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Carburante, prorogato il taglio delle accise

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A due giorni dalla scadenza, il governo ha prorogato fino al 3 luglio il taglio delle accise su benzina e gasolio. Resta invariato lo sconto di 5 centesimi al litro per la benzina, che verrà applicato anche al gasolio, passando dai 10 centesimi attuali. Si tratta di una misura da circa 150 milioni di euro, finanziata attraverso il gettito dell’IVA e messa a punto per mitigare la crisi energetica.

Breve cronistoria dei (falliti) tentativi statunitensi di riprendersi Cuba

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Da quando, il 1° gennaio 1959, i barbudos di Fidel Castro entrarono trionfanti a La Habana, Washington non ha mai smesso di porsi l’annosa questione di cosa fare con Cuba. L’allora nuovo governo di Fidel Castro poneva, a poche miglia dalla superpotenza americana, una sfida politica e una minaccia ideale: era la vetrina del socialismo nell’emisfero occidentale, e rappresentava un modello alternativo a quello statunitense che i vertici della Casa Bianca non potevano tollerare.
La storia delle relazioni tra Cuba e Stati Uniti nasce avvelenata da oltre sessant’anni di sfruttamento e dipendenza col...

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Libano, 3 militari uccisi in un attacco dell’esercito israeliano

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Tre militari libanesi, tra cui due ufficiali e un soldato, sono stati uccisi oggi, sabato 6 giugno, in un attacco israeliano contro un veicolo dell’esercito sulla strada Khardali-Nabatieh, nel sud del Libano. La notizia è stata resa nota dalle forze armate libanesi. In una successiva dichiarazione, l’esercito israeliano ha affermato di aver colpito il mezzo dopo aver individuato quella che riteneva una minaccia per i propri soldati. Secondo Israele, informazioni di intelligence indicavano che Hezbollah stava preparando un attacco contro le truppe israeliane dalla stessa area. L’esercito israeliano ha aggiunto che l’episodio è attualmente oggetto di un’indagine.

”Foglia al vento”, una poesia di Bernard Binlin Dadié (1961)

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Sono l’uomo color di Notte,
foglia al vento, vado in balìa dei sogni.
Sono albero che germoglia in primavera
e rugiada che canta nel cavo del baobab.
Sono l’uomo che dà scandalo,
perchè è contro i formalismi.
L’uomo di cui si ride
perchè è contro le barriere.
Sono l’uomo di cui si dice: “ah, quello là!”
Sono l’uomo che non si può afferrare.

Brezza che ti sfiora e sfugge.
Foglia al vento, vado in balìa dei sogni.

Il capitano della nave
che a prua cerca nel turbine delle nubi
l’occhio possente della terra,
la barca senza vela
che scivola sull’oceano.

Sono l’uomo con sogni infiniti
quante sono le stelle
più rumorosi degli sciami d’api
più sorridenti dei sorrisi dei bambini
più sonori di echi nelle foreste.

La libertà raffigurata dal vento è una figura ricorrente nell’immaginario di tutte le contrade del mondo. Nella fiaba bantu sulla contesa tra l’uragano e la brezza, quest’ultima vince perché sa carezzare il viso del contadino e trasportare semi per far nascere nuove vite. L’uragano è più forte ma perde perché ha soltanto la forza e nient’altro.

Sembra la contesa fra l’uomo che ha sogni infiniti e il potere che lo vorrebbe amministrare e limitare. Bernard Dadié, il poeta e intellettuale ivoriano, nella sua lunga vita, ha saputo rappresentare l’uomo imprendibile, fuori dagli schemi, ma anche l’uomo incarcerato per le sue idee, l’uomo contro ogni barriera e il ministro della cultura nel suo paese liberato (dal 1977 al 1986), l’artista scrittore di teatro impegnato a scavare nella dura realtà e altrettanto innamorato delle leggende meravigliose, l’esponente di primo piano di quel sogno africano utopistico, in cui pareva possibile mantenere le tradizioni e assicurare la giustizia sociale, salvaguardando una qualche convivenza con chi era stato colonizzatore.

Qui Bernard è soltanto poeta, cioè è solo con la sua anima e con i suoi sogni, cerca giuste parole, sa trasformarsi nell’eroe “à la merci des rêves”, in balia dei suoi sogni, come una foglia affrancata dal proprio albero e nello stesso tempo come rugiada accolta da una musica nel cavo del baobab.

Echi nelle foreste, sciami di api, sorrisi di bambini risuonano nei suoi versi come stimoli simbolici, come protagonisti di una parabola naturale, come attori di un rito di nascita e rinascita.

Scriveva Nelson Mandela in una sua poesia che «quando ci liberiamo dalle nostre paure,/ la nostra presenza/ automaticamente libera gli altri», e che «quando permettiamo alla nostra luce/ di risplendere, inconsapevolmente diamo/ agli altri la possibilità di fare lo stesso».

C’è sempre dunque una speciale generosità nel poeta, perché per lui (o per lei) è difficile fare calcoli, è inutile fingere facili sentimenti ma è meglio nasconderli in parte tra parole imprevedibili, mettere a disposizione uno spazio interiore, fare germogliare la verità non farla esplodere, creare dissonanze non conferme.  Perché soltanto la violenza dirompe mentre le foglie, come le parole, hanno un gran bisogno di essere portate un po’ più in là, lasciandosi custodire da una barca senza vela che le trasporterà in nuove terre ignote o semplicemente le renderà pronte a entrare in nuove dimore.

A diventare oggetto di un ascolto, cioè di una verità, di una vittoria.

L’Iran risponde ai raid USA lanciando missili contro Kuwait e Bahrain

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Nuova escalation delle tensioni tra Iran e Stati Uniti nel Golfo Persico. Teheran ha lanciato sette missili balistici contro Kuwait e Bahrain, ma secondo il Comando Centrale americano sei sono stati intercettati dalle difese aeree e il settimo non ha raggiunto il bersaglio. L’attacco segue l’abbattimento di quattro droni iraniani nello Stretto di Hormuz e i successivi raid americani contro postazioni radar costiere iraniane. I Guardiani della Rivoluzione hanno rivendicato il lancio dei missili affermando di aver preso di mira «basi nemiche» nell’area come rappresaglia per i raid americani contro le infrastrutture radar iraniane.

La Procura di Torino smonta il dl Sicurezza: “È contro la Costituzione”

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Potrebbe aprirsi un fronte assai delicato per il Decreto Sicurezza voluto dal governo Meloni. La Procura di Torino ha infatti chiesto di sottoporre alla Corte costituzionale una delle disposizioni più controverse del provvedimento: quella che ha trasformato nuovamente in reato il blocco stradale attuato con il proprio corpo durante manifestazioni e proteste. Secondo la pm Elisa Pazè, la norma rischia di entrare in collisione con diritti garantiti dalla Carta, come la libertà di riunione e il diritto di sciopero. La questione nasce da un procedimento legato a una manifestazione pro Palestina che, nella primavera dello scorso anno, aveva portato all’occupazione di un tratto autostradale alle porte di Torino. Ora la decisione spetta al gip, che dovrà valutare se i dubbi sollevati meritino il vaglio della Consulta.

La vicenda sfocia dall’occupazione della tangenziale Torino-Caselle, avvenuta nel maggio del 2025, da parte di circa duecento manifestanti nell’ambito di una mobilitazione contro la guerra a Gaza. Per alcune delle persone indagate, il magistrato ha già chiesto un decreto penale di condanna, ma nella memoria depositata al Tribunale ha anche sollecitato il giudice per le indagini preliminari a valutare un rinvio alla Consulta. Il nodo è l’articolo 1-bis, comma 2, del decreto legislativo 66 del 1948, come modificato dall’articolo 14 del decreto-legge 48 dell’11 aprile 2025, poi convertito in legge. La norma contestata ha cambiato in profondità il trattamento del blocco stradale: prima della riforma, chi impediva la circolazione con il proprio corpo rischiava solo una sanzione amministrativa tra i 1.000 e i 4.000 euro. Con il decreto Sicurezza, invece, la condotta è tornata penalmente rilevante: se il fatto è commesso da una sola persona, la pena arriva fino a un mese di reclusione o a una multa fino a 300 euro; se l’azione è compiuta da più persone riunite, la sanzione sale da sei mesi a due anni di carcere. Una stretta che, secondo la Procura, finisce per colpire in modo sproporzionato forme di protesta che fanno parte della fisiologia delle manifestazioni.

Secondo la Procura, si legge nel documento, «l’incriminazione del blocco stradale attuata con il corpo lede i diritti di riunione e di sciopero tutelati rispettivamente dagli artt. 17 e 40 Cost, posto che la possibilità che si creino rallentamenti o addirittura blocchi del traffico è connaturata alle manifestazioni, sia che esse si svolgano in forma statica, mediante sit-in, sia in forma dinamica, facendo parte della fisiologia dei cortei l’arresto periodico in certi punti del percorso per consentire al gruppo di non disperdersi e scandire slogan rivolti a sensibilizzare i passanti». In altre parole, trasformare in reato un fenomeno intrinseco all’esercizio dei diritti collettivi rischia di svuotarli di significato. La memoria sottolinea che il legislatore «non ha effettuato un bilanciamento degli interessi in gioco conforme ai valori costituzionali, valutando i fondamentali diritti di libertà individuale e collettiva come recessivi rispetto all’interesse alla circolazione». Se così non fosse, verrebbero incriminati perfino «gli operai che, radunatisi in massa davanti all’azienda, occupando il manto stradale prospiciente, ostacolino la circolazione».

Un ulteriore profilo di illegittimità presente nel Decreto Sicurezza, secondo la Procura del capoluogo piemontese, riguarda la disparità di trattamento rispetto all’art. 1 dello stesso decreto legislativo, che punisce l’abbandono di oggetti o congegni sulla strada. In quel caso, spiega la pm, è richiesto il dolo specifico, cioè la finalità di impedire la circolazione; qui invece basta la consapevolezza di ostacolare, anche se l’obiettivo è semplicemente manifestare o protestare. La Procura ha inoltre rilevato l’assenza di un’emergenza tale da giustificare il ricorso alla decretazione d’urgenza, non essendosi registrato alcun aumento esponenziale di scioperi o proteste nei mesi precedenti.

Mentre a Milano si registrano i primi effetti concreti della nuova normativa che ha reintrodotto il reato di blocco stradale mediante resistenza passiva — con la Procura che a maggio ha notificato la chiusura delle indagini a 13 partecipanti al corteo del 4 ottobre 2025 a sostegno della Palestina e della Freedom Flotilla, una manifestazione che aveva richiamato circa centomila persone — a Torino il clima appare ben diverso. Ora qui spetterà al giudice stabilire se i dubbi avanzati dalla Procura siano o meno manifestamente infondati; in caso contrario, la parola passerà alla Consulta. Un passaggio che potrebbe mettere in discussione uno dei provvedimenti simbolo dell’esecutivo, con il rischio di vedere ridimensionata una delle misure più rivendicate dal governo.

Porto Sant’Elpido, crolla palazzina: un morto e due feriti

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Una palazzina è crollata all’alba a Porto Sant’Elpidio, in provincia di Fermo, probabilmente a causa dell’esplosione di una bombola di gas. L’allarme è scattato poco dopo le 5 in via Trentino, nei pressi della statale Adriatica. Secondo le prime informazioni, una persona è morta nel crollo. Un giovane è stato estratto vivo dalle macerie, mentre i soccorritori sono ancora impegnati nelle ricerche di una donna dispersa. Due anziani, genitori della vittima, sono stati soccorsi e ricoverati: l’uomo all’ospedale di Fermo e la donna, trasportata in eliambulanza, all’ospedale di Torrette di Ancona. Vigili del fuoco e sanitari del 118 sono sul posto.

Due italiani della Flotilla via terra per Gaza sono ancora detenuti in Libia

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Gli attivisti della Flotilla di terra per Gaza, la missione umanitaria che intende rompere l’assedio israeliano sulla Striscia, hanno ormai passato almeno quattro giorni in sciopero della fame. I volontari sono stati arrestati lo scorso 24 maggio a Sirte, città di confine tra la Libia occidentale e la Libia orientale dove erano rimasti bloccati per giorni. Le persone arrestate sono detenute a Bengasi, principale centro della Cirenaica, controllata dalle forze del generale Haftar; in totale sono undici, di cui due italiani, Domenico Centrone e Leonarda Alberizia. Le notizie arrivano col contagocce: la detenzione degli attivisti è stata prolungata recentemente, e ora gli undici rimangono in attesa di una udienza che dovrebbe tenersi la prossima settimana. Da quanto sappiamo, sono tenuti in isolamento e sottoposti a maltrattamenti psicologici, e le visite sono ridotte all’osso; il console italiano è riuscito a incontrare i propri concittadini qualche giorno dopo il loro arresto, ma non è noto se abbia prestato loro visita una seconda volta.

Quando sono stati arrestati, gli attivisti della Flotilla di terra per Gaza erano fermi al confine di Sirte da circa una settimana. La carovana era composta da circa 230 persone, dieci delle quali hanno formato una delegazione per dialogare con gli uomini del regime di Haftar e trattare il loro passaggio. Sono, tuttavia, state arrestate. Gli oltre 200 attivisti rimasti indietro sono stati rimpatriati, mentre la delegazione è stata trasferita a Bengasi. A essi pare inoltre essersi aggiunto Mehdi Bouzguenda, volontario tecnico tunisino arrestato lo scorso 19 maggio mentre lasciava alle sue spalle la carovana per rientrare nel proprio Paese. Dopo oltre una settimana di detenzione, il 2 giugno, spiega la Global Sumud Flotilla, gli attivisti sono comparsi davanti a un giudice che ne ha prolungato il fermo di una decina di giorni. Gli attivisti sono accusati di ingresso illegale nel Paese e raggruppamento sedizioso. Quest’ultima accusa dovrebbe venire estesa anche agli altri 200 volontari.

Gli attivisti denunciano di essere detenuti in isolamento in celle completamente buie dove vengono sottoposti a maltrattamenti psicologici e lunghi interrogatori e viene loro impedito di contattare ambasciate e avvocati. Il console generale italiano in Libia ha visitato i due italiani il 27 maggio, e da allora non è noto se li ha visti nuovamente. In occasione del prolungamento della detenzione, ha presentato una nuova richiesta formale di visita consolare. Oltre a quanto riportato dalla GSF sappiamo poco. Pare certo che lunedì 1° giugno gli attivisti abbiano iniziato uno sciopero della fame e qualcuno anche dell’acqua, come forma di protesta contro la loro detenzione; la GSF riporta anche che alcuni di loro sarebbero stati costretti ad abbandonare la protesta per motivi di salute e che in generale versano tutti in condizioni critiche. Giovedì, alcuni attivisti erano ancora in sciopero della fame, ma non sappiamo se lo hanno prolungato anche a oggi.

Morte di Andrea Purgatori, 4 medici a giudizio

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Quattro medici andranno a processo per la morte del giornalista Andrea Purgatori, scomparso nel luglio 2023. Il giudice dell’udienza preliminare di Roma ha disposto il rinvio a giudizio del radiologo Gianfranco Gualdi, del suo assistente Claudio Di Biasi, della dottoressa Maria Chiara Colaiacomo e del cardiologo Guido Laudani, tutti coinvolti nelle cure del giornalista. L’accusa contestata dalla Procura è quella di omicidio colposo. Il procedimento prenderà il via il 12 gennaio prossimo. Soddisfazione è stata espressa dalla famiglia Purgatori attraverso il proprio legale, Alessandro Gentiloni Silveri, che ha parlato di una decisione che conferma la presenza di gravi errori nella gestione sanitaria del giornalista.

No, l’archiviazione di Dell’Utri non cancella i legami (provati) tra Berlusconi e mafia

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Come diramato nella giornata di ieri dalle agenzie di stampa, il gip del Tribunale di Firenze ha disposto negli scorsi mesi l’archiviazione delle accuse nei confronti di Marcello Dell’Utri nell’inchiesta sui mandanti occulti delle stragi del 1993. Nella medesima indagine era iscritto, fino al momento della sua morte, anche l’ex premier Berlusconi. L’archiviazione – la sesta in totale da circa un trentennio – ha scatenato reazioni da parte dei membri della famiglia Berlusconi e degli esponenti del centro-destra, a partire dalla premier Giorgia Meloni. Quest’ultima ha dichiarato come tale passaggio proverebbe «l’assoluta inesistenza» dei legami tra Berlusconi e la mafia. Una gigantesca falsità smentita dalla sentenza definitiva con cui, nel 2014, Dell’Utri fu condannato per concorso esterno, in cui non solo si provò il patto stipulato da Berlusconi con Cosa Nostra negli anni Settanta, ma anche come esso rimase in atto almeno fino al 1992, anno delle bombe di Capaci e via D’Amelio.

Nello specifico, Dell’Utri era indagato dai magistrati per aver istigato e sollecitato il boss stragista Giuseppe Graviano a organizzare la campagna di attentati nel “continente” nel 1993. Dopo le morti di Falcone e Borsellino, infatti, le bombe furono esportate nelle città del nord e del centro Italia – Firenze, Milano e Roma – provocando 10 morti fra i civili e decine di feriti. Secondo i magistrati, Dell’Utri avrebbe svolto un ruolo di “indicatore dei luoghi” in cui consumare le stragi, al fine di creare un clima di terrore funzionale al progetto politico di Forza Italia. Secondo il gip, evidentemente, mancavano i dovuti riscontri per aprire la strada di un vero e proprio processo. Sui presunti mandanti esterni di quella stagione stragista sta indagando, ancora oggi, anche la Procura di Caltanissetta.

«L’incredibile storia dell’inchiesta di Firenze, mostra una volta di più in quali condizioni si trovi la giustizia italiana, e conferma anche che la sconfitta del referendum di marzo è stata un’immensa occasione perduta per il nostro Paese», ha commentato Marina Berlusconi, concludendo come suo padre sia stato, a suo avviso, «uno dei principali protagonisti della lotta alla criminalità organizzata in Italia». Appresa la notizia, ha voluto pubblicare una dichiarazione anche la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, la quale si è accodata al leitmotiv di giornata affermato come questo tassello rappresenti «l’ennesima conferma di una verità storica e giudiziaria incontrovertibile». «Dopo decenni di indagini e processi – ha detto la premier -, si chiude anche quest’ultimo capitolo con l’unica conclusione possibile, ovvero l’assoluta inesistenza di rapporti tra Silvio Berlusconi e la criminalità organizzata». A detta di Meloni, infatti, «per trent’anni un’intera comunità politica, composta da milioni di italiani che esprimevano liberamente il proprio voto, è stata ingiustamente posta davanti al sospetto infamante che il consenso raccolto nelle urne poggiasse su finanziamenti mafiosi o dinamiche illegali», ma i fatti e le decisioni giudiziarie avrebbero «spazzato via definitivamente ogni ombra: quel dubbio non aveva fondamento allora e non lo ha oggi».

Eppure, le verità definitivamente “storicizzate” dalla giustizia raccontano una realtà ben diversa. Per capirlo, basta leggere la sentenza con cui, nel 2014, la Suprema Corte ha inflitto a Marcello Dell’Utri la condanna a 7 anni di carcere per concorso esterno in Cosa Nostra. Nella pronuncia si legge una ricostruzione assai chiara: «Grazie all’opera di intermediazione svolta da Dell’Utri veniva raggiunto un accordo che prevedeva la corresponsione da parte di Silvio Berlusconi di rilevanti somme di denaro in cambio della protezione da lui accordata da Cosa Nostra palermitana. Tale accordo era fonte di reciproco vantaggio per le parti che a esso avevano aderito grazie all’impegno profuso da Dell’Utri: per Silvio Berlusconi esso consisteva nella protezione complessiva sia sul versante personale che su quello economico; per la consorteria mafiosa si traduceva invece nel conseguimento di rilevanti profitti di natura patrimoniale». Nello specifico, il patto a cui si fa riferimento fu sancito nel 1974, in occasione di un incontro tenutosi a Milano tra Silvio Berlusconi, Marcello Dell’Utri, l’allora capo di Cosa Nostra palermitana Stefano Bontate e il mafioso Francesco di Carlo, e rimase effettivo almeno fino al ’92 (l’anno delle stragi). Con un particolare: i pagamenti di Berlusconi alla mafia non vennero interrotti nemmeno dopo il massacro da parte dei corleonesi ai danni dei mafiosi palermitani nella celebre “Seconda guerra di mafia” all’inizio degli anni Ottanta, con la salita al potere di Totò Riina dentro Cosa Nostra. «L’avvento dei corleonesi di Totò Riina non aveva inciso sulla causa illecita del patto. Berlusconi aveva infatti costantemente manifestato la sua personale propensione a non ricorrere a forme istituzionali di tutela, ma avvalendosi piuttosto dell’opera di mediazione con Cosa Nostra svolta da Dell’Utri. A sua volta Dell’Utri aveva provveduto con continuità a effettuare per conto di Berlusconi il versamento delle somme concordate a Cosa Nostra e non aveva in alcun modo contestato le nuove richieste avanzate da Totò Riina», ha concluso la Cassazione.

Come se non bastasse, nel 2021 la Suprema Corte ha pronunciato un’altra importante sentenza che conferma ulteriormente queste verità, sancendo che scrivere che «la Fininvest ha finanziato Cosa Nostra ed è stata in rapporti con la mafia» sia assolutamente legittimo. Il verdetto in questione ha chiuso il processo intentato dalla Fininvest, holding fondata nel 1975 da Berlusconi, contro il magistrato Luca Tescaroli, il giornalista Ferruccio Pinotti ed RCS, la Casa Editrice che nel 2008 ha pubblicato il loro libro dal titolo “Colletti Sporchi”. All’interno del saggio, gli autori avevano aperto un focus sul tema dei rapporti tra Cosa Nostra e la società di Berlusconi, i cui vertici hanno versato periodicamente 200 milioni di lire «a titolo di contributo» alla mafia. Seguendo la linea dei giudici di primo e secondo grado e respingendo l’ennesimo ricorso della Fininvest, la Cassazione ha effettuato la «verifica dell’avvenuto esame, da parte del giudice del merito, della sussistenza dei requisiti della continenza, della veridicità dei fatti narrati e dell’interesse pubblico alla diffusione delle notizie». Checché ne dicano familiari, politici e giornalisti legati all’universo berlusconiano che, ancora oggi, continuano a negare senza imbarazzi la verità dei fatti.