Ieri in Svizzera si è votato per un referendum promosso dal partito di destra Unione Democratica di Centro (UDC), che intendeva introdurre un tetto massimo alla popolazione a 10 milioni di abitanti entro il 2050. Al momento la popolazione svizzera conta circa 9 milioni di persone, di cui un quarto di origine straniera. L’iniziativa referendaria puntava di fatto a limitare l’immigrazione, avanzando una stretta del diritto di asilo e dei ricongiungimenti familiari. Il 54,79% dei votanti ha tuttavia optato per il no, rigettando la proposta. A trainare il risultato è stato il voto nelle grandi città e nei cantoni francofoni.
«No a una Svizzera da 10 milioni!». Con questo slogan, l’Unione Democratica di Centro (UDC) aveva lanciato l’iniziativa popolare sottoposta al voto ieri. Alle urne si sono recati 3,3 milioni di elettori: i voti a favore della riforma si sono fermati sulla soglia del milione e mezzo, mentre il fronte contrario ha superato quota 1,8 milioni di voti, trainato dai cantoni francofoni e dalle grandi città. Diversi cantoni svizzero-tedeschi hanno invece registrato una maggioranza favorevole, così come il Ticino, dove il sì ha vinto di misura con il 50,66% dei voti. Il Consiglio federale, organo esecutivo svizzero, ha ufficializzato l’esito referendario, confermando il respingimento della proposta popolare. Il 54,79% dei votanti ha evitato che si mettesse mano alla Costituzione, introducendo il tetto di 10 milioni di abitanti entro il 2050.
Nel caso in cui fosse passata la proposta e la popolazione svizzera avesse superato i 9,5 milioni di abitanti prima del 2050, il Consiglio federale e il Parlamento avrebbero dovuto adottare dei provvedimenti ristrettivi, in particolare nel settore dell’asilo e del ricongiungimento familiare. Con il superamento del limite dei dieci milioni, la Svizzera avrebbe dovuto rinunciare, entro due anni, all’accordo sulla libera circolazione delle persone stipulato con l’Unione europea nel 2002. «Da quel momento — scrive il Consiglio federale — la popolazione è aumentata di circa 1,7 milioni di persone. L’aumento è dovuto soprattutto all’immigrazione, che tiene in piedi il mercato del lavoro. Le imprese, ma anche strutture pubbliche come ospedali e case di cura, si rivolgono spesso all’area dell’Unione europea per reperire la manodopera specializzata mancante».
Di fronte alla prospettiva di mettere in crisi il sistema produttivo e snaturare la tradizione umanitaria del Paese, che nei secoli ha portato ad accogliere persone perseguitate per motivi politici e religiosi, la maggioranza degli svizzeri è intervenuta, rispedendo al mittente la stretta migratoria.
Dopo settimane di annunci di Trump, oggi il raggiungimento di un accordo di pace tra USA e Iran è realmente una notizia: dopo l’annuncio del primo ministro pakistano Shehbaz Sharif, giunto nella notte, la conferma è arrivata anche dal Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale iraniano, in un comunicato apparso sull’agenzia di stampa ufficiale IRNA. In base a quanto previsto dall’accordo raggiunto, le ostilità tra le parti cesseranno immediatamente (incluso in Libano) e che il blocco navale imposto all’Iran dagli USA sarà revocato con effetto immediato. La firma definitiva dell’accordo dovrebbe avere luogo il prossimo venerdì 19 giugno in Svizzera.
Secondo quanto riferito dal Consiglio Supremo iraniano, «i negoziati per l’accordo definitivo saranno rinviati fino a quando gli impegni dell’altra parte non saranno stati adempiuti in conformità con il memorandum d’intesa». Secondo quanto riportato da IRNA, infatti, nei due mesi successivi alla firma del memorandum Teheran e Washington svolgeranno ulteriori round di colloqui per giungere a un «accordo globale» sulle questioni più controverse in sospeso tra le due parti. Il raggiungimento di un accordo era stato anticipato lo scorso venerdì dal presidente americano Donald Trump, che per la trentanovesima volta dall’inizio della guerra scatenata da Washington e Tel Aviv aveva dichiarato che «oggi abbiamo posto fine alla guerra con l’Iran». La scorsa settimana, USA e Iran si erano scambiati attacchi incrociati, facendo sorgere il timore di una nuova escalation e l’allontanamento dei colloqui. Dopo l’annuncio di venerdì di Trump, l’Iran aveva smentito l’imminente firma di un accordo, anche se numerosi media avevano segnalato cenni di distensione tra le parti.
I dettagli noti e confermati del memorandum si limitano a quanto comunicato dalle autorità iraniane, mentre per il resto sono disponibili solamente indiscrezioni stampa, non confermate da alcuna fonte ufficiale. In un articolo pubblicato lo scorso sabato 13 giugno, l’agenzia di stampa non ufficiale iraniana Mehr News riportava che l’accordo dovrebbe prevedere anche l’impegno degli USA a non interferire con le questioni interne dell’Iran, la riapertura dello Stretto di Hormuz entro 30 giorni, il ritiro di tutte le truppe statunitensi dalla regione, la sospensione delle sanzioni a Teheran, 300 miliardi di dollari USA da investire nella ricostruzione delle infrastrutture iraniane distrutte dalla guerra e l’impegno dell’Iran a non sviluppare armi nucleari. Condizioni analoghe erano state riportate anche dal quotidiano Axios. Tuttavia, un segnale rilevante giunto nelle scorse ore riguardo alla questione proviene da un alto ufficiale israeliano, che ha definito l’accordo «pessimo».
Proprio Israele, che ha cercato in ogni modo nelle scorse settimane di boicottare un accordo tra USA e Iran, nel pomeriggio di ieri ha nuovamente bombardato la capitale libanese Beirut. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Aragchi, ha affermato che la «responsabilità diretta» dei crimini del regime israeliano è statunitense e che questi potrebbero comportare «pericolose conseguenze» per Washington e Teheran.
Nella serata di ieri, domenica 14 giugno, un aereo privato è precipitato a Butler, nello Stato americano del Missouri. La polizia stradale del Missouri ha affermato che l’incidente è avvenuto vicino all’aeroporto Butler Memorial, a circa 100 km a sud di Kansas City, e che tutte le persone a bordo del velivolo, 12 in totale, sono morte a seguito dello schianto. Secondo quanto spiegato dal direttore dell’aeroporto e responsabile della gestione delle emergenze della contea di Bates all’agenzia di stampa Reuters, dopo il decollo l’aereo non sarebbe riuscito a prendere quota; avrebbe dunque effettuato una brusca virata e si sarebbe poi schiantato a circa 274 metri dalla pista.
Cinque donne congolesi aspettavano questa sentenza da decenni. Il 22 maggio 2026 la Corte di cassazione del Belgio ha chiuso definitivamente la partita: lo Stato è responsabile del rapimento e della segregazione razziale sistematica dei bambini métis — nati da madri africane e padri europei — durante il dominio coloniale. Atti che i giudici hanno qualificato come crimini contro l'umanità.
È la prima volta nella storia che uno stato europeo viene condannato in via definitiva a risarcire le vittime del colonialismo. Il caso era stato promosso da Marie-Josée Loshi, Noëlle Verbeken, Léa Tavares Mu...
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Oggi in Svizzera si è votato per un referendum promosso dal partito di destra UDC, che intendeva introdurre un tetto massimo alla popolazione a 10 milioni di abitanti entro il 2050. Oggi il Paese conta poco più di 9 milioni di residenti, di cui un terzo di origine straniera. L’iniziativa puntava di fatto a limitare l’immigrazione, riducendo il numero dei richiedenti asilo e dei ricongiungimenti familiari e rendendo più difficile per gli stranieri ottenere la residenza permanente. Il 55% dei votanti ha optato per il no, rigettando la proposta.
Dietro la narrazione della “transizione ecologica” si nascondono spesso le stesse dinamiche economiche di potere globale, ciniche e predatorie. Affianco a progetti necessari, in Italia la proliferazione di maxi-impianti legati all’agrivoltaico, al fotovoltaico a terra e all’eolico si contraddistinguono non di rado come processi calati dall’alto, vissuti come un’usurpazione da parte di territori lasciati a margine del processo decisionale e dei potenziali benefici economici. In questo quadro opaco, non a caso, è stata un’inchiesta collettiva condotta da collettivi ecologisti e attivisti a svelare un altro punto oscuro della “green economy” tricolore, scoperchiando il vaso di Pandora sugli investimenti israeliani nei progetti di energia rinnovabile in Italia. Un dossier che, partendo dalle lotte contro la stazione elettrica di Carisio, nel vercellese, o dalle proteste dei cittadini contro i pannelli nei campi di Massarosa, sull’Appennino, o in Sardegna, ha tracciato il filo rosso che unisce speculazione, devastazione del paesaggio e del suolo agricolo italiano, direttamente alle aziende che fiancheggiano il potere sionista nell’occupazione della Palestina e nello sterminio sistematico dei suoi abitanti.
Il meccanismo rivelato dall’inchiesta è emblematico di come l’innovazione tecnologica non sia mai neutrale. Lo Stato d’Israele si propone a livello globale come leader mondiale delle tecnologie, quelle verdi comprese. Eppure, questo know-how si nutre in maniere diretta delle politiche coloniali israeliane. Come sottolineato nel dossier, che si avvale anche dei dati incrociati del centro di ricerca indipendente WhoProfits, le aziende israeliane hanno potuto sperimentare e affinare le proprie tecnologie energetiche sfruttando le risorse e il suolo dei territori occupati in Palestina e in Siria (Alture del Golan). Nel contesto mediorientale, la distesa di pannelli solari non è solo uno strumento di produzione energetica, ma una vera e propria infrastruttura di colonizzazione: occupa fisicamente il terreno, previene il ritorno della popolazione palestinese e siriana e normalizza la presenza degli insediamenti dei coloni. Si tratta di una gigantesca operazione di greenwashing su scala statale:ripulire l’immagine di un Paese responsabile di apartheid e di genocidio sotto la patina rassicurante della “sostenibilità ambientale”.
Il ciclo di accumulazione e sfruttamento non si ferma in Medio Oriente. Dopo aver capitalizzato tecnologie e profitti sulle terre occupate, i grandi gruppi esportano il loro modello in Europa, e l’Italia rappresenta oggi un terreno di caccia ideale. Tra i nomi emersi nell’indagine troviamo colossi come Enlight Renewable Energy, Ecoenergy, Sunprime e Ellomay.
Il caso di Enlight è forse il più paradigmatico. Nata nel 2008, la società è ampiamente coinvolta in progetti sulle Alture del Golan occupate (installazione di turbine, costruzione di strade, reti ad alta tensione) e nell’installazione di pannelli solari nelle basi militari israeliane. Come se non bastasse, nei bilanci dell’azienda compaiono persino donazioni destinate alle forze armate israeliane (IDF). Oggi, attraverso le sue sussidiarie, Enlight ha messo le mani su svariati progetti eolici e solari nel Sud Italia, come in Puglia, dove c’è anche chi ha manifestato la volontà di costituire una colonia israeliana autosufficiente, ma anche in Basilicata e in Molise. La colonizzazione del paesaggio italiano entra dunque nel ciclo di estrazione di profitto e distruzione, andando a foraggiare un’economia di guerra, di apartheid e di genocidio.
Lo stesso schema si ripete per altre realtà sostenute da fondi e colossi assicurativi come Clal, Migdal, NofarEnergy e NoyFund, entità finanziarie che detengono infrastrutture in Cisgiordania e contemporaneamente investono pesantemente nella speculazione energetica nelle campagne italiane. Siamo di fronte a quello che il dossier definisce efficacemente un “triplo livello di sfruttamento”. In primo luogo, l’occupazione di suoli per piazzare mega-infrastrutture esternalizzando i costi ambientali; in secondo luogo, l’espropriazione delle risorse naturali come sole e vento, unita alla sottrazione di terra fertile alla vocazione agricola locale; in terzo luogo, la finanziarizzazione estrema del territorio, ridotto a mero asset in un portafoglio d’investimento volto a garantire rendimenti a entità estere, in questo caso entità che portano avanti un genocidio. Parlare di “israelizzazione” del territorio italiano, riprendendo un concetto già applicato alle università italiane legate a doppio filo con l’industria bellica israeliana, secondo gli attivisti non è dunque una provocazione, ma l’amara fotografia di una svendita nazionale.
Una certa logica mediatica spinge spesso a considerare i comitati contro le opere come espressioni di quello che in inglese è stato ribattezzato movimento NIMBY (not in my backyard – letteralmente “non nel mio cortile”) un acronimo inventato per denigrare i movimenti ecologisti accusandoli di essere egoisticamente a protezione di minuti interessi locali. Alcuni di questi movimenti, come quelli che hanno dato vita a questo dossier, si dimostrano invece in prima linea nella difesa dell’interesse pubblico contro un capitalismo “verde” che, dietro la promessa di un futuro a zero emissioni, nasconde la cruda realtà della speculazione finanziaria, del neocolonialismo e della complicità alle più spietate dinamiche di oppressione. Da parte loro non c’è nessuna battaglia contro le energie rinnovabili, solo la richiesta che dietro la retorica della transizione verde non si celino le solite dinamiche dell’affarismo di rapina ai danni dei territori e dei diritti umani.
L'anno scolastico volge al termine ed è tempo di bilanci. Tra le tante possibili linee tracciabili, una conduce dritta a Leonardo. Non il genio creativo proveniente da Vinci, inventore di macchine visionarie, studioso di animali e natura, ma l'azienda simbolo del settore militare e aerospaziale italiano. Quella che per decenni è stata Finmeccanica, nel 2016 è diventata Leonardo SPA, macinando profitti e scalando posizioni nella classifica globale delle aziende della Difesa. Una crescita favorita dall'attuale fase di crisi del sistema internazionale, travolto da guerre e corse agli armamenti. O...
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Leonardo Fioravanti ha vinto il Surf City El Salvador Pro 2026, conquistando il suo primo successo nel circuito mondiale della World Surf League (WSL), il campionato più prestigioso al mondo della disciplina. È la prima vittoria di un italiano. In finale, Fioravanti ha battuto il brasiliano Italo Ferreira, leader del ranking, con il punteggio di 15,33 a 10,90 grazie a due onde valutate dai giudici 8,33 e 7,00 punti. Con questo successo, il più importante della sua carriera, Fioravanti sale al terzo posto della classifica mondiale.
Lontano dai radar delle classifiche, dalle luci del grande mercato discografico e dai grandi eventi musicali da centinaia di euro a biglietto, esiste un sottobosco musicale vivo e fecondo. Quella che segue non è altro che una piccola lista di consigli per l’ascolto, per definizione personale e non esaustiva, che non include solo novità, aprendosi anche a produzioni musicali che hanno già qualche anno, ma poco conosciute. Ce n’è un po’ per tutti i gusti, anche se non è detto che incontri i gusti di tutti.
1. Molčat Doma – Ėtaži
Rendere celebre la dark-wave bielorussa in tutto il mondo. Facendo ballare l’universo dei social su testi che parlano di solitudine, dolore, morte e disperazione. È questa l’impresa, apparentemente improbabile, riuscita ai Molčat Doma, trio di Minsk cresciuto a sigarette, cemento armato e Joy Division. Il loro secondo disco esce nel 2018 senza particolare clamore, con tutte le carte in regola per restare confinato ai margini della scena musicale. Del resto, anche geograficamente, la Bielorussia non è mai stata esattamente al centro della mappa. E invece no. Nel 2020, complice l’algoritmo insondabile di TikTok, uno dei loro brani, Sudno, un pezzo cantato in russo che parla di un suicidio in ospedale, finisce a fare da sottofondo ai video di persone che ballano davanti all’architettura brutalista della ex Unione Sovietica. Un trionfo del disagio, ma in 4K. Il risultato è Ėtaži: un disco che oggi suona come un classico moderno del post-punk contemporaneo, capace di parlare a generazioni lontanissime tra loro senza mai cambiare espressione. Sempre serio, sempre grigio. Anche quando il mondo, inspiegabilmente, balla.
2. Flavio Giurato – Il Console Generale
Ascoltare Flavio Giurato significa prima di tutto ascoltare i sospiri con cui lega le parole delle sue canzoni. I suoi brani si fanno sempre più spogli con il tempo che passa, come se ogni disco fosse un progressivo svuotamento, una sottrazione ostinata di tutto ciò che è superfluo. Rimane l’ossessione, rimane la voce, rimane il ritmo interno di frasi che tornano, si piegano, si consumano su se stesse. Il Console Generaleè il suo nuovo disco, uscito in sordina a inizio gennaio, così come in sordina sembrano sempre muoversi le sue canzoni. Questa volta, però, sono disposte con una precisione quasi matematica: otto tracce per l’ottavo album. Nel disco si incontrano le storie di otto personaggi diversi, figure isolate, chiuse ciascuna nella propria solitudine, eppure legate dalla musica. Sembrano viaggiare insieme senza mai davvero incontrarsi, come se condividessero lo stesso tempo e lo stesso spazio pur restando irrimediabilmente separati. Una visione che prende perfettamente forma nel brano che chiude il disco, Caravan, che non avrebbe sfigurato in Sirāt, il film di Oliver Laxe uscito pochi mesi fa in cui un gruppo di raver dispersi nel deserto cerca una direzione per la salvezza in un’atmosfera da fine del mondo. Nessuno sa dove sta andando, ma d’altronde, come canta Giurato, «solo se si parte eventualmente si arriva».
3. Flea – Honora
La notte dell’11 settembre 1987 il grandissimo bassista jazz Jaco Pastorius è morto come muore una rockstar: facendosi spaccare la testa da un buttafuori mentre, completamente ubriaco, tentava di entrare in un locale. Quasi 40 anni dopo il bassista dei Red Hot Chili Peppers, Flea, cerca di seguire le sue orme. Non morendo fuori da una discoteca, bensì dandosi a sua volta al jazz. Il suo primo album da solista è uscito il 27 marzo e, a giudicare dai singoli già pubblicati, segna un netto allontanamento dal suo stile più riconoscibile per abbracciare sonorità decisamente più intime. Il basso resta centrale, ma non è mai slappato né esibito: è una presenza costante e discreta, che sostiene assoli di tromba e tastiere dai toni notturni. A suonare con lui diversi ospiti di grande spessore come Nick Cave e Thom Yorke, quest’ultimo co-autore di uno dei brani che anticipano il disco, Traffic Lights. L’album si intitola Honorae, più che un debutto solista nel senso classico, sembra una libera uscita in territori diversi dal solito. Flea non cerca di reinventarsi, ma di spogliarsi. Di togliere un po’ di rumore e di dimostrare che, anche lontano dal funk e dal rock, il suo basso sa sempre trovare il ritmo giusto.
4. Twisted Teens – Blame the clown
Se esiste un luogo che incarna, più di ogni altro, l’evoluzione della musica americana, quel luogo è senza dubbio New Orleans. Eppure, negli ultimi tempi, proprio da lì sembrano arrivare poche novità degne di nota. A smuovere le acque ci pensano i Twisted Teens, duo che, almeno a un primo ascolto, pare discostarsi nettamente dall’eredità sonora della propria città. Niente trombe né sassofoni, né echi di parate funebri. Al loro posto, chitarre abrasive e riverberi che sembrano risalire da uno scantinato polveroso. Pubblicato a febbraio, il loro secondo lavoro Blame the Clown abbandona senza rimpianti il groove rilassato della Louisiana per abbracciare un’urgenza rock viscerale e nervosa. Eppure, è proprio nella loro essenzialità che i Twisted Teens trovano una cifra distintiva: in due soltanto, uno imbraccia una chitarra distorta e tagliente, l’altro una pedal steel che piega e dilata il suono, generando un contrasto sorprendente. Ne nasce una materia sonora ruvida, imperfetta, ma attraversata da una vena melodica inattesa, quasi struggente. Intorno a questo nucleo minimo, gravitano spesso musicisti diversi, presenze mobili che arricchiscono e mutano di volta in volta il paesaggio sonoro. È una scelta che, in fondo, tradisce un legame più profondo con la tradizione di quanto sembri: quello spirito collettivo e fluido che da sempre attraversa la musica del Mississippi, dove le identità si mescolano e le canzoni cambiano pelle a ogni incontro.
5. The Stone Roses – The Stone Roses
Maggio è un mese strano. È un mese che inizia e finisce, ogni anno, con la promessa di cambiare tutto senza però risolvere mai niente. Nel maggio del 1968 Parigi bruciava per le proteste degli studenti e qualcuno tra il fumo portava in tasca un limone da succhiare contro i lacrimogeni. Il maggio del 1989 quattro ragazzi di Manchester pubblicavano un disco con una copertina piena di limoni e un tricolore francese schizzato di vernice. Il collegamento non è casuale. Il cantante degli Stone Roses, Ian Brown, aveva fatto autostop e incontrato un vecchio manifestante del Sessantotto che girava ancora con un limone in tasca. Per abitudine, per nostalgia, o per entrambe le cose. Quel limone era finito dritto in copertina e nel testo di Bye Bye Badman, il loro brano più esplicitamente politico. Il 1989, del resto, era anch’esso un anno di soglie. Il Muro sarebbe caduto in novembre, il mondo stava cambiando. In quel loro primo album gli Stone Roses catturavano tutta l’eccitazione che si respirava a Manchester in quegli anni. Quasi quarant’anni dopo il disco non ha perso un grammo del suo peso specifico. Rimane uno di quegli album rari in cui tutto converge verso qualcosa che sembra inevitabile solo a posteriori. Come tutti i momenti di maggio.
6. Sun O))) – Sun O)))
C’è una domanda che lo psicologo canadese Albert Bandura si è posto per decenni: come fanno le persone, e le società, a compiere o tollerare azioni che in altri contesti giudicherebbero inaccettabili? La risposta, nella sua teoria del disimpegno morale, è semplice e agghiacciante: diluendo la responsabilità, disumanizzando le vittime, frammentando la catena causale fino a renderla invisibile. In altre parole: annebbiando la coscienza con abbastanza rumore di fondo da rendere impossibile distinguere il segnale. I Sunn O))) fanno esattamente questo. Solo che nel loro caso è un complimento. Il nuovo album eponimo del duo americano, il primo dal 2019, è un esercizio sistematico di dissoluzione. 6 tracce strumentali per 80 minuti di tempo nei quali le chitarre non suonano: si depositano. Entrano nel corpo prima che nella mente, esattamente come i microtoni degli Angine de Poitrine, ma con l’effetto opposto: non ipnotici e ballabili, bensì immobilizzanti, cosmici e vagamente minacciosi. Il disimpegno morale di Bandura funziona per saturazione: troppe informazioni, troppo rumore, troppa distanza tra causa ed effetto. La musica dei Sunn O))) funziona per lo stesso principio, ma rovesciato: è troppo poco. Ottanta minuti è un tempo lungo per non dire niente. Ma è anche il tempo esatto necessario per dimenticare dove si era.
7. American Football – American Football
Maggio si apre con il quarto disco eponimo degli American Football, band che ha fatto della coerenza editoriale un proprio marchio di fabbrica. Tornano a sette anni di distanza dal loro precedente lavoro, American Football, a dieci dal secondo album, American Football, e soprattutto a ventisette anni dall’esordio che li rese leggendari, intitolato American Football. Il nuovo American Football degli American Football, per gli amici semplicemente LP4, è stato anticipato dal singolo Bad Moons, che è, a tutti gli effetti, una canzone degli American Football: chitarre distorte e tremolanti, atmosfere notturne e malinconiche, strutture dilatate e quella sensazione di sospensione emotiva che da sempre definisce il loro suono. La band sembra voler ribadire ancora una volta che crescere non significa cambiare pelle, ma imparare a suonare le stesse emozioni con una profondità nuova. E, in fondo, non sorprende che non cambi nemmeno il nome del disco: American Football ancora una volta, come se il tempo fosse passato senza davvero scalfire l’identità del gruppo, fedele a sé stesso anche nel gesto più semplice e ostinato di continuare a chiamarsi, e a chiamare i propri album, sempre allo stesso modo.
8. Rory Gallagher – Irish Tour ’74
C’è una foto del 1974 in cui Rory Gallagher tiene in mano una Fender Stratocaster così consumata che sembra un oggetto trovato in un campo dopo una guerra. La vernice è andata, il legno è nudo, il manico ha preso la forma esatta delle sue dita. Non era una scelta estetica. Era semplicemente il risultato di suonare ogni notte, in ogni posto, senza mai smettere. Nel 1974 l’Irlanda del Nord era una zona di guerra. I Troubles erano nel pieno. Gallagher suonò lo stesso, al nord e al sud, in posti in cui altri non sarebbero andati nemmeno per sbaglio.Irish Tour ’74 è la registrazione di quei concerti. Non è esplicitamente un documento politico. Gallagher non era solito fare discorsi dal palco, non portava messaggi. Portava una chitarra rotta e suonava finché il pubblico non smetteva di pensare a cos’era successo fuori. A volte il blues è semplicemente questo.
9. Oasis – Familiar to Millions
Il concerto inizia con una canzone strumentale. Quella che da quel momento verrà utilizzata dal gruppo per aprire tutti i live della loro carriera. A sentire il riff sembra quasi un pezzo di Rory Gallagher. Poi però, appena il brano si conclude, si sente la voce del cantante che sale sul palco e urla alle 80mila persone presenti allo stadio di Wembley: «About time they knocked this fuckin’ shit down!». Ed è lì che si capisce che al microfono c’è un altro Gallagher: Liam. Il 21 luglio del 2000, gli Oasis, all’apice della loro gloria, si esibirono nello storico stadio di Londra, davanti a una folla che non era lì per assistere a un concerto, ma per partecipare a un’incoronazione. Familiar to Millions è la registrazione di quella sera. Liam Gallagher sul palco canta con le mani dietro la schiena e la mascella in avanti, come se aspettasse che qualcuno lo colpisca. Noel suona e lascia che sia la sua chitarra a rivolgersi al pubblico. Insieme suonano male quanto basta per sembrare umani, ma spavaldi quanto basta per sembrare invincibili. A volte il rock è semplicemente questo.
10. Joe Bonamassa – The Spirit of Rory: Live From Cork
Forse Rory Gallagher non aveva la stessa arroganza degli Oasis sul palco, ma ciò non gli impedì di vivere una vita all’insegna della sregolatezza. Morì a 47 anni, segnato anche dall’alcolismo, e lasciò dietro di sé una collezione di chitarre che il mondo si sarebbe conteso per decenni. Una di queste, una National Triolian resonator del 1930, finì al Cork Public Museum. Nel 2025 il museo la prestò a Joe Bonamassa, che la portò sul palco nella stessa città dove Gallagher era nato, e la usò per suonare As the Crow Flies. È il tipo di gesto che o funziona o diventa imbarazzante, senza vie di mezzo. Funziona. Non perché Bonamassa imiti Gallagher, ma perché tratta la chitarra come se fosse un documento storico da leggere ad alta voce, non una reliquia da esporre in una teca. The Spirit of Rory esce proprio questo mese e presenta tutti i difetti prevedibili di un disco tributo: a tratti è reverente fino alla rigidità, a tratti dimentica che l’originale esistesse già. Ma poi arriva un momento in cui lo strumento del 1930 risuona in una sala del 2025, davanti a gente che forse non era ancora nata quando Irish Tour ’74 fu pubblicato, e il tempo fa una delle sue solite stranezze. Come se la vernice consumata di quella vecchia Stratocaster fosse finita, da qualche parte, per riapparire.
Questa è Ipertraccia. Rubrica domenicale che parla di musica. Se vi piace consigliatela ai vostri amici. Se non vi piace consigliatela ai vostri nemici. Se volete scriverci fatelo a musica@lindipendente.online
A una settimana di distanza dall’ultima volta, l’esercito israeliano è tornato a bombardare Beirut. Colpito un edificio nei sobborghi meridionali della capitale libanese. Va avanti, in parallelo, l’invasione via terra del Paese, con i soldati israeliani stanziati diversi chilometri all’interno del Libano. Hezbollah continua a rispondere agli attacchi. Nelle scorse ore sono stati lanciati missili e droni verso il nord di Israele. Nei prossimi giorni è attesa la firma dell’accordo di pace tra USA e Iran, che stando alle dichiarazioni di Teheran dovrebbe includere anche il cessate il fuoco in Libano.
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