martedì 13 Gennaio 2026
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Honeywell Civitanavi: l’azienda marchigiana nella catena globale della guerra

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L’industria della guerra a stelle e strisce sta allungando sempre più i suoi tentacoli in Italia. Nel cuore delle Marche, nel piccolo borgo di Porto Sant’Elpidio, l’azienda Civitanavi System da un anno e mezzo è stata acquistata da Honeywell, gigante americano che produce armi nucleari, sistemi di puntamento, guida e rilevamento per missili e droni, i cui componenti sono stati ritrovati nelle macerie di una scuola di Gaza. In occasione dello sciopero generale contro la finanziaria di guerra del 28 novembre scorso, l’azienda è stata contestata dagli attivisti del Coordinamento Marche per la Palestina, in presidio dall’alba fino al primo pomeriggio, denunciando la complicità nel genocidio della casa “madre” Honeywell. In realtà, l’azienda marchigiana da anni sta investendo nel settore della difesa e l’acquisizione del 100% delle quote di Civitanavi da Honeywell Italia, (filiale italiana della compagnia statunitense) al costo di 200 milioni di euro, le permette di coronare un sogno: entrare a far parte della catena di approvvigionamento mondiale dei giganti della guerra. 

Il fiuto di Civitanavi per la guerra 

L’azienda è nata nel 2012 e si è specializzata fin da subito nella ricerca, progettazione e produzione di sistemi e sensori inerziali. Nel 2018 ha ottenuto la certificazione per produrre componenti per l’industria civile e militare (droni, carri armati, jet da combattimento) e ha via via ampliato le sue dimensioni, con sedi secondarie a Torino (in corso Francia), a Casoria (NA) e con un’unità produttiva anche nel Regno Unito, a Filton (Bristol). Conta circa 200 dipendenti e un fatturato di 40,72 milioni nel 2024.

Il quartier generale di Honeywell a Charlotte, in North Carolina

Già nel 2022 Civitanavi ha iniziato a collaborare con Honeywell, in particolare nella progettazione e creazione dei sistemi di navigazione inerziale HG2800, utilizzati nell’industria mineraria e nei velivoli militari. L’attuale presidente del CdA e co-fondatore di Civitanavi, Andrea Pizzarulli, fino al 2012 è stato direttore di ricerca in GEM Elettronica, altra azienda marchigiana controllata da Leonardo (al 65%) che produce radar e sistemi «utilizzati nel dominio navale militare e nella sorveglianza costiera». Civitanavi ben presto (2021) è diventata fornitore pluripremiato di Leonardo ed è così entrata nella supply chain del Global Combat Air Programm (GCAP), provvedendo a fornire i sistemi inerziali per i caccia da combattimento di sesta generazione (ex Tempest) prodotti dal consorzio di Bae System (Regno Unito), Leonardo (Italia) e Jaiec (Giappone). 

Nel 2023 ha acquisito una partecipazione del 30% in PV-Labs, società canadese dual use dI imaging aereo per la sicurezza e la sorveglianza, sulla quale ha investito 10 milioni di dollari anche Lockheed Martin, per sistemi di guida necessari all’aereo da trasporto militare CC-130J. Per Andrea Pizzarulli l’interesse di Lockheed Martin è stato motivo di vanto: «Apprendere che Lockheed Martin, un punto di riferimento nel settore, abbia investito in PV-Labs, mostra la valenza strategica del nostro investimento» ha dichiarato in una nota stampa.

Sistemi di puntamento inerziali e il genocidio a Gaza

Frammenti del missile che ha colpito la scuola Onu a Nuseirat il 6 giugno 2024. [Sanad/Al Jazeera]

Con l’acquisizione totale di Civitanavi da parte di Honeywell, sono state integrate la tecnologia dei giroscopi a fibre ottiche (FOG) e MEMS (Micro Electro-Mechanical Systems) di Civitanavi nel portafoglio di Honeywell, «per espandere l’offerta di sistemi di navigazione e stabilizzazione nei settori aerospaziale, della difesa e industriale».  

Honeywell Civitanavi (questo il nome attuale) attualmente produce e commercializza unità di navigazione e puntamento inerziale (ins) a scopo militare, tra cui il sistema Petra per carri armati e veicoli militari terrestri, il sistema Argo 500 per elicotteri e jet civili e militari e il sistema Argo destinato a «jet da combattimento (fighters), e adattabile a nuove produzioni di aerei militari».

Come già ricordato sopra, frammenti di tecnologie Honeywell, sono state trovate a Gaza, tra le macerie della scuola al-Sardi, distrutta da un bombardamento israeliano nel giugno 2024 che uccise 40 palestinesi, di cui la maggior parte bambini. Nello specifico, secondo le analisi di Sanad/Al Jazeera, è stato trovato un frammento di unità di misurazione inerziale di guida del missile, della categoria numero HG1930. Un tipo molto simile a quello che Honeywell e Civitanavi hanno prodotto insieme, il sistema HG 2800, fin dal 2022. Anche nel bombardamento di un’altra scuola palestinese a Gaza nel 2014 furono ritrovati frammenti di queste unità. 

Honeywell e Israel Aerospace Industries (IAI) d’altra parte hanno stretto una solida collaborazione nel settore aerospaziale, sullo sviluppo di sistemi di navigazione per droni Heron, resistenti al jamming (disturbi) del GPS. La collaborazione integra il sistema anti-jamming di IAI con i sistemi GPS/INS integrati di Honeywell. Il sistema è adatto per applicazioni di navigazione militare e ha appena ottenuto la codifica M-Code dall’autorità governativa statunitense. «L’accordo rafforza le relazioni tra le due aziende, che vedono il mercato fiorente e il potenziale di un’attività in crescita» dichiarava nel 2018 Joseph Waiss amministratore delegato di Iai. 

Honeywell e le bombe atomiche 

Un presidio di BDS (Movimento Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni) Marche a favore del boicottaggio di Civitanavi Honeywell

Come riporta il dossier At great cost: the companies building nuclear weapons and their financiers (A caro prezzo: le aziende che costruiscono armi nucleari e i loro finanziatori), del progetto Don’t Bank on the Bomb, Honeywell è anche una delle aziende statunitensi più coinvolte nella fabbricazione e sperimentazione delle armi nucleari. Recentemente, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha ordinato al Dipartimento della Difesa di iniziare i test sulle armi nucleari (pratica che gli Stati Uniti non conducono dal 1992) e, secondo gli analisti della Difesa, l’investimento porterà molti profitti a Honeywell International, BWX Technologies, Chugach Alaska Corp, Jacobs Solutions, Inc., Mele Associates, General Atomic Technologies Corporation. Queste aziende infatti sono specializzate nella costruzione, gestione, supporto e servizi di ingegneria correlati ai siti di test nucleari (Kansas City National Security Campus, Nevada National Security Site e Sandia National Laboratory). Honeywell in particolare, gestisce un sito di test, conduce prove e contribuisce al monitoraggio delle scorte nucleari statunitensi. Honeywell lavora inoltre su strumenti di guida e controllo per l’LGM-35A Sentinel, (prodotto da Northrop Grumman), il nuovo missile balistico intercontinentale statunitense (ICBM), che può trasportare testate nucleari fino alla distanza di circa 11000 chilometri.  Honeywell produce anche sistemi per i missili balistici lanciati dal sottomarino Trident II, e sistemi per la nuova bomba a gravità nucleare B61-12. L’Indipendente ha chiesto ad Honeywell Civitanavi se può escludere che i loro prodotti, una volta che finiscono nelle sedi di Honeywell negli USA, non siano poi utilizzati in mezzi di guerra esportati verso Israele o altri Paesi che violano i diritti umani e come si concilia con il codice etico aziendale produrre sistemi utilizzabili in jet militari, carri armati, missili. L’azienda ha preferito non commentare.

Raid dell’Idf su Khan Yunis, almeno 6 morti, 2 bambini

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Nei nuovi raid israeliani a Khan Yunis sono morte almeno sei persone, tra cui due bambini, secondo fonti palestinesi. Fonti locali riferiscono che un drone ha anche colpito una tenda che fungeva da rifugio per gli sfollati. L’esercito israeliano ha dichiarato di aver colpito un “comandante” di Hamas in risposta a “una palese violazione del cessate il fuoco” dopo scontri a Rafah, dove quattro soldati sono rimasti feriti. Nel pomeriggio di mercoledì è stata consegnata all’Idf una bara che dovrebbe contenere i resti di uno degli ultimi due ostaggi che ancora si trovano nell’enclave palestinese.

Un raro cetaceo è stato avvistato vivo dopo 60 anni di ricerche

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Era dal 1958 che ricercatori di tutto il mondo aspettavano di vedere un esemplare vivo di Mesoplodonte di Nishiwaki, cetaceo dal caratteristico dente sporgente, noto fino ad oggi solo attraverso l'osservazione di poche carcasse spiaggiate. La conferma dell'avvistamento di un branco è avvenuta nei giorni scorsi, al culmine di un percorso di ricerca iniziato in America nel 2020, quando nell'Oceano Pacifico apparve un segnale di ecolocalizzazione. Dopo quattro anni di studi e lavoro sul campo, la nave Pacific Storm intercetta un gruppo di cetacei in superficie, da cui prelevano, attraverso un'app...

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Un nuovo rapporto ONU accusa Israele di “torture sistematiche” contro i detenuti palestinesi

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Torture sistematiche, abusi gravi come percosse, attacchi con cani, elettroshock, waterboarding, violenze sessuali, detenzione amministrativa senza processo, morte di detenuti con totale impunità delle forze di sicurezza israeliane. È quanto emerge dal rapporto del Comitato delle Nazioni Unite contro la tortura (CAT) che, dopo mesi di audizioni e analisi supportate da testimonianze oculari, rapporti medici e migliaia di documenti, accusa Israele di aver adottato «una politica statale di fatto di tortura organizzata e diffusa», descrivendo un sistema che avrebbe normalizzato abusi fisici e psicologici ai danni di prigionieri palestinesi, bambini compresi, e che si sarebbe gravemente intensificato dal 7 ottobre 2023.

Il comitato delle Nazioni Unite, composto da dieci esperti indipendenti, rileva una serie di schemi ricorrenti: percosse, privazione del sonno, minacce contro i familiari, esposizione a temperature estreme, utilizzo prolungato delle manette come strumento coercitivo, posizioni di stress e violenze sessuali. Abusi che sono già stati denunciati da precedenti indagini indipendenti e da ONG. Il rapporto dell’ONU, pubblicato venerdì nell’ambito del monitoraggio regolare del comitato sui Paesi che hanno firmato la convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura, rileva anche i detenuti palestinesi sono stati umiliati «costringendoli a comportarsi come animali o a urinare loro addosso». La “detenzione amministrativa”, utilizzata senza capi d’imputazione né processo, coinvolgerebbe centinaia di palestinesi trattenuti per periodi indefiniti. Secondo gli ultimi dati pubblicati dall’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem sarebbero ben 3.474 i palestinesi in stato detenzione amministrativa. Già in precedenti osservazioni, il Comitato aveva espresso preoccupazione per l’assenza di un reato specifico di tortura nel diritto israeliano e per la possibilità, prevista dal Codice penale, di invocare la clausola di “necessità” come giustificazione dell’uso della forza durante gli interrogatori. Per il Comitato, questa lacuna normativa apre la strada all’impunità per gli abusi commessi contro i detenuti e si contestano le decisioni della Corte Suprema israeliana «che hanno evitato l’apertura di indagini criminali contro agenti della sicurezza nonostante l’uso accertato di tecniche coercitive».

In generale, le condizioni di detenzione restano critiche: sovraffollamento, cure mediche insufficienti e uso esteso dell’isolamento, con almeno 24 detenuti in isolamento prolungato per oltre due anni consecutivi. Il Comitato denuncia, inoltre, la morte di almeno 75 prigionieri palestinesi in custodia dall’inizio del conflitto del 2023, senza che alcuna indagine abbia portato a responsabilità effettive. Il quadro delineato dalle Nazioni Unite è aggravato dalla detenzione e dai maltrattamenti sui minori palestinesi. Il rapporto rileva interrogatori condotti senza la presenza di un avvocato o dei familiari, ammissioni estorte con la coercizione e un uso crescente della detenzione come misura ordinaria e non eccezionale, osservando che l’età della responsabilità penale imposta da Israele è di 12 anni, ma che sono stati detenuti anche bambini di età inferiore. Secondo il dossier, i minori subiscono «gravi restrizioni nei contatti con la famiglia, possono essere tenuti in isolamento e non hanno accesso all’istruzione, in violazione degli standard internazionali». Il Comitato chiede a Israele di modificare la propria legislazione affinché l’isolamento non venga utilizzato contro i bambini.

Il rapporto è stato pubblicato il giorno in cui tre agenti della polizia di frontiera israeliana sono stati rilasciati dopo essere stati interrogati in merito all’esecuzione a sangue freddo di due palestinesi a Jenin. La reazione di Israele, riportata dai media internazionali, contesta le conclusioni dell’ONU, definendole «parziali e prive di fondamento». Tuttavia, il Comitato ribadisce che le prove raccolte sono «coerenti, credibili e convergenti» e che l’impunità resta la norma. La pubblicazione del rapporto accresce le pressioni internazionali e riapre il dibattito sulla compatibilità tra le pratiche di “sicurezza” di Tel Aviv e gli obblighi derivanti dalle Convenzioni internazionali. Per ora, le raccomandazioni restano lettera morta, mentre le carceri e le strutture militari israeliane continuano a essere dei veri e propri centri di tortura.

 

Senegal, proteste degli studenti: scontri con la polizia

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Gli studenti senegalesi sono scesi in piazza nella capitale Dakar per chiedere maggiori aiuti finanziari e sussidi universitari. Per far fronte alle proteste, i vertici dell’Università Cheikh Anta Diop hanno chiesto l’intervento delle forze dell’ordine, e sono scoppiati degli scontri tra manifestanti e polizia. Gli studenti hanno lanciato pietre verso gli agenti, che hanno a loro volto scagliato gas lacrimogeni contro la folla. I disordini in Senegal arrivano in una situazione finanziariamente precaria per il Paese, che secondo dati del Fondo Monetario Internazionale avrebbe un debito pari al 132% del proprio PIL.

Dieci banche europee lanciano Qivalis, la prima stablecoin in euro

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Un consorzio di dieci banche europee ha annunciato la nascita della prima stablecoin in euro che si chiamerà Qivalis (acronimo di “la chiave per il valore”) e sarà lanciata a metà 2026. Tra le banche che hanno dato il via all’iniziativa ci sono anche le italiane Unicredit e Banca Sella. Gli altri istituti sono l’olandese Ing, la belga Kbc, la danese Danske Bank, la tedesca DeKa Bank, la svedese Seb, la spagnola Caixa e l’austriaca Raffeisen Bank International. Oltre a questo nucleo originario si è già aggiunta la francese Bnp Paribas ed i promotori dell’iniziativa hanno aperto l’ingresso a ulteriori banche. La creazione della prima stablecoin in euro si inserisce in un contesto internazionale in cui i cosiddetti token digitali stanno acquisendo sempre più centralità promettendo di trasformare il sistema monetario e di pagamenti mondiale. Il mondo finanziario statunitense, così come quello cinese, già da tempo possiede le sue stablecoin, tra cui la più famosa è Tether, e Trump ha lanciato una sfida in quest’ambito attraverso l’emanazione del cosiddetto Genius Act, il cui obiettivo è mantenere il dominio USA nei sistemi di pagamento. Ancora una volta, dunque, l’Europa si ritrova a inseguire gli Stati Uniti in quella che si prospetta essere una svolta cruciale nel sistema finanziario internazionale. Non a caso i promotori della prima stablecoin ancorata all’euro hanno sottolineato che «L’iniziativa fornirà una vera alternativa europea al mercato delle stablecoin dominato dagli Stati Uniti, contribuendo all’autonomia strategica dell’Europa nei pagamenti».

Dal punto di vista legale-organizzativo, le dieci banche hanno costituito una nuova società con sede nei Paesi Bassi al fine di ottenere la licenza di moneta elettronica, sotto la supervisione della banca centrale olandese. Per quanto riguarda la governance, l’amministratore delegato sarà il manager tedesco Jean-Oliver Sell che di recente ha ricoperto il ruolo di consigliere delegato in Coinbase Germany. Mentre il direttore finanziario sarà Floris Lugt, che guidava il settore dei servizi bancari di risorse digitali del gruppo olandese Ing. A capo del consiglio di vigilanza, invece, è stato chiamato sir Howard Davies, già presidente della britannica Financial Services Authority. I vertici di Qivalis hanno spiegato che l’obiettivo di questo strumento di pagamento digitale, che sfrutta la tecnologia blockchain, è «diventare uno standard europeo di pagamento affidabile nell’ecosistema digitale». Per definizione, infatti, la stablecoin è una valuta pensata per mantenere stabile il suo valore nel tempo, grazie al possesso di riserve equivalenti in asset sicuri come dollari, euro, titoli di stato a breve termine o oro (ad esempio 1 stablecoin = 1 USD). Questa è la differenza principale con altre criptovalute come Bitcoin, con cui le stablecoin condividono solo l’uso della tecnologia blockchain. I loro prezzi sono dunque più stabili rispetto a altri tipi di criptovalute e ciò le rende più adatte a essere usate come strumento di pagamento.

Il problema dell’iniziativa si pone nel suo rapporto con l’euro digitale, evidenziando anche alcune differenze significative con l’impostazione statunitense di regolamentazione delle stablecoin: mentre, infatti, il Genius Act, firmato dal presidente Donald Trump nel 2025 per normare l’emissione e l’utilizzo delle stablecoin, punta all’autonomia del mercato favorendo le stablecoin emesse da privati ancorate al dollaro, l’Ue privilegia un controllo centralizzato per mitigare i rischi sistemici. Con l’adozione del Regolamento MiCA, Bruxelles ha adottato un quadro normativo molto stringente e armonizzato per le criptovalute e, in particolare per le stablecoin, mentre parallelamente la BCE ha sviluppato l’euro digitale, una valuta digitale di banca centrale (CBDC) pensata per mantenere la sovranità monetaria dell’euro e che potrebbe competere direttamente con le stablecoin private, ridefinendo l’impalcatura monetaria dell’eurozona. Al contrario, negli Stati Uniti, Donald Trump ha emanato un ordine esecutivo con cui, all’articolo 5, si vieta l’emissione di una valuta digitale della banca centrale. L’idea è di istituire un sistema di valute e pagamenti non in mano a istituzioni pubbliche, con l’obiettivo di erodere l’illimitato potere monetario della Federal Reserve, avversario numero uno di una parte consistente del partito repubblicano statunitense.

Nell’UE, invece, proprio la volontà di limitare – attraverso la CBDC e una stringente regolamentazione –  le stablecoin ha portato a un contrasto con l’euro digitale, per cui i promotori di Qivalis hanno dovuto spiegare che «la stablecoin non sarà concorrente dell’euro digitale promosso dalla Bce poiché quest’ultimo è un’alternativa al contante e dunque è destinato soprattutto al retail». Hanno quindi sottolineato che questo strumento «Permetterà l’accesso 24 ore su 24, 7 giorni su 7, a pagamenti internazionali efficienti, a pagamenti programmabili e a miglioramenti nella gestione della supply chain […]».

L’istituzione della prima stablecoin ancorata all’euro, come anticipato, va nella direzione di colmare il divario in questo ambito con Stati Uniti, Cina e altri Paesi all’avanguardia. Tuttavia, proprio la pretesa di Bruxelles di una regolamentazione eccessiva alle stablecoin potrebbe essere un ostacolo all’obiettivo di fare di Qivalis una vera alternativa europea non solo al mercato delle stablecoin dominato dagli Stati Uniti, ma anche dalla Cina. Questo potrebbe lasciare l’Ue indietro in quella che si configura come una progressiva trasformazione dei sistemi finanziari e di pagamento in grado di ridefinire la sovranità e il potere monetario delle nazioni, anche in una prospettiva dei rapporti di forza geopolitici.

Sud-est asiatico: oltre 1.300 morti e un milione di sfollati per le alluvioni

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Da giorni i Paesi del sudest asiatico sono colpiti da una ondata di tempeste tropicali e piogge torrenziali che stanno devastando le aree interessate, causando alluvioni e smottamenti. I Paesi più colpiti sono Indonesia e Sri Lanka, dove la conta dei morti complessivi ha superato le 1.200 persone, e quella dei dispersi si aggira ormai attorno a 800 persone. Solo in questi due Paesi, poco meno di un milione di cittadini risultano sfollati, ma le persone coinvolte dai disastri sono quasi 5 milioni. Nei giorni le piogge sono arrivate anche in Thailandia e in misura minore in Malesia, i cui dati sommati a quelli dei Paesi più colpiti, portano il numero dei morti ufficiali almeno a 1.390 persone.

Il Paese più colpito in assoluto dalle alluvioni è l’Indonesia. Le piogge si sono concentrate prevalentemente nelle province di Sumatra, Aceh e Nilas, ma sono arrivate in totale in 50 distretti diversi. Secondo il centro per le emergenze indonesiano, in totale, sono morte almeno 770 persone, 463 risultano disperse, e 2.600 ferite; in tutto il Paese sono state evacuati 746.000 cittadini, ma sono 3,2 milioni i residenti nelle aree colpite dal disastro. Oltre 10.000 abitazioni risultano danneggiate, 3.300 delle quali gravemente; danni anche a quasi 300 ponti, 132 luoghi di culto, 9 strutture sanitarie e 215 scuole e strutture educative. Il presidente Prabowo Subianto ha ordinato lo stato di emergenza e ha promosso un piano per orientare tutti gli sforzi all’aiuto delle persone colpite dalle alluvioni, mobilitando esercito e polizia. Le autorità si sono mosse per installare cucine temporanee e per consegnare cibo, coperte, tende e medicine alla popolazione sfollata. A causa della distruzione delle infrastrutture di connessione come i ponti, gli aiuti stanno venendo consegnati via aria e via mare e l’esercito sta costruendo ponti temporanei per ristabilire le vie di comunicazione terrestri.

Anche in Sri Lanka la situazione risulta critica. A venire colpiti sono 20 dei 25 distretti del Paese. Qui si contano 479 morti, 350 dispersi, e almeno 209.000 sfollati; in tutto sono state colpite almeno un milione e mezzo di persone. In totale sono state distrutte 1.289 case e altre 44.556 abitazioni risultano almeno danneggiate. I media descrivono lo scenario come il peggiore disastro naturale dallo tsunami del 2004, quando un terremoto ha interessato tutto il sudest asiatico uccidendo oltre 200.000 persone di cui almeno 40.000 nel solo Sri Lanka. Anche qui, il presidente Anura Kumara Dissanayake ha diramato lo stato di emergenza e il governo ha semplificato le procedure burocratiche per facilitare l’importazione di beni: sono infatti diversi i Paesi che stanno inviando cibo, medicine e attrezzature allo Sri Lanka; tra questi si contano Emirati Arabi Uniti, Bangladesh e India.

La situazione in Tailandia e Malesia sembra maggiormente sotto controllo, ma resta critica. Le autorità tailandesi hanno lanciato un piano per assistere la popolazione strutturato in tre fasi: la prima si concentra sull’assistenza immediata, come l’allestimento di rifugi temporanei e la consegna di aiuti umanitari; la seconda introdurrà programmi di sostegno economico per le imprese e le famiglie colpite, e la terza punterà al ripristino e alla ricostruzione dei servizi attraverso prestiti. Il governo ha inoltre aperto una campagna di finanziamento privato per supportare le persone interessate dalle piogge e semplificato le procedure per la consegna di aiuti. Nel Paese sono state coinvolte almeno 1,4 milioni di persone in 16 distretti, e si contano 138 morti, 43.000 evacuati e 582.000 case danneggiate. In Malesia, invece, i danni sono ancora marginali, e si concentrano nell’area settentrionale del Paese. Sono stati registrati danni ad alcune infrastrutture, e sono morte almeno 2 persone.

Gli USA fermano le domande di immigrazione per i cittadini di 19 Paesi

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Il governo degli Stati Uniti ha bloccato le domande di immigrazione per i cittadini di 19 Paesi. La decisione arriva dopo il caso di una sparatoria che ha coinvolto due membri della Guardia Nazionale, uno dei quali morto dopo le ferite riportate, in cui il principale sospettato risulta un cittadino afghano. In precedenza, Trump aveva chiesto la revisione dei visti per i cittadini provenienti da Paesi «del terzo mondo». A essere colpiti dalla misura sono i cittadini di Afghanistan, Birmania, Burundi, Ciad, Repubblica Democratica del Congo, Cuba, Guinea Equatoriale, Eritrea, Haiti, Iran, Laos, Libia, Sierra Leone, Somalia, Sudan, Togo, Turkmenistan, Venezuela, Yemen.

Dio e dollari: il Vangelo del potere americano visto dal Texas

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C’è un vecchio adagio nella politica americana che recita: «In Texas, il football è religione e la politica è uno sport di contatto». Ma oggi, nello Stato della Stella Solitaria, i confini tra pulpito, urna elettorale e consiglio di amministrazione si stanno confondendo in un intreccio inestricabile. In Texas si sta infatti consumando un paradosso politico che sfida le categorie tradizionali e si compone di tre elementi: un democratico che predica come un pastore, una miliardaria trumpiana che finanzia la sua ascesa e il tentativo di scardinare il monopolio del partito repubblicano sulla fede....

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Sardegna, l’Antiterrorismo indaga decine di attivisti per le proteste antimilitariste

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La Sardegna torna al centro di un vasto procedimento giudiziario che investe attivisti, collettivi e movimenti impegnati in campagne antimilitariste, anti-carcerarie e di solidarietà internazionale. Sono infatti 36 le persone raggiunte dalla chiusura delle indagini da parte della Direzione Distrettuale Antiterrorismo di Cagliari, con accuse che vanno dall’imbrattamento di edifici pubblici alla resistenza durante manifestazioni, fino a dieci contestazioni per associazione con finalità di terrorismo. Una risposta giudiziaria che collettivi e associazioni del territorio giudicano sproporzionata rispetto ai fatti contestati, sullo sfondo di un clima contraddistinto da una crescente repressione delle mobilitazioni sociali. L’operazione, ribattezzata informalmente “Maistrali”, riprende un copione già visto in Sardegna: maxi-inchieste dagli esiti spesso incerti, come l’Operazione Arcadia o l’Operazione Lince, ancora non del tutto concluse a distanza di molti anni. Secondo quanto riportato nei lanci di agenzia, gli indagati sono accusati di aver organizzato «cortei e manifestazioni alcune senza preavviso alle forze dell’ordine, in occasione delle campagne antimilitariste e anti-carcerarie dal 2020 al maggio dello scorso anno». Secondo gli investigatori, il presunto gruppo avrebbe agito «in tutta la Sardegna» con base nel capoluogo. Altri capi d’imputazione parlano di bombe carta, contestazioni a banchetti politici e danneggiamenti. Le associazioni, per l’ennesima volta dopo le ingenti proteste che hanno caratterizzato l’isola, denunciano un uso strumentale del diritto penale. La risposta della società civile non si è fatta attendere. Il Comitato sardo di solidarietà alla Palestina e l’associazione Amicizia Sardegna Palestina hanno espresso il loro appoggio agli indagati, denunciando una precisa strategia repressiva. In un comunicato congiunto hanno affermato: «La Questura di Cagliari continua ad usare l’accusa di “terrorismo” – mossa in questo caso contro 10 delle 36 persone indagati – per criminalizzare e reprimere le lotte contro la presenza militare in Sardegna, come già in passato con la tristemente nota operazione “Lince”». E aggiungono: «Accuse di terrorismo verso chi protesta mentre i governi imperialisti, Italia in testa, commettono genocidi e crimini di guerra in tutto il mondo. Mentre la NATO e l’Europa marciano a tappe serrate verso la guerra, i “terroristi” sarebbero coloro che si oppongono a questa vergogna». Preoccupazioni condivise dall’associazione Libertade, che ha evidenziato come il crescente dissenso contro «l’economia di guerra», il sostegno governativo al «Genocidio Palestinese» e la «speculazione energetica» stia mobilitando migliaia di persone. Le accuse agli attivisti, osservano, vanno dalla sovversione allo Stato a reati «sempre più utilizzati per reprimere chi manifesta», mentre non mancano episodi recenti di cariche immotivate da parte delle forze dell’ordine. La Cassa Antirepressione Sarda, in una nota, ha dichiarato che le procure si starebbero affannando per «zittire le contestazioni ed il dissenso», al fine di «difendere questa società che vive dello sfruttamento degli ultimi da qualsiasi vento di ribellione, per far sì che corsa al riarmo e guerre genocide possano compiersi senza troppi intralci». Uno scenario che non si limita al solo territorio sardo. A Torino, per esempio, numerosi militanti del centro sociale Askatasuna e del Movimento No TAV si erano visti contestare il reato di associazione a delinquere con finalità eversive, successivamente derubricata in associazione a delinquere – ipotesi poi sgretolatasi nel corso del processo, che ha prodotto solo condanne per reati minori. Il contesto in cui matura l’inchiesta sarda è caratterizzato da una crescita delle mobilitazioni sociali nell’isola, terra ormai da tempo militarizzata e al centro delle esercitazioni atlantiche. Negli ultimi anni, infatti, il network di associazioni impegnate sul territorio ha visto un rafforzamento esponenziale, con numeri in piazza che non si registravano da anni, su temi che vanno dalla solidarietà alla resistenza palestinese, alla lotta antimilitarista, alla contestazione della speculazione energetica. Nel tempo si sono moltiplicati gli episodi di scontro tra forze dell’ordine e attivisti, alimentando un clima che continua a mantenere alta la tensione.