russia sarebbe disponibile a una soluzione negoziata sulla base delle proposte discusse durante i colloqui con l’amministrazione Trump ad Anchorage. È attesa oggi la sessione plenaria principale dello SPIEF, che prevede un discorso chiave del presidente Putin, seguito da una discussione e da una sessione di domande e risposte.

Nucleare: approvato il ddl sui “piccoli reattori sostenibili” che ancora non esistono

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Con 155 voti favorevoli, 86 contrari e 8 astensioni, la Camera dei deputati ha approvato il disegno di legge delega sull’energia nucleare promosso dal governo. A favore si sono espressi i partiti della maggioranza, insieme ad Azione. Contrari i parti del centro-sinistra, Italia Viva si è invece astenuta. Il provvedimento, composto da cinque articoli, passa ora all’esame del Senato. Se anche Palazzo Madama darà il via libera definitivo, l’esecutivo avrà dodici mesi di tempo per emanare i decreti legislativi destinati a disciplinare il ritorno dell’energia atomica in Italia. Il testo non autorizza la costruzione immediata di nuove centrali, ma definisce il quadro normativo entro cui il governo potrà regolare la produzione e l’utilizzo di energia da quella che viene definita “fonte nucleare sostenibile”, secondo la classificazione adottata dall’Unione europea. La delega riguarda la produzione del combustibile, la gestione dei rifiuti radioattivi, lo smantellamento degli impianti esistenti e le attività di ricerca e sviluppo, comprese quelle relative alla fusione nucleare.

Al centro del progetto ci sono soprattutto gli Small Modular Reactor (SMR) e gli Advanced Modular Reactor (AMR), cioè reattori modulari di dimensioni ridotte che, almeno nelle intenzioni del governo, dovrebbero rappresentare la spinta per la nuova generazione del nucleare civile. Si tratta tuttavia di tecnologie che non sono ancora disponibili su scala commerciale e che, secondo lo stesso ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin, potrebbero essere mature soltanto all’inizio del prossimo decennio. La prima produzione di energia da nuovi impianti nucleari in Italia viene infatti collocata dallo stesso governo non prima del 2034-2035. È proprio questo elemento temporale a rendere il provvedimento particolarmente controverso. Anche ammettendo che l’intero percorso legislativo e autorizzativo proceda senza ostacoli, i nuovi reattori non avrebbero alcun effetto sulla crisi energetica attuale né sulla riduzione dei costi dell’energia per famiglie e imprese nel prossimo futuro. Le eventuali ricadute, se ci saranno, si vedrebbero soltanto tra minimo due decenni. Per questo le opposizioni hanno definito il ddl una misura prevalentemente simbolica e propagandistica, priva di effetti concreti nel breve periodo.

Il dibattito riguarda anche la reale maturità delle tecnologie indicate dal governo. Un recente rapporto dell’Institute for Energy Economics and Financial Analysis (IEEFA) evidenzia come gli SMR siano ancora in una fase sostanzialmente sperimentale. Sebbene siano stati presentati come una soluzione più economica e rapida rispetto alle centrali nucleari tradizionali, i progetti sviluppati finora in Paesi come Stati Uniti, Argentina, Russia e Cina hanno registrato aumenti dei costi e ritardi significativi. Lo stesso rapporto sottolinea come, nello stesso arco temporale, il settore delle energie rinnovabili abbia invece continuato a progredire con maggiore velocità, sia sul piano tecnologico sia su quello economico, apportando tra l’altro benefici quasi immediati in termini di riduzione delle emissioni di gas serra e abbattimento dei costi energetici. Da vent’anni ad oggi – ha ribadito poi il WWF – le innovazioni più rilevanti nel campo energetico hanno infatti riguardato soprattutto fotovoltaico, eolico e sistemi di accumulo tramite batterie. Le fonti rinnovabili hanno registrato così una forte riduzione dei costi e una crescente diffusione a livello internazionale. In questo contesto, numerosi osservatori evidenziano come il ritorno del nucleare rischi di spostare l’attenzione e le risorse da tecnologie già disponibili e immediatamente utilizzabili. Una questione particolarmente rilevante per l’Italia che, nonostante un territorio particolarmente favorevole, continua a sviluppare le rinnovabili a un ritmo inferiore rispetto a molti altri Paesi europei.

A differenza delle centrali nucleari tradizionali, basate su grandi reattori costruiti interamente sul luogo di installazione e capaci di produrre oltre 1.000 megawatt di potenza, gli Small Modular Reactor (SMR) sono progettati per essere realizzati in moduli prefabbricati e assemblati successivamente sul sito operativo. La loro potenza è generalmente inferiore ai 300 megawatt e, secondo i promotori, ciò dovrebbe consentire tempi di costruzione più rapidi e investimenti iniziali più contenuti. Gli Advanced Modular Reactor (AMR), invece, comprendono una famiglia più ampia di tecnologie ancora in fase di sviluppo, che utilizzano sistemi di raffreddamento e combustibili diversi rispetto ai reattori oggi più diffusi. Alcuni progetti prevedono l’impiego di sali fusi, metalli liquidi o gas ad alta temperatura, con l’obiettivo dichiarato di aumentare la sicurezza e migliorare l’efficienza energetica. Tuttavia, gran parte di queste soluzioni non è ancora stata sperimentata su larga scala e non esistono al momento esempi consolidati di utilizzo commerciale comparabili a quelli delle centrali nucleari convenzionali.

La maggiore compattezza e l’eventuale ricorso a sistemi di sicurezza passivi non eliminano però i problemi storicamente associati al nucleare. Anche gli SMR e gli AMR restano reattori a fissione: producono combustibile irraggiato e rifiuti radioattivi, richiedono procedure di sicurezza, controlli, trasporto e stoccaggio di lungo periodo. Inoltre, proprio perché molti progetti utilizzano tecnologie, combustibili e sistemi di raffreddamento diversi da quelli dei reattori convenzionali, la gestione delle scorie potrebbe presentare caratteristiche nuove e non ancora pienamente sperimentate su scala industriale.

Il voto della Camera riapre inoltre una questione politica che sembrava archiviata. Gli italiani si sono infatti espressi due volte contro il nucleare attraverso referendum popolari. Dopo il disastro di Chernobyl, nel 1987, dei quesiti referendari portarono di fatto all’abbandono del programma nucleare nazionale. Nel 2011, dopo il tentativo del governo Berlusconi di rilanciare la costruzione di nuove centrali, un secondo referendum cancellò nuovamente le norme che consentivano il ritorno dell’atomo. In quell’occasione il 94% dei votanti si espresse per l’abrogazione delle disposizioni favorevoli al nucleare. Dal punto di vista giuridico, i referendum non vietano in modo permanente il ricorso all’energia nucleare, poiché si trattava di referendum abrogativi e non di modifiche costituzionali. Tuttavia, il nuovo intervento legislativo riporta inevitabilmente al centro il tema del rapporto tra le scelte parlamentari e una volontà popolare che, in due occasioni distinte, si è espressa in senso contrario. Resta infine aperto un altro nodo non di poco conto, ovvero, quello delle scorie radioattive. A quasi quarant’anni dalla chiusura delle centrali italiane, l’Italia non ha ancora individuato in via definitiva il sito destinato a ospitare il deposito nazionale dei rifiuti nucleari già esistenti. Una questione che continua a suscitare resistenze territoriali e che rende ancora più complesso il dibattito su eventuali nuovi impianti.

Russia-Ucraina, nuovo scambio di prigionieri: 185 per parte

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Russia e Ucraina hanno effettuato un nuovo scambio di prigionieri di guerra, con il rilascio reciproco di 185 militari per parte. L’operazione è stata annunciata dal ministero della Difesa russo, che ha sottolineato il ruolo degli Emirati Arabi Uniti nel fornire assistenza umanitaria durante il rimpatrio dei soldati russi. Secondo Mosca, i militari liberati si trovano attualmente in Bielorussia, dove ricevono supporto dalla Commissaria russa per i diritti umani Yana Lantratova. Dopo le prime cure psicologiche e mediche, saranno trasferiti in Russia per ulteriori trattamenti e programmi di riabilitazione presso strutture del ministero della Difesa.

Google ha chiesto il permesso di liberare milioni di zanzare infette

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Alphabet, azienda madre di Google, ha chiesto al governo statunitense il permesso di disperdere in California e Florida sciami di circa 32 milioni di zanzare infette, sterilizzate tramite il contatto con un batterio. L’obiettivo è semplice: ridurre la popolazione di zanzare selvatiche per limitare la diffusione delle malattie da esse trasmesse, tra cui dengue, Zika e virus del Nilo occidentale – virus ormai endemico anche in Italia. Se è vero che l’intervento si basa su solidi precedenti, rimane il dubbio se sia lecito affidare a privati un’operazione di sanità pubblica di tale portata, ancor piú quando ha un’impostazione sperimentale, speculativa ed è capace di alterare interi ecosistemi.

Oggi, 5 giugno, si è chiusa la consultazione pubblica avviata da una recente nota federale, nella quale si evidenzia come Google LLC abbia chiesto all’Agenzia per la protezione ambientale (EPA) il permesso di rilasciare, nell’arco di due anni, ondate da 15 milioni di zanzare. L’operazione, nei documenti ufficiali, viene descritta come propedeutica alla raccolta dei dati necessari a supportare la registrazione di un prodotto ai sensi della Legge federale su Insetticidi, Fungicidi e Rodenticidi (FIFRA). Conclusa questa fase, le autorità devono ora decidere come procedere e stabilire le eventuali condizioni per autorizzare le operazioni. 

Non si tratta però di una manovra prettamente sperimentale: fa parte di ciò che la Big Tech definisce programma “Debug– un brioso gioco di parole che accosta gli insetti ai bug informatici, offrendo un nome capace di stemperare i toni minacciosi intrinsecamente legati a questo genere di manipolazioni animali. Il programma è portato avanti da Verily – al secolo Google Life Sciences – , la quale ha già testato negli anni scorsi l’efficacia dell’operazione, sia in California che a Singapore, basandosi su tecniche ormai in uso da almeno una decina di anni. Quanto alle preoccupazioni legate alla distruzione dell’ecosistema, l’azienda cerca di rassicurare gli osservatori precisando di lavorare esclusivamente sulla zanzara tigre (Aedes aegypti), specie considerata invasiva negli Stati Uniti. 

A essere messa alla prova non sarebbe dunque l’idea di infettare zanzare di sesso maschile – quelle incapaci di pungere – per contenere la diffusione di una specie nota per trasmettere malattie di varia natura, bensì le modalità con cui tale intervento verrebbe gestito. Sfogliando le pagine descrittive del programma Debug, si scopre che l’obiettivo è quello di sviluppare “sistemi di allevamento automatizzato”: costruire, cioè, un’infrastruttura in cui un sistema di intelligenza artificiale sia in grado di separare autonomamente le zanzare maschi da quelle femmine, per poi rilasciarle nell’ambiente “nel punto giusto, nei numeri corretti”. Qualora lo strumento funzionasse come previsto, la strategia continuerebbe a sollevare dilemmi etici, ma potrebbe perlomeno rivelarsi efficace nell’arginare la diffusione di questi insetti. Qualora invece facesse cilecca, lo scenario più facile da immaginare è che l’IA finisca con il rilasciare zanzare femmine infette nell’ambiente. E quelle, pungendo, rischiano di diffondere l’infezione.

Come spesso accade, la bontà di uno strumento dipende molto dalle modalità con cui questo viene applicato. Tuttavia, a prescindere dalle intenzioni, intervenire su elementi che spaziano dalla salute pubblica agli equilibri della biodiversità comporta rischi e criticità di altissimo profilo – motivo per cui interventi di questo tipo vengono tradizionalmente coordinati dagli apparati governativi. Da quanto si evince dai documenti, Google mira invece a normalizzare il sistema che sta sviluppando, rendendolo assimilabile a una comune disinfestazione: un percorso che può risultare interessante, ma che dovrebbe quantomeno essere accompagnato da un solido sistema di responsabilizzazione penale e civile. 

Gli USA estendono le sanzioni a Cuba

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Gli Stati Uniti hanno esteso le sanzioni sulle personalità cubane, includendo anche membri della famiglia Castro, le forze armate del Paese e il presidente Miguel Díaz-Canel. La mossa si inserisce in una cornice di aumento delle pressioni sull’isola caraibica, che proprio a causa delle sanzioni ha annunciato che i pagamenti sui circuiti Visa e Mastercard hanno smesso di funzionare.

Albania: le proteste contro il resort stanno diventando una rivolta contro il governo

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Sotto lo slogan «l’Albania non si vende», decine di migliaia di albanesi sono scesi in piazza per il quinto giorno consecutivo per protestare contro la costruzione di un resort di lusso da parte del genero di Trump e imprenditore immobiliare statunitense Jared Kushner. L’area del potenziale progetto comprende l’isola disabitata di Sazan, nell’Adriatico, e diverse centinaia di ettari dell’area protetta di Vjosa-Narta, una delicata zona umida costiera che ospita foche, siti di nidificazione delle tartarughe marine e fenicotteri. Proprio questi ultimi sono diventati il simbolo della protesta, con i manifestanti che si sono radunati in piazza Scanderbeg, a Tirana, per poi marciare verso la sede del governo imbracciando sagome di cartone a forma di fenicottero. Dalle proteste contro la svendita delle proprie terre sta ormai sorgendo un vero e proprio moto antigovernativo, la “Rivoluzione dei Fenicotteri”, che chiede riforme strutturali e dimissioni del premier Edi Rama, già protagonista del contestato accordo sull’accoglienza dei migranti siglato con l’Italia.

Le proteste in Albania stanno diventando sempre più grandi. La manifestazione svoltasi ieri, 4 giugno, ha ripercorso i passi delle quattro che la hanno preceduta, senza ridurre la mole di persone scese in piazza per contestare i piani dell’esecutivo. Come fatto tutta la settimana a partire da domenica 31 maggio, il popolo albanese si è riunito nella centrale piazza Scanderbeg, principale centro di aggregazione urbano nonché maggiore piazza cittadina dei Balcani per estensione; da lì, ha marciato verso la sede del governo, dove ha chiesto l’annullamento del piano: esso riguarda aree protette che si estendono per centinaia di ettari, che finirebbero per ospitare un resort di lusso da 10mila camere per rilanciare il settore turistico albanese. Tra le aree coinvolte, una delle più care ai manifestanti è l’isola di Zvernec, situata nella laguna protetta di Narta. Non è chiaro il valore del progetto, che deve ancora venire elaborato: diversi media riportano che esso varrebbe circa 1,5 miliardi di euro, mentre lo stesso Rama riporta stime di 4 miliardi di euro.

Coi giorni, i manifestanti hanno iniziato a strutturare meglio le proprie richieste, finendo per chiedere al governo interventi strutturali. Oltre all’annullamento del progetto, i manifestanti chiedono l’abrogazione della legge sugli investimenti strategici, che istituisce procedure accelerate e corsie preferenziali per gli investimenti in settori considerati critici, quali energia, infrastrutture, agricoltura e turismo; l’abrogazione del cosiddetto “Pacchetto Montagna”, che facilita gli investimenti nelle aree montane del Paese; l’abrogazione della legge 21/2024, che apporta modifiche alla normativa riguardante le aree protette, facilitando gli investimenti in zone precedentemente considerate tutelate. La ribattezzata “Rivoluzione dei Fenicotteri” chiede, infine, le dimissioni del primo ministro Edi Rama e del suo governo.

Rama sta reagendo alla pressione dei manifestanti schivando le loro richieste e rivendicando il piano: «Portatemi il progetto e lo annulleremo! Com’è che non avete niente da portare perché non c’è nessun progetto?», ha scritto Rama all’indomani della prima contestazione, sostenendo implicitamente che le proteste sarebbero montate sul nulla perché non ci sono ancora i fogli. «A breve, quando il progetto sarà pronto, lo presenteremo sicuramente pubblicamente, come sempre facciamo con i grandi progetti degli architetti internazionali, soprattutto per un investimento storico come questo». Coi giorni, il primo ministro non ha cambiato posizione ed è tornato sulla questione con toni analogamente provocatori: ieri, mentre si trovava in visita a Teodo, in Montenegro, per un vertice sull’allargamento dell’UE ai Balcani, ha pubblicato un video del lussuoso “Porto Montenegro” in cui loda la buona realizzazione del progetto; esso, sostiene Rama, avrebbe dovuto essere realizzato in Albania, ma gli investitori canadesi sarebbero stati spinti ad andarsene dal Paese per colpa di un gruppo di honxhobonxho (termine colloquiale albanese analogo a “buono a nulla”, che indica una persona di poco valore) e a puntare su un’altra località.

Perché sono diventata vegetariana: il mio punto di vista

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Perché diventare vegetariani? In un mondo dominato dall’industria, che ha trasformato il cibo in catena di montaggio e gli esseri viventi in prodotti da consumare, perché compiere una scelta tanto radicale? Come si fa a mettere in discussione qualcosa che ci è stato insegnato fin dall’infanzia come normale, inevitabile, perfino naturale? E soprattutto: cosa significa davvero diventare vegetariani? Basta una convinzione morale? Basta vedere la sofferenza degli animali per cambiare davvero le proprie abitudini?

Attorno al vegetarianismo esistono ancora moltissimi pregiudizi e semplificazioni. Dall’idea che una dieta vegetariana indebolisca il corpo, fino al più antico e radicato degli argomenti: «si è sempre fatto così». Ma c’è anche un’altra questione, forse ancora più importante, che raramente viene affrontata: perché molte campagne di sensibilizzazione falliscono? Ho deciso perciò di raccontarvi come e perché sono diventata vegetariana. Per tutta la mia infanzia e la mia prima giovinezza consumai carne senza mai pormi il problema se fosse giusto o meno farlo. 

Poi un giorno, per morbosa curiosità, vidi un video sulla macellazione degli animali. Mi piacerebbe dirvi che quel giorno, quando finalmente aprii gli occhi su ciò che accedeva nei macelli la mia coscienza cambiò. Ma non è così che è andata. Ma andiamo con ordine. 

Quel giorno vidi per la prima volta cosa c’era dietro i piatti della nostra tradizione culinaria: dolore. Sentii il panico delle creature che venivano spinte a forza verso la morte, mentre udivano le grida di quelli che venivano sgozzati a pochi metri da loro….  vidi vitellini e agnellini strappati dalle loro madri a poche ore dal parto per essere destinati al macello.

Quando assistetti all’esecuzione di un maialino, piansi. Siamo degli assassini pensai. Ma come si può fare tutto questo? Come si può accettare tutto questo? 

Ma il mio viaggio dentro quelle camere degli orrori non era finito: quando vidi i pulcini maschi triturati vivi al momento della nascita perché non generano nessun profitto per le industrie ovaiole, e vidi le galline adulte, talmente rimpinzate di ormoni della crescita, da avere corpi pieni di tumori ed escrescenze e zampe deformi, sentii l’assoluto disprezzo della vita da parte dell’industria. Quella notte ebbi gli incubi.

Eppure non divenni vegetariana. Ero rimasta sconvolta, provavo un senso di profonda ripulsa morale per ciò che l’uomo aveva fatto, trasformando il bisogno di cibo in una catena di montaggio da film horror

Le mie convinzioni etiche mutarono o meglio si riattivarono, perché il sistema in cui ero cresciuta fin da bambina  e che mi era stato insegnato a considerare accettabile, giusto, lecito mi si parò davanti agli occhi in tutto il suo orrore. Eppure non smisi di consumare carne. La convinzione morale da sola non fu sufficiente a cambiarmi. Perché per quanto possa essere forte una convinzione morale deve scontrarsi con una forza molto più potente e insidiosa: la forza dell’abitudine. Il condizionamento mentale. 

Nella carne che acquistiamo al supermercato comodamente impacchettata e tagliata, privata di qualunque legame con la vita, non identifichiamo un essere senziente. A livello razionale siamo consapevoli che per avere quella carne una vita è stata soppressa, ma quest’informazione non ci sfiora la mente.

Consumiamo il cibo in modo meccanico; e in modo meccanico scegliamo cosa mangiare. Al massimo andiamo alla ricerca di nuovi sapori che stimolino il nostro palato, ma di rado consideriamo il comunissimo atto del mangiare come una questione morale. Il bene e il male non appartengono al cibo; sono questioni alte, elevate; possiamo interrogarci sul bene e sul male quando parliamo di una guerra, di un delitto, di un genocidio; ma come si fa a parlare del bene e del male in rapporto a una semplice salsiccia? 

C’è anche un altro motivo ben più interessante e importante da comprendere: la mente umana istintivamente evita il dolore. Il nostro cervello tende a sopprimere le esperienze dolorose e traumatiche. La consapevolezza della sofferenza di tutti quegli innocenti era troppo dolorosa per me, così la rimossi. Smisi di pensarci. Me ne dimenticai. Di tanto in tanto però il problema della sofferenza degli animali faceva di nuovo capolino nella mia coscienza. Come scrittrice, appassionata di filosofia e di etica, non potevo non ignorare i tanti appelli dei grandi che mi avevano preceduta. Il filosofo tedesco Arthur Schopenhauer si domandava: «Chi è crudele nei confronti degli animali come può essere una buona persona?» Il mio scrittore russo preferito, Lev Tolstoj, disse lo stesso: «Fino a quando ci saranno i macelli, ci saranno anche i campi di battaglia. La grandezza di una nazione e il suo progresso morale si possono giudicare dal modo in cui tratta gli animali».

A poco a poco iniziai a leggere le opinioni e le esperienze di chi aveva smesso di mangiare carne. Ma neanche questo bastò, e qui voglio aprire una piccola parentesi sull’attivismo vegano e vegetariano. Sebbene apprezzi moltissimo le campagne di sensibilizzazione portate avanti dagli attivisti, l’ala più aggressiva di tale attivismo spesso ha un effetto controproducente. Attaccare e criticare chi mangia carne, o cercare di persuaderlo razionalmente, raramente produce un reale cambiamento nell’interlocutore. Chi viene attaccato, criticato o biasimato per le sue scelte, (anche se sono sbagliate) difficilmente sarà pronto a rivederle. Ed è un meccanismo quasi automatico: quando l’altro ti attacca, io mi irrigidisco. Perché quando una conversazione diventa un tribunale morale, quando il dialogo si trasforma in umiliazione pubblica, chi ascolta non cambia idea: si irrigidisce nella sua posizione, entra in una postura difensiva.

Una tesi, per quanto giusta, può sempre essere confutata. Ci sarà sempre chi difenderà il consumo di carne con giustificazioni e argomenti razionali. E anche la consapevolezza etica più sentita dovrà scontrarsi contro quel nemico invisibile che si chiama abitudine, che indebolisce i nostri propositi, snerva le nostre azioni, rende fiacca la nostra volontà. Ma allora cosa si può fare? Come diventai vegetariana?

Attraverso qualcosa di più potente ed elementare della morale e della ragione. Il rinforzo positivo e l’emotività. E i social ebbero un ruolo cruciale in tutto questo. Iniziai a seguire profili di attivisti vegani, proprietari di rifugi, semplici amanti degli animali che convivevano con mucche, agnellini, anatre, pulcini, capre, maiali… e li trattavano al pari degli animali domestici. Perché queste creature, proprio come i cani e i gatti che tanto amiamo, sono capaci di provare affetto, attaccamento, gioia, allegria, amore. E non potei non ritrovare in questi esseri le stesse emozioni provate dai miei cani. Nel vederli in un contesto diverso da quello del macello, cessai di operare quella sciocca divisione che ci spinge a dividere gli animali in animali domestici, meritevoli di cure, affetto e amore, e animali destinati a diventare scatolette, insaccati e fettine.

E questo riconoscimento non avvenne più in modo razionale, ma avvenne a livello più profondo e immediato. Quei video inoltre contenevano sequenze d’immagini tenere, positive, allegre e si sedimentarono perciò nel mio cervello. L’algoritmo dei social, progettato per riproporti sempre gli stessi contenuti, fece il resto: ogni volta che accedevo sui social, a ogni ora del giorno e della notte, mi trovavo davanti occhi dolci, empatici e mansueti che chiedevano soltanto di poter essere amati.

Tre settimane dopo smisi di mangiare carne. E da allora non l’ho più toccata. La tecnologia e il rinforzo positivo riuscirono a vincere l’unico impedimento che fino ad allora mi aveva impedito di diventare vegetariana: la forza dell’abitudine. Naturalmente la consapevolezza e la conoscenza sono necessarie per un sensibilizzarci e spingerci ad abbracciare una diversa consapevolezza etica, ma credo serva e sia utile anche far leva sull’aspetto emotivo delle persone, tenendo conto che siamo più portati, a livello cerebrale, a ricordare e ricercare le emozioni positive rispetto al dolore.

C’è infine un ultimo punto che vorrei affrontare, perché alle volte chi sceglie di diventare vegetariano o vegano deve fare i conti con un enorme pregiudizio. Stendiamo un velo su coloro che sostengono che la dieta vegetariana sia dannosa per la salute, tesi priva di qualunque validità scientifica e smentita da decenni di pratica; ma quando diventai vegetariana, mia madre mi disse: sì, okay, fai tutto questo, ma cosa speri di ottenere? A cosa pensi servirà? Se smetti di mangiare carne, al massimo potrai salvare soltanto una decina di mucche e una ventina di galline! 

Questo è uno dei pregiudizi e dei loop mentali più antichi e radicati di tutti. Sto parlando del «e che differenza fa?» E anche se facessi qualcosa a che servirebbe? Posso davvero cambiare le cose? Certo, se potessi davvero cambiare il mondo, allora ne varrebbe la pena, ma se ciò che faccio non sarà sufficiente a cambiare il mondo, a che scopo farlo? Questo modo di ragionare lo si può sintetizzare nel «o tutto o niente». Pretendere di poter e di dover cambiare il mondo con le nostre azioni è egocentrismo all’ennesima potenza. Ogni cambiamento, grande o piccolo che sia, richiede tempo. Tutti i cambiamenti dell’umanità ci hanno messo secoli, se non millenni per realizzarsi. E se anche dessimo retta ai più pessimisti e fosse vero che non si potrà mai sradicare del tutto il consumo di carne, l’idea che una cosa meriti di essere fatta soltanto se comporta una vittoria piena, totale, assoluta, «tutto o niente» per intenderci, non è altro che un pregiudizio. Ogni singola vita conta, non importa se un milione di creature saranno sacrificate per saziare le nostre tavole, anche solo salvarne qualche centinaio dalla stessa sorte è già abbastanza.

* NOTA DELLA REDAZIONE: Gli articoli contenuti nella sezione “punti di vista” non rappresentano necessariamente la linea editoriale de L’Indipendente, ma sono contenuti che decidiamo di ospitare nella convinzione che possano favorire la riflessione e alimentare un dibattito consapevole tra i lettori.

Nigeria, attacco a una scuola: rapiti 7 studenti

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Un gruppo di uomini armati ha fatto irruzione in una residenza fuori da un campus scolastico nigeriano, rapendo sette studenti; uno di essi è riuscito a fuggire ed è stato preso in custodia. L’attacco è avvenuto nella zona di Kaura Namoda, nello Stato nordoccidentale di Zamfara. Il portavoce della polizia ha affermato che non è chiaro dove siano stati portati gli studenti, ma sono in corso le operazioni per liberare i restanti sei. La Nigera è da tempo al centro di rapimenti e attacchi nelle aree nordoccidentali.

Libano: Hezbollah rifiuta la tregua senza fine dell’occupazione proposta da Israele

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«Esortiamo i funzionari libanesi a porre fine alla farsa e all’umiliazione dei cosiddetti negoziati diretti, e piuttosto a radunare l’intera popolazione attorno a uno Stato sovrano la cui autorità possa imporre ai suoi avversari il rispetto delle proprie decisioni». Termina così il comunicato del segretario di Hezbollah, Naim Qassem, con il quale annuncia che il movimento ha rifiutato l’accordo di cessate il fuoco raggiunto tra le autorità centrali del Paese e Israele. La risposta di Hezbollah era prevedibile: l’accordo subordinava la tregua alle attività del gruppo e collegava direttamente la fine dell’invasione israeliana e il ritiro delle truppe dal Paese allo smantellamento di Hezbollah. Gli scontri, dunque, continuano. Nella giornata di ieri, Israele ha rilanciato i bombardamenti in Libano e rilasciato nuovi ordini di evacuazione dall’area meridionale del Paese, spingendo la popolazione a nord del fiume Zahrani. L’Iran, intanto, ha ribadito che un accordo con Washington deve prevedere anche la fine dell’invasione in Libano e l’interruzione delle aggressioni israeliane.

La risposta di Qassem è arrivata ieri attorno alle 20, ma il rifiuto di Hezbollah era prevedibile sin dall’uscita del comunicato delle delegazioni libanese e israeliana: lo stesso segretario ha evidenziato come l’accordo risultasse un «tentativo di collegare l’esistenza del movimento di Resistenza ai negoziati per la fine delle ostilità o al ritiro “israeliano”». L’intesa raggiunta da Libano e Israele non prevedeva il ritiro delle truppe israeliane dal sud del Paese, e le legittimava a portare avanti le proprie operazioni militari contro Hezbollah; al Partito di Dio (traduzione letterale del nome del gruppo), invece, veniva negata la possibilità di rispondere alle aggressioni. Le parti, inoltre, invocavano lo smantellamento di Hezbollah. Autorizzando Tel Aviv ad attaccare Hezbollah e vietando a Hezbollah di rispondere, l’accordo finiva di fatto per legittimare l’invasione israeliana e attribuire la responsabilità delle aggressioni israeliane a Hezbollah.

Ieri gli scontri sono continuati. Le IDF hanno rilasciato un generico ordine di evacuazione per tutti i cittadini del sud del Paese, affermando che avrebbe continuato la propria avanzata e invitandoli a spostarsi a nord del fiume Zahrani. Stamattina, invece, sono arrivati ordini per località situate nell’area di Sidone, primo grande centro a nord del fiume Zahrani; ai cittadini viene chiesto di evacuare le case e spostarsi ad almeno 1.000 metri di distanza dai villaggi e dalle città, in aree aperte, probabilmente in vista di un bombardamento. Gli stessi attacchi aerei sono continuati tanto ieri quanto oggi: secondo il Ministero della Salute libanese, dal 2 marzo Israele ha ucciso almeno 3.516 persone e ne ha ferite altre 10.674. Anche l’UNIFIL, la missione dell’ONU in Libano, ha segnalato di avere ricevuto un attacco, in seguito al quale è stato ucciso un casco blu di nazionalità serba; l’autore dell’attacco è ignoto e Israele ed Hezbollah si sono accusati vicendevolmente.

Il preannunciato naufragio del tentativo di imporre lo scioglimento di Hezbollah condotto da Israele e autorità centrali del Paese dei Cedri prolunga lo stallo nelle trattative tra USA e Iran. I negoziati tra le parti procedono a passo lento, ma continuano a sbattere contro il rifiuto israeliano di abbandonare la propria campagna militare in Libano; continuando a mediare tra Beirut e Tel Aviv, Washington pare stare provando a separare le trattative, puntando al raggiungimento di due accordi distinti per terminare la guerra. L’Iran, tuttavia, sta mantenendo salda la propria posizione di supporto all’alleato libanese.

Meno ore di lavoro, stessi o migliori risultati: cosa emerge dal nuovo studio australiano

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settimana corta

Lavorare un giorno in meno senza ridurre lo stipendio e senza perdere produttività. Per anni è stato considerato poco più di un esperimento difficile da applicare su larga scala. Oggi, però, le evidenze a favore continuano ad accumularsi. Un nuovo studio realizzato in Australia ha osservato che la settimana lavorativa di quattro giorni non solo non ha prodotto cali di produttività nelle aziende coinvolte, ma in diversi casi è stata associata a risultati migliori e a una riduzione del burnout tra i dipendenti.
Condotto dalla Deakin University, lo studio ha seguito per due anni 15 piccole e medi...

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