A tre anni dall’entrata in vigore del decreto Caivano, la giustizia minorile italiana si trova ad affrontare la crisi più grave della sua storia recente. Secondo l’Ottavo Rapporto di Antigone sulla giustizia minorile, intitolato «Non ti credo più», le misure repressive introdotte dall’esecutivo hanno infatti portato per la prima volta al sovraffollamento negli Istituti Penali per Minorenni (IPM), con un aumento della popolazione detenuta del 50 per cento tra il 2022 e il 2025. Un dato che appare ancora più preoccupante se confrontato con l’andamento della criminalità giovanile: le segnalazioni di minori all’autorità giudiziaria non hanno subito un incremento significativo, mentre gli omicidi commessi da under 18 sono rimasti sostanzialmente stabili (27 nel 2022, 25 nel 2023 e 26 nel 2024). Antigone sottolinea infatti come l’esplosione dei numeri nelle carceri minorili non sia dovuta a un progressivo aumento della criminalità, bensì «all’esplosione della reazione penale introdotta con le nuove norme».
Il decreto Caivano, approvato nel settembre 2023, ha rappresentato la più grande svolta repressiva sulla giustizia minorile dall’introduzione del codice di procedura penale minorile nel 1988. I numeri parlano chiaro: tra il 2023 e il 2024 la presenza media giornaliera di ragazzi detenuti è passata da 425 a 556, con un aumento del 30,9 per cento. A fine 2025 i ragazzi ristretti erano 572, con picchi di sovraffollamento in istituti come il Beccaria di Milano e Nisida a Napoli, dove si sono toccate rispettivamente 72 e 74 presenze. Ancora più significativo, riporta la ricerca di Antigone, il dato dei trasferimenti tra istituti, aumentati del 147,9 per cento tra il 2022 e il 2024, una pratica che «impedisce un radicamento territoriale e ogni prospettiva di reintegrazione sociale». Desta particolare allarme la situazione dei minori stranieri non accompagnati, i quali costituiscono il 42,3 per cento della popolazione detenuta nonostante commettano reati meno gravi rispetto ai coetanei italiani. Tra i delitti di violenza sessuale e stalking, il 63 per cento degli autori è italiano, mentre sugli omicidi la percentuale sale all’86 per cento. Eppure, denuncia Antigone, «i minori stranieri hanno minori opportunità nel sistema della giustizia minorile»: costituiscono il 23 per cento dei presi in carico dai servizi sociali, ma salgono al 46 per cento degli ingressi in carcere.
La cronaca degli ultimi due anni restituisce l’immagine di un sistema in ebollizione. Dalle proteste di massa agli incendi, fino ai tragici episodi di violenza istituzionale. Il 22 aprile 2024, 13 agenti della polizia penitenziaria del Beccaria di Milano sono stati arrestati per torture e violenze sui minori, con altri 8 sospesi dal servizio. Le indagini hanno poi portato a 42 indagati e 33 parti offese, per fatti che secondo la Procura configurerebbero una vera e propria «tortura» sistemica, protrattasi dal 2021 al 2024. Il 13 agosto 2025, Danilo Riahi, minore tunisino di 17 anni, si è tolto la vita nel Centro di prima accoglienza dell’IPM di Treviso, poche ore dopo essere stato arrestato e immobilizzato con il taser. L’ultimo suicidio in un carcere minorile risaliva al 2003. A fine 2024, nell’IPM di Casal del Marmo a Roma erano stati registrati 188 episodi di autolesionismo e 17 tentati suicidi.
Il report racconta che, nonostante la crescita esponenziale dei ragazzi in carico ai servizi della giustizia minorile (da 13.658 a fine 2022 a 17.027 a fine 2025, con un aumento del 25 per cento), le risorse destinate al Dipartimento per la Giustizia Minorile sono diminuite dell’1,07 per cento nel 2026. Aumentano solo gli stanziamenti per nuove infrastrutture carcerarie, mentre calano i fondi per le attività di reinserimento. Parallelamente, i finanziamenti per l’accoglienza dei minori stranieri non accompagnati sono passati da 170 milioni del 2016 a 115 milioni del 2026, con una riduzione del 32 per cento. Al 31 dicembre 2025, su circa 17mila minori stranieri presenti in Italia, solo 6.646 avevano un posto nel sistema di accoglienza.
Come abbiamo più volte illustrato, il “decreto Caivano” è intervenuto profondamente sul sistema della giustizia minorile, che fino a pochi anni fa era ritenuto un modello a livello europeo per gli ottimi dati sul reinserimento sociale. Il decreto, permeato dalla filosofia del “punire per educare”, ha previsto l’estensione del DASPO urbano, l’aumento della durata del foglio di via, il potenziamento della facoltà di arresto in flagranza e l’aumento di pena per il reato di spaccio di stupefacenti anche di lieve entità. Esso ha anche introdotto nuove disposizioni come la possibilità del questore di vietare l’utilizzo del cellulare, la reintroduzione della custodia cautelare per i minorenni imputati che tentino la fuga (o anche in via precauzionale, se si ritiene che possano fuggire) e l’impossibilità di ricorrere alla messa alla prova in determinate condizioni, nonché una nuova fattispecie di reato che prevede il carcere fino a due anni per i genitori che non mandano a scuola i figli in età di obbligo scolastico. Il decreto costituisce uno dei più emblematici tasselli di un percorso normativo che, di fronte a fenomeni sociali complessi, punta tutto su un approccio puramente punitivo, in particolare attraverso la moltiplicazione delle fattispecie di reato e delle misure repressive.











