domenica 30 Novembre 2025
Home Blog Pagina 37

Il governo rilancia le trivelle in tutta Italia: approvate 34 licenze

0

A due anni dal blocco delle nuove esplorazioni, il governo ha approvato 34 licenze per la ricerca di petrolio e gas in Italia. Il via libera del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE) applica la sentenza del TAR Lazio che aveva annullato il Piano per la Transizione Energetica Sostenibile delle Aree Idonee (Pitesai), riaprendo di fatto la strada alle attività esplorative. Le nuove concessioni riguardano sia la terraferma – Basilicata, Lombardia, Emilia-Romagna, Puglia e Campania – sia le aree marine dell’Adriatico, Ionio e Canale di Sicilia. I principali gruppi energetici, tra cui Eni, Shell ed Energean, avevano intensificato la pressione sul governo per sbloccare i titoli minerari, evidenziando il potenziale estrattivo del territorio italiano.

La svolta arriva dopo che la moratoria del 2019 e il successivo Pitesai del 2022 avevano di fatto congelato nuovi progetti esplorativi. Con l’annullamento del Piano da parte del Tar la scorsa primavera, numerose aziende hanno presentato nuovamente richieste di autorizzazione, e il MASE ha proceduto ad assegnare le oltre trenta licenze dopo l’estate. Tra i principali beneficiari spiccano sia colossi nazionali come Eni che gruppi internazionali già radicati nel territorio.

La britannica Shell, presente dal 2002 in Basilicata nei due principali giacimenti onshore d’Europa, guarda con ottimismo al rilancio. João Santos Rosa, ceo di Shell Italia E&P, ha spiegato: «L’Italia ha un grande potenziale di risorse naturali, un sistema energetico maturo, un tessuto industriale competitivo e capitale umano qualificato. Oggi investiamo circa 500 milioni all’anno, ma saremo pronti a fare di più. Ma servono un’azione di governo ambiziosa e un quadro regolatorio chiaro e stabile». Shell detiene il 39% di Val d’Agri (operatore Eni al 61%) e il 25% di Tempa Rossa (operatore Total al 50% con Mitsui al 25%).

Anche la greca Energean punta a espandere le proprie attività. L’azienda, quotata a Londra e socia di Eni nel gas Argo e Cassiopea al largo di Gela, prevede di aprire «tre nuovi pozzi petroliferi per Vega di fronte a Pozzallo», come ha dichiarato il ceo Mathios Rigas, aggiungendo che «per Rospo stiamo ultimando le analisi per avviare 1 o 2 nuovi pozzi, già individuati ma da scavare. Potrebbero triplicare la produzione con le infrastrutture già esistenti». La società ha inoltre richiesto licenze esplorative nel Mar Ionio, al confine con le acque greche dove detiene già un permesso considerato promettente.

Sul fronte politico, il governo afferma di essere impegnato a valutare strumenti per trasformare la maggiore produzione nazionale in vantaggio competitivo per l’industria. Si ragiona su una «gas release» che concederebbe permessi più rapidi in cambio di un contingente di metano venduto a prezzi calmierati alle imprese energivore. Il bacino disponibile stimato è di circa 0,5 miliardi di metri cubi, a fronte di una produzione nazionale che si aggira sui 3 miliardi di m³ annui. La decisione è già al centro di un acceso dibattito. Da un lato il governo la giustifica come scelta strategica per aumentare l’autosufficienza energetica, dall’altro associazioni ambientaliste e scienziati mettono in guardia dai rischi legati all’ampliamento dell’estrazione di combustibili fossili, in contrasto con gli obiettivi di transizione ecologica. La comunità scientifica ricorda che la lotta al cambiamento climatico richiede una rapida transizione verso le rinnovabili e il blocco di nuovi progetti fossili, mentre l’esecutivo sostiene che lo sfruttamento di risorse nazionali – con regole chiare e tempi brevi – possa essere compatibile con la sicurezza energetica del paese.

Risulta pacifico che l’obiettivo di rilanciare le trivellazioni sia da sempre un tema molto caro alla maggioranza che regge il governo Meloni. Uno dei principali segnali è stato, nel dicembre dello scorso anno, il via libera della Camera dei Deputati alla fiducia al decreto Ambiente 2024, convertito definitivamente in legge, con 141 voti favorevoli e 81 contrari. Il provvedimento, che introduce alcune modifiche al Testo Unico sull’Ambiente del 2006, prevede, tra le varie novità, la controversa riduzione delle distanze di protezione dalle coste per le trivellazioni marine, da 12 a 9 miglia, sbloccando la corsia preferenziale per le valutazioni ambientali relative a progetti di «preminente interesse strategico nazionale».

Afghanistan, sisma causa almeno 20 morti e 320 feriti nel nord

0

Almeno 20 morti e circa 320 feriti: questo il bilancio provvisorio del terremoto di magnitudo 6.3 che ieri sera ha colpito l’Afghanistan, a 28 km di profondità con epicentro vicino a Mazar-i-Sharif, secondo l’US Geological Survey. Il Ministero della Salute conferma le vittime; l’Afp segnala quattro decessi nella provincia di Balkh, dove l’ospedale provinciale ha già curato oltre cento persone. Nella vicina Samangan cinque morti e circa 140 feriti, comunica l’Autorità nazionale per la gestione dei disastri (NDMA), precisando che la maggior parte dei feriti è tornata a casa dopo le cure. Danni anche alla Moschea Blu, con pezzi del minareto caduti nel parco.

Trump minaccia di invadere la Nigeria per “proteggere i cristiani”

1

«Se attaccheremo, sarà un’operazione rapida, feroce e risolutiva, proprio come quei delinquenti terroristi attaccano i nostri AMATI cristiani!». Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha minacciato sul suo social Truth un raid in Nigeria per «spazzare via i terroristi islamici», responsabili del «massacro di migliaia di cristiani». Il leader statunitense ha paventato il blocco immediato di tutti gli aiuti americani e ha annunciato di aver ordinato al Pentagono di prepararsi a un’operazione «a colpi di arma da fuoco» se il governo nigeriano non metterà fine a quella che definisce una «minaccia esistenziale» al cristianesimo. La mossa ha provocato immediata sorpresa e reazione di Abuja, che respinge le accuse di Washington.

Su Truth, Trump ha puntato il dito contro il governo nigeriano accusandolo di tollerare l’uccisione di cristiani e ha puntato il dito contro i gruppi estremisti di Boko Haram e la Provincia dell’Africa Occidentale dello Stato Islamico (ISWAP) come responsabili di «atrocità orribili» contro i cristiani. Il capo del Pentagono, Pete Hegseth, ha risposto prontamente al post presidenziale con un «Sì, signore» su X, ribadendo: «Il Dipartimento della Guerra si sta preparando per l’azione». Anche a bordo dell’Air Force One, il tycoon ha confermato la sua intenzione di inviare truppe in Nigeria o di effettuare raid aerei: «Potrebbe essere», ha spiegato Trump, «Stanno uccidendo un gran numero di cristiani, non permetteremo che ciò accada», ha aggiunto. Le minacce di Trump seguono l’attenzione posta dal senatore Ted Cruz all’inizio del mese, che ha accusato la Nigeria di consentire un “massacro” di cristiani.

Con oltre 240 milioni di abitanti, divisi tra musulmani e cristiani, la Nigeria è da anni teatro di violenze diffuse. Nel Nord-Est, Boko Haram e ISWAP hanno causato decine di migliaia di morti dal 2009, colpendo sia cristiani sia musulmani. Secondo i dati dell’Armed Conflict Location & Event Data Project (ACLED), tra gennaio 2020 e settembre 2025 si contano 11.862 attacchi contro civili e 20.409 vittime: 385 episodi hanno mirato a cristiani (317 morti) e 196 a musulmani (417). Gran parte della violenza, specie nel Nord-Ovest, deriva da banditi e milizie etniche. Dall’ascesa di Bola Tinubu nel 2023, si stimano 10.000 morti, centinaia di rapimenti e 3 milioni di sfollati. Le regioni di Benue e Plateau restano epicentro di uccisioni e distruzioni di scuole e luoghi di culto. Secondo la International Society for Civil Liberties and Rule of Law (Intersociety), oltre 52.000 cristiani sono stati uccisi dal 2009, mentre la violenza si espande verso Sud tra conflitti per la terra e risorse. Il presidente nigeriano Bola Ahmed Tinubu ha respinto il quadro delineato da Trump: «La libertà religiosa e la tolleranza sono state un principio fondamentale della nostra identità collettiva e lo rimarranno sempre». In un comunicato ufficiale, Abuja ha definito la minaccia come una tattica coercitiva, rilevando che la violenza nel Paese non colpisce solo cristiani, e che la sovranità nazionale non consente interventi unilaterali.

Dal punto di vista geopolitico, l’annuncio di Trump apre molti interrogativi. Washington, richiamando valori come la libertà religiosa, si pone come protettore dei cristiani in un’ottica che mescola politica estera, pressione ideologica e retorica evangelica che strizza l’occhio alla base MAGA. Sul piano geopolitico, l’iniziativa di Washington sembra rispondere più a calcoli di potenza che a preoccupazioni umanitarie. Le minacce di Trump giungono, infatti, in una fase in cui la Cina sta consolidando la propria presenza strategica in Nigeria e nell’Africa occidentale. L’aggiornamento delle relazioni bilaterali a partenariato strategico globale, l’istituzione di un comitato intergovernativo di cooperazione e le intese sul Global South hanno rafforzato il ruolo di Pechino come alleato privilegiato di Abuja. In questo quadro, la retorica americana sulla “difesa dei cristiani” rischia di fungere da pretesto per un intervento coercitivo volto a recuperare influenza politica ed economica in un’area sempre più orientata verso l’Eurasia. Tale approccio muscolare, basato sulla pressione e sulla forza, potrebbe inasprire le tensioni locali, compromettere la stabilità regionale e spingere ulteriormente la Nigeria – e con essa una parte dell’Africa occidentale – nell’orbita cinese.

Berlino consegna i Patriot a Kiev, Mosca stringe l’assedio a Pokrovsk

0

La Germania ha consegnato nuovi sistemi di difesa “Patriot” all’Ucraina, rafforzando lo scudo antiaereo di Kiev, mentre la guerra si intensifica sul fronte orientale. La città di Pokrovsk, nel Donetsk, è divenuta il cuore dei combattimenti: Mosca rivendica l’accerchiamento della roccaforte, ma Kiev parla di “resistenza in condizioni estreme”. Droni russi hanno colpito obiettivi civili a Odessa e Dnipropetrovsk, causando vittime, mentre un attacco ucraino ha incendiato una petroliera nel porto russo di Tuapse. Contemporaneamente, sul fronte diplomatico-militare, l’Donald Trump ha dichiarato che l’invio dei missili a lungo raggio “Tomahawk” all’Ucraina «al momento non è in considerazione».

Valditara ha impedito un convegno contro la militarizzazione nelle scuole

2

Il ministero dell’Istruzione e del Merito (MIM) ha revocato l’accreditamento del corso di formazione online per docenti La scuola non si arruola, previsto per il 4 novembre e promosso dal Centro Studi CESTES e dall’Osservatorio Contro la Militarizzazione delle Scuole e delle Università. L’iniziativa, alla quale si erano già iscritti oltre mille insegnanti, intendeva affrontare i temi della pace, del riarmo e del ruolo della scuola di fronte ai conflitti. Il ministero ha motivato la decisione sostenendo che il corso «non appare coerente con le finalità di formazione professionale del personale docente» e che i contenuti proposti risultano «estranei agli ambiti formativi riconducibili alle competenze professionali». Gli organizzatori denunciano una grave violazione della libertà di formazione e di espressione del personale scolastico. I legali del CESTES, intanto, sono al lavoro per tutelare il diritto dei docenti a una formazione libera e consapevole.

Il corso avrebbe dovuto aprirsi con un intervento di Roberta Leoni, docente e presidente dell’Osservatorio, e avrebbe visto l’intervento di personalità quali Luciano Vasapollo (direttore del CESTES, Centro Studi Trasformazioni Economico-Sociali), Antonio Mazzeo (docente e giornalista), Marco Meotto (docente e ricercatore), Mjriam Abu Samra (ricercatrice e attivista italo-palestinese), Raffaele Spiga (di BDS Italia), Tommaso Marcon e Leonardo Cusmai (studenti, rispettivamente membri dei collettivi studenteschi OSA e Cambiare Rotta). Gli incontri avrebbero dovuto avere al centro temi quali la militarizzazione dell’istruzione e del sapere, repressione e decolonizzazione. La giornata non era stata scelta casualmente: il 4 novembre, infatti, si celebra la Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate, istituita con la legge n.27 del 1° marzo 2024 varata dall’attuale governo. In questa data, come sottolinea l’Osservatorio contro la Militarizzazione delle Scuole, i docenti vengono invitati ad accompaganre gli sutdenti in attività che esaltino i valori della patria e del sacrificio, «con particlare riferimento al primo conflitto mondiale».

«Si tratta invece, a nostro avviso, di un salto di qualità dell’ideologia militarista che porta dentro le scuole di ogni ordine e grado una forte ventata di nazionalismo, attraverso la retorica del compimento dell’unità nazionale, e di militarismo, con ampio ricorso alla retorica del sacrificio. La storia ci ricorda invece che la Prima Guerra Mondiale fu, per il nostro Paese, oltre che un atto di aggressione, una vera e propria carneficina», scrive l’Osservatorio. Un punto di vista di certo non condiviso dal MIM, che ha revocato l’iniziativa con la scusa l’attività era stata presentata come organizzata dall’Osservatorio (ente non accreditato presso il ministero) in collaborazione con il CESTES (ente accreditato) e non viceversa. Per l’Osservatorio, le motivazioni dietro alla decisione del MIM sono «politiche», dal momento che «ogni iniziativa nelle scuole e nelle università che contesti storicamente la equiparazione tra antisionismo e antisemitismo (in Parlamento hanno depositato una legge che trasforma le critiche allo Stato di Israele in una minaccia al popolo ebraico punibile dal Codice Penale) viene considerata una sorta di minaccia per un governo complice del genocidio».

L’Osservatorio ha deciso di “disobbedire” alle indicazioni del ministero e confermato il Convegno per la giornata del 4 novembre, con lo stesso programma. Non trattandosi di un evento accreditato presso il MIM, tuttavia, il personale scolastico che deciderà di prendervi parte non potrà chiedere un esonero dall’attività lavorativa per fini di formazione. A seguire, inoltre, è stata chiamata una mobilitazione che riguarderà decine di piazze in tutta Italia.

Agroforestazione: la rivoluzione silenziosa contro il disboscamento nel sud-est asiatico

0

Nel cuore verde del Sud-Est asiatico, una rivoluzione silenziosa sta salvando le foreste tropicali. In 38 regioni dell’area, l’adozione della tecnica dell’agroforestazione – l’integrazione sistematica di alberi e arbusti nei paesaggi agricoli – ha provocato un’inversione di tendenza rispetto alla deforestazione selvaggia, che per anni ha minacciato questi territori. Secondo uno studio internazionale pubblicato su Nature Sustainability, grazie a questa pratica si è ottenuto, in media, un calo annuo della deforestazione pari all’1,08%. Questo risultato si è tradotto in una tutela aggiuntiva di oltre 250.000 ettari all’anno e una riduzione delle emissioni pari a quasi 59 milioni di tonnellate di CO2.

Lo studio, realizzato dalla National University of Singapore, dalla Vietnam National University di Hanoi e dalla Chulalongkorn University di Bangkok, ha analizzato i dati fra il 2015 e il 2023 in 38 regioni subnazionali. I ricercatori spiegano che l’agroforestazione porta benefici ramificati: maggiore biodiversità, suoli più sani, produttività agricola potenziata e, cosa cruciale nel contesto climatico, riduzione dell’emissione di anidride carbonica. La riduzione media dell’1,08% della deforestazione è stata osservata in 22 delle 38 regioni; nelle restanti 16, la deforestazione è aumentata, ma solo dello 0,64% in media. Le aree che hanno tratto maggior vantaggio sono state quelle con alte concentrazioni di carbonio (HCS, High Carbon Stock). I Paesi dove la pratica si è dimostrata più efficace includono il Laos, regioni del nord-Vietnam, il Myanmar settentrionale, il Borneo e la Malesia peninsulare. Al contrario, la Cambogia orientale ha registrato un aumento della deforestazione. Gli autori sottolineano che la chiave del successo è spesso la gestione comunitaria del territorio: ad esempio, in Indonesia le “aree forestali sociali” gestite dalle comunità sono passate da 1,8 milioni di ettari nel 2018 a 5 milioni nel 2022.

Questo risultato assume un rilievo particolare in un momento storico in cui l’azione per la tutela delle foreste tropicali è imprescindibile per mitigare il cambiamento climatico e preservare gli ecosistemi più fragili. Il Sud-Est asiatico ospita circa il 15% delle foreste naturali mondiali, ma negli ultimi vent’anni ha perso territori pari all’estensione della Thailandia. L’agroforestazione emerge come una strategia concreta: non solo fermare il disboscamento, ma facilitarne la riconversione in paesaggi produttivi sostenibili, combinando la tutela delle piante native con le coltivazioni agricole. I ricercatori avvertono che non tutte le esperienze sono uguali e che la mera introduzione di alberi non basta: servono diritti territoriali chiari, coinvolgimento della comunità locale e adeguati incentivi economici. Senza questi elementi, il rischio è che l’agroforestazione diventi un pretesto per un’espansione agricola che continua a spingere sull’ecosistema boschivo. La foresta non ha solo bisogno di essere protetta, ma può essere parte attiva del tessuto agricolo-ambientale, attraverso un sistema che unisca rigore, partecipazione e visione.

Tre droni sorvolano la base militare di Kleine Brogel in Belgio

0

Nel nord-est del Belgio, tre droni di grandi dimensioni sono stati avvistati durante la notte sopra la base militare di Kleine Brogel Air Base, un sito tra quelli europei in cui potenzialmente sarebbero custodite armi nucleari statunitensi. Il ministro della Difesa belga Theo Francken ha definito l’episodio «non un normale sorvolo, ma una chiara missione di sorveglianza mirata». Le forze di polizia e l’aeronautica hanno seguito i velivoli senza però riuscire a intercettare i velivoli e le indagini sono tuttora in corso per risalire a provenienza e responsabilità.

Iran annuncia ricostruzione di impianti nucleari senza fini militari

0

Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha annunciato la ricostruzione e il potenziamento degli impianti nucleari del Paese, precisando che l’obiettivo non riguarda la produzione di armi nucleari. Nel suo intervento, ha evidenziato che il programma atomico sarà rilanciato nel rispetto degli impegni internazionali e destinato esclusivamente a scopi civili. L’annuncio arriva in un contesto di crescenti tensioni regionali e di nuove sanzioni statunitensi. Pezeshkian ha inoltre sottolineato l’importanza del dialogo con le potenze occidentali e la necessità di garantire all’Iran il diritto allo sviluppo tecnologico e alla sovranità energetica.

Venezuela sotto assedio: Trump manda navi e 4.000 soldati, Maduro chiede aiuto a Putin

2

La crisi tra Stati Uniti e Venezuela torna a infiammarsi. Nelle ultime ore, Washington ha dato il via al più imponente dispiegamento navale nel Mar dei Caraibi, dalla crisi dei missili di Cuba nel 1962: la portaerei USS Gerald Ford, la più grande della flotta americana, è salpata insieme ad altre tre navi da guerra con a bordo circa 4.000 militari. Il Pentagono parla di un’operazione contro il narcotraffico, ma il messaggio politico è chiaro: gli Stati Uniti vogliono mostrare i muscoli a Caracas. Nel frattempo, un raid aereo statunitense in acque internazionali ha colpito una nave sospettata di traffico di droga, causando la morte di tre persone.

Sebbene venerdì il presidente Donald Trump avesse dichiarato di non voler attaccare il Venezuela, smentendo le indiscrezioni del Wall Street Journal e del Miami Herald che avevano parlato di attacchi imminenti, la tensione continua a salire. Da settimane, gli Stati Uniti stanno rafforzando la loro presenza militare nel Mar dei Caraibi e nel Pacifico orientale. Navi lanciamissili dotate di Tomahawk, caccia F/A-18 e aerei da guerra elettronica EA-18 Growler pattugliano la regione, mentre bombardieri B-52 e B-1 hanno condotto missioni di ricognizione a ridosso delle coste venezuelane. La vicina Repubblica di Trinidad e Tobago ha messo il proprio esercito in stato di allerta, temendo un’escalation. Sebbene, la Casa Bianca neghi piani di invasione, fonti interne citate dai media americani riferiscono che sarebbero già stati individuati porti e aeroporti venezuelani ritenuti “obiettivi sensibili” legati al traffico di droga.

Mentre le navi americane si avvicinano alle acque venezuelane, da Mosca arriva una presa di posizione. Il ministero degli Esteri russo, tramite la portavoce Maria Zakharova, ha denunciato sabato «l’uso eccessivo della forza militare» da parte degli Stati Uniti nel Mar dei Caraibi, riaffermando il «sostegno alla leadership venezuelana nella tutela della sovranità nazionale». «Stiamo monitorando attentamente la situazione in Venezuela», ha dichiarato il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, ribadendo che la Russia auspica una soluzione pacifica. La diplomazia si accompagna ai fatti: il presidente venezuelano Nicolás Maduro ha inviato una richiesta formale di assistenza militare a Vladimir Putin, chiedendo sistemi radar difensivi, pezzi di ricambio per i caccia Sukhoi Su-30, motori e missili antiaerei. L’alleanza tra Caracas e Mosca non è nuova: i due Paesi hanno firmato a maggio un accordo di cooperazione strategica che comprende forniture energetiche, addestramento militare e tecnologia di difesa. Tuttavia, gli analisti restano cauti. La Russia, già impegnata sul fronte ucraino e limitata dalle sanzioni occidentali, potrebbe non disporre delle risorse necessarie per un intervento diretto. Ciononostante, anche solo un appoggio simbolico a Maduro rischia di riaprire un fronte di tensione tra Mosca e Washington in quello che, storicamente, gli Stati Uniti considerano il loro “cortile di casa”. Caracas nel frattempo, guarda anche a Pechino e Teheran per ampliare le alleanze e rompere l’isolamento internazionale.

La crisi ha immediatamente suscitato reazioni nella comunità internazionale. Nazioni Unite e Unione Europea hanno già espresso preoccupazione per l’aumento della tensione e per il rischio di un conflitto nella regione. Il commissario dell’ONU per i diritti umani, Volker Türk, ha chiesto l’apertura di un’inchiesta sui raid militari americani contro le imbarcazioni nel Mar dei Caraibi e nel Pacifico, definendo gli attacchi “inaccettabili”. Esperti di diritto internazionale ricordano che qualsiasi azione militare non autorizzata dal Consiglio di Sicurezza costituirebbe una violazione del principio di sovranità e del divieto dell’uso della forza sancito dalla Carta delle Nazioni Unite. In America Latina, diversi Paesi hanno invitato Washington a evitare «iniziative unilaterali» e Caracas a non rispondere alle provocazioni. Il presidente del Brasile, Luiz Inácio Lula da Silva, ha dichiarato che l’ingresso di imbarcazioni statunitensi nei Caraibi «è una fonte di preoccupazione» e che il Paese intende evitare uno scontro diretto. La situazione resta incandescente. Oltre al destino del Venezuela, in gioco non ci sono solo relazioni bilaterali, ma la tenuta del diritto internazionale e l’equilibrio di potere in un mondo che sembra tornare pericolosamente ai vecchi fantasmi della guerra fredda.

Frana in Kenya: almeno 21 morti e migliaia di case distrutte

0

Una pesante frana ha colpito la zona collinare di Chesongoch, nella contea di Elgeyo Marakwet, nell’ovest del Kenya, provocando la morte di almeno 21 persone e lasciando più di 30 disperse. Le forti piogge della stagione breve hanno scatenato lo smottamento che ha distrutto oltre mille abitazioni. Le squadre di soccorso sono al lavoro nonostante le condizioni difficili: 30 feriti gravi sono stati evacuati in aereo verso un ospedale di Eldoret. L’area collinare di Chesongoch è soggetta a frane che hanno causato decine di morti in incidenti separati nel 2010 e nel 2012. Nel 2020, un centro commerciale è stato spazzato via dalle inondazioni.