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Bulgaria, l’ingresso nell’euro è disastroso: inflazione alle stelle e procedura di infrazione

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In appena sei mesi l’entusiasmo che ha accompagnato l’ingresso della Bulgaria nell’eurozona ha lasciato spazio alla frustrazione. Il nuovo governo di Sofia si trova stretto tra due fuochi: da un lato i cittadini che di fronte all’adozione dell’euro lamentano alti tassi di inflazione e perdita di potere d’acquisto, dall’alto l’Unione europea che intende ricorrere alla procedura d’infrazione visti gli indicatori di deficit. Secondo le previsioni, infatti, il rapporto tra deficit (la differenza tra uscite ed entrate pubbliche) e PIL sfonderà il tetto del 3% fissato dai rigidi vincoli europei. Per il 2026 il rapporto dovrebbe attestarsi sul 4,1%, crescendo poi di 0,2 punti percentuali l’anno successivo.

«Per la Bulgaria — dice il commissario europeo Valdis Dombrovskis — lo scorso anno il deficit di bilancio non ha superato il 3% del PIL, se si scorpora la spesa aggiuntiva per la Difesa prevista dalla clausola di salvaguardia nazionale. Tuttavia, a partire da quest’anno, il rapporto superiore al 3% non è più interamente spiegato da spese aggiuntive per la Difesa». Visto che il criterio del disavanzo non è rispettato, «la Commissione proporrà di aprire una procedura d’infrazione nei confronti della Bulgaria». Con queste parole, il commissario per l’economia si rivolge a Sofia nell’ambito del semestre europeo, l’appuntamento annuale con cui Bruxelles valuta la traiettoria economica degli Stati membri.

Soltanto sei mesi fa, il 1° gennaio 2026, l’UE brindava alla svolta monetaria della Bulgaria, definendola «un’importante pietra miliare per il Paese, per la storia dell’euro e per l’UE nel suo complesso». «L’euro apporterà benefici pratici ai cittadini e alle imprese bulgari», diceva la Commissione. Ora il Paese deve fare i conti con un’inflazione galoppante, raddoppiata tra gennaio e maggio, quando ha raggiunto il 7% su base annua, il valore più alto dal 2023. Il malcontento per la perdita di potere d’acquisto è diffuso, alimentato soprattutto da quei settori dell’opinione pubblica già in precedenza contrari all’adozione dell’euro. Non spegne gli animi l’intenzione di Bruxelles di procedere, previo confronto con il Comitato economico e finanziario, lungo la via della procedura d’infrazione, che aggraverebbe i già fragili conti pubblici bulgari.

Soltanto poche settimane si è chiusa, con la nomina del governo Radev, una crisi di governo lunga diversi mesi. Bulgaria Progressista, una coalizione di centro-sinistra fondata in occasione dell’ultimo appuntamento elettorale, dovrà ora gestire la pressione proveniente dall’opinione pubblica e da Bruxelles, che stima un rapporto tra deficit e PIL pari al 4,1% per il 2026 e al 4,3% per l’anno prossimo.

Ucraina: come cambia il conflitto, tra droni, UE e rischio NATO

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Il conflitto in Ucraina sta attraversando una fase di profonda mutazione tattica e geopolitica, in cui i primi, inediti segnali di apertura diplomatica si scontrano con una preoccupante escalation militare ed economica. Se da un lato il Cremlino accenna per la prima volta a un possibile dialogo diretto con la leadership di Kiev, forte di una posizione di vantaggio sul terreno, dall'altro la realtà sul campo racconta una storia di logoramento asimmetrico e espansione del conflitto. Tra la massiccia campagna ucraina di droni in territorio russo, la risposta missilistica di Mosca e la progre...

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“Famiglia nel bosco”, archiviata inchiesta sui magistrati del Tribunale

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Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha archiviato l’inchiesta disciplinare sui magistrati del tribunale per i minorenni dell’Aquila coinvolti nel caso della “famiglia nel bosco”, non avendo riscontrato violazioni. La vicenda riguarda una famiglia di Palmoli, in Abruzzo, che viveva in condizioni igieniche precarie e non mandava i figli a scuola. A novembre il tribunale aveva sospeso la responsabilità genitoriale dei genitori e disposto il collocamento dei bambini in una casa famiglia; a marzo era stato allontanato anche la madre. Il caso ha alimentato un acceso dibattito politico, coinvolgendo anche il dibattito pre-referendum sulla magistratura.

Oltre il PIL: la via verso il benessere globale senza distruggere il pianeta

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Global Justice report

Cinquemila euro di reddito medio mensile in ogni Paese del mondo entro il 2100, mantenendo il riscaldamento sotto 1,8 gradi centigradi: è il fine a cui punta il Global Justice Report, presentato ieri a Parigi dal World Inequality Lab, centro di ricerca di Thomas Piketty e Lucas Chancel, all’apertura della terza edizione della World Inequality Conference.

Secondo il rapporto una trasformazione globale che concili l’abitabilità del pianeta con elevati standard di benessere per tutti è possibile, a condizione che vengano soddisfatte simultaneamente tre condizioni che il dibattito corrente tratta quasi sempre separatamente: una rapida decarbonizzazione dei sistemi energetici, cambiamento dei modelli di consumo e riduzione della disuguaglianza di reddito per una vera redistribuzione della ricchezza su scala mondiale a partire dalla riforma dell’ordine finanziario internazionale.

Il World Inequality Lab, ospitato dalla Paris School of Economics, dal 2018 pubblica il World Inequality Report, diventato uno dei riferimenti globali sui dati di reddito e ricchezza. Il Global Justice Report nasce da quel lavoro ma ne ribalta la prospettiva: non più soltanto misurare le disuguaglianze, ma ideare un percorso per superarle entro limiti che non sconvolgano ulteriormente il clima. È, scrivono gli autori, il primo tentativo di rappresentare in un unico modello l’intera transizione, e non le sue singole componenti.

Il documento traduce quella visione in una serie di traguardi al 2100, riuniti in quella che gli autori chiamano “Global Justice Platform”. I numeri di partenza danno la misura del salto: il reddito medio dei Paesi più ricchi supera di sedici volte quello dei più poveri, e la metà più povera dell’umanità possiede appena il 2 per cento della ricchezza mondiale. Il piano punta a portare questa quota al 30 per cento entro la fine del secolo, riducendo nello stesso periodo la fetta in mano alla classe dei miliardari dal 6 allo 0,05 per cento. Per circa il 90 per cento della popolazione mondiale significherebbe raddoppiare il reddito lavorando all’incirca la metà delle ore di oggi.

La leva, però, non è la crescita. Accanto alla decarbonizzazione rapida dei sistemi energetici, il rapporto indica il passaggio dal consumo eccessivo alla “sufficienza”: meno ore lavorate, minore estrazione di materie prime, cambiamenti negli stili alimentari, nell’uso del suolo e nella copertura forestale. È la condizione per restare entro 1,8 gradi di riscaldamento climatico, contro gli oltre 4,5 a cui portano le politiche in vigore.

Per finanziare tutto questo gli autori propongono un Global Justice Fund: un investimento comune pari in media al 10,3 per cento del PIL mondiale ogni anno tra il 2030 e il 2060, contro meno dello 0,4 per cento oggi destinato agli aiuti allo sviluppo e alle organizzazioni internazionali. Le risorse arriverebbero da una tassa globale sui patrimoni, da un fondo sovrano mondiale e da un’imposta sui redditi dei più ricchi del pianeta, dentro una più ampia trasformazione e democratizzazione del sistema economico e monetario internazionale.

La tesi più netta riguarda il rapporto tra giustizia sociale e clima. Per gli autori la riduzione delle disuguaglianze non è un correttivo da applicare a transizione avvenuta, ma la condizione che la rende finanziabile e politicamente sostenibile: senza ridistribuire reddito, ricchezza e potere, tra i vari Paesi e al loro interno, mancheranno le risorse e il consenso necessari a decarbonizzare e a consumare meno. Su un pianeta dalle risorse finite, prosperità condivisa e stabilità del clima reggono soltanto se considerate insieme.

Resta la distanza tra il modello e la realtà. Una tassa globale sui patrimoni e un fondo d’investimento di quelle dimensioni presuppongono un coordinamento fiscale internazionale che oggi non esiste, e nessun governo dispone di uno strumento del genere. Il rapporto stesso lo presenta come un percorso possibile, una via da seguire, e non una previsione di ciò che accadrà.

L’Indipendente vende una parte delle sue quote: tutti potranno comprarle

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Per un editoriale che annuncia un cambiamento importante, di solito si cercano inizi roboanti. Ma sapete che a noi piace andare dritti al punto, senza troppe cerimonie, e quindi ecco la notizia: da oggi tutti potranno diventare soci de L’Indipendente, acquistando una o più quote della società attraverso Mamacrowd, piattaforma di equity crowdfunding autorizzata e vigilata dalla Consob. La seconda notizia è questa, ed è altrettanto importante perché, vista la situazione economica in cui si trovano molti giornali, il dubbio potrebbe venire spontaneo: L’Indipendente non è in crisi e non ha alcun problema di conti. Tutt’altro. Dalla fondazione a oggi, il numero dei lettori abbonati è cresciuto costantemente, così come il nostro fatturato, che è sempre stato reinvestito al 100% per potenziare l’attività giornalistica. Il tutto senza avere nemmeno un euro di esposizione con le banche.

D’altra parte, quando si avviano operazioni come questa su piattaforme ufficiali, la trasparenza è una precondizione obbligatoria: i nostri bilanci sono interamente pubblici e verificabili da ogni potenziale investitore. Perché lo facciamo, allora? Perché abbiamo molte idee in cantiere e perché vogliamo continuare a crescere, in modo più rapido e strutturato. L’ingresso di nuovi capitali, attraverso la cessione di una parte delle quote, ci permetterà di attuare un importante piano di investimenti per rendere L’Indipendente un giornale ancora più forte, più letto e capace di incidere nel dibattito pubblico.

L’obiettivo è raccogliere una somma compresa tra 250.000 e 500.000 euro, che sarà interamente reinvestita per sviluppare ulteriormente la redazione, l’infrastruttura di sito e app, e per mettere in campo i nuovi progetti su cui stiamo lavorando. Se l’operazione avrà successo, potremo compiere in breve tempo una serie di importanti passi avanti. Se invece non dovesse andare in porto, non cambierà nulla: continueremo a crescere passo dopo passo, come abbiamo fatto fino ad oggi. È importante ribadirlo ai nostri sostenitori e anche a chi — ci sono anche loro — vorrebbe vedere spegnersi l’unico giornale nazionale italiano senza padroni, senza padrini e senza pubblicità: L’Indipendente gode di ottima salute ed è qui per restare.

Ci sono poi due aspetti fondamentali di questa operazione che vogliamo chiarire, soprattutto nei confronti dei nostri lettori e abbonati.

Il primo è questo: stabilito che non stiamo chiedendo aiuto e che quindi nessun nostro lettore deve sentirsi “in dovere” di investire per acquistare quote della società, quella che abbiamo avviato è una campagna rivolta a investitori, che possono essere lettori e sostenitori del giornale, ma non necessariamente. Una campagna di equity crowdfunding (anglicismo traducibile come “finanziamento collettivo tramite la cessione di quote societarie”) si rivolge innanzitutto a chi ritiene interessante, dal punto di vista economico, investire una parte dei propri risparmi su un’azienda con importanti prospettive di crescita, nella convinzione che una piccola quota societaria (nel nostro caso acquistabile a partire da 500 euro), possa in futuro generare utili o essere rivenduta a un valore maggiore.

Diventare azionisti de L’Indipendente è un’opportunità per scommettere sullo sviluppo di una realtà editoriale nata da zero nel 2021 e che, in appena cinque anni, è diventata tutto questo: un quotidiano online autorevole da 3 milioni di pagine viste al mese; un’applicazione scaricata da oltre 100mila persone; una comunità social di mezzo milione di utenti; un mensile d’inchiesta e una casa editrice di libri coraggiosi, con 26 mila copie vendute in due anni. Il tutto con bilanci solidi e nessun debito: un’impresa resa possibile da oltre 10 mila abbonati, in costante crescita.

Il secondo aspetto è quello che per noi, e crediamo anche per chi ogni giorno ci legge e ci sostiene, conta più di ogni altro: L’Indipendente rimarrà al 100% un giornale senza padroni e di conseguenza senza conflitti d’interesse. La cessione riguarderà una parte minoritaria delle quote e chi le acquisterà non avrà diritto di voto né alcun potere di influenzare la linea editoriale. La maggioranza e il potere di indirizzo resteranno interamente nelle mani dei tre soci fondatori del giornale: Matteo Gracis (amministratore delegato), Andrea Legni (direttore responsabile) e Giuni De Cesero (responsabile amministrativa). Resterà invariato anche il nostro obiettivo: fare giornalismo senza compromessi, esclusivamente al servizio della ricerca della verità e dei lettori.

Cinque anni fa, presentando la sfida che avevamo lanciato, e provando a spiegare perché la ritenevamo necessaria, avevamo usato queste parole: “Se i problemi del giornalismo italiano sono nelle relazioni troppo strette con il potere economico-politico e nella ricerca affannosa di sponsor, allora bisogna fare un giornale senza padroni e senza pubblicità. Quindi senza compromessi. Un giornale che abbia il coraggio di parlare delle cose importanti – incluse quelle che i media tendono a tacere – e di andare contro le verità di comodo, ma rimanendo rigorosamente ancorato ai fatti. Questa è la nostra sfida”. Oggi possiamo dire con orgoglio che la prima parte di questa sfida è stata vinta. L’Indipendente è diventato un giornale letto, autorevole e capace di incidere nel dibattito pubblico. Ma non ci accontentiamo: vogliamo diventare ancora più importanti e incisivi. Non per ambizione fine a sé stessa, ma perché crediamo che in Italia ci sia bisogno di un forte giornale libero, indipendente e capace di crescere senza piegarsi alle logiche di mercato e dei grandi poteri economici e politici.

Chi vuole partecipare può farlo attraverso la campagna su Mamacrowd, consultando prima tutti i documenti, i bilanci e le condizioni dell’offerta. Come sempre, sarà una scelta libera e consapevole. Come sempre, il nostro impegno resterà lo stesso: continuare a garantire un’informazione di qualità e senza padroni. Ogni informazione è disponibile a questo link.

Ci vendiamo a Voi, per non doverci vendere mai a nessun altro!

PNRR, arriva in Italia la nona tranche da 12,8 miliardi

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La Commissione europea ha erogato 12,8 miliardi di euro all’Italia, nell’ambito del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). È il nono pagamento dei 194,4 miliardi di euro complessivi stanziati per l’Italia, tra sovvenzioni (71,8 miliardi) e prestiti (122,6 miliardi). L’erogazione fa seguito alla richiesta presentata da Roma il 30 dicembre 2025 e vincolata al raggiungimento di obiettivi stabiliti in sede europea. Con questa nona tranche, l’Italia raggiunge l’85% dei fondi stanziati per il proprio PNRR.

In Italia anche nell’ultimo anno la ricchezza totale è cresciuta, ma è sempre più concentrata

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Tornano a crescere le disuguaglianze in Italia. Lo ha certificato l’ultimo studio della Banca d’Italia, secondo cui «la disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza misurata dall’indice di Gini è lievemente aumentata rispetto al 2024 passando dal 71,5 del 2024 a 72,2 nel 2025». Più il valore cresce e più la ricchezza di un Paese risulta concentrata. D’altronde appena «il dieci per cento più ricco delle famiglie detiene il 60,6 per cento della ricchezza netta totale, mentre la metà meno abbiente delle famiglie solo il 7,2 per cento». La ricchezza netta, che tiene conto tra le altre cose degli immobili e delle attività finanziarie, esclusi i debiti, risulta in crescita rispetto al 2024.

Quello fotografato da Banca d’Italia è il ritratto di un Paese ricco ma disuguale, dove crescono le attività patrimoniali, concentrandosi però in poche mani. L’anno scorso la ricchezza totale delle famiglie era pari a 12.326 miliardi di euro. Scomponendo il dato per il numero di nuclei, Bankitalia afferma che «nel quarto trimestre del 2025 la ricchezza netta delle famiglie italiane ammontava a 453 mila euro per famiglia, in lieve aumento rispetto al 2024 (431 mila euro per famiglia)» e in crescita costante sul lungo periodo: nel 2010 era pari a 375mila euro. L’indicatore usato da Bankitalia tiene conto di tutta una serie di attività patrimoniali, reali e finanziarie. Si tratta dunque di terreni posseduti, immobili, concessioni, cui si aggiungono titoli finanziari e depositi bancari. La crescita reale della ricchezza, corretta per la variazione dei prezzi, è in parte contenuta dall’effetto dell’inflazione. Va poi sottolineato che si tratta di un valore medio, poco rappresentativo delle condizioni estreme. Arrivano così in soccorso altri indicatori, utili a quantificare il fenomeno nella sua interezza. «Il dieci per cento più ricco delle famiglie — scrive Bankitalia — detiene il 60,6 per cento della ricchezza netta totale, mentre la metà meno abbiente delle famiglie solo il 7,2 per cento». 15 anni fa, il dieci per cento più ricco possedeva il 52 per cento del patrimonio totale.

Ancora più netta è la capacità di accumulazione del 5 per cento più benestante, che nel 2010 possedeva il 39,8 per cento della ricchezza e l’anno scorso ha sfondato il tetto del 50 per cento. L’elevata concentrazione della ricchezza è anche evidenziata dall’Indice di Gini, che oscilla tra due valori: 0 (condizione di totale uguaglianza) e 100 (condizione di massima disuguaglianza). Tra il 2025 e il 2024, il coefficiente è passato da 71,5 a 72,2. Nel 2010 era di “appena” 66,4.

La pubblicazione del rapporto ha riacceso il dibattito politico relativo alle disuguaglianze, sulle cui cause e possibili soluzioni avevamo scritto un focus pochi giorni fa. Se Forza Italia ha rilanciato la sua posizione storica contro le «stangate fiscali sui patrimoni», le opposizioni si sono divise: il Partito Democratico ha aperto alla possibilità di aumentare la tassazione per super-ricchi e grandi patrimoni, mentre il Movimento 5 Stelle ha frenato, trovando un’inedita convergenza con i renziani di Italia Viva.

Gli USA mediano l’ennesima tregua farsa in Libano mentre aumentano le pressioni interne

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Il quarto incontro tra le delegazioni israeliana e libanese a Washington si è concluso come ormai da tradizione: il raggiungimento di un cessate il fuoco che non ferma l’invasione del Libano. L’accordo è stato concordato ieri, ma non è chiaro quando entrerà in vigore; esso prevede di fatto il rinnovo dei termini già concordati, che subordinano il cessate il fuoco alle attività di un Hezbollah che nel frattempo deve venire «smantellato». L’accordo finisce così per raggiungere il triplice risultato di bloccare le negoziazioni con l’Iran, che chiede l’interruzione delle aggressioni israeliane per aprire i tavoli; legittimare l’invasione israeliana, autorizzando Tel Aviv ad attaccare Hezbollah; e attribuire la responsabilità di stallo e violazioni alla controparte, vietando a Hezbollah di rispondere alle aggressioni. Sul fronte interno, intanto, i legislatori statunitensi incalzano: col supporto di quattro repubblicani la Camera ha approvato una mozione che chiede il ritiro delle truppe dalla regione; sebbene debba ancora passare dallo stesso Trump, essa aumenta le pressioni sull’amministrazione, chiedendo al governo di cessare le ostilità.

«A seguito dei negoziati guidati dagli Stati Uniti, Israele e Libano hanno concordato l’attuazione di un cessate il fuoco». Inizia così il comunicato diffuso ieri dal Dipartimento di Stato degli USA, con cui viene notificata l’estensione dell’accordo di cessate il fuoco in Libano. Ai tavoli, come ormai di consueto, non hanno partecipato delegati di Hezbollah. Non è chiaro quando la nuova tregua entrerà in vigore né quanto durerà: Netanyahu non ha ancora rilasciato dichiarazioni, mentre il presidente libanese Aoun ha affermato che sta aspettando risposte da tutte le parti interessate oltre a non meglio precisate «garanzie di conformità», e che l’attuazione dell’accordo potrebbe iniziare entro 24 ore dall’approvazione finale. Il cessate il fuoco, insomma, sembrerebbe ancora in fase di ratifica; risulta tuttavia ancora in vigore l’estensione raggiunta a metà maggio, che in ogni caso non sta sortendo alcun effetto reale. I combattimenti del resto stanno continuando, tanto che oggi un attacco ha colpito anche un contingente UNIFIL, uccidendo un soldato. Israele intanto continua a espandere la propria area di operazione, emanando nuovi ordini di evacuazione dal sud del Libano e spingendo la popolazione a nord del fiume Zahrani. Il nuovo confine del fronte è ormai segnato da quest’ultima barriera naturale, e si estende ben oltre il Litani.

Il contenuto dell’ultimo accordo non ha elementi inediti rispetto a quelli che lo hanno preceduto, fatta eccezione per uno solo. In un passaggio del comunicato, si legge che «le due parti hanno concordato, con la guida degli Stati Uniti, di portare avanti rapidamente la creazione di zone pilota in cui le forze armate libanesi assumeranno il controllo esclusivo del territorio, escludendo tutti gli attori non statali». Non è chiaro cosa esattamente siano queste «zone pilota», né dove verrebbero istituite. Il presidente Aoun ha affermato che il Libano ha proposto che vengano applicate nell’area vicino a Nabatieh, incluso il Castello di Beaufort, e a Yahmor, nella Beqaa occidentale; si tratta, in questi casi, di zone attualmente sotto il controllo di Israele situate a nord del fiume Litani.

L’accordo, di fatto, ha l’effetto di legittimare su carta l’invasione israeliana in Libano. Il comunicato sancisce che le delegazioni hanno discusso un quadro di sicurezza «volto a garantire in modo sostenibile la sovranità, la sicurezza e l’integrità territoriale del Libano e di Israele»; questo «modo sostenibile» contempla «lo smantellamento dei gruppi armati non statali e la prevenzione della loro ricomparsa». Tradotto: gli attacchi a Hezbollah sono legittimi. Tale punto viene riaffermato successivamente, quando si legge che «Israele ha riaffermato che la sua sicurezza e il rispetto della sua integrità territoriale possono essere raggiunti solo attraverso il disarmo di Hezbollah e lo smantellamento delle sue infrastrutture in tutto il Libano». Il cessate il fuoco, tuttavia, è «subordinato alle attività» del gruppo, che, dunque, non ha diritto di rispondere alle aggressioni e, anzi, si vede attribuire le responsabilità del proseguimento della guerra a causa dei tentativi di respingimento delle truppe israeliane.

Lo ha ammesso lo stesso ministro della Difesa israeliano Israel Katz: «L’esercito continuerà le sue operazioni di fuoco e di terra, e rimarrà nella zona di sicurezza del Libano fino alla linea gialla, inclusa l’area di Beaufort», ha detto alla stampa israeliana, contraddicendo le dichiarazioni del presidente Aoun. Lo Stato Ebraico, inoltre, «non permetterà il ritorno della popolazione» nelle aree invase, e continuerà a smantellare le infrastrutture terroristiche sul terreno». Insomma: Israele continuerà ad attaccare Hezbollah, ma Hezbollah non è autorizzato a rispondere alle aggressioni; se dovesse farlo, Israele avrebbe piena «libertà d’azione, con il sostegno americano, per colpire Beirut».

La tregua concordata, insomma, non pare cambiare la situazione reale sul campo. Essa, piuttosto, prolunga lo stallo nelle trattative tra USA e Iran, perché Teheran ha sempre posto come obiettivo incondizionato la fine dell’aggressione israeliana contro il Paese dei Cedri. Il fronte interno degli USA, tuttavia, sta aumentando le pressioni sul presidente perché cessi le ostilità, e anche i repubblicani stanno iniziando a smarcarsi da Trump. La mozione approvata stamattina chiede il ritiro delle truppe e la restituzione del potere di decidere sul proseguimento della guerra in corso al Congresso; il suo valore tuttavia è prevalentemente simbolico, poiché oltre a dovere passare dal Senato, Trump può bloccarla esercitando il proprio diritto di veto.

Ebola: l’OMS ridimensiona il rischio, intanto le big pharma ricevono 60 milioni per il vaccino

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Sono 116 i sospetti casi di ebola in Repubblica Democratica del Congo, secondo l’OMS, e non oltre un migliaio, come riportato dall’ente stesso in un comunicato dello scorso 29 maggio. Il numero è stato modificato dopo che molti casi segnalati come sospetti si sono rivelati non contagiati. Lo scorso 17 maggio, l’Organizzazione Mondiale della Sanità aveva dichiarato l’emergenza sanitaria globale per la diffusione dell’ebola in Repubblica Democratica del Congo e Uganda, al fine di attivare un intervento globale di prevenzione della diffusione dei contagi oltre i confini dello Stato dove si è verificato il focolaio. Nonostante ciò, la Coalizione per le innovazioni nella preparazione delle epidemie, fondata da Melinda e Bill Gates, ha già stanziato 60 milioni per lo sviluppo di un vaccino.

Al momento, sono 344 i casi confermati e in RDC e 15 quelli in Uganda, mentre le morti confermate sono rispettivamente 60 e una. “Quello che ho visto mi ha dato speranza” ha detto il direttore generale dell’OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus, al termine del suo viaggio in Repubblica Democratica del Congo, “l’epidemia ha avuto un grande vantaggio iniziale e siamo ancora in ritardo, ma sotto la guida del governo della RDC stiamo recuperando terreno”. La valutazione dell’OMS rimane invariata: il rischio rimane molto alto a livello nazionale e regionale per i due Paesi coinvolti, mentre quello globale si conferma basso. Tuttavia, conferma l’OMS, sono in fase di sviluppo tre vaccini. I fondi sono stati stanziati dalla CEPI, la Coalition for Epidemic Preparedness Innovations, ed ammontano a circa 60 milioni. Questi serviranno a sostenere i progetti di Moderna, della IAVI e della University of Oxford, con l’obiettivo di portarli rapidamente alle sperimentazioni cliniche. La produzione sarà affidata al Serum Institute of India. Moderna riceverà fino a 50 milioni per un vaccino a mRNA, IAVI fino a 3,2 milioni di dollari per un vaccino monodose basato sulla tecnologia rVSV, mentre Oxford e il Serum Institute avranno fino a 8,6 milioni per un candidato fondato sulla piattaforma ChAdOx1.

Spesa pubblica, evasione fiscale e pensioni: le “nuove” raccomandazioni dell’UE all’Italia

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La Commissione europea ha pubblicato il rapporto annuale con le raccomandazioni rivolte ai Paesi membri. Per l’Italia vengono riproposte delle indicazioni ormai decennali, a partire dalle garanzie di stabilità per il bilancio pubblico. Tradotto: Bruxelles raccomanda all’Italia di tirare la cinghia sulla spesa pubblica, eccezion fatta per quella indirizzata al settore bellico, che invece viene incentivata. Le misure suggerite dall’UE puntano a una generale semplificazione normativa con lo scopo di attirare gli investimenti, e ripropongono una ricetta che ricorda quella sostenuta dal Fondo Monetario Internazionale: liberalizzazioni, riduzione di aiuti e sussidi, e maggiore partecipazione al mercato del lavoro anche incoraggiando l’impiego dei più anziani.

Nel suo ultimo rapporto, l’UE rivolge all’Italia una serie di raccomandazioni che vengono ormai riproposte ogni anno dal 2012. Il primo tema affrontato è quello della spesa pubblica, che secondo il Consiglio dell’Unione Europea – autore del documento pubblicato dalla Commissione – va razionalizzata per riportare il rapporto deficit/PIL al di sotto della soglia del 3%: l’UE consiglia all’Italia di intensificare la lotta all’evasione fiscale, intervenire sulle pensioni in modo da allungare la vita lavorativa, e aggiornare i valori catastali – misura che potrebbe tradursi in una maggiore tassazione degli immobili. Suggerisce inoltre di ridurre o rivedere i sussidi ritenuti troppo onerosi per i conti pubblici, soffermandosi anche sulle misure adottate per contenere il costo dell’energia, come il taglio delle accise, che secondo il Consiglio dovrebbero essere limitate o sostituite da interventi mirati. In ambito energetico, l’UE chiede anche di accelerare gli investimenti sulle rinnovabili, migliorare le infrastrutture idriche e dei rifiuti nel Mezzogiorno e rafforzare la copertura assicurativa contro i rischi climatici.

Il Consiglio raccomanda all’Italia di utilizzare i fondi di coesione e le risorse del PNRR per investire in settori strategici come le energie rinnovabili, e di attuare una strategia industriale volta a sostenere la crescita delle imprese, la nascita di start-up e le fusioni aziendali. In generale, Bruxelles invita Roma a proseguire lungo le strade della liberalizzazione e della riduzione delle restrizioni alla concorrenza, anche in settori quali quelli dei trasporti e dell’energia elettrica, e a semplificare il quadro normativo e amministrativo, per esempio riducendo i tempi dei tribunali. Se da una parte il Consiglio individua le storiche criticità del Belpaese, come nei casi delle carenze infrastrutturali, degli investimenti energetici, o della lotta all’evasione, dall’altra propone una ricetta che ricorda quella del FMI: rafforzamento della tenuta fiscale del Paese, riduzione di sussidi e agevolazioni, maggiore apertura ai mercati e ampliamento della base imponibile. A rimanere fuori dai tagli è il settore bellico, per cui piuttosto va potenziata la spesa anche orientando il bilancio «affinché possa sostenere una spesa strutturalmente più elevata» in tale ambito.