Almeno 16 persone sono morte in una esplosione di una miniera illegale di carbone nello Stato indiano di Meghalaya, situato nell’area nordorientale del Paese. Secondo le autorità altre persone potrebbero essere rimaste intrappolate nella miniera. Le operazioni di soccorso non sono ancora terminate, ma sono state momentaneamente interrotte a causa della mancanza di attrezzatura. La miniera è una cosiddetta miniera a tunnel di topi, definita così per i suoi tunnel particolarmente stretti; esse erano ampiamente utilizzate negli Stati nordorientali dell’India, ma sono state vietate nel 2014, a causa dell’elevato numero di vittime per cause ambientali.
La Patagonia brucia ancora: in fumo 60mila ettari di foresta
È passato oltre un mese dall’inizio degli incendi nella Patagonia argentina, ma le fiamme continuano a divorare il Paese. A ora si stima che circa 60mila ettari di terreno siano stati inghiottiti dagli incendi, che si stanno concentrando nelle province di Chubut, Río Negro, Neuquén e La Pampa. Tra le aree più colpite, quella del parco nazionale di Los Alerces, patrimonio dell’umanità dell’UNESCO che ospita alberi millenari. Le fiamme stanno venendo alimentate dalle forti raffiche di vento, sotto la spinta delle temperature elevate. Per contenere i danni, sono stati schierati centinaia di vigili del fuoco e all’inizio di gennaio sono state effettuate evacuazioni di massa dalle aree maggiormente colpite. Il governo ha stanziato 100 milioni di pesos per finanziare le operazioni dei pompieri, ma le associazioni di categoria lamentano l’assenza di reali misure straordinarie, sostenendo che tale cifra sarebbe piuttosto uno stanziamento ordinario imposto dalla legge.
È difficile quantificare i danni degli incendi che – da ormai lo scorso dicembre – stanno devastando la Patagonia. In questo momento sono attivi roghi in diverse aree del Paese, tra cui in quattro diversi parchi nazionali, come quelli di Lago Puelo, Nahuel Huapi e Lanín. Il più colpito tuttavia è il parco patrimonio UNESCO di Los Alerces, nella provincia meridionale del Chubut, dove dimorano alberi di oltre 2.600 anni: qui, secondo i media locali, sarebbero bruciati almeno 15mila ettari di foresta, e sarebbero stati dispiegati 247 membri dell’Agenzia Federale per le Emergenze. Proprio la provincia del Chubut è quella maggiormente interessata dagli incendi, che stanno minacciando strade, abitazioni e luoghi di lavoro; le stesse operazioni antincendio, riportano i media, stanno riscontrando diverse difficoltà: in diverse occasioni i pompieri sarebbero stati costretti a procedere a piedi, aprendosi la strada tra terreni impervi e sentieri angusti con motoseghe e utensili manuali. Certe aree sarebbero risultate inaccessibili a causa dell’eccessiva pericolosità. In generale, le condizioni meteorologiche stanno contribuendo alla propagazione delle fiamme, tra temperature elevate, forti venti e bassa umidità relativa.
Le fiamme non stanno risparmiando neanche le città della provincia del Chubut; tra i centri urbani più coinvolti figura El Hoyo, dove – riportano i media – sono stati evacuati cittadini e residenti, e sono state distrutte 70 case. Colpite anche Puerto Patriada ed Epuyén, dove a inizio gennaio sono stati evacuati circa 3.000 turisti. Le fiamme sono giunte anche nelle province di Río Negro, Neuquén e Santa Cruz, dove il governo ha annunciato lo stato di emergenza. La misura stanzia oltre 100 milioni di euro e dovrebbe accelerare l’assegnazione di risorse, l’assistenza e il coordinamento intergiuridico. Eppure, i vigili del fuoco la pensano diversamente: «Questi fondi non costituiscono un contributo straordinario o un aiuto aggiuntivo per gli incendi boschivi che hanno colpito la Patagonia, ma corrispondono al rispetto della legge», ha dichiarato ai giornali la Federazione dei Vigili del Fuoco Volontari di Chubut. Secondo la Federazione, tale cifra farebbe parte di fondi ordinari già previsti dalla legge, e non di misure emergenziali. In generale, l’amministrazione Milei sta venendo duramente contestata per i tagli alla spesa pubblica condotta negli anni di governo, che – secondo i critici – avrebbero ridotto le risorse per gestire le emergenze.
È morto Corrado Carnevale, il giudice “ammazzasentenze” che scarcerava i mafiosi
Si è spento all’età di 95 anni Corrado Carnevale, una delle figure più discusse e controverse della storia giudiziaria italiana. Ex primo presidente della Prima Sezione Penale della Corte di Cassazione, è passato alla cronaca con l’appellativo di “giudice ammazzasentenze” per il sistematico annullamento di provvedimenti a carico di mafiosi che segnò la sua carriera negli anni Ottanta e Novanta. Finito alla sbarra con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, Carnevale – di cui furono accertati i legami con i mafiosi – fu condannato in appello e poi assolto in Cassazione. La sua parabola, tra i presunti favori a Cosa nostra e una successiva riabilitazione politico-mediatica, resta un capitolo assai oscuro nella lotta alla mafia.
Il “metodo” Carnevale
L’attività più controversa di Carnevale, deceduto ieri a Roma, si concentrò nel periodo in cui, dalla metà degli anni Ottanta fino al 1993, presiedette la Prima Sezione Penale della Corte di Cassazione, competente in via esclusiva per i reati di mafia e terrorismo. In quegli anni, il suo operato divenne sinonimo di un garantismo estremo e formale, che portò alla ripetuta invalidazione di sentenze per vizi procedurali. Si è calcolato che le sue pronunce abbiano portato allo svuotamento di circa cinquecento provvedimenti. Il caso esplose a livello nazionale nei primi mesi del ’91, quando la sezione da lui presieduta ordinò la scarcerazione di Michele “il Papa” Greco e di altri quarantadue importanti boss mafiosi, motivando la decisione con la “decorrenza dei termini”. Di fronte a questa ennesima e plateale decisione, Giovanni Falcone, allora direttore generale degli Affari Penali al Ministero della Giustizia, dispose un monitoraggio totale dell’attività di quella sezione. Falcone aveva già individuato pericolose anomalie, avendo accertato rapporti poco chiari tra Carnevale e alcuni avvocati di personaggi di Cosa Nostra, in particolare l’avvocato Giovanni Aricò.
La posta in gioco era altissima, poiché quella stessa sezione sarebbe stata chiamata a giudicare in ultima istanza il Maxiprocesso di Palermo istruito dal pool antimafia. Falcone fece quindi analizzare circa 12.500 sentenze emesse dal collegio di Carnevale. I risultati furono sconvolgenti e spinsero lo stesso Falcone a una drammatica affermazione: «Di queste questioni si può morire». Dall’analisi emerse che i legali dei boss ricorrenti erano sempre gli stessi: Aricò, Angelucci, Gaito. Inoltre, come ricordato dal Procuratore Gian Carlo Caselli, che avrebbe poi mandato a processo Carnevale, si scoprì che quest’ultimo «aveva creato, all’interno della sua sezione, un gruppo di consiglieri “fedeli”, accomunati dall’adesione a un orientamento giurisprudenziale radicale, sedicente quanto astrattamente garantista, assumendo quindi una posizione egemonica che gli consentiva di determinare l’esito delle decisioni».
Per scongiurare il rischio che il Maxiprocesso venisse smontato, si intervenne presso il presidente della Corte di Cassazione, Antonio Brancaccio, chiedendo l’introduzione di un sistema di rotazione che sottraesse a Carnevale il monopolio sui processi di mafia. Brancaccio, che in una conversazione intercettata verrà definito «delinquente» da Carnevale, accolse la richiesta nel maggio 1991. Così, a presiedere il collegio per il Maxiprocesso non fu Carnevale, ma il giudice Arnaldo Valente, che il 30 gennaio 1992 confermò in via definitiva le condanne all’ergastolo per i boss, decretando il trionfo dell’impianto accusatorio di Falcone e Borsellino. La reazione di Cosa nostra non si fece attendere e fu sanguinosa. Si aprì la stagione delle stragi, iniziata il 12 marzo 1992 con l’uccisione a Palermo dell’andreottiano Salvo Lima, considerato il referente politico principale di Cosa nostra. Il nome di Lima si intrecciava anche con quello di Carnevale: diversi collaboratori di giustizia indicarono il magistrato come il “garante” di Cosa nostra a Roma, anello di congiunzione tra Lima e Giulio Andreotti e primo responsabile dell’“aggiustamento” dei processi mafiosi tra il 1987 e il 1992.
Il processo
Proprio il 29 marzo del 1993, il procuratore Gian Carlo Caselli e il pm Antonio Ingroia inviarono a Carnevale una comunicazione di garanzia per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa. Le indagini si concentrarono su alcuni processi da lui presieduti, finiti con assoluzioni, e portarono a intercettazioni telefoniche e all’ascolto di magistrati del suo stesso collegio. Questi ultimi raccontarono delle pressioni subite da Carnevale per annullare sentenze di mafia, anche in procedimenti non da lui diretti. L’8 giugno 2000, Carnevale fu assolto in primo grado “perché il fatto non sussiste”. La Procura di Palermo fece appello e il 29 giugno 2001 la Corte d’Appello lo condannò a sei anni, ritenendo provato il reato. Le motivazioni sottolinearono che erano «incontestabili due fondamentali canali attraverso i quali si sarebbe verificato il contatto tra la mafia e Carnevale»: il primo riguardava «esponenti andreottiani, riconducibili a Cosa nostra, e lo stesso Andreotti», il secondo «alcuni selezionati avvocati legati all’imputato da rapporti preferenziali e che da Cosa nostra venivano, con la consapevolezza del presidente, impiegati come intermediari».
Il colpo di scena finale arrivò il 30 ottobre 2002, quando la Cassazione assolse l’ex presidente di sezione annullando la condanna d’appello. I giudici introdussero un nuovo principio, dichiarando inutilizzabili le testimonianze dei magistrati sulle pressioni subite in camera di consiglio, perché coperte da segreto. La condanna fu così annullata. Poi, nel 2003, una norma inserita in una legge finanziaria voluta dal governo Berlusconi consentì il reintegro in carriera ai pubblici dipendenti assolti. Carnevale, già in pensione dal 2001, poté così tornare in magistratura. Il 21 giugno 2007 rientrò in Cassazione, ma nella sezione civile, così i procedimenti disciplinari a suo carico furono archiviati. Andò in pensione il 9 dicembre 2013, a 83 anni.
È bene ricordare come le intercettazioni che lo riguardano restituiscano un ritratto spietato del personaggio. In una conversazione, Carnevale definì Falcone e Borsellino «due incapaci con livello di professionalità pari allo zero». All’avvocato Aricò disse che Falcone era un «cretino». E sempre riguardo a Falcone, assassinato dalla mafia, ebbe a dichiarare: «Io i morti li rispetto, ma certi morti no», insinuando perfino che il magistrato avesse strumentalmente fatto assegnare la moglie, il giudice Francesca Morvillo, alla Corte d’Appello di Palermo per confermare le sue sentenze. Parole inequivocabili che, al di là del dato squisitamente penale, gettano ulteriori ombre su una figura divenuta parte integrante della recente storia del Paese.
Russia-Ucraina, scambio di 157 prigionieri per parte
Russia e Ucraina hanno condotto il primo scambio di prigionieri dallo scorso ottobre. A tornare a casa 157 prigionieri per parte. Lo scambio è il risultato della seconda tornata di colloqui trilaterali tra i due Paesi e gli USA per la fine della guerra, tenutasi ieri negli Emirati, ad Abu Dhabi.
In India l’acqua è così rara che i ricchi la esibiscono come uno status symbol
Nelle strade soffocanti delle metropoli indiane, il concetto di ricchezza sta acquisendo una forma molto diversa da quella che potremmo immaginare fatta di gioielli, oro, supercar e altri lussi. L’indicatore definitivo del successo sociale è un elemento molto semplice: l’acqua. In India, infatti, l’accesso idrico costante, garantito e sicuro non è per niente scontato. L’acqua in bottiglia è l’unica fonte che si può bere essendo certi di non prendersi qualche malattia. Per i più ricchi, ci sono anche dispositivi tecnologici di ultima generazione che filtrano e “producono” acqua. E non tutte le acque sono uguali.
Molti negozi gourmet delle città indiane stanno organizzando degustazioni di acqua. Con il 70% delle falde sotterranee contaminate, l’acqua pulita è un privilegio nel Paese da 1,4 miliardi di persone. Le bottiglie di acqua provenienti da USA e Cina sono le più economiche e si comprano per circa 20 centesimi di euro. Ma ci sono acque considerate “premium” con costi decisamente superiori, fino a più di 2 euro per bottiglia. Sono quelle provenienti dall’Europa che vengono usate per queste particolari degustazioni. In India, il mercato dell’acqua in bottiglia vale circa 5 miliardi di euro con una crescita del 24% all’anno.
Per le classi abbienti indiane, la dipendenza dalle fatiscenti infrastrutture pubbliche è diventata un rischio inaccettabile, al punto che i ricchi investono nei Generatori di Acqua Atmosferica (AWG). Si tratta di dispositivi che estraggono l’umidità dall’aria, filtrandola e mineralizzandola per produrre acqua potabile. Possedere un AWG significa non dover mai più guardare con ansia il livello dei serbatoi condominiali o attendere l’arrivo incerto di una cisterna. Accanto a questi, proliferano sistemi di filtraggio industriale capaci di trattare l’acqua con una precisione molecolare che la rende più pura di quella in bottiglia, trasformando i locali tecnici delle residenze private in piccole centrali di trattamento acque.
Il mercato immobiliare ha recepito il messaggio con una velocità impressionante. I nuovi complessi residenziali “ultra-prime” non vengono più pubblicizzati solo per le loro palestre o le piscine: la nuova parola d’ordine è “Water-Secure“. Acquistare un appartamento in questi fortini della classe agiata significa comprare l’accesso a impianti di desalinizzazione privati e a circuiti chiusi di riciclo delle acque reflue, capaci di rigenerare ogni singola goccia utilizzata.
Mentre l’élite si rifugia in bolle di sicurezza tecnologica o nell’acquisto di acque “premium”, la maggioranza della popolazione scivola in una vulnerabilità sempre più profonda, dove l’accesso all’acqua potabile è una battaglia quotidiana. La dipendenza dalle infrastrutture pubbliche, spesso contaminate o semplicemente a secco, alimenta il potere di quella che il The Guardian, già dieci anni fa, chiamava “mafia delle autocisterne”. In questo mercato nero legalizzato, i prezzi fluttuano selvaggiamente in base alla temperatura esterna, costringendo le famiglie meno abbienti a spendere una parte sproporzionata del proprio reddito per un bene che, altrove, è dato per scontato.
La disparità è brutale. Per l’élite, l’acqua è un investimento tecnologico discreto, un comfort che scorre silenzioso da rubinetti di design e bottiglie di lusso. Per la classe media è una spesa costante e un’ansia logistica legata alle consegne private. Per i più poveri è invece una questione di ore passate in coda e di rischi per la salute legati a fonti non controllate.
Il boom del mercato idrico indiano è il sintomo di un collasso infrastrutturale che ha trasformato la necessità in opportunità commerciale. Mentre le tecnologie di estrazione e depurazione dell’acqua, così come le degustazioni di acque europee, diventano lo status symbol delle élite, emerge una “disuguaglianza liquida” sempre più profonda. La vera sfida per l’India di domani non sarà solo economica o tecnologica, ma etica: decidere se l’acqua debba restare un privilegio per pochi.
La BCE mantiene invariati i tassi di interesse
La Banca Centrale Europea ha mantenuto invariati i tassi di interesse per la quinta volta consecutiva dopo otto riduzioni di fila. La BCE ha motivato tale decisione affermando che l’inflazione dovrebbe stabilizzarsi sull’obiettivo del 2% a medio termine, livello considerato adeguato per la sanità dell’economia. I tassi di interesse sui depositi presso la banca centrale, sulle operazioni di rifinanziamento principali e sulle operazioni di rifinanziamento marginale rimarranno dunque rispettivamente al 2,00%, al 2,15% e al 2,40%.
“Cagliari città di pace”: il Consiglio Comunale approva il divieto al transito di armi dal porto
Il Consiglio Comunale di Cagliari ha compiuto una scelta simbolica e operativa, approvando un ordine del giorno che impegna il sindaco a opporsi al transito di armamenti nel porto cittadino. Con 20 voti favorevoli, 6 contrari e 2 astenuti, l’aula ha espresso una chiara volontà politica, trasversale alle forze di centrosinistra, per interrompere le operazioni legate al commercio bellico. Il documento impegna l’amministrazione a farsi promotrice presso le autorità competenti di iniziative volte a «interrompere e vietare» la movimentazione di materiali esplosivi, con particolare riferimento a quelli prodotti dalla RWM Italia S.p.A. di Domusnovas, chiedendo anche una moratoria temporanea e l’istituzione di un tavolo di monitoraggio permanente.
L’atto, presentato dai consiglieri di Sinistra Futura e Alleanza Verdi Sinistra, è stato promosso come aderente ai valori dello Statuto comunale, che nel preambolo dichiara l’impegno per «la pace e la non violenza», e richiama espressamente l’articolo 11 della Costituzione sul ripudio dell’Italia alla guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. La decisione fa seguito ad altre mozioni come quella del 2025 su “Cagliari città del dialogo” e a un precedente ordine del giorno del 2018 contro l’esportazione di armi verso lo Yemen. «Dobbiamo garantire sicurezza e trasparenza a tutti i cittadini e sventare potenziali rischi per l’incolumità e la salute», ha dichiarato Laura Stochino, consigliera di Sinistra futura e prima firmataria del provvedimento. Oltre alle motivazioni di sicurezza pubblica, dato che il porto è circondato da aree densamente popolate, l’atto solleva importanti questioni etiche e legali. L’ordine del giorno invoca infatti un rigoroso rispetto della Legge 185/90, che vieta l’esportazione di armamenti verso Paesi in conflitto o responsabili di violazioni dei diritti umani, chiedendo inoltre la realizzazione di un “portale trasparenza” per pubblicare report trimestrali sulle movimentazioni sensibili. Una richiesta di chiarezza rivolta anche a tutela dei lavoratori portuali, che hanno il diritto di conoscere la natura dei carichi che movimentano.
La scelta del Consiglio cagliaritano si colloca in un contesto regionale estremamente teso. La stessa RWM Italia, controllata dal colosso tedesco degli armamenti Rheinmetall, ha chiesto alla Regione Sardegna di raddoppiare i propri impianti nel Sulcis, promettendo trecento nuovi posti di lavoro in un’area colpita dalla crisi occupazionale. Il braccio di ferro che ha visto il governo centrale premere sulla presidente Alessandra Todde per l’approvazione, minacciando persino la nomina di un commissario. La delibera è anche un atto di memoria storica. Come sottolineato in aula, Cagliari non può dimenticare quanto avvenuto nel 1943, quando i bombardamenti alleati ridussero in macerie il centro storico. «Proprio per onorare quella drammatica memoria», si legge negli atti, la città vuole alzare la guardia contro un’economia di guerra che vede spesso la Sardegna inquadrata come piattaforma logistica. La palla passa ora alla Giunta guidata dal sindaco Massimo Zedda, assente al momento del voto ma rappresentato dalla vicesindaca Cristina Mancini, che ha espresso parere favorevole. L’impegno è aprire al più presto il tavolo permanente di confronto con tutte le istituzioni coinvolte, dalla Capitaneria di Porto alla Prefettura, per trovare soluzioni concrete.
Nel frattempo, i portuali di Cagliari hanno risposto all’appello per la Giornata internazionale di azione e lotta del 6 febbraio, che segnerà una mobilitazione storica in più continenti. Oltre a quello del capoluogo sardo, altri dieci porti italiani, da Genova a Palermo, saranno teatro di manifestazioni e scioperi, coordinati con quelli di altri importanti snodi marittimi europei e mediterranei come Bilbao, Tangeri, il Pireo e Mersin. La protesta, convocata da sindacati di base italiani, greci, turchi, marocchini e baschi, nasce da una lunga serie di motivazioni comuni: l’opposizione alla trasformazione dei porti in piattaforme logistiche per la guerra, la denuncia degli effetti negativi dell’economia bellica su salari e diritti, la richiesta di bloccare le spedizioni di armi verso tutti i teatri di conflitto, il rifiuto del piano di riarmo e militarizzazione dell’UE e la resistenza alle privatizzazioni e all’automazione portuale giustificate con lo stesso pretesto militare.
Sudafrica, parte il test umano del primo vaccino anti-Aids africano
Il Sudafrica ha avviato a Città del Capo la prima sperimentazione sull’uomo di un vaccino contro l’Aids sviluppato interamente nel continente africano. Il test è in corso presso la Desmond Tutu Hiv Foundation, al Groote Schuur Hospital, e coinvolge venti volontari sieronegativi. In questa fase i ricercatori valutano la sicurezza del vaccino e la sua capacità di stimolare una risposta immunitaria. Il progetto è promosso da istituzioni scientifiche sudafricane nell’ambito del Brilliant Consortium. Il Sudafrica è il Paese con il maggior numero di persone affette da Hiv/Aids al mondo.
“Lo Stato contro il Movimento per Gaza”: il nuovo numero del Mensile de L’Indipendente
È da oggi disponibile sul nostro sito il nuovo numero del Mensile de L’Indipendente, la rivista rilegata e da conservare al cui interno troverete 80 pagine di contenuti esclusivi, tra inchieste e approfondimenti riguardanti ambiente, diritti, consumo critico e molto altro. Si tratta di notizie che non troverete altrove, perchè noi, al contrario della maggior parte degli altri mezzi di informazione, non ospitiamo pubblicità e non siamo dunque influenzabili da poteri politici e interessi economici. L’inchiesta di copertina di questo mese riguarda la repressione che Stato e istituzioni stanno mettendo in atto contro il movimento per la Palestina, che negli scorsi mesi ha portato centinaia di migliaia di persone a scendere in piazza, in una delle più grandi mobilitazioni recenti del nostro Paese. Nel mirino della polizia e delle procure non ci sono solo gli attivisti, sui quali stanno fioccando misure cautelari, ma anche rappresentanti di spicco della comunità palestinese in Italia, siti di informazione, gruppi solidali e molti altri.
Il mensile de L’Indipendente ha come sottotitolo i tre pilastri che ne definiscono la cifra giornalistica: inchieste, consumo critico, beni comuni. Ogni parola è stata scelta con cura, racchiudendo ciò che vogliamo fare e che, a differenza di altri media, possiamo fare, perché non abbiamo padroni, padrini o sponsor da compiacere. Esse rappresentano i tre punti cardinali che sono alla base del nostro impegno giornalistico: inchieste (per svelare i lati nascosti della politica e dell’economia), consumo critico (per vivere meglio, certo, ma anche per promuovere scelte consapevoli capaci di colpire gli interessi privilegiati) e beni comuni (perché la nostra missione è quella di leggere la realtà nell’interesse dei cittadini e non delle élite oligarchiche che controllano i media dominanti). All’interno del mensile ci saranno poi, naturalmente, approfondimenti sull’attualità e sui temi che caratterizzano da sempre la nostra agenda: esteri, geopolitica, ambiente, diritti sociali.
Questi sono solamente alcuni dei contenuti che potrete ritrovare nel nuovo numero:
- Perchè la Gronelandia è così importante – perchè Washington accelera per l’annessione dell’isola che, tra ghiacci in ritirata e risorse minerarie, è diventata fondamentale per difesa e autonomia tecnologica.
- Come la mafia cinese ha conquistato Prato – faide sanguinose, traffici globali, indagini rallentate da ostacoli diplomatici: nella città toscana, capitale europea del tessile, la criminalità cinese ha costruito un fitto sistema mafioso.
- Il castello di sabbia dell’edilizia globale – la sabbia è la risorsa più estratta al mondo, ma le scorte di quella utilizzata per le costruzioni scarseggiano al punto da aver innescato una crisi globale che mischia geopolitica, ecologia e criminalità.
- Vivere senza bollette – l’autosufficienza energetica è un sogno difficile da realizzare, ma qualcuno ci è riuscito: i racconti di chi vive per davvero staccato dalle reti energetiche nazionali.
Il nuovo numero del mensile de L’Indipendente è acquistabile (in formato cartaceo o digitale) sul nostro shop online, ed è disponibile anche tramite il nuovo abbonamento esclusivo alla rivista, con il quale potreste ricevere la versione cartacea a casa ogni mese per un anno al prezzo di 90 euro, spese di spedizione incluse. Per consultare le modalità dell’abbonamento ed, eventualmente, sottoscriverlo potete cliccare qui: lindipendente.online/abbonamenti.










