sabato 7 Febbraio 2026
Home Blog Pagina 36

Emergenza abitativa, Roma acquista più di mille case popolari

1

La giunta di Roma Capitale ha approvato due delibere per l’acquisto di 1.040 alloggi popolari dalla Fondazione Enasarco, l’ente previdenziale degli agenti e rappresentanti di commercio. Il consiglio comunale ha ratificato l’operazione e il 30 dicembre sono stati formalizzati i primi acquisti: 336 appartamenti per una spesa di 53 milioni di euro. Gli alloggi verranno assegnati nei prossimi mesi, mentre l’acquisizione dei restanti immobili sarà completata entro il 2026. A regime, l’operazione mirata ad arginare l'emergenza abitativa, costerà poco più di 250 milioni di euro, interamente finanziat...

Questo è un articolo di approfondimento riservato ai nostri abbonati.
Scegli l'abbonamento che preferisci 
(al costo di un caffè la settimana) e prosegui con la lettura dell'articolo.

Se sei già abbonato effettua l'accesso qui sotto o utilizza il pulsante "accedi" in alto a destra.

ABBONATI / SOSTIENI

L'Indipendente non ha alcuna pubblicità né riceve alcun contributo pubblico. E nemmeno alcun contatto con partiti politici. Esiste solo grazie ai suoi abbonati. Solo così possiamo garantire ai nostri lettori un'informazione veramente libera, imparziale ma soprattutto senza padroni.
Grazie se vorrai aiutarci in questo progetto ambizioso.

Attacco in Pakistan: 7 morti

0

Sette agenti di polizia pakistani sono stati uccisi in seguito a un attacco con un ordigno esplosivo. A dare la notizia è la polizia del distretto nord-occidentale di Tank, dove si è verificato l’attacco. L’attacco è stato rivendicato dal gruppo Tehreek-e-Taliban Pakistan (TTP), che il Pakistan ritiene essere supportato dal Paese confinante dell’Afghanistan. Da tempo, Islamabad accusa i talebani afghani di fornire rifugio ai militanti separatisti del TTP; Kabul ha sempre negato le accuse. Gli scorsi mesi, questa instabilità diplomatica ha portato a una escalation militare nel confine tra i due Paesi, terminata con una tregua siglata lo scorso ottobre.

Cosa sappiamo davvero sulle proteste in Iran

3

Da settimane, il popolo iraniano ha lanciato una delle maggiori proteste degli ultimi anni. Scoppiata a causa del crollo della moneta locale, la protesta è diventata sempre più intensa allargandosi in un generale moto contro l’amministrazione del Paese. Il governo, di contro, ha bloccato la rete internet e represso duramente i manifestanti: secondo i diversi bilanci, sarebbero state uccise oltre 500 persone e più di 10.000 sarebbero state arrestate. La notizia delle proteste ha fatto il giro del mondo: gli USA minacciano di intervenire militarmente, mentre in Italia i media danno sempre più spazio al figlio del deposto scià, e dipingono uno scenario che vede il governo dell’Ayatollah sull’orlo del collasso; ma è davvero così? Politicamente, l’Iran è un Paese molto più sfaccettato di quanto siamo abituati a concepirlo, e – per quanto non si possano fare previsioni – è già successo che delle proteste che sembrava dovessero rovesciare il regime non vi riuscissero.

Come sono iniziate (e come si sono evolute) le proteste

Le proteste in Iran sono iniziate circa tre settimane fa, nei mercati di Teheran. A fare scattare la miccia è stata la crisi economica e il crollo del rial, con il conseguente aumento dei prezzi. Da allora, si sono estese a tutte le province del Paese e in centinaia di centri; le proteste non sono aumentate solo di estensione, ma anche di intensità: i primi episodi di scontri sono iniziati a emergere circa una settimana fa. Con essi è incrementata anche la repressione, tanto che secondo alcune fonti sarebbero stati schierati anche i pasdaran. Uno degli episodi che ha fatto più rumore si è verificato il 6 gennaio, quando le forze di sicurezza sono entrate in un ospedale dove si trovavano attivisti e civili feriti, per poi aprire il fuoco e lanciare gas lacrimogeni nella struttura. Le ONG internazionali parlano di 544 morti e 10.681 arresti; organizzazioni politiche europee citano la Fondazione Narges Mohammadi, e affermano che i morti potrebbero essere 2.000, se non 5.000. Va specificato, tuttavia, che tali dati restano stime, e che non c’è ancora modo di verificare il bilancio delle vittime della repressione.

Tra l’8 e il 9 gennaio, le autorità hanno bloccato l’accesso a internet. Da quel momento, le notizie ci arrivano da fonti indipendenti che utilizzano i satelliti di Starlink – la società di Elon Musk – per connettersi alla rete. È, insomma, difficile sapere che cosa stia succedendo davvero nel Paese. Numerosi video e foto che circolano online mostrano strade incendiate, moschee bruciate, piazze e vie ricolme di persone, ma anche campi e marciapiedi con decine di cadaveri. Alcuni media internazionali sarebbero riusciti a contattare dei residenti, che confermerebbero l’intensa repressione e le ingenti proteste. Parallelamente, tra ieri e oggi, 12 gennaio, sembra siano scoppiate delle proteste parallele in sostegno al governo. A dare accento a questo moto sono stati i media di proprietà governativa, che hanno diffuso foto e video di piazze dense di partecipanti. Alcune delle persone intervistate sostengono di avere partecipato alle manifestazioni contro il caro prezzi, e di essersi defilati dal nuovo moto di protesta a causa delle presunte violenze. Come per i bilanci delle vittime, non è possibile confermare la reale entità delle proteste (tanto governative, quanto antigovernative), anche perché la maggior parte dei contenuti diffusi si fermano a ieri.

Le reazioni interne ed esterne

Proteste nel Regno Unito in sostegno alle manifestazioni in Iran.

Inizialmente, le autorità iraniane affermavano di ritenere legittime le manifestazioni contro il rincaro dei prezzi, ma man mano che le proteste crescevano di intensità, le dichiarazioni dei politici e degli esponenti di spicco della politica iraniana si sono fatte più accese: se inizialmente i leader si limitavano a condannare il presunto uso della violenza da parte dei manifestanti, successivamente hanno iniziato ad accusarli di essere «terroristi addestrati», portando video a sostegno della propria tesi; oggi, il Paese ha riunito gli ambasciatori di Italia, Francia, Germania, Regno Unito e diversi altri Stati per mostrare loro questi stessi video, chiedendo ai diplomatici di segnalarli ai rispettivi ministeri degli Esteri. Col crescere della tensione, l’Iran ha puntato il dito contro USA e Israele, sostenendo che i due Paesi stessero fomentando le proteste per destabilizzare il Paese. Parallelamente, i media israeliani hanno diffuso la notizia che il Mossad stesse utilizzando i social per incoraggiare gli iraniani a protestare, mentre Trump ha rilasciato numerose dichiarazioni in sostegno al popolo iraniano, affermando anche che gli USA sarebbero stati pronti a intervenire nel caso in cui il numero di dimostranti uccisi fosse aumentato. A cavalcare l’onda delle contestazioni è stato anche Reza Pahlavi, il figlio del deposto scià, sostenuto dagli USA – dove risiede, che ha mandato messaggi di sostegno alla popolazione e chiesto l’intervento di Trump.

Nel resto del mondo, sono cresciute le voci di supporto al popolo iraniano, e in diversi Paesi – tra cui Francia e Regno Unito – si sono svolte manifestazioni in sostegno alle proteste iraniane. I ministeri degli Esteri di Australia, Canada e Nuova Zelanda hanno invitato i propri cittadini ad abbandonare il Paese, mentre l’Unione Europea ha vietato ai diplomatici iraniani di entrare nel Parlamento europeo. In Italia, i media hanno iniziato a dare sempre più risonanza a Reza Pahlavi, e a tutte le iniziative pro-scià in giro per il mondo, affermando che le proteste «inneggiassero» al suo ritorno; per quanto sia vero che in alcune delle piazze sventolassero le bandiere antecedenti alla rivoluzione del ’78 (associate allo scià), non ci sono abbastanza informazioni per affermare che le proteste siano a favore del suo ritorno. Va poi rimarcato che secondo diversi sondaggi interni all’Iran condotti da entità terze, la monarchia godrebbe di un supporto minore a quello del regime.

Il quadro politico dell’Iran

Non è la prima volta che il popolo iraniano si solleva contro il regime degli Ayatollah; l’ultima protesta paragonabile per intensità a quella degli ultimi giorni risale al 2022, ed è scoppiata per l’uccisione di Mahsa Amini a causa della mancata osservanza dell’obbligo di vestire il velo. Anche in quell’occasione, il governo aveva attuato interruzioni della rete internet e i media italiani parlavano di un possibile rovesciamento del regime in favore dello scià. Eppure, non accadde. Ciò che si tende a dimenticare quando si tratta di Iran è che il Paese è internamente molto differenziato e che il regime, per quanto mal visto dalla maggior parte della popolazione, gode di un consenso trasversale e affonda le mani in tutti i settori economici. Di contro, lo scià non è generalmente visto di buon occhio, e non esistono piattaforme unitarie e solide che tengano insieme le esigenze dei diversi gruppi che compongono il mosaico della popolazione iraniana.

Affermare che le proteste siano a favore dello scià è fuorviante, e finisce di fatto per appiattire una realtà complessa come quella iraniana nell’ottica del binarismo politico; questa narrazione, casualmente, favorisce il candidato preferito dell’Occidente. In Iran, tuttavia, ci sono cittadini che chiedono l’istituzione di una repubblica federale, come parte delle comunità curda e azera, che costituiscono insieme più di un quarto della popolazione; altri, invece, preferiscono una repubblica centralizzata; altri ancora sostengono il regime, e ulteriori chiedono la monarchia, mentre intanto diversi gruppi, come i beloci, sono separatisti. Anche spingere per quella narrazione che dipinge un regime con le ore contate è ingannevole, come lo è in generale il tentativo di fare previsioni sulla base dei pochi video che circolano online: le testimonianze che sono emerse in questi giorni mostrano un moto di protesta ampio, che tuttavia non è possibile quantificare; nel frattempo oggi stesso continuano ad arrivare notizie di proteste a favore del governo, e le autorità sostengono di stare risolvendo la situazione.

Negli USA la violenza delle forze dell’ordine è un problema da molto prima di Trump

0

Minneapolis, città già segnata dall’uccisione di George Floyd, è tornata al centro della rabbia americana dopo che il 7 gennaio Jonathan Ross, un agente federale dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE), ha sparato e ucciso Renee Nicole Good, 37 anni, madre di tre figli, mentre si trovava nella sua auto. In poche ore, la morte di una donna statunitense ha riaperto una ferita mai rimarginata e riportato sotto i riflettori il ruolo dell’ICE, la seconda agenzia investigativa federale dopo l'FBI, che incarna la linea più dura degli Stati Uniti sull’immigrazione. A gettare benzina sul fuoco è...

Questo è un articolo di approfondimento riservato ai nostri abbonati.
Scegli l'abbonamento che preferisci 
(al costo di un caffè la settimana) e prosegui con la lettura dell'articolo.

Se sei già abbonato effettua l'accesso qui sotto o utilizza il pulsante "accedi" in alto a destra.

ABBONATI / SOSTIENI

L'Indipendente non ha alcuna pubblicità né riceve alcun contributo pubblico. E nemmeno alcun contatto con partiti politici. Esiste solo grazie ai suoi abbonati. Solo così possiamo garantire ai nostri lettori un'informazione veramente libera, imparziale ma soprattutto senza padroni.
Grazie se vorrai aiutarci in questo progetto ambizioso.

Cortina ’26, lavoratore muore nel cantiere: i sindacati denunciano condizioni “disumane”

0
Nella notte tra l’8 e il 9 gennaio, un addetto alla sicurezza è morto durante un turno notturno in un cantiere legato alle opere per le Olimpiadi Milano-Cortina 2026. Si tratta del 55enne Pietro Zantonini, originario di Brindisi, il quale è stato trovato senza vita a Cortina mentre era impegnato in un servizio di guardiania all’aperto in condizioni climatiche estreme, con temperature scese fino a -12 gradi. La vicenda, avvenuta a meno di un mese dall’inizio dei Giochi, ha acceso accuse sullo stato delle tutele nei cantieri. La magistratura ha aperto un’inchiesta, mentre i sindacati hanno denunciato un sistema che continua a sacrificare la dignità e la sicurezza dei lavoratori. Zantonini era arrivato in Veneto a settembre 2025, lasciando la Puglia per un contratto a termine con una ditta esterna di Milano, già prorogato e in scadenza a fine gennaio. Il suo posto di lavoro era il cantiere dello stadio del ghiaccio, dove trascorreva le notti in un gabbiotto, uscendo ogni due ore per i giri di sorveglianza previsti. L’allarme ai soccorsi era stato lanciato da colleghi che Zantonini aveva chiamato chiedendo aiuto; i tentativi di rianimazione sono risultati vani. Secondo quanto ricostruito dai familiari, l’uomo aveva più volte manifestato «preoccupazioni e lamentele per le condizioni di lavoro, i turni notturni prolungati e la carenza di adeguate tutele». La moglie ha presentato denuncia ai carabinieri. La Procura di Belluno, con il pm Claudio Fabris, ha disposto il sequestro della salma e un’autopsia affidata all’anatomopatologo Andrea Porzionato per accertare le cause precise del decesso. L’inchiesta dovrà verificare ogni possibile responsabilità. La famiglia, assistita dall’avvocato Francesco Dragone del Foro di Lecce, chiede piena luce sull’accaduto, sottolineando come l’episodio non possa essere archiviato «come un fatto privato o inevitabile» e riporta al centro «il tema della sicurezza e delle condizioni di lavoro nei cantieri e nei servizi collegati ai grandi eventi». La reazione dei sindacati è stata molto dura. La Filcams-Cgil ha scritto in una nota: «Ci sono morti sul lavoro che sono la tragica conseguenza della morte dei diritti di lavoratrici e lavoratori. È la precarietà che fa da sfondo alla drammatica vicenda». «Non è concepibile che nel 2026, in un Paese civile, una persona debba morire di freddo sul posto di lavoro – ha affermato Fabrizio Russo, segretario generale Filcams Cgil – la logica del profitto ad ogni costo ha ridotto i rapporti di lavoro alla più completa disumanità: licenziamenti indiscriminati, nessun interesse per le condizioni di lavoro e nessuna tutela della salute e della sicurezza di lavoratrici e lavoratori». Anche la Uil Veneto ha espresso sconcerto. Il segretario generale Roberto Toigo ha dichiarato: «Saranno le indagini a stabilire le cause della morte del vigilante. Le uniche cose che sappiamo sono che il lavoratore era impegnato in un turno notturno, all’aperto, in condizioni climatiche rigide e che – secondo i familiari – aveva più volte manifestato preoccupazione per la situazione. Certamente sarebbe estremamente grave se il 55enne avesse pagato con la morte il senso del dovere». Simico, la società per le infrastrutture di Milano Cortina, ha espresso le «più profonde e sentite condoglianze», precisando in una nota che «si tratta di un cantiere che non è di propria competenza» e che attende «che gli organi competenti svolgano le necessarie indagini». Con la morte di Zantonini, è arrivata la quarta vittima sul lavoro in Veneto dall’inizio del 2026 e la prima nel Bellunese. Questa vicenda, pur nella sua specificità giudiziaria ancora da accertare, non può che riportare l’attenzione sul modello organizzativo e produttivo che accompagna i grandi eventi. Alla lunga lista di criticità già riscontrate in relazione all’organizzazione dei Giochi del 2026 – dall’impatto ambientale alle ombre sulla trasparenza, dal dibattito sulla specificità delle opere finanziate ai costi cresciuti vertiginosamente nel corso dei mesi – si aggiunge ora, in modo drammatico, la questione delle condizioni di lavoro all’ultimo anello della catena degli appalti. Il decesso di Zantonini solleva interrogativi stringenti su quanto la corsa contro il tempo e la logica del ribasso possano spingere verso una pericolosa precarizzazione, dove il rispetto dei diritti e della sicurezza dei lavoratori rischia di diventare variabile secondaria.

X indagata in Regno Unito

0

Il Regno Unito ha lanciato una indagine contro la piattaforma social X e il suo chatbot Grok. L’indagine è stata lanciata dopo che la piattaforma era stata utilizzata per generare immagini pedopornografiche. La Malesia e l’Indonesia hanno annunciato il blocco di Grok, per analoghi motivi. In altri Paesi, come in Irlanda, organizzazioni per i diritti umani hanno invece accusato Grok di violare le leggi contro lo sfruttamento sessuale dei minori, chiedendo alla polizia di aprire un caso contro la piattaforma.

Trento, al via la costruzione della funivia tra le proteste dei cittadini

0

La Provincia autonoma di Trento ha avviato la procedura per realizzare la nuova funivia che collegherà la città al Monte Bondone, un’opera dal costo complessivo stimato di 96 milioni di euro. Poco prima di Natale è stato infatti pubblicato il bando di gara da 1,9 milioni per la progettazione della prima tratta, nel quadro di un’operazione che, sin dall’origine, ha scatenato aspre polemiche nella società civile locale. Da un lato, l’amministrazione l’ha presentata come un’infrastruttura strategica e sostenibile; dall’altro, un’ampia coalizione di cittadini e organizzazioni ambientaliste la contesta, denunciandone l’impatto paesaggistico, l’elevato consumo di suolo e la dubbia utilità economica.

Il tracciato prevede la partenza dal nuovo hub intermodale nell’area ex Sit, con una stazione intermedia in destra Adige, un parcheggio da 240 posti auto e l’arrivo a Sardagna, per poi proseguire, in una seconda fase, verso Vason sul Bondone. Le istituzioni provinciali, forti di un finanziamento statale di 37,5 milioni di euro per la prima tratta, premono sull’acceleratore. Il presidente della Provincia, Maurizio Fugatti, ha definito la funivia «un’infrastruttura strategica per la città di Trento e per l’intero Trentino». L’assessore Mattia Gottardi la descrive come un «collegamento moderno, sostenibile e integrato con il sistema della mobilità pubblica», mentre l’assessore al turismo Roberto Failoni vi vede «un investimento determinante» per rafforzare l’attrattività del territorio.

Contro questo progetto si è da subito schierato un vasto network di organizzazioni che comprende Italia Nostra, Legambiente, Mountain Wilderness, Lipu, WWF e numerosi comitati locali. Le critiche sono strutturate e investono ogni aspetto dell’opera. In primo luogo, si contesta l’impatto sul paesaggio e sui beni storici. Italia Nostra osserva che «la nuova stazione intermedia di Sardagna (di arrivo da valle e di partenza verso il Bondone) e i relativi spazi esterni dedicati a parcheggio saranno posizionati in una vasta area a verde agricolo, a breve distanza dalla bellissima chiesetta cimiteriale dei SS. Filippo e Giacomo», un edificio del ‘400 di grande valore. Si denuncia inoltre una procedura valutativa ritenuta frettolosa e limitata, con conseguenze deleterie sul consumo di suolo e pesanti ricadute economiche.

Il secondo fronte di critica riguarda i costi e la funzionalità. Secondo le organizzazioni, l’opera sarebbe fallimentare in partenza, gravata da un «deficit gestionale perenne di almeno 3 milioni annui». Viene anche contestata l’effettiva capacità dell’impianto di ridurre il traffico, dato che le strade per il Bondone resterebbero aperte. Inoltre, il nodo intermodale di partenza a Trento obbligherebbe gli utenti a percorsi pedonali poco pratici. «Perché non riqualificare il solo tracciato della vecchia funivia a servizio degli abitanti di Sardagna?», si chiedono i critici, evidenziando soluzioni alternative meno invasive.

La tensione è alimentata anche da considerazioni di metodo. La consigliera comunale Martina Margoni ha accusato le istituzioni di aver creato una dinamica per cui «i cittadini vengono messi davanti alla scelta di ‘fare subito o perdere tutto’», sfruttando la pressione dei fondi pubblici disponibili. La scelta di costruire su un’area agricola pregiata a Sardagna rappresenta, secondo i critici, un inutile consumo di suolo in contrasto con gli indirizzi di tutela paesaggistica. Nonostante le proteste, la macchina amministrativa non si ferma, avvicinando Trento a un’opera estremamente divisiva, se non apertamente osteggiata dalla comunità. Secondo un dossier redatto dai comitati, è stato infatti evidenziato come l’80% della popolazione risulti contrario alla sua realizzazione.

USA, ristrutturazione sede Federal Reserve: presidente sotto inchiesta

0

Il presidente della Federal Reserve Jerome Powell è sotto indagine penale federale per la ristrutturazione da 2,5 miliardi di dollari della sede centrale della banca a Washington. La notizia, riportata dal New York Times, arriva in un contesto di forti tensioni con Donald Trump, che ha più volte attaccato Powell per il rifiuto di tagliare i tassi di interesse. In una dichiarazione video, Powell ha spiegato che il Dipartimento di Giustizia ha notificato alla Fed citazioni in giudizio per ottenere documenti sui lavori, definendo l’inchiesta un pretesto legato alle scelte autonome della banca centrale sui tassi.

“I ragazzi chiedono aiuto”: il nuovo numero del Mensile de L’Indipendente

0

Sul nostro sito è finalmente disponibile il nuovo numero del mensile de L’Indipendente, la rivista rilegata e da conservare al cui interno troverete 80 pagine di contenuti esclusivi, tra inchieste e approfondimenti riguardanti ambiente, diritti, consumo critico e molto altro. Si tratta di notizie che non troverete altrove, perchè noi non ospitiamo pubblicità e non siamo dunque influenzabili da poteri politici e interessi economici, come accade per la maggior parte degli altri mezzi di informazione. Questo mese, la nostra inchiesta di copertina indaga lo stato della salute mentale dei giovani. Mentre le prescrizioni di psicofarmaci per bambini e ragazzi in Italia continua a crescere, infatti, l’attenzione di governo e istituzioni alle loro necessità sembra essere in caduta libera. E mentre la scuola è in prima linea nello stritolarli nella morsa della competizione e dell’isolamento, gli studenti non smettono di occupare le piazze per rivendicare il proprio diritto a un presente e a un futuro migliori.

Il mensile de L’Indipendente ha come sottotitolo i tre pilastri che ne definiscono la cifra giornalistica: inchieste, consumo critico, beni comuni. Ogni parola è stata scelta con cura, racchiudendo ciò che vogliamo fare e che, a differenza di altri media, possiamo fare, perché non abbiamo padroni, padrini o sponsor da compiacere. Esse rappresentano i tre punti cardinali che sono alla base del nostro impegno giornalistico: inchieste (per svelare i lati nascosti della politica e dell’economia), consumo critico (per vivere meglio, certo, ma anche per promuovere scelte consapevoli capaci di colpire gli interessi privilegiati) e beni comuni (perché la nostra missione è quella di leggere la realtà nell’interesse dei cittadini e non delle élite oligarchiche che controllano i media dominanti). All’interno del mensile ci saranno poi, naturalmente, approfondimenti sull’attualità e sui temi che caratterizzano da sempre la nostra agenda: esteri, geopolitica, ambiente, diritti sociali.

Questi sono solamente alcuni dei contenuti che potrete ritrovare nel nuovo numero:

  • Raffineria di Falconara: carburante per genocidio e devastazione – nelle Marche, la cessione della raffineria alla compagnia di Stato azera SOCAR consegna un territorio già devastato a nuove speculazioni fossili, tra bonifiche mancate, rischi per la salute e intrecci geopolitici.
  • Boicottare Spotify: ecco le alternative – sono sempre più gli artisti che abbandonano Spotify per via delle sue criticità strutturali, tra le quali vi sono le paghe misere che spettano ai musicisti e il CEO che investe centinaia milioni in armi. Vi forniamo dunque una lista di alternative più etiche tra le quali scegliere.
  • Trump: il bullo globale che aspira al Nobel – dallo scontro con la Cina alla militarizzazione interna, la presidenza di Trump oscilla tra metodi da “gangster” e l’ambizione paradossale di un’eredità di pace, lasciando gli USA isolati e divisi.
  • Casa: l’emergenza permanente – l’emergenza abitativa italiana sta diventando strutturale, tra suicidi invisibili, proposte di sfratto dopo appena due mesi di morosità e case popolari insufficienti.

Il nuovo numero del mensile de L’Indipendente è acquistabile (in formato cartaceo o digitale) sul nostro shop online, ed è disponibile anche tramite il nuovo abbonamento esclusivo alla rivista, con il quale potreste ricevere la versione cartacea a casa ogni mese per un anno al prezzo di 90 euro, spese di spedizione incluse. Per consultare le modalità dell’abbonamento ed, eventualmente, sottoscriverlo potete cliccare qui: lindipendente.online/abbonamenti.

Multata dall’AGCOM, Cloudflare minaccia di compromettere le Olimpiadi Milano-Cortina

1

L’Autorità garante per le comunicazioni (AGCOM) ha inflitto nei giorni scorsi una multa da 14 milioni di euro a Cloudflare per non aver eseguito il blocco degli indirizzi web segnalati nell’ambito delle attività contro la pirateria di film, serie TV ed eventi sportivi. La reazione del co‑fondatore e CEO Matthew Prince è stata immediata: ha denunciato pubblicamente la decisione definendola una forma di censura e ha minacciato di ritirare i servizi dell’azienda dal mercato italiano, compresi quelli di sicurezza informatica previsti per le Olimpiadi invernali di Milano‑Cortina

La sanzione deriva dal mancato rispetto, da parte di Cloudflare, degli obblighi imposti dal controverso Piracy Shield, il sistema “anti‑pezzotto” criticato da anni per i suoi costi elevati, l’efficacia limitata e la tendenza a causare vittime collaterali. Prince, però, non contesta tanto gli aspetti tecnici della piattaforma adottata da AGCOM, quanto piuttosto il quadro politico e istituzionale che la sostiene. E lo fa ricorrendo a una retorica che richiama apertamente le narrazioni vittimiste padroneggiate dai movimenti alt‑right statunitensi.

Il dirigente ha dato sfogo alla sua strategia comunicativa in un lungo post su X, lasciando intendere fin dall’inizio che non avrebbe affatto adottato toni concilianti. Prince ha infatti evocato la presunta esistenza di una “cabala oscura di élite mediatiche europee” che, a suo dire, eserciterebbero forme di censura contro tutto ciò che “ritiene contrario ai propri interessi”. Una forma di oscurantismo “DISGUSTOSO” che, per come è strutturata, finisce per colpire l’intera infrastruttura di internet, senza tenere conto dei confini nazionali.

L’uomo annuncia quindi l’intenzione di presentare ricorso, non tanto per il bene dell’azienda, bensì per difendere i “valori democratici”. Un percorso che, con ogni probabilità, richiederà tempi lunghi. Nel frattempo, però, Cloudflare minaccia conseguenze immediate, articolate in quattro possibili azioni:

  1. La sospensione del servizio di cybersicurezza “pro bono” erogato alle Olimpiadi di Milano-Cortina;
  2. La sospensione dei servizi gratuiti di cybersicurezza forniti correntemente agli utenti italiani;
  3. L’eliminazione di ogni server presente sul territorio italiano;
  4. La rinuncia a ogni progetto di investimento interno ai confini nazionali.

La promessa ricattatoria di abbandonare i Paesi che introducono norme sgradite agli interessi aziendali rientra nel repertorio più elementare delle Big Tech e nella maggior parte dei casi si rivela un bluff privo di reale fondamento. Prince, però, sceglie di colpire un nervo scoperto quando sostiene esplicitamente di voler creare difficoltà alle Olimpiadi, arrivando a interfacciarsi direttamente con il Comitato Olimpico Internazionale. L’evento, già di per sé gravato da contestazioni, ritardi e potenziali abusi di varia natura, non può permettersi ulteriori complicazioni: è quindi plausibile immaginare che il Governo non sarebbe affatto disposto a rimettere mano all’intera infrastruttura informatica a meno di un mese dall’avvio delle competizioni. Il Senatore Claudio Borghi (Lega), si è per esempio già detto pronto a verificare con l’AGCOM eventuali “malintesi” così da evitare “casini inutili”.

Il CEO prosegue il suo post lodando le posizioni di Elon Musk, proprietario della piattaforma social, uomo vicino all’establishment e imprenditore che, facendo leva proprio sulla necessità di “proteggere la libertà di parola”, da tempo muove guerra contro le leggi europee che minano lo strapotere delle Big Tech. Non manca poi un richiamo diretto all’Amministrazione Trump, con Prince che sostiene di voler incontrare prossimamente i politici USA, il particolare JD Vance, il quale, taggato, viene celebrato per aver “assunto un ruolo di leadership nel riconoscere come questo tipo di regolamentazioni rappresentino fondamentalmente una forma di concorrenza sleale che mette a rischio i valori democratici”. Il tutto viene coronato da un’immagine prodotta attraverso la GenAI in cui l’azienda si autodipinge come la paladina dell’internet libero che deve lottare contro gli orribili burocrati di Roma.

Basta un minimo di consapevolezza politica e storica per rendersi conto che le argomentazioni ideologiche del suo sfogo siano, nel migliore dei casi, contraddittorie e basate su assunti pregni di ipocrisia. Tralasciando il fatto che gli Stati Uniti hanno recentemente condotto un’operazione militare per catturare una figura politica in violazione di qualsiasi norma, internazionale e non, non serve nemmeno andare troppo indietro nel tempo per ricordare che, proprio in nome della lotta alla pirateria, l’FBI fece chiudere i portali Megavideo e Megaupload, di base a Hong Kong. Queste contraddizioni contano poco, però, in un contesto in cui gli USA hanno ormai rinunciato a qualsiasi pretesto narrativo, imponendo la propria volontà in modo sempre più esplicito attraverso l’uso della forza, economica e militare.