Home Blog Pagina 40

Il pensiero selvaggio

1

Tutti conoscono bene il capitalismo, o credono di conoscerlo. Gli intellettuali che coltivano ed esibiscono il dubbio in materia di fede religiosa o di convinzioni che non condividono, rispetto al capitalismo non hanno nessuna esitazione. Identificato con il male assoluto, con la deriva inesorabile prodotta dallo sfruttamento e dal profitto, il capitalismo sta inevitabilmente dalla parte del diavolo: il capitalismo beninteso dei potentati economici occidentali non quello gestito da un potere statale accentratore, ad esempio al modo cinese. D’altronde i cinesi, dovendo combattere il capitalismo autentico cercano di superarlo sul suo stesso terreno, con qualche richiamo esotico all’antico Egitto e alla Mesopotamia: gli schiavi al lavoro e le grandi opere, monumenti ammirabili di intelligenza costruttiva che, nel loro caso, competono con gli allevamenti intensivi di maiali ficcati in monocamere di due metri quadri come i proletari più sfortunati. E che dire poi della sfida alla qualità del prodotto finale che, non più garantendo una consistente durata, va ad alimentare in modo indiscriminato produzione di residui, rifiuti e spazzatura.

In realtà che cosa si è smarrito con l’avvento della produzione industriale, nel mondo delle macchine e delle automazioni, nel dominio delle energie fossili, nel consumismo indiscriminato, nell’occupazione cognitiva di qualsiasi minuscolo angolo di pensiero soggettivo, nella efficienza incontrastata dei mezzi informatici, nella concezione occupazionista del mondo alla maniera dei grandi imperi e dei domini coloniali del passato che allarga tale modello estensivo al controllo degli individui umani assimilati a territori da occupare? 

Che cosa si è smarrito e che cosa le nuove intelligenze ecologiche cercano di sollecitare, parlando ad esempio di prosperità al posto di sviluppo, immaginando nuove forme di condivisione e di felicità pubblica, sentendo quasi il desiderio di manipolare la realtà per una concreta buona riuscita, senza porsi chissà quali obiettivi a lungo termine? Di che cosa abbiamo davvero bisogno per ripristinare un’idea di umanità accogliente e sensibile, pronta a servire piuttosto che a puntare esclusivamente a profitti economici?

Che cosa si è oscurato, che cosa potremmo ripristinare come orizzonte remoto da raggiungere al di là di ogni credo personale, quasi come terapia per guarire da sentimenti estremi come l’odio? E ancora: perché il pensiero bellicista e armigero non è soltanto una minaccia permanente alla pace ma ancor di più un insulto programmatico alle forme dialogiche, alla ricerca di una verità condivisa, ai valori fondanti, semplici e immensi, dell’umanità. Quale ‘perché’ hanno le scorciatoie violente che devono crearsi continuamente nemici e dunque nuove vittime all’insegna di vendette storiche tanto imponenti quanto devastanti, contrarie a una qualsiasi tolleranza e dignità di vita? 

Un guasto difficilmente riparabile ma che dobbiamo arginare è rappresentato dal pensiero finalizzato: il fatto che tutto debba avere una funzione e soltanto quella, come se la realtà fosse una gigantesca app che ammette soltanto una procedura, il fatto di intendere la vita insomma come una “conquista laboriosa” (F. Gros) che ci vede sempre occupati: perfino il linguaggio è “impegnato nella fabbricazione quotidiana del mondo”, dello stesso ordine delle tabelle, dei bilanci, delle proiezioni, dei rapporti, degli algoritmi. Non sono ammessi errori. Non è forse per questo che sta avendo successo la poesia grazie al suo vago determinismo, alla sua assenza di finalità programmate?

Abbiamo una necessità vitale di imprecisione, di tolleranza degli errori, di fantasie alternative, di preghiera riconoscente, di sguardo alla vaghezza artistica del cielo più che al controllo delle situazioni atmosferiche.

Bricolage e adattamento creativo, dunque. Un grande antropologo culturale, Clade Lévi Strauss, e un grande etologo, Konrad Lorenz, richiamavano a queste due attività cognitive e relazionali. Il bricolage come forma di interazione con il mondo, le cose e le persone, ricorrendo non a strumentazioni tassative, a perfetti utensili predisposti ma a una incessante creatività mitologica e compositiva che mira a risolvere le situazioni perfino con espedienti e non con programmate procedure costrittive.

Queste capacità di rispondere brillantemente all’insorgere dei problemi l’ha sperimentata e la sperimenta ad esempio il cinema, il concorrere di risorse disparate per arrivare al risultato, la capacità di superare le difficoltà che si presentano nel via via e nel viavai della produzione.

Scrivo queste righe dichiarando una immensa nostalgia, anzi meglio un grande amore per il pensiero selvaggio, per lo stupore generato dal ripetersi spontaneo dell’identico, per la straordinaria novità che è insita in ciascun essere umano, per la voglia di mettere da parte le costrizioni derivanti da un sistema di attese soffocanti.

Fatemi chiudere a mio modo con due esempi lontanissimi tra di loro ma espressivi. Il giocoliere al semaforo e il chirurgo d’urgenza. Lévi Strauss avrebbe parlato dell’opposizione tra gioco e rituale, tra sfida e adesione, tra creatività e obbedienza, tra attenzione e automatismi, tra competenza e contesto.

Il nostro mondo rischia di dimenticare i margini, compresi quelli di tolleranza, di applicare la stupidità alle relazioni umane, come se gli altri ci dovessero per forza assomigliare, per esasperare la competizione invece della collaborazione.

Rischia di parlare di massimi sistemi dimenticando che la verità è un mosaico di piccole cose e che il più grande bricoleur è Dio stesso. Altro che l’imperialismo sordo e cieco, altro che il riarmo che confonde necessariamente difesa e sopraffazione, altro che piani di occupazione del mondo. E davanti a noi sempre gli stessi che propugnano solidarietà ed ecologia e prendono il jet privato per andare a comprare le sigarette. 

Cresta sui pedaggi autostradali, 6 indagati a Termini Imerese

0

La Procura di Termini Imerese ha aperto un’inchiesta su presunte irregolarità nei pedaggi dell’autostrada Palermo-Messina. Sei persone, tra cui cinque dipendenti del Consorzio Autostrade Siciliano e un impiegato della società che gestisce la rete informatica, sono accusate di 266 episodi di peculato. L’indagine nasce da un esposto del Cas, che segnalava anomalie negli incassi ai caselli di Buonfornello, Cefalù e Castelbuono e una sproporzione tra transiti registrati e somme versate. Le telecamere installate dalla Polstrada avrebbero documentato il sistema: gli esattori incassavano contanti e biglietti senza registrarli correttamente nel sistema elettronico.

Per la prima volta i lavoratori della cultura hanno scioperato in tutta Italia

0

Per la prima volta nella storia del Paese, lavoratrici e lavoratori dell’intero comparto culturale hanno incrociato le braccia in una mobilitazione nazionale. Musei, biblioteche, teatri, archivi, editoria, musica e cinema: tutte le anime del settore si sono unite per protestare contro il dilagare di esternalizzazioni, contratti precari e salari inadeguati. La richiesta, rivolta al governo, è di aumentare le tutele, fermare le esternalizzazioni consentite da una legge del 1993 e varare un piano straordinario di assunzioni, a partire dal ministero della Cultura. Lo sciopero, organizzato da Fp-Cgil e Nidil-Cgil, ha visto l’adesione di numerosi altri sindacati e movimenti, tra cui la campagna «Mi riconosci?».

La mobilitazione ha generato disagi diffusi in tutte le principali città italiane. A Venezia sono rimasti chiusi dieci padiglioni della Biennale; a Firenze l’Archivio di Stato e alcuni reparti degli Uffizi hanno abbassato le serrande; a Milano la Biblioteca Braidense ha osservato la chiusura; a Roma il Museo dei Fori Imperiali e in varie aree della capitale molti monumenti, biglietterie e punti di accoglienza hanno lavorato a ranghi ridotti (nella mattinata i lavoratori si sono ritrovati in piazza del Planetario, per poi spostarsi nel pomeriggio a Largo di Torre Argentina); a Napoli si è tenuto un presidio molto partecipato in piazza San Domenico, con ripercussioni su Capodimonte, Biblioteca Universitaria, Palazzo Reale, Castel Sant’Elmo e Accademia di Belle Arti. Manifestazioni si sono svolte in numerosi altri capoluoghi come Ravenna, Pisa, Brescia, Mantova, Genova, Bari, Torino, Padova, Cagliari e L’Aquila. Secondo i sindacati, la riuscita dell’evento è il frutto di un lungo lavoro organizzativo.

Secondo i dati richiamati dai sindacati, il comparto culturale in Italia occupa circa 580mila persone, pari al 3,5% degli occupati. Tra queste, 306mila risultano registrate all’Inps come lavoratori dello spettacolo. Il resto comprende figure essenziali ma spesso invisibili: maschere, tecnici, addetti alle biglietterie e all’accoglienza, bibliotecari, archivisti e altre professionalità specializzate. La criticità principale resta la frammentazione contrattuale: una minoranza è assunta con inquadramenti regolari, mentre molti lavorano tramite appalti, finte partite Iva o collaborazioni deboli, spesso con contratti al ribasso. Questa condizione ha reso finora difficile una mobilitazione comune, ma, spiegano i promotori, l’organizzazione costruita nell’ultimo anno ha reso possibile lo sciopero unitario.

I sindacati sottolineano anche il peso economico della cultura, un settore che genera ricchezza e valore ma continua a essere trattato come marginale. La Cgil parla di oltre 112 miliardi di euro di valore aggiunto, pari al 15% del Pil, a fronte però di servizi sotto organico e di una politica di definanziamento. Nei soli monumenti gestiti dal ministero della Cultura, la carenza di personale sarebbe di circa 6mila unità, con ricadute pesanti soprattutto nelle città d’arte più esposte all’overtourism. A questo si aggiunge la questione salariale: secondo «Mi riconosci?», il 69% dei lavoratori culturali guadagna meno di 8 euro l’ora e metà di loro resta sotto i 10mila euro annui.

«Il settore della Cultura in Italia è da troppo tempo sottofinanziato, non riconosciuto nella sua specificità professionale, con un ricorso continuo alla precarietà», hanno denunciato Giordana Pallone e Roberta Turi, segretarie nazionali di Fp Cgil e Nidil Cgil, aggiungendo che si tratta di «un settore che non valorizza lavoratrici e lavoratori, frammentato, invisibile e spesso ricattabile». «Questo sciopero è un primo passo, non un punto d’arrivo», ha concluso la segretaria della Fp-Cgil, mentre le attiviste del movimento hanno ribadito dalle piazze che «non c’è tutela e non c’è valorizzazione del patrimonio culturale senza salari adeguati per chi ci lavora».

Le forze USA abbattono droni iraniani diretti verso lo Stretto di Hormuz

0

Il Comando Centrale degli Stati Uniti (Centcom) ha riferito che l’Iran ha lanciato diversi droni d’attacco unidirezionali con l’obiettivo di colpire navi commerciali in transito nello Stretto di Hormuz, uno dei principali corridoi marittimi per il commercio internazionale. Secondo la stessa fonte, le forze statunitensi hanno intercettato e abbattuto tutti i droni nelle ultime ore, impedendo che raggiungessero i loro obiettivi. La notizia è stata confermata anche dalle agenzie Reuters e Tass. Il Centcom ha inoltre precisato che il traffico navale nell’area continua regolarmente e senza interruzioni. Lo Stretto di Hormuz resta quindi aperto alla navigazione.

Olimpiadi Milano-Cortina: le indagini sono arrivate fino al ministero dei Trasporti

0

Alla fine, l’inchiesta della Procura di Belluno sull’appalto per la cabinovia Socrepes a Cortina d’Ampezzo ha investito anche le stanze ministeriali. I pm hanno infatti iscritto nella lista degli indagati Elisabetta Pellegrini, stretta collaboratrice del ministro Salvini, la quale coordina la struttura tecnica di missione per l’indirizzo strategico, lo sviluppo delle infrastrutture e l’alta sorveglianza del Ministero dei Trasporti. In precedenza erano stati messi sotto inchiesta il commissario straordinario Fabio Massimo Saldini, una dipendente Simico e il legale rappresentante della società vincitrice Graffer. Secondo i pm, la procedura sarebbe stata rallentata per favorire quest’ultima, dopo che due grandi aziende del settore avevano rinunciato. Le ipotesi di reato sono turbativa d’asta e presunte irregolarità nell’affidamento dell’opera, costata 35 milioni e non ancora collaudata a quattro mesi dalla fine dei Giochi.

Pellegrini ha assunto il suo ruolo al ministero di Porta Pia nel 2022. Nello specifico, la struttura di cui è a capo svolge funzioni di «supporto all’alta sorveglianza del Ministro» e «monitoraggio sulle infrastrutture strategiche e sull’utilizzo delle risorse pubbliche». Ora la donna è ufficialmente indagata per l’ipotesi di concorso nella turbata libertà della gara di appalto, già contestata ad altri tre soggetti. Le forze dell’ordine hanno acquisito i cellulari e i pc della dirigente. Matteo Salvini è subito corso in sua difesa: «Le Olimpiadi Milano Cortina rappresentano un successo straordinario riconosciuto anche all’estero – ha dichiarato il ministro dei Trasporti e leader leghista – sono state il frutto di anni di lavoro mio e di un’intera squadra, di cui ha fatto parte anche Elisabetta Pellegrini, che si è distinta per impegno e laboriosità. Rinnovo il ringraziamento a tutti per lo straordinario risultato: sono certo che le indagini confermeranno la piena legittimità di tutti gli atti». Quel che è certo è che il progetto, funestato fin dalle origini da complesse problematiche geologiche e dalla presenza di una frana attiva, ha visto lievitare i costi dai 28 milioni iniziali ai 35 finali.

Lo scorso 21 maggio, nell’ambito dell’inchiesta sulla cabinovia, la Procura di Belluno aveva disposto perquisizioni a Roma, Milano, Brescia, Napoli e Cortina d’Ampezzo. Nel mirino degli investigatori sono finiti sia Simico, società incaricata di progettare, appaltare e realizzare le opere infrastrutturali connesse ai Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali, sia la ditta bresciana Graffer, che si è vista affidare direttamente l’appalto. Erano state iscritte nel registro degli indagati tre persone, ovvero Fabio Massimo Saldini – commissario straordinario per le opere dei giochi e amministratore delegato di Simico spa, la società responsabile delle infrastrutture dell’evento -, Angelo Redaelli, amministratore delegato dell’azienda appaltatrice Graffer, e l’ingegnere di Simico Valeria Cepi. Nelle carte si legge che «l’ipotesi investigativa concerne la possibile sussistenza di condotte che, grazie ad accordi collusivi o comunque tramite modalità fraudolente, hanno deliberatamente favorito la società Graffer nell’assegnazione dei lavori a discapito di altre ditte interessate all’esecuzione degli stessi», con accertamenti che puntano a verificare se tale scelta sia stata compiuta «con la consapevolezza che i tempi a disposizione non sarebbero stati compatibili con la messa in funzione dell’impianto entro l’inizio dei Giochi Olimpici».

In molti articoli su L’Indipendente abbiamo raccontato come, a mesi dalla conclusione delle Olimpiadi, la cabinovia di Cortina d’Ampezzo non sia ancora entrata in servizio. L’impianto avrebbe dovuto collegare il centro del paese con la pista Olympia delle Tofane, sede delle gare di sci alpino femminile. Ma il cantiere, oggetto fin dal principio di proteste e contestazioni per la posizione in area franosa e per un iter assai travagliato, non è stato completato in tempo per l’evento e nemmeno per le settimane successive. Lo scorso 5 marzo, giorno di apertura delle Paralimpiadi, Simico aveva annunciato ufficialmente la fine dei lavori, dichiarando che «si sono ufficialmente conclusi ieri i lavori della Cabinovia Apollonio Socrepes», aggiungendo che, «dopo i nulla osta tecnici ricevuti da Ansfisa (Agenzia nazionale per la sicurezza delle ferrovie e delle infrastrutture stradali, ndr), il documento di fine lavori e il collaudo statico sanciscono a tutti gli effetti il completamento dell’impianto funiviario». Ciononostante, le foto diramate dal portale locale “Voci di Cortina” avevano sin da subito raccontato tutt’altro: ponteggi ancora montati, mezzi al lavoro, nessuna cabina installata.

Credito foto di copertina: Voci di Cortina

Tutto quello che si potrebbe fare con i soldi che l’Italia spende in armi

1

Quarantuno miliardi e cento milioni di euro. È la cifra che l’Italia ha destinato alla difesa nel 2025, anno in cui il Paese ha raggiunto per la prima volta la soglia del 2% del PIL concordata, o meglio imposta, dalla NATO. Un numero così grande da risultare quasi privo di senso se non lo si decostruisce, pezzo per pezzo, per capire come questi soldi avrebbero potuto migliorare la vita concreta dei cittadini. Proviamo a farlo. 

Gli ospedali 

Un ospedale di medie dimensioni, tra i 200 e i 300 posti letto, costa in Italia tra i 150 e i 250 milioni di euro. Con i 41,1 miliardi spesi in armi nel 2025 ne avremmo potuti costruire oltre duecento: duecento ospedali nuovi, distribuiti su un territorio che ha liste d’attesa di anni e pronto soccorso al collasso. Il Servizio Sanitario Nazionale assorbe ogni anno circa 130 miliardi: la sola spesa militare del 2025 vale quasi un terzo di quel budget, lo stesso che negli ultimi anni si è cercato di comprimere e razionalizzare fino a svuotarlo. 

Le scuole 

L’Italia ha circa 40mila edifici scolastici. La maggior parte è stata costruita tra gli anni Cinquanta e Settanta, quando le norme antisismiche non esistevano. Secondo le stime degli esperti, la messa in sicurezza sismica dell’intero patrimonio edilizio scolastico richiederebbe tra i 40 e i 50 miliardi di euro: con la sola spesa militare del 2025 avremmo potuto completare quasi interamente quell’operazione. Invece, i bambini italiani continuano a studiare in edifici che in caso di terremoto non offrono garanzie. Nel frattempo, i 78 programmi di riarmo avviati in tre anni di governo Meloni pesano da soli 35 miliardi: l’equivalente di 7mila nuovi edifici scolastici al costo medio di 5 milioni ciascuno. 

Gli asili nido 

La carenza di asili nido pubblici è una delle emergenze sociali più silenziose d’Italia: poco più di un bambino su quattro sotto i tre anni ha accesso a una struttura pubblica, con distanze abissali tra nord e sud. Il PNRR ha stanziato 4,6 miliardi per creare 264mila nuovi posti nido. Con i 41 miliardi della difesa ne avremmo potuti finanziare quasi dieci volte tanti: un cambiamento strutturale capace di rimettere in moto l’occupazione e alleggerire il carico che oggi grava quasi interamente sulle famiglie, e in particolare sulle madri sole – circa 1,5 milioni in Italia secondo i dati ISTAT. 

La povertà 

Nel 2023 vivevano in condizione di povertà assoluta circa 5,7 milioni di italiani, in 2,2 milioni di famiglie. Dividendo i 41 miliardi della spesa militare per il numero di famiglie coinvolte, otterremmo quasi 18.700 euro per nucleo familiare all’anno: non è uno sforzo finanziario inaccessibile per uno Stato, è una scelta politica. Il Reddito di Cittadinanza – la misura anti-povertà più ambiziosa tentata in Italia, poi smantellata – costava circa 7-8 miliardi l’anno. Con il budget della difesa 2025 lo avremmo finanziato per cinque anni consecutivi. 

Il territorio 

L’Italia è uno dei Paesi europei più esposti al rischio idrogeologico: frane, alluvioni, smottamenti colpiscono ogni anno comunità su tutto il territorio, causando morti, sfollati e danni miliardari. ISPRA e il Consiglio Nazionale dei Geologi stimano in circa 40 miliardi il costo necessario per mettere davvero in sicurezza il Paese. Con i 41,1 miliardi spesi in armi nel 2025 avremmo potuto avviare e quasi completare quel piano. Invece, ogni autunno le stesse scene si ripetono: fiumi esondati, strade interrotte, case evacuate, stati di emergenza dichiarati. La manutenzione del territorio non produce scatti nei sondaggi, e si vede. 

Le pensioni, i lavoratori, i fragili 

L’Italia conta circa 16 milioni di pensionati. Dividere i 41 miliardi per quel numero restituisce un calcolo semplice: oltre 2500 euro in più l’anno per ciascuno, circa 215 euro al mese. Per chi sopravvive con 600 o 700 euro di pensione minima non è un dettaglio: è la differenza tra pagare l’affitto e non pagarlo, tra comprare le medicine e rinunciarci. Sul fronte dei lavoratori, il Paese registra quasi due milioni di disoccupati e un tasso di inoccupazione giovanile tra i più alti d’Europa: con 41 miliardi si potrebbero finanziare anni di politiche attive del lavoro, formazione, sostegno al reddito. Si potrebbero pagare gli stipendi di tutti gli 800mila insegnanti italiani per anni – oggi tra i più bassi d’Europa – o raddoppiare i fondi destinati alla non autosufficienza, che oggi lasciano sole centinaia di migliaia di famiglie con anziani e disabili a carico. 

La casa 

Tra le crisi che il dibattito politico italiano fatica a guardare in faccia c’è quella della casa. L’Italia ha uno dei tassi più bassi di edilizia residenziale pubblica in Europa: appena il 4% del totale delle abitazioni, contro una media UE che si avvicina al 9%. Le liste d’attesa per un alloggio popolare contano centinaia di migliaia di famiglie nelle principali città, e gli affitti privati nelle aree urbane crescono a un ritmo che i salari non hanno mai inseguito. Un alloggio di edilizia residenziale pubblica costa in Italia tra i 100mila e i 150mila euro. Con i 41,1 miliardi spesi in armi nel 2025 ne avremmo potuti costruire tra 270mila e 410mila: abbastanza da dimezzare le liste d’attesa delle grandi città e da rimettere in discussione le dinamiche speculative di un mercato immobiliare che da anni espelle dai centri urbani giovani, lavoratori precari e famiglie monoreddito. Altro che i 10mila alloggi previsti dall’ennesimo annuncio del “piano casa” del governo. 

La ricerca e i cervelli 

L’Italia investe in ricerca pubblica circa lo 0,5% del PIL, tra i valori più bassi dell’Europa occidentale, contro una media UE prossima allo 0,7%. Il risultato è un’emorragia silenziosa ma costante: ogni anno migliaia di ricercatori formati nelle università italiane – a spese dei contribuenti – lasciano il Paese perché non trovano contratti, laboratori finanziati, prospettive. È una perdita secca e difficile da quantificare, ma non da immaginare: formare un laureato in medicina o in ingegneria all’università pubblica costa allo Stato tra i 100mila e i 150mila euro. Ogni partenza è un investimento regalato ad altri Paesi. Aumentare di un punto percentuale il PIL destinato alla ricerca costerebbe circa 20 miliardi l’anno: con i 41 miliardi della difesa 2025 avremmo potuto raddoppiare per due anni l’intera spesa pubblica in ricerca e sviluppo, stabilizzare migliaia di precari accademici, costruire le infrastrutture scientifiche che mancano. Invece, l’Italia continua a formare talenti per l’estero e a importare tecnologia militare. 

Il debito e i suoi interessi 

Questo è il paradosso più osceno, e anche il meno discusso. L’Italia paga ogni anno circa 80 miliardi di euro in interessi sul proprio debito pubblico: una cifra superiore all’intera spesa militare del 2025, pari a quasi il 4% del PIL. Ogni euro che lo Stato prende in prestito oggi si trasforma in un peso che le prossime generazioni porteranno per decenni. Eppure il piano di riarmo europeo che il governo Meloni sostiene è costruito esattamente su questo meccanismo: il fondo SAFE prevede prestiti agli Stati per finanziare i programmi militari, e la deroga al Patto di stabilità apre formalmente all’indebitamento per l’acquisto di armi. L’Italia ha già chiesto di accedere a quasi 15 miliardi da quel fondo. Significa missili comprati a rate, interessi pagati per anni, debito che cresce. E significa che tutti i paragoni fatti finora vanno riletti in una luce ancora più cruda: non si tratta solo di scegliere tra ospedali e carri armati oggi, ma di scegliere tra ospedali e rate dei carri armati da pagare per anni e anni. 

Il conto che verrà 

Un modello di caccia di sesta generazione

La NATO ha concordato un innalzamento della soglia fino al 5% del PIL, il che significherebbe, secondo l’osservatorio Mil€x, altri 66 miliardi di euro all’anno da trovare. Non è un’ipotesi astratta: è l’orizzonte verso cui il governo Meloni sta orientando le politiche di bilancio. Sessantasei miliardi equivalgono a metà del bilancio sanitario nazionale, a più di sette volte la spesa annuale per l’intera istruzione universitaria pubblica, a quasi un anno di interessi sul debito. Riarmare l’Italia o curarla, metterla in sicurezza o venderla pezzo per pezzo per pagare i caccia di sesta generazione: la scelta è già stata fatta, e le conseguenze ricadranno, come sempre, su chi già oggi è in lista d’attesa per un alloggio o un’operazione sanitaria.

Problemi per le app di Meta: Facebook e Instagram down

0

Disagi diffusi nel pomeriggio di oggi, venerdì 12 giugno, per diversi servizi di Meta, il gruppo che controlla Facebook, Instagram e WhatsApp. Le segnalazioni, arrivate sia dall’Italia sia da altri Paesi, riguardano problemi di accesso ai profili, difficoltà nel caricamento e nel download di immagini, oltre a malfunzionamenti nell’invio e nella ricezione dei messaggi. In alcuni casi gli utenti non sono riusciti nemmeno ad aprire le applicazioni. Problemi sono stati riscontrati anche sull’Ads Manager di Facebook, lo strumento utilizzato da aziende e pagine per gestire le campagne pubblicitarie. Disservizi, infine, anche per Downdetector, il sito che monitora le interruzioni dei servizi online.

Google è stato riconosciuto responsabile degli errori di AI Overview

0

Ormai il motore di ricerca di Google priorizza su ogni cosa AI Overview, la finestra di testo in cui l’intelligenza artificiale della Big Tech riassume in poche righe una risposta che dovrebbe soddisfare l’intero bisogno informativo manifestato dall’utente. Per l’utente medio, la funzione si presenta come una vera manna dal cielo: al posto di dover consultare e verificare diversi link, promette risposte immediate e facilmente digeribili, semplificando di molto la vita a chi non ha tempo o voglia di scandagliare i risultati effettivi delle proprie ricerche. C’è però un problema: come spesso capita per le IA generative, anche Overview è vulnerabile all’errore e non è quindi insolito che sostenga amenità infondate. Secondo un giudice tedesco, di quell’errore è responsabile Google.

L’intelligenza artificiale ha stravolto le alchimie dei motori di ricerca, offrendo strumenti che, a seconda dei punti di vista, possono essere etichettati come strepitosi o infami. Se da una parte gli strumenti come AI Overview stanno annichilendo la possibilità per blog, siti e giornali di ottenere visualizzazioni e ricavarne introiti pubblicitari, dall’altra riescono a offrire una sintesi dei contenuti che, quando non è inficiata da errori, arriva dritta al punto della questione di interesse per gli utenti. Questa transizione, però, modifica anche il ruolo dell’azienda nella diffusione delle informazioni: il portale non si limita più a ospitare e raccogliere le opinioni altrui, ma rielabora testi che poi pubblica sostanzialmente a proprio nome.

Fino a poco tempo fa, Google era solita tutelarsi dalla responsabilità derivante dal dare spazio a falsità e bugie sostenendo che la disinformazione fosse responsabilità degli autori ospitati nei suoi risultati. Con i riassunti dell’IA, questa giustificazione è ormai superata – almeno stando a quanto stabilito dalla Corte Regionale di Monaco. In una decisione datata 28 maggio 2026 e recentemente condivisa col pubblico, i giudici tedeschi hanno decretato che i testi generati da AI Overview non possano essere equiparati alla semplice elencazione di link e collegamenti. Si tratta di testi originali, presentati con tono autorevole, e la responsabilità sulla validità del contenuto cade quindi in capo al gestore

La vicenda giudiziaria nasce da che lo strumento ha collegato erroneamente due società editoriali del gruppo Verlagshaus24 a una serie di truffe e comportamenti illeciti, un’informazione che ha leso il diritto all’identità e alla reputazione aziendale. Portata in tribunale, Google ha declinato ogni responsabilità, sostenendo che gli utenti possono pur sempre verificare l’informazione esplorando i link citati nella sintesi proposta. Questa posizione non tiene però conto di due elementi critici: non sempre il risultato generato è effettivamente riconducibile a un testo esistente e si stima che solo l’1% degli utenti si soffermi a cliccare sui link forniti da AI Overview. È assodato, insomma, che chi si limita a leggere il riassunto generato dall’IA, quasi certamente non ne verifica le fonti.

Secondo il tribunale, la presenza di link non elimina la responsabilità aziendale, perché una dichiarazione autonoma, coerente e immediatamente comprensibile fa sì che l’onere della verifica non possa cadere integralmente sulle spalle dell’utente. La sentenza risolve così quell’ambiguità per cui, fino a oggi, soggetti e attività vittime della disinformazione di AI Overview si trovavano in una situazione di totale impotenza: non potevano pretendere la correzione dell’informazione né dai siti – che giustamente non riportano la notizia “allucinata” – né dal motore di ricerca, che si limitava a sostenere di aver elaborato un documento ricavato da testi già esistenti.

Secondo i dati citati dal New York Times, AI Overview vanterebbe un tasso di successo nelle sintesi di circa il 90%. Una percentuale tutt’altro che malvagia, ma che, applicata ai numeri esorbitanti delle ricerche effettuate su Google, lascia un margine di errore di proporzioni considerevoli. La posizione della Corte tedesca, per ora relativa a un procedimento preliminare, potrebbe quindi avere un impatto enorme sull’intero tessuto europeo, aprendo la strada a forme di responsabilizzazione della piattaforma in grado di influenzare il modo in cui certi strumenti di IA verranno impiegati all’interno dell’intera UE.

Yemen: almeno quattro morti in una sparatoria ad Aden

0

Almeno quattro persone sono state uccise in una sparatoria avvenuta ad Aden, in Yemen, nei pressi della residenza del governatore Abdulrahman Sheikh. Secondo le autorità locali, un membro della sicurezza incaricata della protezione dell’edificio avrebbe aperto il fuoco in modo indiscriminato, uccidendo un collega e due medici siriani, Samer Ahmed Hassan e sua moglie Samaher al Mousa, entrambi in transito nella zona. Durante la fuga, l’uomo ha ferito un civile e successivamente ingaggiato uno scontro a fuoco con la polizia, uccidendo un agente. Le autorità hanno successivamente confermato che il responsabile è stato eliminato.

I marchi globali della moda usa e getta alla conquista dei Mondiali

0

I mondiali di calcio sono cominciati, e come sempre rappresentano anche un grande momento per la vendita globale di magliette, sciarpe, cappellini e gadget di tutti i tipi che servono a colorare le strade e i tifosi. I re indiscussi di queste produzioni legate alla Fifa World Cup sono da sempre i grandi marchi di abbigliamento sportivo che quest’anno, però, per la prima volta hanno visto affacciarsi una concorrenza inaspettata: quella dei colossi della fast fashion, la moda usa e getta.

Collezioni ispirate alle nazionali e al calcio internazionale hanno fatto le loro comparse nelle vetrine di H&M, Zara, Primark e Pull&Bear, ma anche in zone meno sospette come Kiabi e Gap. Da collezioni “ispirate” ai mondiali fino a capsule con riferimenti ad alcune bandiere internazionali. Decathlon ha inaugurato una sezione intera del suo e-commerce a questo evento, proponendo sia le maglie ufficiali dei principali sponsor tecnici (Adidas, Nike, Puma) sia una serie di prodotti alternativi per i tifosi. In questo quadro di riferimenti calcistici si colloca anche la collaborazione tra Lotto ed H&M, con una collezione che pesca negli archivi dello storico marchio italiano per raccontare, attraverso capi dedicati, l’influenza che il calcio continua ad avere nel panorama della moda attuale. Questo grosso interesse e produzione di “collezioni mondiali” riflette un cambiamento sia nel fast fashion sia nel merchandising sportivo. Le logiche commerciali e di licenze si stanno trovando a fare i conti con una domanda sempre più incalzante di prodotti più accessibili rispetto alle collezioni “ufficiali”. E così nuove strategie e accordi stanno definendo in maniera differente questo settore di mercato.

Inutile negarlo: ogni occasione, per la moda, è un’opportunità di mercato che si apre. E perché lasciare i mondiali in mano a pochi, selezionati giocatori (grandi marchi dello sportswear e le federazioni delle nazionali)?

Tradizionalmente il mondo dei Mondiali è in mano alla FIFA e ad un serie ridotta di partner autorizzati per la realizzazione del merchandising ufficiale del torneo. Sul sito ufficiale si incontrano prodotti come maglie (anche tecniche, ovvero le repliche esatte di quelle indossate dai calciatori), cappelli, palloni e mascotte. Grazie ad accordi di licenze prestabilite, a produrre fisicamente questi oggetti ai quali poter apporre legalmente il logo del torneo sono solo brand tecnici e sponsor delle nazionali, ma solo per i prodotti legati alle squadre che sponsorizzano; aziende con licenza FIFA, che realizzano articoli ufficiali per tifosi e città ospitanti. È una questione di proprietà intellettuale, oltre che economica, per cui ci sono linee guida ben precise su come poter utilizzare loghi o specifiche diciture all’interno delle proprie collezioni. Tra gli autorizzati di quest’anno figurano, inaspettatamente, anche alcuni marchi di fast fast; altri brand non rientrano nelle collezioni “ufficiali”, ma comunque hanno un implicito permesso per usare i colori delle nazionali, bandiere e richiami alle maglie da gioco senza cascare in fallo. 

Crisi del mercato? Tutt’altro. Il settore fashion legato all’abbigliamento calcistico è in crescita, la richiesta di mostrare i propri colori di appartenenza è alta. Così come, nel tempo, sono diventati alti i costi delle maglie ufficiali dei club: prodotti altamente tecnici, quasi ingegneristici, che hanno fatto slittare questo segmento di mercato verso prodotti di lusso, o comunque inaccessibili ai più.

Ed è, nello spazio tra una domanda alta ed un prezzo giusto, che si inseriscono, come sempre, i marchi del fast fashion. Alternative low cost che non hanno intenzione di competere con lo sportswear ufficiale, ma di inserirsi nel gap tra il volere ed il non potere, dando la possibilità di partecipare anche esteticamente e riconoscersi in un evento di portata mondiale.

L’accessibilità alle bandiere del fast fashion funziona, anche questa volta. Resta sempre il dubbio sul come e a discapito di chi.