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L’iniziativa popolare per tassare i grandi patrimoni ha raggiunto le 50 mila firme

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Sono bastate appena tre settimane alla proposta di legge popolare sulla tassazione dei grandi patrimoni per raggiungere le 50mila firme. L’iniziativa, dal titolo 1% Equo, punta a inserire nell’ordinamento italiano un’imposta progressiva per i patrimoni che superano i 2 milioni di euro, destinando le risorse ottenute ai servizi pubblici essenziali, dalla sanità alla scuola. La nuova tassazione non intaccherebbe dunque il patrimonio del ceto medio ma soltanto dell’1% più benestante, che oggi «possiede il 22% della ricchezza italiana», come sottolineano i promotori. Avendo raggiunto l’obiettivo delle 50mila firme, il testo della legge verrà depositato in Parlamento, dove sarà calendarizzato e discusso. La strada resta in salita, vista la posizione della maggioranza sul tema e le spaccature all’interno del campo largo.

Mentre la Banca d’Italia fotografava, nel suo ultimo rapporto, un’Italia tanto ricca quanto disuguale, dal basso veniva lanciata la campagna dell’1% Equo, proprio con l’obiettivo di redistribuire quella ricchezza concentrata nelle mani di pochi. «In Italia — scrivono i promotori — milioni di persone fanno fatica ad arrivare a fine mese, mentre una piccola parte concentra enormi ricchezze. È il momento di cambiare direzione e applicare un principio semplice: più giustizia sociale, meno privilegi». La proposta è semplice: istituire un’imposta progressiva sui grandi patrimoni, in linea con quanto disposto dall’articolo 53 della Costituzione, secondo cui “il sistema tributario è informato a criteri di progressività”. I patrimoni fino a 2 milioni di euro non sono interessati dalla nuova imposta — il che taglia fuori la quasi totalità della popolazione italiana — così come resta escluso dal conteggio della ricchezza il valore della prima casa.

Fatte queste premesse, i promotori prevedono 4 aliquote: dell’1% per i patrimoni compresi tra i 2 e i 5 milioni di euro; dell’1,7% per quelli tra 5 e 8 milioni, che sale al 2,1% per i patrimoni fino a 20 milioni. Per le ricchezze che eccedono questa soglia viene prevista un’aliquota unica, pari al 3,5%. Secondo le stime, l’introduzione dell’imposta porterebbe nelle casse dello Stato almeno 26 miliardi di euro, praticamente il valore di una Legge di Bilancio. Il prelievo dai grandi patrimoni, posseduti dall’1% della popolazione italiana, finanzierebbe i servizi pubblici essenziali, dalla scuola alla sanità, passando per i trasporti, l’ambiente e la casa.

In appena tre settimane, la legge di iniziativa popolare ha raggiunto l’obiettivo delle 50mila firme. Il passaggio successivo è la trasmissione del testo al Parlamento, dove sarà calendarizzato e discusso. Se ciò non dovesse accadere entro la fine della Legislatura — cosa probabile vista la posizione della maggioranza sulla questione — la proposta non decadrebbe, riproponendosi invece al Parlamento che verrà.

Due dati non confortano i promotori: il primo è il tasso di conversione in legge delle proposte di iniziativa popolare, pari al 3%; il secondo è la spaccatura sul tema in seno all’attuale opposizione. Anche se il campo largo dovesse vincere le prossime elezioni, la patrimoniale potrebbe restare solo un’idea ferma nei cassetti di Palazzo Madama o Montecitorio. Partito Democratico e Alleanza Verdi-Sinistra Italiana appoggiano l’iniziativa, frenata invece dal Movimento 5 Stelle, che ha trovato un alleato inaspettato nei renziani di Italia Viva.

Filippine, si aggrava il bilancio del terremoto: almeno 32 vittime, crolli e blackout

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È in continuo aggiornamento il bilancio delle vittime causate dal forte terremoto che in mattinata ha scosso le Filippine. Al momento si contano 32 morti, centinaia di feriti e circa venti dispersi, mentre le ricerche dei soccorsi vanno avanti. La scossa di magnitudo 7.9 ha fatto crollare diversi palazzi nel Sud del Paese, provocando blackout generalizzati. A ciò si sono aggiunte delle allerte tsunami, poi rientrate, in Indonesia, Giappone e Australia, oltre che nelle Filippine. Le immagini dei crolli e degli edifici ridotti in macerie hanno fatto il giro del mondo.

Alle 8 del mattino (le 2 italiane) un primo terremoto, registrato nelle acque filippine a 68km di profondità, ha scosso il Paese, raggiungendo un’intensità di magnitudo 7.9. Poco dopo è stato seguito da due scosse minori, di magnitudo 5.5 e 6.5. Il Sud del Paese è stata la zona più colpita, registrando diversi edifici crollati, in particolare sull’isola di Mindanao, dove vivono 26 milioni di persone. Le operazioni di ricerca, che continuano in questi minuti, hanno tratto in salvo decine di persone. Si registrano comunque 32 vittime e circa 20 dispersi, cui si aggiungono almeno 200 feriti. «Il governo nazionale si sta muovendo, non lasceremo Mindanao indietro» — ha dichiarato il presidente Bongbong Marcos, che ha aggiunto: «sono in contatto costante con i nostri uffici regionali e gli amministratori locali», i quali hanno fornito i primi dati sui danni del terremoto.

Le scosse sono state avvertite anche nei Paesi limitrofi, che hanno diramato diverse allerte tsunami poi rientrate. Le Filippine, e in particolare le sue regioni meridionali, sono una zona sismica, trovandosi lungo il cosiddetto Anello di Fuoco, segnato da un’intensa attività tettonica e vulcanica. Soltanto nel 2023 un altro forte terremoto aveva colpito l’isola di Mindanao, provocando la morte di 11 persone. Negli ultimi vent’anni, il Paese ha registrato più di 13mila terremoti di magnitudo pari o superiore a 4.

Anthropic sostiene che il mondo debba avere la possibilità di mettere in pausa l’IA

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SAN FRANCISCO, CALIFORNIA - SEPTEMBER 20: Anthropic Co-Founder & CEO Dario Amodei speaks onstage during TechCrunch Disrupt 2023 at Moscone Center on September 20, 2023 in San Francisco, California. (Photo by Kimberly White/Getty Images for TechCrunch)

Un post sul blog aziendale di Anthropic lancia l’allarme già dal titolo: “Quando l’IA si costruisce da sola”. Il concetto evidenziato è presentato per essere immediato: in un futuro prossimo, date le giuste condizioni tecniche, le intelligenze artificiali potrebbero contare su una forma di “automiglioramento ricorsivo”, progettando autonomamente il proprio sviluppo e sfuggendo alla supervisione umana. Di fronte a uno scenario simile, l’azienda sostiene che ogni impresa del settore debba dotarsi della capacità di mettere in pausa lo sviluppo dei propri modelli di IA, concordando coralmente soluzioni che possano evitare il peggio. Una call to action che, contestualizzata, assomiglia però più una strategia di marketing che una sincera preoccupazione.

“Siamo convinti che sarebbe positivo per il mondo avere la possibilità di rallentare o mettere temporaneamente in pausa lo sviluppo delle IA di frontiera, così da consentire alle strutture sociali e alla ricerca sull’allineamento di rimanere al passo con l’avanzamento tecnologico”, si legge nel comunicato. Non è d’altronde la prima volta che viene avanzata una simile richiesta: nel marzo del 2023 aveva fatto molto discutere una lettera aperta del Future of Life Institute, in cui si chiedeva appunto di sospendere la ricerca e la commercializzazione dei prodotti di intelligenza artificiale – anche in quel caso, ufficialmente, per permettere alla società di adattarsi ai nuovi strumenti e sviluppare strategie per conviverci serenamente.

A guardare meglio, la missiva del 2023 era stata fortemente sostenuta da Elon Musk, che all’epoca si stava apprestando a lanciare la sua azienda di intelligenza artificiale, xAI, ed era molto interessato alla possibilità di frenare i concorrenti già affermati nel settore mentre cercava di ritagliarsi uno spazio. Il comunicato di Anthropic, a sua volta, mal nasconde una serie di ipocrisie di fondo, accampando tra le righe preoccupazioni e scenari lontani dall’attualità pur di mistificare i suoi raggiungimenti imprenditoriali. Tanto più se si considera che quest’ultima uscita segue la decisione dell’azienda di non distribuire liberamente il suo ultimo modello di IA, Mythos, ritenuto “troppo potente” – il tutto mentre i vertici dirigenziali stanno predisponendo le pratiche per la quotazione in Borsa.

Nel suo testo, Anthropic lo esplicita senza mezzi termini: la tecnologia a cui fa riferimento “non è ancora qui e l’automiglioramento ricorsivo non è inevitabile” – fantascienza, in sostanza. Eppure ciò che rimane è l’ammiccante sensazione che l’azienda sia sul punto di raggiungere simili traguardi, nonostante tutte le prove indichino il contrario. Se fossero sinceramente preoccupate per il destino dell’umanità di fronte all’intelligenza artificiale, Anthropic e realtà analoghe non distoglierebbero l’attenzione dai problemi attuali in favore di ipotetici scenari futuri catastrofisti, né compirebbero imponenti sforzi di lobby per svuotare di contenuto le leggi che regolano le IA.

Ancor più semplicemente, potrebbero non sviluppare quegli strumenti che, a loro stesso dire, ci condanneranno a scenari apocalittici e, soprattutto, smettere di venderli a soggetti impegnati nella sorveglianza di massa e in operazioni belliche. Eppure Jack Clark e Marina Favaro, co-firmatari del post, non fanno altro che sollecitare uno sforzo coordinato tra le aziende del settore: la creazione di un Cartello capace di monitorare le mosse dei concorrenti globali, resistere alle pressioni geopolitiche e orchestrare le operazioni delle varie imprese – così che queste possano tirare un sospiro di sollievo senza doversi precipitare in una costosissima corsa al rialzo per tenere il passo con il ritmo frenetico delle aspettative del Mercato.

La rivincita degli sherpa: da gregari invisibili a leggende dell’alpinismo

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sherpa

Rimasti invisibili per decenni, nonostante l’apporto fondamentale nelle spedizioni di alpinisti di tutto il mondo che si prendevano i meriti delle scalate senza mai nominare chi aveva permesso loro di arrivare in vetta, gli sherpa stanno finalmente ottenendo il giusto riconoscimento del loro valore. L’ultima storia balzata alle cronache racconta di una vicenda al limite delle capacità umane: Dawa Sherpa, 52enne nepalese disperso da una settimana sull’Everest, si è salvato da solo strisciando per giorni, infortunato, senza cibo né bombole di ossigeno, in quella che viene chiamata la zona della morte per la scarsità di ossigeno, per avvicinarsi al campo base e chiedere soccorso. Disperso dal 29 maggio durante la discesa dalla vetta più famosa del mondo, si trovava sopra il campo 3 quando sarebbe rimasto indietro rispetto agli altri membri della spedizione organizzata dall’agenzia Himalayan Traverse, senza che si avesse più nessuna notizia. È stato soccorso dagli operatori dell’SPCC, che hanno riferito che soffrisse di congelamenti e fosse in stato di ipotermia.

Il dottor Nishant Dhakal, responsabile del Dipartimento di Medicina d’Emergenza dell’ospedale, ha spiegato che Dawa è stabile e fuori pericolo. I congelamenti hanno interessato le dita di entrambe le mani, ma le sue condizioni generali sono considerate buone e il recupero starebbe procedendo rapidamente. E mentre monta la polemica, con la moglie che ha accusato apertamente Himalayan Traverse di negligenza, chiedendo che vengano accertate eventuali responsabilità per quanto accaduto, fa impressione sapere che, in quelle condizioni, è riuscito a superare in autonomia i crepacci della seraccata del Khumbu, nonostante le scale posizionate per aiutare gli alpinisti fossero già state rimosse dopo la fine della stagione primaverile.

Una storia che cristallizza due aspetti fondamentali: la straordinaria resistenza degli sherpa, e la poca attenzione che le spedizioni alpinistiche hanno avuto spesso per queste persone, nonostante il ruolo imprescindibile nelle scalate.

Vale la pena chiarire un equivoco che dura da decenni. “Sherpa” non è sinonimo di portatore d’alta quota: è un’identità etnica. Il nome deriva dal tibetano shar-pa, “uomini dell’est”, e indica una popolazione originaria dell’altopiano tibetano insediatasi nelle valli himalayane del Nepal orientale, soprattutto nella regione del Solu-Khumbu. Una minoranza di circa 150mila persone che, per ragioni geografiche e biologiche insieme, si è trovata nel posto giusto nel momento in cui il mondo ha cominciato a guardare in alto con rinnovato interesse. Il loro vantaggio non è soltanto culturale: studi genomici hanno documentato un’adattamento evolutivo all’ipossia che consente loro di lavorare a quote dove la maggior parte degli esseri umani collassa. A 8mila metri, nella zona della morte, il corpo di uno sherpa acclimatato mantiene un’efficienza che non ha paragoni nelle popolazioni di pianura.

È su questa base che si costruisce il loro ruolo nelle spedizioni. Non si tratta di trasportare zaini, o non soltanto. Gli sherpa preparano la via prima che qualunque cliente metta piede sulla montagna: fissano le corde, installano le scale metalliche nei punti più critici, allestiscono i campi in quota, gestiscono la logistica delle bombole di ossigeno e accompagnano gli alpinisti nei momenti di maggior pericolo. Senza di loro, le imprese con portatori che hanno riempito le pagine dei giornali di mezzo mondo non sarebbero mai avvenute. Il problema è che per decenni quelle pagine non li hanno mai nominati.

Il primo a uscire dall’anonimato fu Tenzing Norgay. Nato nella regione del Solo Khumbu nel maggio del 1914, si trasferì a diciotto anni a Darjeeling. Aveva fatto la gavetta come portatore d’alta quota in sei spedizioni sull’Everest negli anni Trenta e Quaranta, accumulando un’esperienza che nessun alpinista occidentale poteva vantare. Nel 1953, svolgendo anche la mansione di sirdar — capo dei portatori — viene chiamato come alpinista effettivo della spedizione britannica guidata dal colonnello John Hunt, e il 29 maggio raggiunge la vetta insieme a Edmund Hillary. È la prima ascesa riuscita e documentata. Hillary fu nominato cavaliere dalla regina; Tenzing ricevette la George Medal. La disparità non passò inosservata, ma fu lui il primo sherpa a diventare un nome noto al di fuori del Nepal.

Settant’anni dopo, stiamo assistendo a un cambiamento definitivo. Nirmal Purja, ex soldato della brigata Gurkha dell’esercito britannico, nel 2019 ha scardinato ogni parametro di riferimento nell’alpinismo d’alta quota: ha scalato tutti e quattordici gli Ottomila in 189 giorni, poco più di sei mesi. Il precedente primato apparteneva al sudcoreano Kim Chang-ho, che ci aveva impiegato sette anni, dieci mesi e sei giorni. Dall’impresa è nato il documentario 14 vette: niente è impossibile, che ha portato la storia degli sherpa a un pubblico non per forza appassionato di montagna. Nepalese di origine, appartiene all’etnia dei magar, non a quella degli sherpa, ma è uno di quegli esempi che stanno facendo parlare di sé i tutto il mondo.

Lo stesso giorno in cui Dawa Sherpa strisciava verso il campo base, il 17 maggio 2026, Kami Rita Sherpa raggiungeva la vetta dell’Everest per la trentaduesima volta, battendo il proprio primato dell’anno precedente. Nato a Thame nel 1970, aveva scalato la montagna per la prima volta nel 1994 a ventiquattro anni, e da allora è tornato quasi ogni anno, a volte due volte nella stessa stagione. Il soprannome “Everest Man” racchiude trent’anni di salite in quota, di corde fisse, di clienti accompagnati in sicurezza dove il confine tra la vita e la morte è questione di centimetri e di minuti.

Quello stesso 17 maggio, sullo stesso versante, anche Lhakpa Sherpa scriveva una pagina di storia: undicesima ascensione dell’Everest, nuovo record mondiale per una donna. Nata nel distretto di Sankhuwasabha, nella regione del Makalu, aveva raggiunto la vetta per la prima volta il 18 maggio 2000, diventando la prima donna nepalese a salire e tornare viva. La sua storia — cresciuta senza scuola in un Nepal che non mandava le bambine in classe, poi emigrata negli Stati Uniti dove lavorava in un supermercato del Connecticut mentre continuava ad allenarsi — è stata raccontata nel documentario Mountain Queen.

Da non dimenticare Nima Jangmu Sherpa, che nel 2018 ha compiuto un’impresa rimasta senza precedenti. Allora ventottenne, è diventata l’unica donna al mondo a scalare tre vette di 8mila metri in una sola stagione alpinistica, in 25 giorni: Lhotse (8.516 m), Everest (8.849 m) e Kangchenjunga (8.586 m). Le prime due salite le aveva completate senza ossigeno ausiliario e se prima di lei nessuna donna ci aveva provato, dopo di lei nessun’altra è riuscita a replicare l’impresa.

Sono storie che nascono da un popolo che vive la propria quotidianità a 3mila metri di quota, che impara a conoscere la montagna prima ancora di iniziare a parlare, e che per decenni ha messo il proprio corpo e la propria vita al servizio di spedizioni che si prendevano tutto il merito senza condividere nulla. Almeno fino ad oggi.

Perù al voto: testa a testa tra Fujimori e Sanchez

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In Perù è in corso lo scrutinio del voto presidenziale, giunto al ballottaggio. È un testa a testa tra Keiko Fujimori, figlia dell’ex dittatore Alberto Fujimori e oggi leader della destra peruviana, e Roberto Sanchez Palomino, esponente progressista. I due candidati sono separati da una manciata di voti, con il 90% dello scrutinio completato: Fujimori è in testa con il 50,5% delle preferenze, mentre Sanchez segue con il 49,5%.

Lettonia: aereo NATO abbatte un drone. Altre allerte attive

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Le forze armate lettoni hanno annunciato che un aereo della NATO avrebbe abbattuto un drone che sorvolava il Paese. Le forze aeree sono state mobilitate attorno alle 8:30 di oggi, 8 giugno, e qualche minuto dopo l’esercito lettone ha chiesto ai cittadini di cercare riparo nelle proprie case a causa di una dichiarata «minaccia». L’abbattimento è avvenuto alle 9:20, ma poco dopo dopo sono stati rilasciati nuovi avvisi alla popolazione riguardanti altre possibili «minacce». Non è chiara l’origine del drone abbattuto; secondo un’agenzia di stampa internazionale esso sarebbe entrato nello spazio aereo lettone dalla Russia, che non ha commentato la vicenda. Ignoto anche a chi appartenesse.

La campagna di finanziamento de L’Indipendente ha già raccolto 250 mila euro

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Appena 93 ore. Sono quelle che sono servite per raggiungere l’obiettivo minimo di raccolta fondi che ci eravamo posti attraverso la campagna di finanziamento collettivo. In meno di quattro giorni 275 investitori hanno acquistato complessivamente il 10% delle quote societarie de L’Indipendente, portando oltre 250.000 euro che saranno interamente utilizzati per far crescere il nostro giornale e portarlo con ancora più forza a rappresentare una sfida all’apparato dei media dominanti. È un risultato straordinario, oltre le nostre migliori aspettative. La campagna di equity crowdfunding attivata sul portale Mamacrowd non è tuttavia conclusa: abbiamo raggiunto l’obiettivo minimo, ma ci sono ancora 28 giorni per partecipare e portarci così a raggiungere quello massimo, che porterebbe a 500.000 euro la raccolta e al 18,18% la quota azionaria rilevata dagli investitori.

I fondi già raccolti ci permetteranno di mettere presto in campo le prime novità a cui stavamo lavorando da tempo e che ora possiamo iniziare ad annunciare. Innanzitutto, presto si svolgerà il primo Festival de L’Indipendente, un appuntamento di più giorni, dal vivo, dove la redazione e la comunità dei nostri lettori si incontreranno insieme a tanti ospiti. Ancora qualche settimana e arriverà l’annuncio ufficiale, ma è quasi tutto definito: la trattativa con la coraggiosa amministrazione comunale che ha deciso di ospitarci è pressoché conclusa e possiamo preannunciare che il Festival si svolgerà tra meno di un anno, nella primavera del 2027.

La seconda novità è il prossimo avvio di una grande campagna promozionale con un importante testimonial nazionale che presto partirà su tutte le piattaforme social. Un’iniziativa per portare sempre più cittadini a conoscere e leggere L’Indipendente, contribuendo ad aumentare il numero di lettori che potremo raggiungere con la nostra informazione libera, imparziale e verificata.

La terza è invece l’avvio di una sezione podcast all’interno della nostra piattaforma informativa. Un’iniziativa che partirà a settembre 2026, pensata per raggiungere nuove fasce di pubblico allargando la nostra offerta anche nel tipo di forme comunicative adottate.

Sono solo i primi tre progetti a cui stavamo lavorando da tempo e che il successo della campagna di azionariato diffuso ci permetterà di attivare. Abbiamo tante altre idee in cantiere e speriamo di poterle annunciare nei prossimi giorni, se il processo di equity crowdfunding arriverà al successo completo come speriamo.

La campagna di finanziamento collettivo tramite la cessione di quote societarie è un progetto che abbiamo avviato per rafforzare L’Indipendente e permetterci di creare un giornale sempre più forte e capace di incidere, pur rimanendo rigorosamente senza sponsor e senza padroni. Tutti possono diventare azionisti de L’Indipendente investendo una somma a partire da 500 euro per rilevare una parte delle azioni societarie.

Chi vuole partecipare può farlo attraverso il portale Mamacrowd, consultando prima tutti i documenti, i bilanci e le condizioni dell’offerta. Come sempre, si tratta di una scelta libera e consapevole. Ogni informazione è disponibile a questo link.

Ci vendiamo a Voi, per non doverci vendere mai a nessun altro!

L’Iran attacca Israele in rappresaglia ai raid sul Libano, Trump si inventa paciere

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Dopo le continue violazioni israeliane del cessate il fuoco in Libano, l’Iran ha lanciato diversi attacchi contro le regioni settentrionali di Israele e contro le basi militari dello Stato ebraico. La rappresaglia iraniana segna i primi attacchi della Repubblica Islamica contro Tel Aviv dal cessate il fuoco dello scorso aprile ed è stata affiancata da analoghi attacchi lanciati dal movimento yemenita Ansar Allah, meglio noto con il nome di Houthi, che ha anche annunciato il blocco della navigazione sul Mar Rosso per le navi israeliane. Nonostante i tentativi di fermare l’escalation da parte di Trump, la ripresa delle ostilità è una possibilità sempre più concreta: Israele ha lanciato due ondate di attacchi contro l’Iran e, in mattinata, i combattimenti sono continuati, con ulteriori lanci di missili dallo Yemen e dall’Iran verso il nord di Israele.

I primi attacchi iraniani sono arrivati ieri sera, 7 giugno, in risposta all’invasione israeliana del Libano e ai bombardamenti lanciati ieri dall’aviazione di Tel Aviv su Beirut. L’Iran ha colpito la base aerea di Ramat David, situata nel nord di Israele, e altre aree settentrionali del Paese: «La Repubblica Islamica ricorda che il cessate il fuoco in Libano è parte integrante dell’accordo di cessate il fuoco del 19 Farvardin 1405 [ndr. il cessate il fuoco tra Iran e USA] e che il governo degli Stati Uniti ha una responsabilità diretta per le violazioni del cessate il fuoco da parte del regime sionista e per le conseguenze che ne derivano, nonché per qualsiasi aumento della tensione nella regione», si legge in un comunicato del ministro degli Esteri di Teheran, Araghchi. L’Iran, insomma, ha ribadito di considerare la cessazione delle ostilità in Libano una condizione necessaria per il raggiungimento di una pace; il ministro ha spiegato che gli attacchi notturni costituivano un «avvertimento» allo Stato Ebraico, e ha affermato che Tehran si sarebbe riservata il diritto di rispondere a eventuali attacchi israeliani. Dopo gli attacchi, Israele avrebbe chiuso le scuole e gli ospedali del Paese avrebbero attivato lo stato di allerta; diversi aeroporti dell’Asia Occidentale hanno invece imposto restrizioni. Israele ha segnalato anche attacchi dallo Yemen.

Dopo la ritorsione iraniana, Trump ha lanciato un appello alla calma: interrogato dal sito di informazione Axios, il presidente statunitense ha affermato di avere chiesto a Netanyahu di trattenersi dal rispondere agli attacchi iraniani. Trump ha confermato tale postura anche in una intervista al Financial Times in cui ha affermato che le trattative per il raggiungimento di una pace con l’Iran sarebbero vicine a una risoluzione e che la risposta iraniana alle violazioni israeliane non avrebbe avuto alcuna influenza sui tavoli negoziali: «Sono io che prendo le decisioni, non Netanyahu», ha detto Trump al quotidiano. Israele, ha affermato il presidente, «non avrà altra scelta» che accettare qualsiasi accordo che gli Stati Uniti raggiungano con l’Iran.

Nonostante le dichiarazioni di Trump, Israele ha attaccato. Attorno alle 3:30 sono state udite esplosioni a Teheran, Esfahan (sede di un impianto nucleare iraniano), Tabriz, Karaj, e in altri punti dell’ovest dell’Iran. La mattina, invece, attorno alle 7:30, Israele ha attaccato la società petrochimica Karun, che è stata evacuata. I danni degli attacchi israeliani sull’Iran risultano ancora ignoti. L’Iran ha dunque risposto, tenendo fede alle dichiarazioni del ministro Araghchi, e ha colpito diverse aree nel nord di Israele. Anche questa mattina, Israele ha segnalato attacchi dallo Yemen. Ansar Allah, dal canto suo, ha confermato gli attacchi notturni e ha rilasciato un comunicato in cui annuncia «un divieto completo e totale della navigazione marittima israeliana nel Mar Rosso», affermando di considerare «tutti i movimenti nemici come legittimi obiettivi militari per le nostre Forze Armate dal momento in cui questa dichiarazione viene emessa». Il fronte, insomma, inizia ad allargarsi e – sebbene almeno fino a ora gli attacchi siano stati di lieve intensità – il cessate il fuoco inizia a vacillare. Gli USA non hanno ancora rilasciato dichiarazioni sugli attacchi israeliani in Iran, ma un loro eventuale ritorno in campo potrebbe segnare la ripresa definitiva dei combattimenti su larga scala.

Filippine, terremoto di magnitudo 7.8: almeno 15 vittime

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Un terremoto di magnitudo 7.8 ha colpito le Filippine. Il bilancio provvisorio conta 15 morti e più di un centinaio di feriti. Lo riferisce l’agenzia nazionale per la gestione delle catastrofi. Il terremoto, avvenuto nelle prime ore del mattino, è stato avvertito in un’ampia area del sud del Paese, provocando danni a edifici e blackout. Le ricerche dei soccorsi continuano. Nel frattempo è stato diramato un allarme tsunami nell’Oceano Pacifico.

La Grecia esce dalla sorveglianza economica UE dopo 16 anni

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Grecia sorveglianza UE

Nel 2010 era il Paese sull'orlo del precipizio, quello che secondo gli analisti rischiava di fare saltare l'euro. Il 4 giugno 2026 la Commissione europea ha chiuso formalmente la sua pratica: la Grecia è uscita dalla lista dei Paesi con squilibri macroeconomici, per la prima volta dalla crisi del debito sovrano. Sedici anni di memorandum, sorveglianza rafforzata e monitoraggio continuo si sono conclusi con un'unica riga nel rapporto annuale della Commissione.
Il percorso è stato lungo e complesso. Tra il 2010 e il 2018, Atene ha attraversato tre programmi di salvataggio consecutivi imposti dal...

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