domenica 11 Gennaio 2026
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Roma, primi 4 indagati per il crollo della Torre dei Conti

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La procura di Roma ha iscritto i primi indagati per il crollo della Torre dei Conti ai Fori Imperiali, avvenuto il 3 novembre e costato la vita all’operaio 66enne Octav Stroici, rimasto sepolto sotto le macerie per oltre 11 ore. Sono quattro tecnici — un ingegnere e tre architetti, tra cui il responsabile unico del progetto — coinvolti nel restauro dell’edificio. Dopo l’elezione di domicilio, i magistrati si preparano ad avviare accertamenti irripetibili, tra cui l’analisi delle macerie. L’inchiesta procede per disastro colposo, omicidio e lesioni colpose, ipotizzando una mancata valutazione dei rischi strutturali e una validazione inadeguata del progetto.

Israele: raid dell’IDF in tutta la Cisgiordania, riprende l’assedio di Tubas e Aqaba

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TUBAS, CISGIORDANIA OCCUPATA – È ricominciato domenica mattina l’assedio a Tubas e Aqaba, nel nord della Cisgiordania occupata. Il rumore dei droni è continuo, le strade sono vuote, i negozi chiusi. I militari hanno occupato alcune case e le hanno trasformate in caserme, mentre continuano a perquisire abitazioni in varie parti della città. Il coprifuoco è nuovamente in vigore. La popolazione aveva appena ricominciato a vivere normalmente, dopo quattro giorni di occupazione militare che aveva comportato la detenzione di almeno 200 persone, il ferimento di 70, la perquisizione di circa 500 abitazioni e il danneggiamento di infrastrutture civili, soprattutto nella cittadina di Tamun. Nel frattempo, attacchi contro la popolazione sono in corso in tutta la Cisgiordania, tra arresti, perquisizioni e detenzioni di civili.

La nuova aggressione israeliana è la seconda parte dell’Operazione Five Stones, le Cinque Pietre, che rappresentano i villaggi presi di mira: Tamun, Tayasir, il campo profughi di al-Faraa e le città di Aqaba e Tubas. Luoghi dove, per Israele, rischia di insediarsi il “terrorismo”, ossia la resistenza armata palestinese. Un’operazione “preventiva”, secondo il comunicato rilasciato dalle IDF e dallo Shin Bet. I palestinesi, invece, la identificano come una scusa per continuare il loro progetto di annessione territoriale, partendo dal nord e dal sud della Cisgiordania. Tubas è la porta d’accesso alla Valle del Giordano, una delle zone più ambite dagli israeliani, dove la pulizia etnica è già in uno stadio molto avanzato. Solo dal 7 ottobre 2023 sono quasi 100 le comunità beduine palestinesi che sono state forzate a lasciare la propria terra nell’area, che rappresenta circa il 30% della Cisgiordania.

Ieri, lunedì 1° dicembre, i militari hanno lasciato dei volantini agli abitanti di Tubas, con un testo che è una chiara minaccia nei confronti della popolazione. All’interno esplicitano infatti i loro piani i causare danni alla popolazione della città: “La vostra zona è diventata un rifugio per il terrorismo. Le forze di sicurezza israeliane non accetteranno in alcun modo questa situazione e agiranno con forza e determinazione contro il terrorismo. E se non prenderete l’iniziativa di cambiare questa realtà, allora agiremo con determinazione, come abbiamo fatto a Jenin e Tulkarem“. Il riferimento è alle due città del nord i cui campi profughi sono chiamati “le piccole Gaza della Cisgiordania”, per via della distruzione massiva di migliaia di case, strade, infrastrutture. Almeno 40 mila le persone sfollate da ormai dieci mesi dai campi profughi di Tulkarem e Jenin, tuttora occupati dalle IDF. Le quali continuano, “invitando” alla delazione, “chiunque trasporti, nasconda o conosca la posizione di armi e non lo segnali è considerato un diretto partecipante in azioni terroristiche, anche se le armi non appartengono a lui. Per la sicurezza vostra e della regione, segnalate immediatamente eventuali armi nascoste o terroristi che si muovono nelle vostre vicinanze.”

I volantini che i militari israeliani hanno lasciato agli abitanti di Tubas in cui esplicitano i loro piani di causare danni alla popolazione della città

Nella mattina di oggi, la casa del prigioniero Ayman Ghanem, nella città di Aqaba, è stata distrutta dai bulldozer israeliani, in una chiara azione di vendetta verso la famiglia del detenuto. Intanto, nel resto deti territori occupati, due ragazzi sono stati uccisi dai militari israeliani nel giro di poche ore questa mattina. Si tratta del 18enne Mahmoud Asmar, morto a seguito delle ferite da arma da fuoco riportate a Umm Safa (nord di Ramallah) e del 17enne Muhammad al-Zughai, ucciso a Hebron. Il corpo del giovane Asmar è stato sequestrato dall’IDF.

Attacchi in tutto il territorio

Mentre l’attenzione sulla Palestina cala in tutto il mondo, la violenza d’Israele sembra dunque colpire con sempre più forza in Cisgiordania occupata: solo ieri, oltre l’operazione in corso a Tubas e Aqaba, i militari di Tel Aviv hanno occupato alcune case a Jenin e a Al-Zawiya (ovest di Salfit), sfollando gli abitanti per renderle postazioni militari, e ha perquisito le abitazioni. Nella mattinata, forze dell’IDF hanno invaso in gran numero i villaggi di Beit Fajjar e al-Ubeidiya nel governatorato di Betlemme, detenendo 44 palestinesi e interrogandoli prima di rilasciarli. Altri 11 i palestinesi rapiti dalle loro case e interrogati in due villaggi nella periferia di Ramallah. WAFA riporta inoltre di danneggiamenti e furti all’interno delle abitazioni. Nella stessa giornata le IDF hanno fatto irruzione nella sede dell’Unione dei Comitati di Lavoro Agricolo ad al-Bireh e di Hebron, hanno danneggiato le sedi e sequestrato diversi computer e documenti prima di imporre ordini di chiusura militare sul cancello. Almeno 5 feriti nei tafferugli scoppiati nel quartiere a causa del grosso dispiegamento dei militari, tra cui due bambini colpiti da proiettili di gomma. Questa misura arriva nel mezzo di una continua escalation contro le istituzioni che operano nel settore agricolo e nei servizi alla comunità, che svolgono un ruolo fondamentale nel rafforzare la resistenza degli agricoltori e delle comunità rurali in tutte le province. Le autorità israeliane ieri hanno poi emesso un ordine di demolizione contro la scuola Khallat Umayra a est di Yatta, che ospita 54 studenti dalla scuola materna alla quarta elementare, e a una casa nella stessa zona.

Ma non è finita qui: sempre lunedì, alcuni coloni israeliani hanno rubato un trattore agricolo a un agricoltore palestinese a ovest di Gerico, mentre stava arando la sua terra. Il furto è avvenuto sotto la protezione dell’esercito israeliano e il mezzo è stato trasferito in un avamposto illegale vicino al monte Quruntul. Nelle stesse ore, a sud di Yatta altro coloni armati provenienti dall’illegale settlement di Susiya, protetti dall’esercito hanno sradicato 850 olivi e viti, distrutto il contenuto di un locale agricolo e vandalizzato recinzioni di filo spinato. infine altri coloni hanno fondato un nuovo avamposto illegale a est di Mikhmas, nei pressi di Gerusalemme, installando case mobili sui terreni appena occupati. Le forze armate israeliane hanno protetto l’azione, dispiegandosi nele strade e nei quartieri per impedire ai palestinesi di protestare contro il nuovo furto di terre.

Queste forme di repressione sono usuali in Cisgiordania, dove esercito e coloni continuano con la loro studiata violenza per forzare i palestinesi ad andarsene minando a tutte le loro forme di sostentamento e di organizzazione sociale. A coronare il tutto, la notizia recente della promozione a ruolo di vice-commissario del comandante dell’Unità speciale della polizia di frontiera responsabile dell’esecuzione dei due palestinesi a Jenin pochi giorni fa. Il video dei due uomini giustiziati nonostante le mani in alto in segno di resa, ha fatto il giro del mondo. È stato Ben Gvir in persona a consegnargli la promozione, che sembra essere stata consigliata dai vertici militari. Un chiaro gesto che certifica non solo l’impunità che le classi dirigenti israeliane assicurano ai propri bracci armati, ma un diretto sostegno ad azioni che violano apertamente il diritto internazionale.

L’esercito respinto da Filosofia: l’Università di Bologna dice no al corso per ufficiali

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L’Esercito vuole studiare filosofia: tre anni di lezioni per 180 crediti formativi complessivi per «creare un pensiero laterale e dare la possibilità di pensare in maniera differente, uscendo dallo stereotipo». Il capo di Stato Maggiore, Carmine Masiello, aveva deciso nei mesi scorsi di avviare un percorso universitario in filosofia per i giovani ufficiali dell’Accademia di Modena. L’obiettivo era formare quindici ufficiali all’interno di un regolare corso di laurea dell’Università di Bologna. Ma la proposta è stata respinta dal Dipartimento di Filosofia, che — secondo Masiello — avrebbe detto no «per timore di militarizzare la facoltà». Sul tema non si è fatta attendere la reazione della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che ha definito «incomprensibile» e «inaccettabile» la decisione dell’Ateneo.

Il caso è venuto alla luce lo scorso sabato, quando il generale, intervenendo sempre a Bologna agli Stati Generali per la Ripartenza, ha denunciato pubblicamente l’episodio, aggiungendo di essere rimasto «sorpreso e deluso» dalla decisione dei docenti. Nel giro di poche ore si è acceso il consueto carosello di dichiarazioni indignate: la ministra dell’Università, Anna Maria Bernini, si è detta «delusa» dalla scelta di Unibo, sostenendo che «un dipartimento che teme la militarizzazione davanti a un percorso di studi rischia di compromettere la funzione stessa del sapere». Galeazzo Bignami ha parlato di un «pessimo esempio di esclusione», mentre il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha rivendicato su X l’urgenza di avere «forze militari più preparate e più colte possibile», aggiungendo un commento rivolto agli stessi docenti: «quegli ufficiali che loro rifiutano sdegnati, oggi, domani e sempre, saranno pronti a difenderli ugualmente, ove e in caso fosse necessario».

A parlare a nome dell’Università è stato il rettore Giovanni Molari che, invece di rivendicare apertamente la decisione del dipartimento, ha preferito una difesa d’ufficio, definendo la vicenda «una scelta autonoma del dipartimento». Molari ha poi precisato le modalità con cui si sarebbe dovuto tenere questo corso: in pratica, i docenti si sarebbero dovuti recare all’Accademia di Modena per tenere lezione direttamente in caserma, con l’Esercito che si era reso disponibile a sostenere i costi di docenza. Tuttavia — ha spiegato il rettore — i costi sarebbero stati superiori rispetto ai normali contratti per il personale. Dai docenti coinvolti non sono arrivati commenti ufficiali.

In realtà, la questione non è esplosa all’improvviso. Già dal mese di ottobre, all’interno della facoltà di Filosofia circolavano documenti, dubbi e discussioni sull’ipotesi di attivare un curriculum dedicato agli ufficiali dell’Esercito. A dichiararsi apertamente contrari erano stati, innanzitutto, i collettivi studenteschi, ma anche docenti, ricercatori e personale TAB che, sull’onda delle grandi proteste di quei giorni contro il genocidio a Gaza, avevano denunciato il progetto come una forma di “normalizzazione” della presenza militare in università. «Troviamo inaccettabile che si possa anche solo pensare un corso esclusivo per chi produce morte e devastazione nei nostri territori – avevano dichiarato dal CUA, il Collettivo Universitario Autonomo – Questo curriculum è l’ennesima prova che i nostri atenei si stanno piegando alle logiche della guerra e del riarmo. Con un genocidio ancora in corso, non possiamo ignorare che retoriche belliciste e accordi per la produzione di armi passano anche dalle università».

In realtà, la richiesta di attivare corsi dedicati al personale militare non è una novità: negli ultimi anni sono già stati avviati percorsi formativi specifici per gli allievi delle Forze armate a Modena, Reggio Emilia e Torino, senza suscitare particolare clamore. Questa volta, però, l’opposizione organizzata degli studenti e dei collettivi ha avuto un peso decisivo, convincendo il direttore del dipartimento, Daniele Guidetti, a fare marcia indietro e a rinunciare all’accordo con l’Esercito.

Il caso, però, sembra destinato a non chiudersi qui. Tanto che lunedì è intervenuta direttamente la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, anche lei con toni tutt’altro che distensivi: «Una decisione incomprensibile – ha scritto in un post un gesto inaccettabile e lesivo dei doveri costituzionali che fondano l’autonomia dell’Università». Il Ministero della Difesa ha già lasciato intendere che l’interlocuzione con gli atenei continuerà, mentre una parte della maggioranza chiede apertamente che l’università «non si chiuda» alle esigenze delle Forze armate.

Blackout telecomunicazioni: Lampedusa e Linosa isolate da una settimana

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Da una settimana Lampedusa e Linosa sono isolate da internet e telefono a causa della rottura del cavo sottomarino in fibra ottica che collega le isole alla Sicilia. Funzionano solo alcune linee Tim e connessioni satellitari private come Starlink, con gravi disagi per residenti e servizi: uffici, banche e poste sono senza rete, i POS inutilizzabili e non è possibile prelevare contanti. Il cavo, lungo 57 chilometri e partente da Licata, sarebbe stato danneggiato da un’imbarcazione, ma le cause non sono certe. I lavori di riparazione sono stati rallentati dal maltempo. Il sindaco Filippo Mannino ha chiesto l’intervento della Protezione civile, segnalando rischi per l’ordine pubblico.

Il processo per le torture nel carcere di Santa Maria Capua Vetere rischia di essere affossato

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Uno dei processi più importanti della storia recente del nostro Paese rischia di essere silenziosamente disinnescato. Il dibattimento per le violenze e le torture inflitte ai detenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere il 6 aprile 2020, in piena ondata pandemica, potrebbe infatti subire una battuta d’arresto fatale dopo tre anni di udienze e decine di testimonianze agli atti. Nello specifico, la minaccia giunge da un ricorso alla Corte Costituzionale che alcuni difensori dei 105 imputati intendono sollevare, contestando la recente sostituzione del presidente del collegio giudicante. Una mossa che le parti civili temono possa essere un pretesto per far deragliare l’intero procedimento.

La vicenda processuale si è complicata dopo che il presidente originario, Roberto Donatiello, è stato trasferito alla Corte d’Appello di Napoli. Al suo posto è subentrata la magistrata Claudia Picciotti, che ha prontamente proseguito il calendario delle udienze verso una possibile sentenza nel 2026. Tuttavia, nella cornice dell’ultima udienza, alcuni avvocati difensori hanno chiesto alla Corte di sollevare una questione di legittimità costituzionale presso la Consulta, sostenendo una violazione del principio del giudice naturale precostituito per legge (articolo 25). Contestualmente, hanno anche formalmente richiesto alla Corte d’Appello di Napoli il provvedimento che dispone il trasferimento del giudice Donatiello. Secondo molti osservatori, si tratterebbe di una strategia dilatoria, finalizzata a rallentare il processo nella speranza che per alcuni imputati il reato di tortura possa essere derubricato a lesioni, divenendo così soggetto a prescrizione. La decisione spetta ora alla giudice Picciotti, che dovrebbe pronunciarsi nel merito già in occasione della prossima udienza.

Nella primavera del 2020, durante le prime settimane di lockdown a causa della pandemia da Covid-19, nel centro di detenzione campano scoppiarono violenti tafferugli sfociati dalle proteste dei detenuti a causa della difficile situazione sanitaria e il sovraffollamento delle celle, che rendevano impossibile il distanziamento sociale. Le telecamere di sicurezza ripresero la reazione brutale della polizia penitenziaria, che utilizzò manganelli, calci, pugni e testate contro i detenuti, spesso inermi e barcollanti. In seguito a questi eventi, diversi agenti furono sospesi dal servizio. Il processo avviato dall’inchiesta della Procura ha ipotizzato per circa cinquanta pubblici ufficiali il reato di tortura, fattispecie introdotta nel 2017, sottoposta negli ultimi anni al fuoco di fila dei principali azionisti della maggioranza di governo: all’inizio della legislatura, Fratelli d’Italia ha infatti presentato un progetto di legge alla Camera per abrogare il reato di tortura e istigazione alla tortura, proponendo invece l’introduzione di una nuova aggravante comune per adempiere agli obblighi internazionali derivanti dalla Convenzione contro la tortura (CAT), mentre il leader leghista e vicepremier Matteo Salvini ha più volte promesso ai poliziotti del Sap l’abrogazione del reato.

Il sindacato di Polizia Penitenziaria Uspp ha chiesto ripetutamente il reintegro degli agenti che, dopo i fatti, furono sospesi, affermando che la sospensione avrebbe causato gravi difficoltà economiche ai poliziotti penitenziari, soprattutto a quelli con posizioni considerate meno gravi. Grazie all’intervento di Andrea Delmastro, Sottosegretario alla giustizia del governo guidato da Giorgia Meloni, 22 agenti erano stati riammessi in servizio nell’agosto del 2023. Nell’estate dello scorso anno, sono stati raggiunti da altri sei membri della polizia penitenziaria coinvolti nel processo, che hanno ottenuto il reintegro. Nel settembre 2024, poi, altri 9 agenti sono potuti tornare al loro posto di lavoro.

La tangentopoli ucraina è arrivata al cerchio magico di Zelensky

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Un sistema di tangenti e appalti truccati nella società statale dell’energia nucleare Energoatom, con richieste del 10-15% su vari contratti. È l’accusa avanzata dalle agenzie anticorruzione NABU e SAPO nei confronti di politici e imprenditori ucraina che avrebbero rubato allo Stato una cifra tra i 75 e i 100 milioni di euro. L’inchiesta ha portato alla luce un sistema radicato, capace di prosperare nell’ombra sfruttando l’emergenza bellica come scudo politico, malgrado la retorica riformatrice del governo. La tangentopoli ucraina si è trasformata in un terremoto politico che si spinge fino al “cerchio magico” di Volodymyr Zelensky che, quando arrivò governo nel 2019, portò con sé una trentina di fedelissimi provenienti dal mondo dello spettacolo. Oggi, travolti da scandali e defezioni, di quel gruppo non è rimasto più nessuno.

Fra i principali indagati figura Timur Mindich, imprenditore ed ex socio di Zelensky nello studio di produzione Kvartal 95 fondato prima dell’elezione, individuato come presunto “deus ex machina” della pista corruttiva e fuggito in Israele poco prima delle perquisizioni. Le rivelazioni del deputato Oleksiy Goncharenko e del giornalista Volodymyr Boiko hanno portato alla luce un documento della NABU in cui si sostiene che l’oligarca avrebbe sfruttato la legge marziale, la sua amicizia con Zelensky e i legami con funzionari ed ex funzionari per arricchirsi illegalmente. Tra gli indagati figurano anche l’ex vicepremier Oleksiy Chernyshov, sospettato d’aver ricevuto 100mila euro e l’ex ministro dell’Energia (poi ministro della Giustizia) Herman Halushchenko. La ministra dell’Energia, Svitlana Hrynchuk, non ancora incriminata ma accusata d’omessa vigilanza, s’è dovuta dimettere. Nell’inchiesta è coinvolto anche Rustem Umerov, il capo del Consiglio di sicurezza nazionale, ex ministro della Difesa, che il leader ucraino ha scelto al posto del dimissionario Andry Yermak, per guidare la delegazione ucraina ai negoziati sul piano di pace. Il suo nome è emerso come possibile anello di congiunzione tra il sistema di tangenti e alcuni appalti nel settore della difesa, in particolare in relazione a forniture gestite da un gruppo che ruotava attorno a Mindich.

Per Zelensky il colpo è politico prima ancora che giudiziario. Il presidente aveva costruito il proprio consenso sulla promessa di sradicare le pratiche corruttive che affliggono l’Ucraina da decenni. Ora è proprio il suo cerchio magico a finire sotto accusa. E questo, come ha rimarcato lo stesso presidente Donald Trump dopo i colloqui in Florida, “complica le cose”. L’Operazione Midas è la radiografia di un sistema che si è arricchito lucrando sulla guerra e che, nonostante i proclami e gli appelli alla trasparenza, continua a replicare i suoi antichi vizi, mettendo in luce le fragilità di un sistema di potere accentratore, incapace di accettare critiche e incline a premiare la lealtà più dell’efficienza.

L’opinione pubblica assiste con crescente sfiducia, mentre tra gli alleati internazionali serpeggia il timore che lo scandalo possa indebolire non solo Zelensky, ma la credibilità stessa di Kiev nel momento più delicato del conflitto, in cui il piano di Trump per risolvere la crisi ucraina sta prendendo forma, nonostante i tentativi di sabotaggio degli “alleati” europei. Proprio ieri, Zelensky ha ricevuto un forte sostegno dal suo omologo francese Emmanuel Macron, che ha ribadito l’impegno degli europei per ottenere «una pace giusta e duratura». In conferenza stampa accanto al presidente francese, il leader ucraino ha nominato i tre punti al centro delle discussioni di questi giorni: la questione territoriale, il problema dei finanziamenti per la ricostruzione e le garanzie alla sicurezza da parte di Stati Uniti ed Europa. Punti che saranno all’ordine del giorno dell’incontro odierno tra l’inviato americano Steve Witkoff e Vladimir Putin. La Russia, ha spiegato il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov, conta di avere dalla delegazione americana maggiori informazioni sulle proposte americane concordate con i negoziatori ucraini. Intanto, Mosca rivendica la liberazione e il controllo di Pokrovsk, città del Donetsk fulcro della guerra da mesi, e di Volchansk, nel Kharkiv. Secondo l’Institute for the Study of War (Isw), le forze russe hanno realizzato a novembre il loro più grande avanzamento sul terreno in Ucraina nell’ultimo anno, conquistando circa 700 chilometri quadrati.

Incendio Hong Kong, arrestate 13 persone per omicidio colposo

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La polizia di Hong Kong ha arrestato 13 persone con l’accusa di omicidio colposo a seguito dell’incendio nel complesso residenziale Wang Fuk Court, che ha distrutto sette torri e provocato almeno 151 vittime. Le prime verifiche indicano che il rogo è stato favorito da materiali e impalcature non conformi: reti plastiche, polistirolo e ponteggi di bambù che avrebbero accelerato la propagazione delle fiamme. Nei giorni successivi al disastro, le autorità hanno avviato un’indagine su presunti casi di corruzione e negligenza durante i lavori di ristrutturazione, mentre sale l’indignazione pubblica per le responsabilità su prevenzione e controlli.

Il movimento contro la militarizzazione delle scuole sta ottenendo importanti vittorie

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scuola osservatorio militarizzazione

Nel periodo in cui l’Italia sta per spendere la cifra più alta di sempre per la difesa (34 miliardi di euro complessivi, con un incremento di 1 miliardo in un solo anno) e il ministro della Difesa Crosetto ha annunciato una proposta di legge per reintrodurre il servizio militare in Italia, il movimento che si oppone alla militarizzazione delle scuole sta ottenendo importanti vittorie. Sono infatti numerosi gli eventi previsti negli istituti scolastici e universitari che sono stati cancellati grazie alle proteste di insegnanti e studenti.
Si parte da La Spezia, dove, alle scuole superiori, sare...

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PNRR, via libera all’ottava rata da 12,8 miliardi

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La Commissione Europea ha dato il via libera all’erogazione dell’ottava rata del PNRR all’Italia, dal valore di 12,8 miliardi di euro. La Commissione ha certificato che l’Italia ha raggiunto i 32 obiettivi previsti per l’ottenimento della rata, che includevano tra le varie cose, i settori della pubblica amministrazione, degli appalti pubblici, dell’occupazione, dell’istruzione, del turismo, delle energie rinnovabili e dell’economia circolare. In totale, dall’avvio del Piano, sono stati trasferiti all’Italia oltre 153 miliardi di euro complessivi, oltre i due terzi della cifra totale.

Esclusiva: il racconto dei tre italiani feriti dai coloni israeliani in Palestina

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DA TUBAS – PALESTINA OCCUPATA. «Quando abbiamo aperto la porta ci siamo trovati di fronte una decina di coloni israeliani a volto coperto. Due avevano dei fucili, gli altri dei bastoni, hanno iniziato a picchiarci con bastoni, calci e pugni». R. è una dei quattro internazionali – 3 italiani e un canadese – feriti all’alba di ieri, 30 novembre, in un agguato dei coloni nel villaggio palestinese a Ein al-Duyuk, nella Valle del Giordano. È stanca e ancora scossa, mentre racconta quanto accaduto in un’intervista telefonica a L’Indipendente. Chiede di non rivelare il suo nome per paura di nuove rappresaglie e ricomincia il racconto di una storia che appare incredibile, ma all’ordine del giorno nella Cisgiordania occupata. «A un certo punto hanno anche preso il caffè dalla cucina e hanno detto “vi piace il caffè arabo? Vi piace il caffè arabo?” E ce l’hanno buttato addosso», testimonia un’altra delle ragazze italiane aggredite. «Ci hanno preso a calci in faccia, ci hanno picchiato con i calci dei fucili nelle costole, sulle gambe, sulle braccia… il ragazzo che era con noi è quello che sta peggio, l’hanno anche ripetutamente colpito ai genitali».

I coloni sono violenti e fuori controllo. Nelle case i palestinesi e gli stranieri che vivono in Cisgiordania si danno i turni di guardia. R. spiega come è iniziato tutto: «Di solito gli attacchi non vengono mai fatti dopo le 3 di notte, più o meno è quella l’ora in cui il nostro turno di sorveglianza finisce». Erano circa le quattro quando abbiamo sentito delle voci e abbiamo visto la luce di una torcia; delle persone fuori dalla porta dicevano Italians italians wake up, Jews, jews” (italiani sveglia, ci sono gli ebrei). Questo era evidentemente fatto apposta per farci pensare che erano dei palestinesi che stavano cercando di avvertirci perché erano arrivati i coloni. Quindi un po’ nella confusione, svegliandoci di soprassalto, siamo andati alla porta e l’abbiamo aperta. Sono entrati i coloni e hanno iniziato a colpirci come furie. Ci hanno anche spruzzato del liquido addosso che pensiamo fosse alcol, e continuavano a chiederci da dove venivamo, che cosa facevamo lì, a dirci che dovevamo andarcene e non tornare mai più».

I quattro internazionali sono attivisti di Faz3a, la campagna palestinese attiva in Cisgiordania occupata che porta solidarietà nelle comunità sotto attacco da militari e coloni israeliani. Il racconto avviene da Ramallah, dove sono tornati per riposare a seguito delle cure nell’ospedale di Gerico. «È difficile dire quanto sia durato, però pensiamo più o meno una ventina di minuti – continua R. – I coloni sono andati via portandosi tutti i nostri averi, quindi telefoni, passaporti, gli zaini con tutto quello che avevamo, vestiti e quant’altro. Sono andati via dicendoci di nuovo che non dovevamo tornare. Appena sono spariti le persone del villaggio sono arrivate a soccorrerci, in realtà ci hanno detto che già stavano arrivando appena hanno sentito le urla, ma mentre salivano dalla collina hanno sentito che i due coloni armati stavano caricando i fucili, e quindi si sono fermati perché gli avrebbero sparato. I coloni gli hanno anche tirato delle pietre».

La violenza dei coloni contro i palestinesi è infatti ancora più grande. Se è vero che con gli internazionali si “limitano” solitamente ad attacchi squadristi di stampo intimidatorio, quando affrontano i palestinesi non si fanno problemi a causare ferite gravissime e, non di rado, a uccidere.

Secondo un rapporto dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA), sono almeno 700 i palestinesi a essere stati feriti nei 1600 attacchi fatti dai coloni dall’inizio del 2025. Il numero – che calcola solo gli attacchi con danni alle proprietà o vittime – è quasi raddoppiato rispetto all’anno passato. Enormi i danni alle proprietà palestinesi, dove spesso vengono prese di mira le infrastrutture idriche ed elettriche. Anche il numero di palestinesi uccisi dalla violenza colona è esploso: dal 7 ottobre 2023 sono stati almeno 34, inclusi tre bambini. 20 di essi sono stati uccisi dai coloni, mentre gli altri 14 sono stati colpiti dai proiettili di coloni e militari dell’esercito che sparavano fianco a fianco, testimoniando una totale collaborazione nello stesso intento di pulizia etnica. Sono almeno 3200 i palestinesi costretti a lasciare la propria casa e la propria terra proprio a causa del terrorismo dei coloni e delle restrizioni amministrative e demolizioni imposte da Tel Aviv. La maggior parte delle persone sfollate appartiene alle comunità beduine che risiedono nelle aree C, ossia le zone sotto il totale controllo amministrativo israeliano ma che – in base al diritto internazionale – dovrebbero essere parte dello Stato di Palestina.

La completa impunità assicurata ai coloni, specialmente dal 7 di ottobre, la legittimazione da parte di Tel Aviv della politica di occupazione e annessione illegale delle terre palestinesi e l’inazione internazionale nonostante il genocidio in corso, hanno dato carta bianca ai circa 700mila coloni presenti in Cisgiordania. Il ministro della sicurezza Ben Gvir si era impegnato per regalare loro circa 100 mila fucili, donati alle “squadre di sicurezza” delle colonie, le famose “settlers security”, che assomigliano molto alle milizie che nella storia italiana abbiamo conosciuto al tempo del fascismo. Secondo l’organizzazione israeliana per i diritti umani Yesh Din, almeno il 93% delle inchieste aperte dai giudici israeliani sulle aggressioni dei coloni si è chiuso senza condanne.

«Sì, a noi hanno fatto male, contusioni, ematomi vari, però è un minimo rispetto a quello che fanno continuamente ai palestinesi», conferma l’attivista. «La famiglia da cui eravamo ospiti ci ha quindi soccorso subito e ci ha portati in ospedale». «Noi eravamo lì a fare quella che preferiamo chiamare presenza solidale, perché non è più protettiva; ormai i coloni agiscono apertamente dato il silenzio della comunità internazionale anche dopo i due anni di quello che succede a Gaza. La nostra presenza permetteva almeno alle persone del villaggio di riposare un po’, e di poter dormire senza dover stare svegli tutta la notte temendo attacchi», continua. «Questo attacco è anche un attacco alla solidarietà internazionale. L’hanno fatto per spaventarci, per mandarci via. Ma non ce ne andremo da Ein al-Duyuk. Né dalla Cisgiordania sotto occupazione».