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Iran-USA: le indiscrezioni sui contenuti dell’accordo di pace

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Continuano a circolare le voci di un imminente accordo tra Iran e Stati Uniti. Al momento non ci sono certezze sul contenuto e il segnale più importante arriva da Tel Aviv, dove un alto ufficiale lo ha definito un accordo pessimo. Secondo alcune indiscrezioni provenienti da Washington e Teheran, l’intesa non dovrebbe essere risolutiva, piuttosto fisserebbe i termini per un cessate il fuoco, aprendo una fase di colloqui con l’obiettivo di raggiungere un accordo sulle altre questioni sul tavolo, come il nucleare iraniano. Nel frattempo verrebbe riaperto lo Stretto di Hormuz, chiuso da oltre tre mesi. Ci sono dubbi anche sulle tempistiche della firma. Il presidente USA Donald Trump, incalzato dal premier pachistano Shehbaz Sharif, ha dichiarato che l’intesa verrà raggiunta entro oggi pomeriggio. Teheran frena, non escludendo la chiusura dell’accordo «nei prossimi giorni».

Da quando venerdì scorso Donald Trump ha annunciato, per la 39esima volta, che la pace con l’Iran fosse a un passo, non si sono fermate le indiscrezioni. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha parlato di un testo di due pagine, che fissa i dettagli per la fine delle ostilità con gli Stati Uniti, e non solo. Araghchi ha infatti affermato che «la fine della guerra sarà dichiarata su tutti i fronti, Libano compreso». Se confermato, acquisterebbero senso le indiscrezioni provenienti da Tel Aviv, dove un alto ufficiale israeliano ha mostrato disappunto per i termini dell’accordo. Il premier Benjamin Netanyahu ha nel frattempo convocato per il pomeriggio il gabinetto di sicurezza.

Contestualmente all’impegno di non riprendere le ostilità, dovrebbe scattare anche la riapertura dello Stretto di Hormuz, la cui gestione — ha avvertito Araghchi — «non sarà come prima». Dopo mesi di trattative, Teheran ha ammorbidito la sua posizione, non abbandonandola del tutto. Si è passati così dai pedaggi per le navi alle più generiche tariffe applicate ai servizi nello Stretto. Alla firma dovrebbe far seguito un periodo negoziale di due mesi, durante i quali le parti affronteranno le questioni più importanti: dallo sviluppo del programma nucleare iraniano alle sanzioni statunitensi, passando per le scorte di uranio e il risarcimento dei danni subiti durante la guerra.

Per quanto riguarda le tempistiche dell’accordo, ieri pomeriggio il premier pachistano Shehbaz Sharif aveva parlato di un’intesa imminente, che sarebbe stata chiusa nel giro di 24 ore con una firma digitale tra le parti. Trump, che vorrebbe festeggiare il suo 80esimo compleanno con la conclusione dell’accordo di pace, ha rilanciato, dicendo che gli Stati Uniti non vedono l’ora «di collaborare con l’Iran e con tutto il Medio Oriente per molti anni a venire. Speriamo che tutto questo processo funzioni in modo rapido e senza intoppi. In caso contrario, abbiamo l’alternativa definitiva, che speriamo non venga mai più utilizzata!». Parole che risuonano come una nuova minaccia nucleare, dopo quella di aprile. Teheran non si è scomposta, rigettando l’ipotesi di un accordo entro oggi ma dicendosi fiduciosa per una firma a distanza nei prossimi giorni.

Regno Unito: intercettata altra petroliera russa

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Il premier Keir Starmer ha dichiarato che la marina britannica ha intercettato, nel canale della Manica, una petroliera della flotta ombra legata alla Russia. “Questa operazione, conclusasi con successo, infligge un altro duro colpo alla Russia e ricorda a coloro che alimentano la guerra di Putin in Ucraina che non permetteremo loro di nascondersi”, ha dichiarato Starmer. È la prima operazione di questo genere guidata dal Regno Unito, che nelle scorse settimane aveva affiancato Francia e Stati Uniti.

Cosa c’è dietro il resort di lusso che ha provocato la rivolta in Albania

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In Albania, quella che inizialmente sembrava essere una protesta prettamente di carattere ambientale in difesa di un’area protetta, ribattezzata Rivoluzione dei Fenicotteri, è divenuta presto l’espressione di un malcontento politico e sociale generale nei confronti del governo di Edi Rama. Al centro della contesa c’è laguna di Narta, un’area costiera incontaminata dell’Albania nell’area di Pishe Poro e Zvernec, comprendente l’isola di Sazan (la più grande del Paese). Qui Jared Kushner, genero di Donald Trump, ha messo gli occhi nel 2024 e, insieme ad altri investitori, vuole realizzare un resort di lusso da 1,4 miliardi di dollari. Il Primo Ministro albanese difende il progetto e accusa l’Iran di essere dietro alle proteste in corso. E non è un caso se dietro i rendering patinati si cela, oltre alla volontà di fare il “vile denaro”, una fitta rete di diplomazia transazionale e interessi geopolitici che coinvolgono Stati Uniti e Israele. 

Il via libera all’operazione è arrivato nel 2024, quando il Parlamento albanese, guidato dalla maggioranza del primo ministro Rama, ha approvato emendamenti alla Legge sulle Aree Protette. La riforma consente di bypassare i vincoli ambientali storici per autorizzare hotel a cinque stelle nei parchi nazionali sotto la dicitura di “investimenti strategici”. La modifica ha innescato la reazione di opposizioni e ONG. Recentemente, a complicare i piani, è intervenuta anche la SPAK (la Procura Speciale Anticorruzione albanese), che ha aperto un’indagine formale sulle modalità di adozione della legge e sui criteri di assegnazione dei terreni demaniali, ipotizzando l’assenza di regolari gare d’appalto e favoritismi sistemici.

L’appoggio di Rama all’iniziativa di Kushner è totale. Il premier difende il progetto qualificandolo come un’opportunità storica irrinunciabile, accusando l’Iran di fomentare le proteste in corso. Il collante politico ed economico dell’operazione è Richard Grenell, ex ambasciatore statunitense e inviato speciale della Casa Bianca per i Balcani. Grenell, oggi partner del fondo di Kushner, Affinity Partners, ha coltivato per anni relazioni strettissime con Rama. Molti analisti leggono questa operazione come l’applicazione pratica di una diplomazia transazionale, in cui la concessione di asset territoriali strategici viene utilizzata dai governi locali come una rendita geopolitica per blindare i propri rapporti con i vertici politici di Washington, e non solo. 

Sebbene l’operazione sia condotta con una fitta rete di società, alcune delle quali con sede nel Lussemburgo e nel Delaware (USA), per cui non è possibile conoscere i titolari, l’intera operazione è coordinata da Affinity Partners, il fondo di private equity basato a Miami fondato da Kushner. La stragrande maggioranza dei capitali di questo fondo – da miliardi di dollari – proviene da PIF (Public Investment Fund), il fondo sovrano dell’Arabia Saudita presieduto da Mohammed bin Salman. Affinity Partners, formato nel 2021, è nato con la specifica missione di strutturare corridoi economici tra gli Stati Uniti, le monarchie del Golfo e le imprese hi-tech e della difesa di Israele, proseguendo, sul piano finanziario privato, la logica degli Accordi di Abramo promulgati durante il primo mandato presidenziale di Trump.

La gestione operativa è affidata alla Sazan Real Estate Development, guidata dall’immobiliarista Asher Abehsera, partner storico di Kushner. Sul campo, secondo quanto riportato in una inchiesta di Balkan Insight, il progetto coinvolge personaggi alquanto discutibili e poco raccomandabili. Tra questi c’è la famiglia Kastrati: nello specifico padre e figlio, Shefqet e Musa Kastrati (fotografato con Ivanka Trump ed Edi Rama), alla guida di un colosso aziendale che opera nel settore di carburanti, delle assicurazioni e all’interno dell’aeroporto di Tirana, notoriamente vicino al governo. Poi c’è l’ex presidente della Corte d’Appello di Tirana, Alaudin Malaj. La famiglia dell’ex giudice possiede un appezzamento integrato nel progetto. Il dettaglio critico è che tra il 2013 e il 2019, prima di dimettersi per evitare un processo anti-corruzione, Malaj aveva emesso sentenze chiave (poi annullate dalla Corte Suprema) a favore della famiglia Shehu e di Petritaj, proprio sulle dispute fondiarie in quell’area. Artur Shehu, residente negli USA, è un faccendiere al centro di indagini per appropriazioni illecite di terreni e, secondo un’inchiesta della RAI, è stato indagato in Italia per presunti legami con la Sacra Corona Unita. Proprio Shehu sarebbe ora coinvolto nelle indagini sulla “pista albanese” in riguardo all’attentato ai danni del giornalista, e direttore di Report, Sigfrido Ranucci. Pellumb Petritaj, ex avvocato di Shehu, è stato condannato in primo grado per aver falsificato documenti di epoca ottomana riferiti a reperti che interessano proprio l’area costiera interessata dal progetto di sviluppo edilizio. 

L’interesse per l’isola di Sazan si comprende solo analizzando la sua posizione geostrategica. L’isola domina il Canale d’Otranto, il corridoio marittimo che unisce il Mar Adriatico al Mar Ionio. Inoltre, poco più a nord, vi è situato il punto di attraversamento marittimo del gasdotto TAP (Trans Adriatic Pipeline), che porta il gas azero fino al mercato europeo, approdando in Italia. Il TAP, insieme al Trans Anatolian Pipeline (che attraversa da Est a Ovest la Turchia) e al South Caucasus Pipeline (che porta il gas azero in Turchia), è una delle infrastrutture di trasporto che costituiscono il cosiddetto Corridoio Sud del Gas. Occupata dall’Italia nel 1914 e rimasta sotto la sovranità italia fino al 1947, con il nome di Saseno, durante il fascismo fu fortificata pesantemente. Nella Guerra Fredda divenne l’unico avamposto del Patto di Varsavia nel Mediterraneo, ospitando una base sovietica segreta di sommergibili. Dopo la rottura tra il dittatore Enver Hoxha e l’URSS nel 1961, Sazan fu mutata in una comune militare autarchica iper-blindata, costellata dalla presenza di circa 3.500 bunker. 

Ora, l’isola, così come la costa della zona, dovrebbe diventare un resort di extralusso dove le fortificazioni e i bunker potranno essere un brand per i miliardari globali. Vista l’importanza geostrategica della regione e gli attori coinvolti, diversi speculano (e non sarebbe fantascienza) sul fatto che il resort, viste le numerosissime strutture militari dell’isola, possa avere in realtà funzione dual-use, se non di vera e propria facciata, per un avamposto militare statunitense e israeliano nel Mediterraneo centrale. 

Accordo Iran-USA, slittano i tempi per la firma

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Teheran smentisce le parole del premier pakistano Shehbaz Sharif, che aveva annunciato la firma dell’accordo tra Stati Uniti e Iran entro le prossime 24 ore. Il memorandum d’intesa “non sarà firmato domani ma non si può escludere che accada nei prossimi giorni. Al momento non affronta la questione nucleare”, ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Ismail Baghaei. Non è previsto alcun incontro dal vivo e pertanto si attende una firma a distanza tra le parti.

Roma: al via i cortei pro e contro remigrazione

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È partito, al quartiere Prati, il corteo sulla “remigrazione” promosso dalle sigle dell’estrema destra italiana. Un migliaio di persone in strada. Centri sociali, CGIL e partiti dell’opposizione hanno organizzato, in risposta, un corteo che in questi minuti, con circa duemila manifestanti, si è mosso dal Colosseo in direzione Fori imperiali. Importante dispiegamento delle forze dell’ordine da parte della Questura, con 1500 agenti impiegati. 

Polymarket e i mercati predittivi: la nuova frontiera delle scommesse che si spacciano per finanza

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Lo scorso 18 aprile, la S.S. Lazio ha diffuso un comunicato in cui annunciava entusiasticamente l’ingresso in un «gruppo selezionato di club europei scelti da Polymarket per sviluppare nuove forme di interazione tra sport, dati e tecnologia». L’accordo, valido almeno fino al 2028 e prorogabile al 2029, garantirà alla squadra del senatore di Forza Italia Claudio Lotito circa 22 milioni di dollari, più gli eventuali bonus legati alle prestazioni. La Lazio diventa così il primo club di Serie A ad avere come sponsor principale l’azienda statunitense di mercati predittivi – una partnership che, die...

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Ucraina, via libera all’iter di accesso all’UE: c’è l’intesa degli Stati membri

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L’Unione europea ha compiuto un passo decisivo verso l’ingresso dell’Ucraina tra i Paesi membri, dando il via libera all’apertura dei primi capitoli negoziali. La decisione – che, oltre a Kiev, riguarda anche la Moldova – è stata annunciata dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen e dal presidente del Consiglio europeo Antonio Costa: sarà formalizzata lunedì 15 giugno a Lussemburgo durante la prima conferenza intergovernativa. Per Kiev l’avvio del percorso rappresenta un obiettivo strategico, reso possibile dopo il superamento del veto ungherese. Tuttavia, le persistenti criticità interne – dal tentato ridimensionamento degli organi anticorruzione agli scandali su tangenti, passando per il controllo governativo sull’informazione – alimentano più di un dubbio sulla reale tenuta democratica del Paese. Il processo di adesione diretta all’UE prevede, nello specifico, un percorso a sei passi, detti “cluster”. L’apertura di ciascun capitolo richiede l’approvazione unanime di tutti i 27 governi dell’UE e il diritto di veto può bloccare i negoziati se si ritiene che i Paesi candidati stiano regredendo sulle riforme. «Oggi – hanno dichiarato in un comunicato congiunto il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, e la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen – l’Unione europea ha fatto un grosso passo avanti. Lunedì, nella prima conferenza intergovernativa, apriremo il cluster dedicato agli aspetti fondamentali, la spina dorsale del processo di adesione». Secondo i due leader, il via libera «testimonia la determinazione, il coraggio e l’impegno dimostrati da entrambi i Paesi nel portare avanti le riforme, anche di fronte a immense sfide». Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha accolto la notizia con favore, scrivendo sui social: «L’apertura del primo cluster rappresenta un sostegno politico e morale significativo per il nostro Stato e il nostro popolo». L’accordo è giunto dopo che il nuovo esecutivo ungherese guidato da Peter Magyar ha revocato il veto che durava da due anni sotto l’esecutivo Orban, a seguito di un’intesa con Kiev sui diritti della minoranza ungherese in Ucraina. Gli ambasciatori dei Ventisette hanno approvato venerdì sera la posizione comune, corredata da una tabella di marcia sullo Stato di diritto e da un piano d’azione sulle minoranze. L’Ucraina punta ad aprire tutti i cluster già entro l’estate. «Siamo grati per il sostegno e l’unità di tutti i membri dell’Ue», ha dichiarato il viceministro Taras Kachka, aggiungendo che «l’Ucraina si aspetta di aprire a breve i successivi gruppi tematici». Un’accelerata all’iter di integrazione europea dell’Ucraina si era manifestata a fine aprile, con le conferme arrivate dalla commissaria all’Allargamento, Marta Kos, nell’ambito della riunione del Consiglio europeo in cui era stato dato il via libera al prestito da 90 miliardi di euro al Paese (grazie anche al decadere del veto di Orban) e contestualmente approvato il ventesimo pacchetto di sanzioni alla Russia. A fine maggio, poi, le indiscrezioni pubblicate dal portale europeo Euractiv avevano menzionato un funzionario anonimo che affermava come la Commissione intendesse aprire il primo capitolo negoziale sull’adesione di Kiev pochi giorni prima rispetto alla riunione del Consiglio a cui l’esecutivo europeo avrebbe avanzato formalmente la proposta. Uno scenario confermato dai fatti. A questo punto, è bene fare un passo indietro e ricordare alcuni fatti della cronaca politica recente ucraina, che hanno al centro proprio le tentate riforme messe in campo da Zelensky. Nemmeno un anno fa, il presidente ucraino ha cercato di far passare una legge per eliminare l’indipendenza i due organi anticorruzione ucraini, la NABU (l’Ufficio Nazionale Anti-Corruzione ucraino) e la SAPO (la Procura Speciale Anti-Corruzione), che stavano indagando sul caso di corruzione che ha coinvolto decine di figure vicine al presidente tra parlamentari ed ex parlamentari, 31 delle quali allora ancora in carica. Zelensky aveva addotto come motivazione non meglio specificate «influenze russe». A costringere il presidente a fare un passo indietro era stata la stessa UE, i cui funzionari lo avevano avvisato che un provvedimento simile avrebbe messo a repentaglio l’adesione all’Unione. Una volta ritirata la legge, la presidente della Commissione UE von der Leyen si era complimentata con Zelensky per il «passo positivo» nel proseguire con le riforme. Pochi mesi dopo, lo scandalo sulla corruzione negli uffici governativi è esploso nel Paese. Tra le figure di maggior rilievo coinvolte vi sono l’ex ministro dell’Energia, German Galushenko, dimessosi a novembre 2025 dopo l’esplosione del caso e riassegnato al ministero della Giustizia, l’ex vice primo ministro Oleksiy Chernyshov e un ex consigliere di Zelensky. Tutti sarebbero coinvolti in un giro complessivo di tangenti del valore di 100 milioni di dollari, destinati a proteggere le centrali elettriche dal sabotaggio russo e in realtà sottratti da alcuni funzionari a partire dal 2022. Risulta tutt’ora in vigore, peraltro, il decreto presidenziale firmato da Zelensky all’indomani dello scoppio della guerra – legato alla legge marziale – attraverso cui sono stati accorpati tutti i canali TV ucraini e creata «un’unica piattaforma informativa» per «un’informazione strategica», la United News. La stessa misura prevedeva la limitazione alle attività condotte da 11 partiti politici ucraini d’opposizione, alcuni dei quali accusati di legami diretti con Mosca.

Venezuela, ucciso il leader della gang di narcos Tren de Aragua

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È stato ucciso in un raid aereo Héctor Rusthenford Guerrero Flores, detto “Niño Guerrero”, leader del Tren de Aragua, una delle organizzazioni criminali più temute dell’America Latina. A dare notizia dell’operazione è stato il presidente statunitense Donald Trump, che ha diffuso un video in cui si vede un edificio colpito da un missile e distrutto da una violenta esplosione. L’azione, condotta in coordinamento con le autorità venezuelane – che hanno confermato la notizia – ha portato all’eliminazione del boss, ricercato da anni per traffici illeciti e attività criminali transnazionali. Il Tren de Aragua nacque nel carcere di Tocorón, trasformato da Guerrero nel centro operativo del gruppo.

Il pensiero selvaggio

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Tutti conoscono bene il capitalismo, o credono di conoscerlo. Gli intellettuali che coltivano ed esibiscono il dubbio in materia di fede religiosa o di convinzioni che non condividono, rispetto al capitalismo non hanno nessuna esitazione. Identificato con il male assoluto, con la deriva inesorabile prodotta dallo sfruttamento e dal profitto, il capitalismo sta inevitabilmente dalla parte del diavolo: il capitalismo beninteso dei potentati economici occidentali non quello gestito da un potere statale accentratore, ad esempio al modo cinese. D’altronde i cinesi, dovendo combattere il capitalismo autentico cercano di superarlo sul suo stesso terreno, con qualche richiamo esotico all’antico Egitto e alla Mesopotamia: gli schiavi al lavoro e le grandi opere, monumenti ammirabili di intelligenza costruttiva che, nel loro caso, competono con gli allevamenti intensivi di maiali ficcati in monocamere di due metri quadri come i proletari più sfortunati. E che dire poi della sfida alla qualità del prodotto finale che, non più garantendo una consistente durata, va ad alimentare in modo indiscriminato produzione di residui, rifiuti e spazzatura.

In realtà che cosa si è smarrito con l’avvento della produzione industriale, nel mondo delle macchine e delle automazioni, nel dominio delle energie fossili, nel consumismo indiscriminato, nell’occupazione cognitiva di qualsiasi minuscolo angolo di pensiero soggettivo, nella efficienza incontrastata dei mezzi informatici, nella concezione occupazionista del mondo alla maniera dei grandi imperi e dei domini coloniali del passato che allarga tale modello estensivo al controllo degli individui umani assimilati a territori da occupare? 

Che cosa si è smarrito e che cosa le nuove intelligenze ecologiche cercano di sollecitare, parlando ad esempio di prosperità al posto di sviluppo, immaginando nuove forme di condivisione e di felicità pubblica, sentendo quasi il desiderio di manipolare la realtà per una concreta buona riuscita, senza porsi chissà quali obiettivi a lungo termine? Di che cosa abbiamo davvero bisogno per ripristinare un’idea di umanità accogliente e sensibile, pronta a servire piuttosto che a puntare esclusivamente a profitti economici?

Che cosa si è oscurato, che cosa potremmo ripristinare come orizzonte remoto da raggiungere al di là di ogni credo personale, quasi come terapia per guarire da sentimenti estremi come l’odio? E ancora: perché il pensiero bellicista e armigero non è soltanto una minaccia permanente alla pace ma ancor di più un insulto programmatico alle forme dialogiche, alla ricerca di una verità condivisa, ai valori fondanti, semplici e immensi, dell’umanità. Quale ‘perché’ hanno le scorciatoie violente che devono crearsi continuamente nemici e dunque nuove vittime all’insegna di vendette storiche tanto imponenti quanto devastanti, contrarie a una qualsiasi tolleranza e dignità di vita? 

Un guasto difficilmente riparabile ma che dobbiamo arginare è rappresentato dal pensiero finalizzato: il fatto che tutto debba avere una funzione e soltanto quella, come se la realtà fosse una gigantesca app che ammette soltanto una procedura, il fatto di intendere la vita insomma come una “conquista laboriosa” (F. Gros) che ci vede sempre occupati: perfino il linguaggio è “impegnato nella fabbricazione quotidiana del mondo”, dello stesso ordine delle tabelle, dei bilanci, delle proiezioni, dei rapporti, degli algoritmi. Non sono ammessi errori. Non è forse per questo che sta avendo successo la poesia grazie al suo vago determinismo, alla sua assenza di finalità programmate?

Abbiamo una necessità vitale di imprecisione, di tolleranza degli errori, di fantasie alternative, di preghiera riconoscente, di sguardo alla vaghezza artistica del cielo più che al controllo delle situazioni atmosferiche.

Bricolage e adattamento creativo, dunque. Un grande antropologo culturale, Clade Lévi Strauss, e un grande etologo, Konrad Lorenz, richiamavano a queste due attività cognitive e relazionali. Il bricolage come forma di interazione con il mondo, le cose e le persone, ricorrendo non a strumentazioni tassative, a perfetti utensili predisposti ma a una incessante creatività mitologica e compositiva che mira a risolvere le situazioni perfino con espedienti e non con programmate procedure costrittive.

Queste capacità di rispondere brillantemente all’insorgere dei problemi l’ha sperimentata e la sperimenta ad esempio il cinema, il concorrere di risorse disparate per arrivare al risultato, la capacità di superare le difficoltà che si presentano nel via via e nel viavai della produzione.

Scrivo queste righe dichiarando una immensa nostalgia, anzi meglio un grande amore per il pensiero selvaggio, per lo stupore generato dal ripetersi spontaneo dell’identico, per la straordinaria novità che è insita in ciascun essere umano, per la voglia di mettere da parte le costrizioni derivanti da un sistema di attese soffocanti.

Fatemi chiudere a mio modo con due esempi lontanissimi tra di loro ma espressivi. Il giocoliere al semaforo e il chirurgo d’urgenza. Lévi Strauss avrebbe parlato dell’opposizione tra gioco e rituale, tra sfida e adesione, tra creatività e obbedienza, tra attenzione e automatismi, tra competenza e contesto.

Il nostro mondo rischia di dimenticare i margini, compresi quelli di tolleranza, di applicare la stupidità alle relazioni umane, come se gli altri ci dovessero per forza assomigliare, per esasperare la competizione invece della collaborazione.

Rischia di parlare di massimi sistemi dimenticando che la verità è un mosaico di piccole cose e che il più grande bricoleur è Dio stesso. Altro che l’imperialismo sordo e cieco, altro che il riarmo che confonde necessariamente difesa e sopraffazione, altro che piani di occupazione del mondo. E davanti a noi sempre gli stessi che propugnano solidarietà ed ecologia e prendono il jet privato per andare a comprare le sigarette. 

Cresta sui pedaggi autostradali, 6 indagati a Termini Imerese

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La Procura di Termini Imerese ha aperto un’inchiesta su presunte irregolarità nei pedaggi dell’autostrada Palermo-Messina. Sei persone, tra cui cinque dipendenti del Consorzio Autostrade Siciliano e un impiegato della società che gestisce la rete informatica, sono accusate di 266 episodi di peculato. L’indagine nasce da un esposto del Cas, che segnalava anomalie negli incassi ai caselli di Buonfornello, Cefalù e Castelbuono e una sproporzione tra transiti registrati e somme versate. Le telecamere installate dalla Polstrada avrebbero documentato il sistema: gli esattori incassavano contanti e biglietti senza registrarli correttamente nel sistema elettronico.