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Biolaboratori in Ucraina: i documenti desecretati riaprono il caso su Hunter Biden

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«Hanno mentito al popolo americano». Con queste parole, la direttrice dimissionaria dell’Intelligence nazionale USA, Tulsi Gabbard, ha accompagnato la desecretazione di documenti che confermano l’esistenza di oltre 40 biolaboratori (su 120 nel mondo) finanziati da Washington in Ucraina e riportano sotto i riflettori una vicenda che per anni è stata liquidata come “disinformazione”. Dal nuovo dossier emerge anche il nome di Black & Veatch, principale contractor del Pentagono per numerosi programmi biologici. Ed è proprio qui che torna a ripresentarsi sullo sfondo la vicenda di Hunter Biden. Black & Veatch collaborò, infatti, con Metabiota, società biotech che nel 2022 finì sotto i riflettori per un investimento da 500 mila dollari ricevuto da Rosemont Seneca Technology Partners, fondo associato al figlio dell’allora presidente Joe Biden.

I documenti desecretati non provano un coinvolgimento diretto di Hunter Biden nei laboratori ucraini, ma riportano al centro della scena quella rete di finanziamenti e società private, che per anni è stata liquidata come una “teoria del complotto” e che oggi riaffiora nelle stesse carte pubblicate dall’intelligence statunitense. Le slide dell’Office of the Director of National Intelligence offrono una fotografia dettagliata dell’infrastruttura biologica costruita in Ucraina con fondi statunitensi nell’ambito del Cooperative Threat Reduction Program, il programma avviato dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica per impedire la proliferazione di materiali e competenze legate alle armi non convenzionali. Secondo il dossier, gli Stati Uniti hanno sostenuto oltre 40 laboratori e strutture di ricerca distribuiti sul territorio ucraino. Le carte mostrano che numerosi centri erano autorizzati a lavorare con quelli che vengono definiti «patogeni particolarmente pericolosi», tra cui antrace, tularemia, peste, Ebola, Marburg, SARS e MERS. In uno dei passaggi più significativi si afferma, inoltre, che Washington ha finanziato attività di ricerca genetica sull’influenza aviaria altamente patogena e su altri virus ad alta trasmissibilità. Uno degli aspetti più interessanti del materiale pubblicato riguarda la dimensione economica dell’operazione. Le tabelle contenute nelle slide riportano i costi di progettazione, costruzione e allestimento di numerose strutture finanziate attraverso il Dipartimento della Difesa statunitense.

A emergere è soprattutto il ruolo dei grandi contractor privati. Black & Veatch compare ripetutamente come uno dei principali soggetti incaricati della realizzazione delle strutture e della fornitura delle tecnologie necessarie. La società avrebbe coordinato progettazione, costruzione ed equipaggiamento di diversi laboratori attraverso una rete di subappaltatori locali. Tra i progetti citati figurano il laboratorio diagnostico di Kherson (1,7 milioni di dollari), l’Istituto di Medicina Veterinaria dell’Accademia nazionale delle scienze agrarie (2,1 milioni), il Central Reference Laboratory di Odessa, il più costoso con quasi 3,5 milioni di dollari, e il laboratorio diagnostico della Transcarpazia, finanziato con circa 1,9 milioni. È proprio la presenza di questi attori privati a rendere la vicenda particolarmente delicata, perché mostra come il programma biologico ucraino sia stato sviluppato attraverso una complessa rete di appalti, subappalti e partnership pubblico-private.

Il legame con Hunter Biden era emerso già nel 2022, quando alcune e-mail provenienti dal laptop del figlio dell’allora presidente, pubblicate dal Daily Mail, comprovate dal Washington Post e riprese da diversi media internazionali, avevano riportato l’attenzione sui rapporti tra Rosemont Seneca Technology Partners e Metabiota, società impegnata in programmi di ricerca sulle malattie infettive finanziati dal Dipartimento della Difesa statunitense. Le stesse comunicazioni mostravano inoltre tentativi di coinvolgere Burisma in un progetto scientifico in Ucraina collegato alle attività di Metabiota. Documenti federali mostrano che tra il 2014 e il 2017 il Dipartimento della Difesa statunitense assegnò a Metabiota contratti per circa 18,4 milioni di dollari, inclusi 307.091 dollari destinati a «Ukraine research projects». Nello stesso periodo Black & Veatch operava come principale integrating contractor della DTRA per il programma di riduzione delle minacce biologiche in Ucraina. Nel marzo 2022, Igor Kirillov, responsabile delle forze russe per la difesa radiologica, chimica e biologica, sostenne che «il fondo Rosemont Seneca di Hunter Biden ha finanziato il programma militare biologico del Pentagono in Ucraina» e parlò di «uno stretto legame» tra il fondo, Metabiota e Black & Veatch, indicati come attori centrali della rete di laboratori finanziata dal Dipartimento della Difesa americano.

La desecretazione delle nuove carte arriva in un momento particolarmente delicato per la politica americana. Nel comunicato che accompagna la pubblicazione dei documenti, Tulsi Gabbard accusa apertamente l’establishment di aver nascosto informazioni all’opinione pubblica, sostenendo che l’esistenza e il finanziamento dei biolaboratori siano stati «intenzionalmente insabbiati» e che chi ne parlava venisse accusato di essere «un agente straniero e un traditore dell’America». Per Donald Trump, il dossier rappresenta un’arma preziosa in vista delle elezioni di Midterm: non tanto per ciò che prova, quanto perché consente di sostenere che una parte delle informazioni liquidate per anni come disinformazione avesse in realtà un fondamento concreto. Ed è proprio questo il terreno sul quale la guerra delle narrazioni americane appare oggi più feroce che mai.

Il bicchiere mezzo vuoto: perché l’industria dell’alcol sta entrando in crisi

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Dal giugno 2021 a oggi, l’industria globale degli alcolici ha bruciato circa 830 miliardi di dollari di capitalizzazione di mercato. L’indice Bloomberg che monitora le cinquanta principali aziende quotate del settore segna un -46% rispetto al picco. Secondo gli analisti non si tratta di una crisi momentanea, ma di una trasformazione strutturale del mercato.

Nel 2025, nei 22 principali mercati mondiali che rappresentano circa il 75% del consumo globale, i volumi complessivi di alcol sono diminuiti del 2% e il valore del 4%. Una forbice che mostra il fatto che non solo si beve meno, ma si è più cauti anche nello spendere. Il 24% degli adulti a livello globale ha smesso del tutto di bere nel 2025, un record, in aumento del 19% rispetto al 2022. Laurence Whyatt di Barclays, citata da Bloomberg, ha sintetizzato così: “Abbiamo visto quattro volte l’impatto della crisi finanziaria sui consumi di alcol”.

Le cause sono stratificate. La prima è culturale: il movimento che predica la moderazione e che può essere riassunto con l’espressione “bere meno, ma meglio”, ha smesso di essere una tendenza di nicchia per diventare sempre più diffuso, spinto dall’attenzione alla salute mentale e fisica, dai costi della vita in aumento e dalla crescita di un’offerta analcolica sempre più sofisticata. La seconda è demografica, ma con un paradosso. La narrativa dominante dà la colpa alla Gen Z astemia: i dati più recenti la smentiscono parzialmente. Secondo IWSR, la quota di adulti Gen Z che ha consumato alcol nei sei mesi precedenti è salita dal 66% nel marzo 2023 al 73% nel marzo 2025, sostenendo che il calo giovanile fosse in parte finanziario, e non solo ideologico. Anche perché dai dati risulta che chi ha redditi più alti, beve di più. La terza causa, meno nota, è farmacologica. L’EY-Parthenon GLP-1 Consumer Survey del marzo 2025, racconta che il 44% degli utenti di farmaci come Ozempic e Wegovy beve meno dopo aver iniziato il trattamento, e l’82% mantiene queste abitudini anche dopo averlo sospeso. Non è ancora un fenomeno di massa, ma è una variabile strutturale che il settore non può ignorare.

A complicare ulteriormente il quadro c’è un competitor che fino a pochi anni fa non esisteva: le bevande alla cannabis, negli Stati in cui è legale. In diversi stati USA, infatti, bibite e bevande che contengono THC, il principio attivo e stupefacente della pianta, vengono vendute fuori dai dispensari tradizionali, nei negozi di liquori e nei minimarket. Il mercato globale di questi prodotti è proiettato a sfiorare i 3 miliardi di dollari entro il 2032 (Forbes Business Insights). I grandi gruppi alcolici hanno risposto con una strategia doppia: da un lato pressioni normative per limitare la concorrenza, dall’altro acquisizioni dirette nel settore: Constellation Brands ha investito pesantemente in Canopy Growth, Anheuser-Busch InBev ha lanciato proprie linee a base di CBD. Il principio, per chi controlla il mercato, è semplice: se non puoi batterli, comprali, ed è ciò che sta avvenendo.

La previsione più autorevole arriva da IWSR, che ha pubblicato la sua prima analisi decennale su 160 mercati. Il consumo globale di alcol continuerà a scendere almeno fino al 2031, per poi stabilizzarsi: nel 2035 i volumi complessivi resteranno solo dell’1% sotto i livelli del 2025, nonostante una popolazione mondiale in età legale cresciuta del 9%. Tradotto: il pianeta avrà molti più consumatori potenziali e berrà comunque meno. Le categorie non saranno colpite in modo uniforme: il vino perderà il 14% dei volumi nel decennio, i distillati il 2%, la birra l’1%. Cresceranno invece i ready-to-drink – cocktail premiscelati e simili – del 17%. La stabilizzazione dal 2031 sarà trainata dalla crescita della popolazione in età legale nei mercati emergenti e da un riequilibrio geografico del consumo globale.

L’Italia è il Paese più esposto d’Europa a questa doppia crisi, strutturale e commerciale. La filiera nazionale di vino, spirits e aceti vale 21,5 miliardi di euro, conta oltre 40mila imprese a carattere industriale e garantisce l’occupazione di oltre 81mila addetti diretti. Sul mercato interno, i dati YouGov certificano una contrazione del 6% dei consumi familiari tra il 2023 e il 2025, con le alternative analcoliche che guadagnano terreno. Nei consumi fuori dalle mura domestiche la situazione è peggiore: nel primo quadrimestre 2025, vino e bollicine hanno segnato rispettivamente -12% e -13% rispetto allo stesso periodo del 2024, con cocktail e amari anch’essi in calo.

Ma è l’export il nervo scoperto. L’export di vino italiano verso gli USA vale circa 2 miliardi di euro, il 24% dell’export totale, e il vino italiano rappresenta il 40% dell’intero export europeo di vino verso gli Stati Uniti, un’esposizione nettamente superiore a Francia (20%) e Spagna (11%). Quando Washington ha esteso le tariffe ai vini europei ad aprile 2025, l’Italia era la più vulnerabile. Il valore complessivo dei dazi statunitensi sul vino importato ha raggiunto 492,2 milioni di dollari nel 2025, rispetto agli 81,8 milioni del 2024. Per il vino italiano l’aliquota effettiva nel 2025 è stata dell’8,8%, media ponderata tra il 10% applicato da aprile ad agosto e il 15% scattato poi ad agosto. A un anno dall’entrata in vigore delle tariffe, le esportazioni italiane negli USA hanno registrato una flessione del 17%, passando da 1,99 a 1,65 miliardi di euro, per una perdita secca di oltre 340 milioni. Nei primi due mesi del 2026, le spedizioni verso gli USA sono calate del 34% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Le aziende hanno risposto abbassando i prezzi per limitare il danno sul consumatore finale, ma a proprie spese. Il prezzo medio dei vini fermi italiani negli USA è crollato da 6,55 euro al litro a inizio 2025 a 5,07 a inizio 2026, un calo del 21%. Gli spumanti sono scesi da 5 a 4,2 euro al litro (-16%). Margini compressi, non recuperabili nel breve periodo. Il presidente di Federvini Giacomo Ponti ha definito il 2025 un anno di prova “con un’intensità senza precedenti”. La risposta del settore punta sulla diversificazione: l’accordo UE-Mercosur apre un mercato di 260 milioni di consumatori potenziali, mentre l’intesa con l’India – che riduce i dazi sul vino dal 150% al 20-30% – ha già prodotto risultati per il Prosecco, con un export cresciuto del 165%. Strade promettenti, ma che richiederano anni per compensare la perdita del primo mercato al mondo.

Non tutte le aziende italiane navigano nella stessa direzione. Campari Group (Aperol, Campari, Grand Marnier) ha chiuso il 2025 con vendite a 3,05 miliardi di euro e una crescita organica del 2,4%. La ricetta: concentrazione sugli aperitivi, mercati emergenti, portafoglio no-alcol in espansione. È la direzione che il settore nel suo complesso fatica ad imboccare con la stessa velocità. Il 2026, secondo l’Osservatorio UIV (Unione Italiana Vini), è “l’anno della verità”. Con i dazi americani al 15% a regime pieno e la domanda interna che non mostra segnali di ripresa, le imprese meno strutturate rischiano di non reggere: non è la fine di un settore, ma il cambiamento di un modello di crescita che durava da trent’anni.

Monitoraggio sismico, Italia e Turchia rafforzano la cooperazione

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Italia e Turchia hanno rafforzato la cooperazione nel monitoraggio sismico con la firma di un memorandum d’intesa tra l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia e l’Autorità per la Gestione dei Disastri e delle Emergenze. L’accordo punta a sviluppare attività congiunte di ricerca, formazione e collaborazione tecnica nei settori della sismologia e della vulcanologia. Tra gli obiettivi figurano lo scambio di dati e tecnologie, la valutazione della pericolosità sismica e vulcanica, il miglioramento dei sistemi di allerta precoce e la gestione delle emergenze. La collaborazione mira inoltre a proteggere il patrimonio culturale e a rafforzare prevenzione, monitoraggio e capacità di risposta ai rischi naturali.

Gli USA bloccano l’export dell’IA più potente di Anthropic

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SAN FRANCISCO, CALIFORNIA - SEPTEMBER 20: Anthropic Co-Founder & CEO Dario Amodei speaks onstage during TechCrunch Disrupt 2023 at Moscone Center on September 20, 2023 in San Francisco, California. (Photo by Kimberly White/Getty Images for TechCrunch)

Anthropic ha sostenuto in passato che i suoi più recenti modelli di intelligenza artificiale fossero “troppo potenti” per la diffusione al grande pubblico, salvo poi renderli comunque accessibili a tutti. Evidentemente il governo statunitense ha preso l’azienda in parola e ha imposto che queste varianti di IA non possano essere esportate al di fuori dei confini nazionali. Così facendo, gli USA iniziano a predisporre un uso a due velocità degli strumenti di intelligenza artificiale, lasciando tutti indietro – alleati compresi.

Chiunque apra oggi i servizi di Claude viene accolto da un avviso posto sopra la chat: “Claude Fable 5 non è attualmente accessibile”. L’azienda offre la propria versione dei fatti attraverso un comunicato pubblicato il 12 giugno: “Il governo degli Stati Uniti, citando le proprie autorità di sicurezza nazionale, ha emanato una direttiva di controllo delle esportazioni per sospendere ogni accesso a Fable 5 e Mythos 5 a qualsiasi cittadino straniero, sia all’interno che all’esterno degli Stati Uniti, inclusi i dipendenti stranieri di Anthropic”. Il documento riporta che l’amministrazione Trump sarebbe venuta a conoscenza di un modo per aggirare i sistemi di sicurezza di questi modelli e ne avrebbe quindi preteso l’oscurazione a chiunque non sia in possesso di un passaporto a stelle e strisce.

Anthropic reputa di aver adottato tutte le misure di sicurezza necessarie per evitare che i propri strumenti vengano compromessi, ma sostiene anche che nessun fornitore di modelli IA è oggi in grado di garantire una resistenza perfetta alle manipolazioni esterne. Una posizione che dipinge tale vulnerabilità come una realtà assoluta e inevitabile, da accettare come sottoprodotto dell’accesso ai grandi modelli linguistici – o da bloccare su tutta la linea. L’azienda lamenta in sostanza di essere stata l’unica a subire la misura, quando le criticità in questione si estendono all’intero settore.

Axios riporta che la direttiva sarebbe partita dal Dipartimento del Commercio; The Information suggerisce però che a mettere la pulce nell’orecchio alle istituzioni sarebbe stato direttamente il CEO di Amazon, Andy Jassy. Il dirigente avrebbe contattato il Segretario al Tesoro Scott Bessent per segnalare che alcuni tecnici della sua azienda avrebbero trovato un modo per indurre Fable 5 a produrre informazioni potenzialmente utilizzabili per un cyberattacco. Una denuncia di cui è difficile decifrare appieno i retroscena, considerando i miliardi di dollari che legano Amazon e Anthropic in accordi di collaborazione.

Fable 5 è una variante di Mythos 5 sottoposta a significative limitazioni di sicurezza: il pretesto in virtù del quale l’azienda si era sentita a proprio agio nel mettere a disposizione del grande pubblico uno strumento che, fino a pochi giorni prima, era stato concesso solo a determinate entità pubbliche e private. Stando a quanto si evince interpretando i numerosi margini di ambiguità, la scappatoia identificata permetterebbe di trascendere i vincoli guida preimpostati dal distributore, consentendo agli utenti di accedere all’intera potenza del modello di riferimento, i quali vengono dipinti come un’ottima soluzione per identificare vulnerabilitá nei codici di programmazione. Un talento che puó essere usato per identificare e risolvere i problemi, ma anche per approfittare delle fragilitá tecniche.

La scelta di Anthropic di descrivere i propri modelli come così potenti da risultare pericolosi è in gran parte riconducibile a una strategia di marketing, tuttavia questa narrazione ha ben attecchito nelle menti delle istituzioni. Oltre all’elemento della sicurezza vale però la pena sottolineare che l’azienda ha recentemente assunto comportamenti mal digeriti sia dalle imprese che dai singoli utenti, elementi che nel grande schema delle cose passano quasi nel silenzio. A metà aprile, l’impresa ha cominciato a eliminare i contratti d’abbonamento più convenienti in favore di modelli di pagamento a consumo; poi, con l’arrivo di Fable 5, ha introdotto politiche di servizio che le consentono di conservare i dati degli utenti fino a trenta giorni. Una misura draconiana che, a detta dell’azienda, si rende necessaria per ottimizzare le proprie strategie di cybersicurezza, ma che ha spinto realtà come Microsoft a vietarne l’uso ai propri dipendenti. A tutto ciò si aggiunge la reputazione di Anthropic come azienda spregiudicata, capace di calpestare chiunque si frapponga ai propri obiettivi – partner commerciali inclusi.

Al di là del valore effettivo di Mythos 5 e delle diatribe commerciali che si muovono dietro le quinte, la scelta dell’amministrazione statunitense di imporre a un’azienda di intelligenza artificiale di limitare in maniera indiscriminata i propri servizi all’estero rappresenta un precedente che si presta a diventare un caso politico. Se le restrizioni al libero mercato nei confronti di Paesi avversari – si veda la Cina – sono ormai prassi consolidata, tutt’altra cosa è adottare scelte strategiche che danneggiano esplicitamente anche le nazioni formalmente alleate. Su X, il deputato Kanishka Narayan, ministro britannico per l’intelligenza artificiale, ha inquadrato la decisione americana come una vera e propria minaccia alla sovranità nazionale, alla sicurezza e all’economia del proprio Paese – argomentazioni che, prevedibilmente, utilizza anche per promuovere la necessità di un’infrastruttura gestita in loco e ancorata ai valori nazionali del Regno Unito.

Regno Unito, Starmer rilancia il divieto dei social network agli under 16

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Il primo ministro Keir Starmer ha annunciato che il suo governo vieterà ai minori di 16 anni l’uso dei social network. A marzo la Camera dei Comuni aveva bocciato la misura, ora rilanciata da Starmer in piena crisi politica. La scarsa popolarità è aggravata dalle recenti dimissioni di due ministri. Con il divieto, il Regno Unito seguirà l’esempio dell’Australia, primo Paese a introdurre una regolamentazione del genere.

Da che parte sta L’Indipendente?

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«Siete un giornale di sinistra», «Non è vero che siete imparziali, date sempre contro al governo». Ci capita ogni tanto di leggere commenti come questi sotto le pagine social de L’Indipendente. Può essere quindi utile spendere alcune parole su queste due obiezioni, sia per chiarire alcune cose su “chi siamo” ai nostri lettori, sia per riflettere su cos’è per noi il giornalismo. Partiamo dalla prima questione. La nostra pur breve storia, in verità, potrebbe già bastare a rispondere per noi. L’Indipendente esiste da appena cinque anni ma ha già fatto in tempo anche a essere sospettato del contrario. Piena epoca Covid, al potere si erano avvicendati i governi Conte II e Draghi, la nostra ostinazione per il mestiere giornalistico ci aveva portato nella scomodissima posizione di chi cercava di fare luce su risultati e conseguenze delle politiche pandemiche, senza adeguarsi necessariamente al coro di un mondo mediatico che si limitava a fare comunicazione istituzionale: per diversi commentatori questo era stato più che sufficiente a collocarci nell’area dei quotidiani «di destra».

La verità è che l’idea che un quotidiano debba avere per forza una collocazione partitica è una tipica distorsione italiana, conseguenza del fatto che da noi i media indipendenti non sono praticamente mai esistiti e quasi tutti sono espressione di un gruppo d’interesse con precise relazioni di potere. Noi, che non abbiamo padroni politici da soddisfare, possiamo concentrarci sul provare a fare del nostro meglio su quello che è il vero dovere del giornalismo: essere, come dicono gli inglesi, il “cane da guardia della democrazia”, controllando e riportando ai lettori le azioni del potere. Ora che in Italia, e sempre più in molti Paesi occidentali a partire dagli Stati Uniti, al potere vediamo governi di destra, fare giornalismo significa necessariamente raccontare le azioni di questi poteri e farlo, come è naturale che sia, mettendone in luce le contraddizioni e i punti critici affinché diventino di dominio pubblico.

Passiamo ora alla questione dell’imparzialità. Qui la questione si fa più sottile perché nasce da una confusione semantica, che porta a confondere il giornalismo imparziale con quello neutrale. Se essere “neutrali” significa infatti non schierarsi, essere “imparziali” significa invece rispettare la deontologia, garantendo la massima oggettività nel racconto dei fatti e facendo in modo che le opinioni di chi scrive non sovrastino il dovere di raccontare la realtà. Rivendicare di essere “imparziali” non significa essere “neutrali”. L’Indipendente, su questo, è sempre stato molto netto: per quanto ci riguarda il dovere del giornalismo è difendere l’interesse pubblico, i diritti umani e quelli democratici. Questa è una precisa scelta di campo.

Nel raccontare un crimine di guerra, per come la vediamo, il dovere del giornalismo non è rimanere neutrale tra l’esercito che spara e i civili che muoiono; nel raccontare il licenziamento di centinaia di lavoratori il dovere del giornalismo non è rimanere neutrale tra i profitti di una multinazionale e la vita di centinaia di operai; nel raccontare le leggi approvate in Italia per criminalizzare chi scende in piazza il compito del giornalismo non è rimanere neutrale tra le derive repressive di un governo e il diritto alla protesta dei cittadini. Noi cerchiamo ogni giorno di essere imparziali, cioè di raccontare le cose come sono basandoci sulle fonti e senza distorcere i fatti, ma non ci interessa essere neutrali: se no – nel pieno del genocidio israeliano a Gaza – non avremmo certo deciso di pubblicare una guida intitolata “Boicottare Israele”. Questo non significa essere dalla parte di un partito o di quell’altro, ma dalla parte dell’umanità, della giustizia e della democrazia. Questa è la nostra parte.

Nel 2026 le principali lobby spenderanno 381 milioni per influenzare le politiche UE

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Il potere del lobbying a Bruxelles è più forte che mai. Cresce la presenza dei gruppi di interesse e di riflesso aumenta la spesa per finanziare le attività di influenza sul processo decisionale europeo. A mettere nero su bianco i dati del fenomeno è il rapporto The EU Corporate Lobby League 2026, redatto da Corporate Europe Observatory e LobbyControl. È emerso che soltanto i principali lobbisti — 173 soggetti con almeno un milione di euro di budget — spenderanno quest’anno 381 milioni di euro per esercitare pressioni sulle istituzioni dell’UE, praticamente il 50% in più rispetto al 2020. Nello stesso periodo è cresciuto del 30% il numero di soggetti iscritti al Registro dei lobbisti.

Il processo decisionale europeo è lungo e articolato. L’iniziativa legislativa detenuta dalla Commissione deve incontrare il consenso di Consiglio e Parlamento prima di trasformarsi in un atto vincolante per i Paesi membri. In questo percorso, che può durare anni, si inseriscono migliaia di soggetti portatori di interesse (le cosiddette lobby) che cercano di influenzare le istituzioni europee. Spesso sono proprio queste ultime a rivolgersi ad associazioni, multinazionali ed enti per l’elaborazione degli atti, preferendo la loro competenza “tecnica”. La scelta di una data entro cui far entrare in vigore una riforma, la concentrazione massima di un determinato pesticida, la percentuale minima di materiale da riciclare e tante altre decisioni che permeano la vita europea non sono casuali, ma figlie di precise influenze avanzate a suon di studi, dibattiti e ricerche finanziate dalle lobby stesse. Si tratta di un’attività legale — almeno fino a quando non sfocia nella corruzione — che trova una lunga tradizione negli Stati Uniti.

Il lobbying costa, tra presenza fisica a Bruxelles, elaborazione dei documenti, partecipazione agli eventi e così via. Si innesca dunque una gara tra i vari portatori di interesse, accomunati tutti dalla volontà di tirare acqua al proprio mulino. Le principali lobby, che nel 2026 dedicheranno almeno un milione di euro all’attività di influenza, sono 173. Spenderanno complessivamente 381 milioni di euro, 28 milioni in più rispetto al 2025 e quasi il 50% in più sul 2020. Lo rivela l’ultimo rapporto di Corporate Europe Observatory e LobbyControl, che sottolineano come «la spesa di tutti i soggetti, compresi quelli con somme inferiori al milione di euro sarebbe, ovviamente, ancora più elevata».

A guidare la classifica degli investimenti non sono le piccole associazioni — a dispetto della retorica “democratica” che accompagna il lobbying — ma «le aziende e le associazioni di categoria delle grandi aziende tecnologiche, bancario-finanziarie ed energetiche», seguite da quelle chimiche e agroalimentari. Il settore delle big tech guida la classifica. Nel 2026 spenderà 73 milioni di euro per le attività di lobbying. Soltanto Meta ha previsto un budget di 10 milioni di euro (+135% rispetto al 2020). Amazon è un gradino sotto, con una spesa di 9 milioni di euro, il 414% in più rispetto a 6 anni fa. Le due multinazionali hanno tenuto negli ultimi anni centinaia di incontri con i membri della Commissione.

Di fronte alle sfide della digitalizzazione e dell’intelligenza artificiale, Corporate Europe Observatory e LobbyControl sottolineano come i fondi stanziati per il lobbying vengano utilizzati per «opporsi alle regole che dovrebbero proteggere i nostri dati e diritti digitali». Si pensi ad esempio all’AI Act, che dopo mesi di dibattiti ha allentato le norme sull’intelligenza artificiale.

Vaccini genici ai polli? Cosa c’è davvero nel progetto pilota sull’aviaria

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polli pollame allevamento intensivo

Il ministero della Salute ha avviato il primo progetto pilota italiano di vaccinazione del pollame contro l'influenza aviaria ad alta patogenicità in cinque allevamenti tra le province di Verona e Mantova con tacchini da carne e galline ovaiole. Nonostante misure simili siano già state adottate per anni in passato, nelle settimane successive sono tuttavia circolate una serie di affermazioni preoccupanti: vaccini «genici sperimentali» analoghi a quelli usati sull'uomo durante il Covid, rischio di malattie prioniche trasmesse attraverso il cibo che ne deriverebbe, una sperimentazione nascosta ai...

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Nuovi attacchi incrociati tra Ucraina e Russia

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Nella notte l’esercito russo ha sferrato un nuovo attacco, colpendo Kiev e Kharkiv. Le autorità ucraine segnalano un bilancio provvisorio di 9 persone uccise e 20 feriti. Nei bombardamenti è stata colpita la Cattedrale della Dormizione di Kiev, parte del monastero di Pečerska Lavra, inserito nella lista dei patrimoni mondiali dell’UNESCO. Il Cremlino ha rigettato le accuse ucraine, sostenendo che il sito sarebbe stato colpito da un missile Patriot della contraerea. Nella notte Kiev ha sferrato degli attacchi con droni nel sud di Mosca, uccidendo 3 persone.

In Svizzera ha vinto il “no” al referendum per limitare l’immigrazione

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Ieri in Svizzera si è votato per un referendum promosso dal partito di destra Unione Democratica di Centro (UDC), che intendeva introdurre un tetto massimo alla popolazione a 10 milioni di abitanti entro il 2050. Al momento la popolazione svizzera conta circa 9 milioni di persone, di cui un quarto di origine straniera. L’iniziativa referendaria puntava di fatto a limitare l’immigrazione, avanzando una stretta del diritto di asilo e dei ricongiungimenti familiari. Il 54,79% dei votanti ha tuttavia optato per il no, rigettando la proposta. A trainare il risultato è stato il voto nelle grandi città e nei cantoni francofoni.

«No a una Svizzera da 10 milioni!». Con questo slogan, l’Unione Democratica di Centro (UDC) aveva lanciato l’iniziativa popolare sottoposta al voto ieri. Alle urne si sono recati 3,3 milioni di elettori: i voti a favore della riforma si sono fermati sulla soglia del milione e mezzo, mentre il fronte contrario ha superato quota 1,8 milioni di voti, trainato dai cantoni francofoni e dalle grandi città. Diversi cantoni svizzero-tedeschi hanno invece registrato una maggioranza favorevole, così come il Ticino, dove il sì ha vinto di misura con il 50,66% dei voti. Il Consiglio federale, organo esecutivo svizzero, ha ufficializzato l’esito referendario, confermando il respingimento della proposta popolare. Il 54,79% dei votanti ha evitato che si mettesse mano alla Costituzione, introducendo il tetto di 10 milioni di abitanti entro il 2050.

Nel caso in cui fosse passata la proposta e la popolazione svizzera avesse superato i 9,5 milioni di abitanti prima del 2050, il Consiglio federale e il Parlamento avrebbero dovuto adottare dei provvedimenti ristrettivi, in particolare nel settore dell’asilo e del ricongiungimento familiare. Con il superamento del limite dei dieci milioni, la Svizzera avrebbe dovuto rinunciare, entro due anni, all’accordo sulla libera circolazione delle persone stipulato con l’Unione europea nel 2002. «Da quel momento — scrive il Consiglio federale — la popolazione è aumentata di circa 1,7 milioni di persone. L’aumento è dovuto soprattutto all’immigrazione, che tiene in piedi il mercato del lavoro. Le imprese, ma anche strutture pubbliche come ospedali e case di cura, si rivolgono spesso all’area dell’Unione europea per reperire la manodopera specializzata mancante».

Di fronte alla prospettiva di mettere in crisi il sistema produttivo e snaturare la tradizione umanitaria del Paese, che nei secoli ha portato ad accogliere persone perseguitate per motivi politici e religiosi, la maggioranza degli svizzeri è intervenuta, rispedendo al mittente la stretta migratoria.