Home Blog Pagina 36

Ungheria: Parlamento limita a 8 anni il mandato del premier

0

Il parlamento ungherese ha approvato un emendamento costituzionale che limita a 8 anni totali il mandato del primo ministro. La norma è retroattiva: impedisce così il ritorno al potere dell’ex premier di estrema destra Viktor Orbán, rimasto alla guida del Paese per 16 anni e recentemente sconfitto dal nuovo primo ministro Péter Magyar. Il testo mira anche a smantellare le fondazioni universitarie create da Orbán e ad abolire l’Ufficio di protezione sovrana, accusato di violare il diritto comunitario. Per entrare in vigore, la riforma attende la firma del presidente Tamás Sulyok, alleato di Orbán; in caso di rifiuto, il parlamento potrà comunque superarlo con una seconda votazione.

Jelly Sandals: quando la moda ripropone il peggio degli anni novanta

0

Ci sono cose che avremmo voluto rivedere solo nell’album delle foto sbiadite degli anni novanta, tanto erano discutibili anche a quei tempi. Eppure la moda è fatta di corsi e ricorsi e quest’anno, in maniera del tutto inaspettata (e inopportuna) sono tornate a fare capolino nelle riviste, nei post e nelle vetrine, le famose “scarpe di gelatina”, meglio conosciute come jelly sandals o “medusine”. E in un batter d’occhio l’estate non profuma più di mare e di sale, ma di plastica.

Questo cimelio degli anni che furono, incubo di tutti i ragazzini che avrebbero voluto giocare in spiaggia scalzi e felici, ma costretti a “proteggersi”i piedi con queste discutibili calzature, è riapparso sulle passerelle e nelle vetrine di grandi marchi: da Gucci a Chloe, da Loewe a Ganni, passando per Farm Rio e per finire in tutte le catene di fast fashion. In svariate versioni, condite di glamour e dettagli di design, con prezzi più o meno gonfiati a seconda del marchio, ma sempre e comunque di plastica.

Tutto ciò che è jelly, dalle borse ai gioielli, altro è altro che plastica derivata da prodotti petrolchimici, opportunamente trasformata in forme più o meno gradevoli da indossare e portare in giro come accessorio di moda. C’è chi accoglie con entusiasmo il ritorno, chi con orrore, ma in ogni caso nessuno osa investigare qual è l’impatto ambientale e sulla nostra salute di questi oggetti. Dalla produzione fino al loro smaltimento, il PVC (polivinilcloruro) rilascia tossine lungo tutto il suo ciclo di vita, risultando potenzialmente dannoso sia per i lavoratori che lo maneggiano sia per chi indossa i prodotti in questione, essendo prodotte con l’uso di sostanze chimiche pericolose.

Sostanze che, a contatto con la pelle, in ambiente caldo e umido come quello che si viene a creare passando del tempo nella plastica, vengono assorbite sotto forma di sostanze tossiche come gli ftalati…

Trattandosi poi di un materiale assolutamente non biodegradabile, la sua fine è in discarica o nell’inceneritore, entrambe soluzioni che continuano a far dissolvere sostanze pericolose e dannose, oltre che microplastiche, direttamente nell’ambiente. 

I problemi per la salute umana non si limitano alle sostanze chimiche. Vendute come calzature perfette per il mare per via della loro resistenza all’acqua, usarle costantemente con temperature alte e umidità può seriamente compromettere la salute dei piedi. Anche i modelli più accattivanti non sono certo comodi: fatte interamente di plastica, queste calzature sono spesso rigide e offrono scarso supporto al piede, causando dolori, postura scorretta e, non ultimo, noiose vesciche. La combinazione di calore, sudore e plastica, inoltre, è l’ambiente perfetto per la proliferazione di funghi e batteri, con tutti i fastidi del caso. 

Alcuni brand devoti alla sostenibilità stanno cercando di arginare il problema plastico ricorrendo al riciclo o in combinazione con altri materiali: ci sono varianti realizzate riciclando vecchie scarpe in pvc e assicurando un processo senza l’uso di ftalati; altre sono fatte mescolando PVC riciclato e canapa, per includere prestazioni meno impattanti sulla salute umana. Ma, seppure il non uso di plastica vergine sia auspicabile per non dipendere dai combustibili fossili, sempre di plastica si tratta, la cui trasformazione avviene sempre e comunque in presenza di sostanze chimiche dannose. Che, maneggiate in fase di trasformazione (il PVC per essere riciclato deve essere nuovamente fuso e reso filamento), hanno un impatto importante anche sulla salute dei lavoratori. 

Nonostante sia venduto come la tendenza dell’estate 2026, questo ritorno è decisamente fuori luogo per i tempi in cui stiamo vivendo. Basta pensare che quelle scarpe, viste nelle foto degli anni 90, sono ancora in giro da qualche parte, oggi, a fare danni. 

Repressione, debiti e prezzi folli: l’altra faccia dei mondiali di calcio negli USA

4

Dovevano essere i Mondiali della ricchezza e del benessere, trainati da folle entusiaste. A una settimana dal suo inizio, quella impacchettata da Infantino e Trump risulta invece una competizione travolta da polemiche, proteste e flop economici. Non hanno di certo aiutato i prezzi stratosferici fissati per i biglietti, così come le tensioni geopolitiche aggravate dalla guerra scatenata da Trump all’Iran o ancora il clima di paura che l’amministrazione americana infonde con la sua “gestione” dei migranti. La situazione non migliora in Messico, altro Paese ospitante, dove alla popolazione proprio non va di fare la passerella a una competizione che vorrebbe camuffare una vita segnata da precarietà e salari da fame. Gli stadi restano così mezzi vuoti, ma per Infantino non ci sono problemi: se le riprese televisive inquadrano interi settori senza tifosi, sostiene, è perché preferiscono «stazionare nei corridoi».

I dati di un flop preannunciato

Il flop economico dei Mondiali di calcio in America era stato ampiamente preannunciato dalla campagna fallimentare sui biglietti delle partite. Per questa edizione, la Federazione Internazionale di Calcio (FIFA), guidata da Gianni Infantino, ha fatto ricorso a un sistema di prezzi dinamici, aumentando più volte le tariffe nel corso dei mesi. Se si escludono i biglietti a 60 dollari assegnati con una lotteria (pari al 2% del totale), per assistere a una partita della fase ai gironi è necessaria una cifra che oscilla tra i 140 e i 1410 dollari, a seconda del settore scelto. Secondo un’indagine del Financial Times, a pochi giorni dall’inizio della competizione sarebbero stati circa 180mila i biglietti non staccati, costringendo la FIFA a introdurre degli sconti dell’ultimo minuto, che si aggiungono ai posti riservati a sponsor e autorità.

A quanto pare la scelta di fissare prezzi molto più elevati rispetto alle edizioni precedenti, puntando sulla “salute” del mercato nordamericano, non ha ripagato. I tifosi sono stati tagliati fuori, costretti a rinunciare del tutto o a far quadrare i conti per vedere una sola partita, mentre la quota “ricca” degli spettatori non ha risposto come da programma. Di conseguenza, a finire sold-out sono state soltanto alcune delle partite più blasonate, mentre decine di match faranno i conti con gli spalti mezzi vuoti. Dalle colonne dell’Athletic, la sezione sportiva del New York Times, è stata sottolineata la discrepanza tra i numeri ufficiali forniti dalla FIFA sull’affluenza di Corea del Sud-Repubblica Ceca (praticamente un sold-out) e una realtà fatta di tanti posti vuoti. Non è tardata ad arrivare la replica di Infantino, che ha rigettato le accuse sui numeri gonfiati, sostenendo che «molti spettatori hanno preferito stazionare nei corridoi».

Il costo del biglietto non esaurisce la spesa per assistere a una partita dei Mondiali. La cifra lievita vertiginosamente se si considerano trasporti, pasti, pernottamenti e acquisti durante l’evento, dove una bottiglia d’acqua arriva a costare 6 dollari. A conti fatti — sull’Athletic è possibile fare delle stime — emerge una spesa poco sostenibile per il cittadino medio. Chi invece decide di affrontarla pratica, dove può, dei tagli. Ad andare in difficoltà è dunque l’apparato commerciale che sorge intorno a eventi simili. Per convincere le città di Stati Uniti, Canada e Messico a candidarsi per ospitare le partite dei Mondiali, la FIFA aveva promesso entrate elevate. A fronte di una spesa totale di 11,1 miliardi, veniva previsto un ritorno economico di 30,5 miliardi di dollari. A mettere in dubbio questi numeri è lo scontro con la realtà, dove le varie città coinvolte registrano traffici turistici più bassi rispetto a quelli stimati, soprattutto per quanto riguarda i trasporti e i pernottamenti nelle strutture ricettive. Dopo aver sborsato milioni di dollari tra investimenti, manutenzione e progettazione — imposti dalla FIFA — le amministrazioni locali si trovano dunque a fare i conti con i malumori di migliaia di contribuenti.

I Mondiali della paura

I prezzi inaccessibili non esauriscono le cause del flop degli attuali Mondiali di calcio. A frenare il flusso di persone, e il relativo entusiasmo, verso uno degli eventi sportivi più attesi sono state anche le politiche dell’amministrazione Trump, che a inizio giugno ha “accolto” le varie delegazioni nazionali con cani antidroga, perquisizioni e interrogatori. Omar Abdulkadir Artan, arbitro somalo designato per i Mondiali, è stato respinto alla frontiera, nonostante i documenti in regola. La stessa sorte è toccata a diversi gruppi di tifosi con il visto negato, che si aggiungono a quelli rimasti a casa perché consci di non avere alcuna possibilità di entrare negli Stati Uniti. Durante il suo secondo mandato, Trump ha esteso il divieto di ingresso negli USA ai cittadini di 39 Paesi del mondo. Alcuni di questi stanno partecipando alla competizione della FIFA, che più volte ha dichiarato di non poter mettere in discussione le politiche migratorie dei membri ospitanti.

Haiti e Costa d’Avorio giocheranno senza i propri tifosi al seguito. «Gli Stati Uniti sono stati chiari con noi, dicendo che non vogliono vedere i nostri tifosi», ha detto Julien Kouadio Adonis, del ministero dello Sport ivoriano. Haiti ha dovuto anche cambiare all’ultimo la propria divisa, perché giudicata troppo “politica” dalla FIFA. La selezione caraibica aveva ideato una maglia raffigurante la battaglia di Vertières del 1803, che portò all’indipendenza del Paese.

Le polemiche dal campo non si fermano qui. In questa edizione dei Mondiali, la FIFA ha introdotto delle pause obbligatorie per bere. Il motivo ufficiale è attenuare le alte temperature e tutelare la salute dei calciatori. Uno scopo nobile, da applicare anche quando in campo non si superano i 23 gradi, come successo durante la partita inaugurale. A pensar male verrebbe da sottolineare come queste pause da 3 minuti per tempo di gioco siano per le tv un incubatore di pubblicità da destinare agli sponsor del torneo. Non manca il disappunto dei giocatori, che lamentano un ritmo spezzato a causa della pausa obbligatoria.

Dal campo, le polemiche si diffondono presto anche alle interviste post-gara, riguardando l’uso esclusivo dell’inglese. Al termine della partita tra Brasile e Marocco, giocata Al MetLife Stadium di New Jersey, a un giornalista è stato impedito di parlare in spagnolo con Achraf Hakimi, capitano del Marocco. Un funzionario FIFA presente in sala stampa ha giustificato il divieto per mancanza di interpreti. Una scena analoga si è ripetuta con l’intervista a Frankie De Jong, prima di Olanda-Giappone.

Corea del Sud-Repubblica Ceca disputata a Guadalajara.

A rendere pesante il clima tutt’altro che di festa dei Mondiali è la presenza costante degli agenti dell’immigrazione schierati negli USA. Un gruppo di artisti statunitensi ha lanciato una campagna per l’inizio dei Mondiali dal titolo eloquente: No ICE in the Cup. Affinché la competizione «rimanga allegra, sicura e protetta», viene chiesto l’allontanamento degli agenti del reparto migrazioni dagli stadi e dalle piazze, «dove la gente si riunisce per seguire le partite e festeggiare». «La presenza dell’ICE — avvertono gli artisti — rischia di trasformare questa celebrazione in un momento di crudeltà e paura».

A qualche chilometro di distanza, in Messico, l’avvio dei Mondiali è stato preceduto da un’intensa mobilitazione cittadina, guidata dagli insegnanti. «Migliaia di lavoratrici e lavoratori scendono in piazza per i nostri diritti, per l’istruzione pubblica e per un futuro dignitoso». Con queste parole il sindacato CNTE ha dato inizio allo sciopero del 1° giugno, guidando un corteo nel centro della capitale messicana. Sono state bloccate diverse arterie di Città del Messico e non sono mancati gli scontri con la polizia, col sindacato CNTE che denuncia l’utilizzo di proiettili di gomma e il ferimento di due manifestanti.

Dai Mondiali di calcio americani emerge una situazione nel complesso surreale, che stride coi valori di inclusione e uguaglianza dello sport, che la FIFA stessa dovrebbe tutelare. L’unica preoccupazione della massima istituzione calcistica sembrerebbe invece quella di limitare i danni economici di un evento progettato sin dall’inizio con l’obiettivo di spillare quanti più soldi possibili ai tifosi-clienti. Infantino non aveva fatto i conti con l’imprevedibilità politica dell’amico Trump, le rimostranze degli appassionati e il poco appeal di una competizione ampliata, da 32 a 48 squadre, per offrire più partite e dunque aumentare gli incassi. In molti hanno deciso di disertare, costringendo la FIFA a fare i conti con stadi mezzi vuoti. O meglio pieno di persone che più che guardare il pallone rotolare preferiscono «stazionare nei corridoi».

California, bombardiere B-52 si schianta dopo il decollo: 8 morti

0

Un bombardiere Boeing B-52 Stratofortress dell’aeronautica militare statunitense si è schiantato poco dopo il decollo dalla base aerea di Edwards, nel deserto del Mojave, a nord di Los Angeles. L’incidente è avvenuto intorno alle 11:20 di lunedì mattina (ora locale, dunque nella serata di ieri italiana) e ha provocato una violenta esplosione, seguita da una densa colonna di fumo nero visibile anche nelle immagini diffuse sui social. Secondo le autorità militari non ci sarebbero sopravvissuti: il bilancio è di almeno otto vittime. Le squadre di emergenza sono intervenute immediatamente sul luogo dello schianto. Il B-52 è un bombardiere strategico in servizio dal 1955.

In Italia non si fanno più figli e si dà la colpa ai cani

2

In Italia non si fanno più figli e, come spesso accade quando si tenta di manipolare le persone, si cercano spiegazioni semplici, immediate, d’effetto. L’ultima, che circola nei dibattiti pubblici e nei commenti sui social, è tanto surreale quanto rivelatrice: la colpa sarebbe dei cani. Troppi cani, troppe attenzioni agli animali domestici, troppe energie affettive sprecate sugli animali invece che sui figli sono le cause della denatalità. Un capriccio generazionale, insomma. La colpa cioè è ancora una volta delle nuove generazioni che hanno fallito in tutto e che non sono state in grado di adempiere a una delle funzioni primarie della vita stessa: la sopravvivenza della specie. Sorprendente, vero?

Ecco, qui non siamo di fronte a una semplice semplificazione, ma a una vera e propria manipolazione propagandistica che ha una funzione precisa: depoliticizzare una questione strutturale. Perché se il calo delle nascite viene attribuito a scelte private, allora non c’è più bisogno di mettere in discussione il sistema che lo alimenta. E cosa accade quando una società preferisce costruire bersagli simbolici invece di interrogare le strutture che lo producono?

O meglio, chi ha interesse a spostare il discorso dalle cause reali a bersagli simbolici? Non dovremmo domandarci perché non si fanno figli, ma dovremmo chiederci semmai che tipo di società rende strutturalmente difficile farli. Piccolo spoiler: la nostra. Ma incominciamo dai numeri.

In Italia il numero dei nati continua a diminuire in modo costante da anni. Le famiglie si riducono, l’età media cresce, e la popolazione si contrae in modo continuo e prevedibile. Non è un’anomalia ma una tendenza sistemica. E allora a questo punto bisognerebbe domandarsi: cosa è cambiato così profondamente in questi ultimi decenni da rendere la genitorialità una scelta sempre meno praticabile? Per rispondere a questa domanda bisogna capire innanzitutto perché in passato si facevano più figli. 

Se prendiamo in esame la generazione dei nostri nonni, una cosa diventa chiarissima. I figli non erano solo destinatari di cure, ma erano parte attiva dell’economia domestica. Lavoravano nei campi, contribuivano alle attività familiari, partecipavano alla sopravvivenza stessa della famiglia. In quel sistema, che oggi viene spesso compianto o romanticizzato, avere figli significava avere forza lavoro, continuità, sicurezza materiale. Fare figli non dipendeva da una maggiore predisposizione al sacrificio delle generazioni passate, ma era parte di una struttura economica ben precisa. 

Con il progressivo miglioramento delle condizioni di vita, l’emergere dei diritti dell’infanzia e con l’eliminazione del lavoro minorile, il figlio ha perduto questa funzione materiale di sostentamento. Il figlio oggi non produce più equilibrio economico, lo assorbe. Non è più un aiuto ma un investimento: un investimento affettivo, educativo, e soprattutto economico. Un figlio costa tempo e soprattutto denaro; un genitore deve potergli garantire istruzione, salute, crescita, sport, deve cioè provvedere alle sue esigenze materiali e non.

È a questo punto che il discorso si intreccia con un secondo elemento, ancora più decisivo: la trasformazione del lavoro e del reddito. Perché se il figlio diventa un investimento totale, la possibilità di avere figli dipende direttamente dalla capacità economica della famiglia. E qui il confronto con il passato diventa inevitabile. In passato, nella struttura familiare tradizionale, un singolo reddito, quello dell’uomo per intenderci, era quasi sempre sufficiente a sostenere un nucleo familiare. L’uomo lavorava, e la donna stava a casa, e poteva perciò dedicarsi alla crescita e alla cura dei figli. Il che, tradotto terra terra, significava: niente babysitter, niente asili nido, niente centri estivi.  Con l’entrata della donna nel mondo del lavoro questo equilibrio si è spezzato. Con ciò non voglio assolutamente dire che la donna deve stare a casa, e non lavorare (cosa impossibile oggi, perché mandare avanti una famiglia con un singolo stipendio è un’utopia per la maggior parte degli italiani), ma l’equilibrio che reggeva il mondo dei nostri nonni non esiste più. 

Gli stipendi, in molti settori, non hanno seguito l’aumento del costo della vita. La decisione di avere figli, da parte di molte coppie, viene inevitabilmente spostata, rimandata, talvolta esclusa. Non per mancanza di desiderio, ma per necessità materiale. Un altro elemento fondamentale che differenzia il mondo contemporaneo dalle generazioni precedenti è la completa assenza di un contesto, familiare e sociale, di supporto alla maternità. La presenza dei nonni, sempre più rara in un mondo dove molti giovani sono costretti a trasferirsi in altre città o regioni per trovare lavoro, la presenza di una vasta rete familiare che accompagnava le neomamme nella crescita dei figli sono ricordi di un lontano passato. E cosa accade quando alla fragilità economica si somma la fragilità del tempo? Quando non esistono reti sufficienti a sostenere i primi anni di vita di un bambino? 

I congedi per la maternità sono limitati, le tutele frammentarie, il ritorno al lavoro rapido e obbligato. Poi c’è il nodo degli asili nido. In molte aree del Paese l’accesso ai servizi per la prima infanzia è limitato, insufficiente o economicamente impegnativo. Questo produce un effetto immediato: la cura del figlio ricade in modo totalizzante sulla famiglia, spesso su un solo genitore. È come se la società riconoscesse (a parole almeno) il valore della nascita, ma non fosse disposta a sostenerne le conseguenze nel tempo. 

Infine c’è il tema abitativo. La difficoltà di accedere a una casa in età giovane (cioè in età fertile per le donne) rappresenta uno dei fattori più evidenti ma meno discussi della denatalità contemporanea. Come si costruisce un progetto familiare in un contesto in cui la base materiale dell’esistenza, e della famiglia, la casa, è essa stessa instabile o irrealizzabile? 

E allora ritorna la domanda iniziale: davvero tutto questo può essere ridotto alla presenza dei cani nelle case? O forse, ma dico forse, siamo davanti a un sistema in cui la genitorialità è diventata una scelta ad altissimo costo economico, organizzativo ed esistenziale, e quindi progressivamente meno accessibile. Fare o non fare figli non è un problema morale, ma è un problema politico e materiale. E forse la domanda più scomoda è proprio questa: che cosa significa, per una società, arrivare al punto in cui mettere al mondo un figlio non è più una continuità naturale della vita, ma una decisione eccezionale, economicamente fragile, socialmente rischiosa?

Perché alla fine la denatalità non è un mistero culturale, né una deviazione di costume. È il risultato di un insieme di condizioni che hanno ridisegnato il rapporto tra lavoro, tempo, sicurezza e futuro. E quando una società non è più in grado di garantirsi un futuro, non è il futuro a sparire per scelta. È la società stessa che smette di renderlo possibile.

Giappone: alzati i tassi di interesse ai massimi da 30 anni

0

La Banca del Giappone ha alzato il suo tasso di interesse di riferimento dallo 0,75% all’1%, raggiungendo il valore più alto dal 1995. La banca ha spiegato che l’aumento arriva a causa delle difficoltà derivanti dall’inflazione e dalla debolezza dello yen, la moneta giapponese, innescate dalla guerra israelo-statunitense contro l’Iran: la chiusura dello Stretto di Hormuz ha infatti provocato danni alle economie dei Paesi asiatici, dipendenti dalle esportazioni di petrolio dall’area.

Il doppio standard UE: nuove sanzioni alla Russia, bocciate quelle contro Israele

4

Dopo quasi un mese di proclami e discussioni, ieri, 15 giugno, si è tenuta l’attesa riunione del Consiglio degli Esteri dell’Unione Europea per discutere formalmente l’ipotesi di emanare sanzioni contro il ministro israeliano Ben Gvir. Il risultato degli incontri? Niente provvedimenti contro il membro dell’esecutivo di Tel Aviv, sanzioni contro altre 80 realtà russe. La massima diplomatica dell’UE Kaja Kallas ha annunciato sin dalla mattina che non sarebbe stato possibile approvare le sanzioni contro il ministro israeliano poiché mancava l’unanimità; a pesare, da quanto si apprende dalla stampa, sarebbe stato il veto della Cechia. Da un lato, Mosca, contro cui continuano a piovere provvedimenti e sanzioni; dall’altro, Tel Aviv, nei cui confronti l’UE fatica ad andare oltre le parole. E proprio le parole sono l’unica cosa che resta dell’ondata di sdegno sollevatasi lo scorso 20 maggio, quando il ministro pubblicava un video in cui sfilava sorridente davanti a decine di attivisti legati, bendati e costretti in ginocchio sotto il sole.

Gli incontri di ieri sono giunti dopo settimane di rinvii e riunioni in cui il Consiglio ha approvato sanzioni contro alcuni coloni israeliani, schivando le richieste di diversi Paesi di applicare misure più incisive contro Tel Aviv. Il tema di Ben Gvir era emerso dopo il video in cui il ministro si era fatto ritrarre con una bandiera israeliana mentre passeggiava, scortato, tra l’equipaggio sequestrato, deridendolo e provocandolo: la Spagna è stata il primo Stato membro ad alzare la voce e ha chiesto all’UE di estendere a livello comunitario le misure che diversi Paesi avevano già emanato contro Ben Gvir. A fare eco a Madrid, sono arrivati la maggior parte dei 27, Italia compresa, che tuttavia non ha emanato contro il ministro sanzioni su scala nazionale, come fatto per esempio dalla Francia. Nei giorni successivi è stata avanzata anche la proposta di restringere il commercio con le colonie israeliane, che tuttavia risulta ancora al vaglio del Consiglio, e diversi Paesi dell’UE e del Vecchio Continente hanno ampliato i provvedimenti contro gli insediamenti illegali israeliani in Palestina. Le critiche dei ministri dell’UE ai fatti di fine maggio, insomma, sono finite per non avere alcun effetto concreto. In Italia, contro il ministro israeliano, resta aperto un fascicolo d’indagine per tortura e sequestro di persona.

Se quando si tratta di Israele l’UE non riesce a trovare una posizione comune o ad approvare provvedimenti mirati, quando si tratta di Russia non si può certamente dire lo stesso. Sempre ieri, infatti, mentre Praga esprimeva il suo veto contro le sanzioni a Ben Gvir, il Consiglio approvava nuove misure contro entità moscovite. In particolare, 34 individui e 47 entità legati al complesso militare-industriale russo verranno sottoposti a nuove misure restrittive, inclusi il congelamento dei beni e il divieto di ingresso nel territorio dell’Unione. Bruxelles punta a colpire in particolare il settore dell’energia, inserendo nella propria lista nera anche Lukoil-Siberia Occidentale, insieme ad altre società. «Le entrate energetiche continuano a rappresentare un’àncora di salvezza per l’economia russa in difficoltà», ha dichiarato ieri l’Alta Rappresentante dell’UE per la Politica Estera, Kaja Kallas, annunciando le sanzioni.

In generale, dall’inizio della guerra in Ucraina, Bruxelles ha varato 20 diversi pacchetti di sanzioni contro Mosca, senza contare tutti gli interventi specifici (proprio come quello di ieri). Il 21esimo è ancora in fase di discussione, ma è stato presentato dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen la scorsa settimana: esso colpisce i settori dell’energia, dei servizi finanziari e del commercio e prevede una sospensione dell’adeguamento del price cap sul petrolio moscovita, in modo da lasciare che il mercato si stabilizzi. Il pacchetto, inoltre, aggiungerebbe 31 banche russe all’elenco degli istituti finanziari che non possono concludere transazioni con soggetti europei, e  amplierebbe la lista della cosiddetta “flotta ombra” – usata dalla Russia per aggirare i divieti occidentali – con 30 nuove navi (attualmente l’elenco ne contiene 632). Il 21esimo provvedimento, infine, imporrebbe il divieto di esportare equipaggiamenti e sistemi di lancio di droni, adotterebbe per la prima volta sanzioni commerciali nel campo della pesca e introdurrebbe un divieto di ingresso nel territorio dell’UE per gli ex soldati russi.

Un ponte per salvare gli animali dal traffico: il più grande del mondo aprirà nel 2026

0
pote attraversamento animali California

Dopo anni di attesa, il più grande attraversamento faunistico del mondo ha finalmente una data di apertura. Il Wallis Annenberg Wildlife Crossing, il ponte verde che permetterà agli animali di attraversare in sicurezza una delle autostrade più trafficate della California, entrerà in funzione il 2 dicembre 2026. La struttura sorgerà sopra la Highway 101, a nord-ovest di Los Angeles, dove da decenni il traffico divide habitat naturali un tempo collegati, costringendo puma, cervi, coyote e altre specie a rischiare la vita per spostarsi da un lato all'altro della strada. 
I valichi faunistici sono...

Questo è un articolo di approfondimento riservato ai nostri abbonati.
Scegli l'abbonamento che preferisci 
(al costo di un caffè la settimana) e prosegui con la lettura dell'articolo.

Se sei già abbonato effettua l'accesso qui sotto o utilizza il pulsante "accedi" in alto a destra.

ABBONATI / SOSTIENI

L'Indipendente non ha alcuna pubblicità né riceve alcun contributo pubblico. E nemmeno alcun contatto con partiti politici. Esiste solo grazie ai suoi abbonati. Solo così possiamo garantire ai nostri lettori un'informazione veramente libera, imparziale ma soprattutto senza padroni.
Grazie se vorrai aiutarci in questo progetto ambizioso.

Biolaboratori in Ucraina: i documenti desecretati riaprono il caso su Hunter Biden

3

«Hanno mentito al popolo americano». Con queste parole, la direttrice dimissionaria dell’Intelligence nazionale USA, Tulsi Gabbard, ha accompagnato la desecretazione di documenti che confermano l’esistenza di oltre 40 biolaboratori (su 120 nel mondo) finanziati da Washington in Ucraina e riportano sotto i riflettori una vicenda che per anni è stata liquidata come “disinformazione”. Dal nuovo dossier emerge anche il nome di Black & Veatch, principale contractor del Pentagono per numerosi programmi biologici. Ed è proprio qui che torna a ripresentarsi sullo sfondo la vicenda di Hunter Biden. Black & Veatch collaborò, infatti, con Metabiota, società biotech che nel 2022 finì sotto i riflettori per un investimento da 500 mila dollari ricevuto da Rosemont Seneca Technology Partners, fondo associato al figlio dell’allora presidente Joe Biden.

I documenti desecretati non provano un coinvolgimento diretto di Hunter Biden nei laboratori ucraini, ma riportano al centro della scena quella rete di finanziamenti e società private, che per anni è stata liquidata come una “teoria del complotto” e che oggi riaffiora nelle stesse carte pubblicate dall’intelligence statunitense. Le slide dell’Office of the Director of National Intelligence offrono una fotografia dettagliata dell’infrastruttura biologica costruita in Ucraina con fondi statunitensi nell’ambito del Cooperative Threat Reduction Program, il programma avviato dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica per impedire la proliferazione di materiali e competenze legate alle armi non convenzionali. Secondo il dossier, gli Stati Uniti hanno sostenuto oltre 40 laboratori e strutture di ricerca distribuiti sul territorio ucraino. Le carte mostrano che numerosi centri erano autorizzati a lavorare con quelli che vengono definiti «patogeni particolarmente pericolosi», tra cui antrace, tularemia, peste, Ebola, Marburg, SARS e MERS. In uno dei passaggi più significativi si afferma, inoltre, che Washington ha finanziato attività di ricerca genetica sull’influenza aviaria altamente patogena e su altri virus ad alta trasmissibilità. Uno degli aspetti più interessanti del materiale pubblicato riguarda la dimensione economica dell’operazione. Le tabelle contenute nelle slide riportano i costi di progettazione, costruzione e allestimento di numerose strutture finanziate attraverso il Dipartimento della Difesa statunitense.

A emergere è soprattutto il ruolo dei grandi contractor privati. Black & Veatch compare ripetutamente come uno dei principali soggetti incaricati della realizzazione delle strutture e della fornitura delle tecnologie necessarie. La società avrebbe coordinato progettazione, costruzione ed equipaggiamento di diversi laboratori attraverso una rete di subappaltatori locali. Tra i progetti citati figurano il laboratorio diagnostico di Kherson (1,7 milioni di dollari), l’Istituto di Medicina Veterinaria dell’Accademia nazionale delle scienze agrarie (2,1 milioni), il Central Reference Laboratory di Odessa, il più costoso con quasi 3,5 milioni di dollari, e il laboratorio diagnostico della Transcarpazia, finanziato con circa 1,9 milioni. È proprio la presenza di questi attori privati a rendere la vicenda particolarmente delicata, perché mostra come il programma biologico ucraino sia stato sviluppato attraverso una complessa rete di appalti, subappalti e partnership pubblico-private.

Il legame con Hunter Biden era emerso già nel 2022, quando alcune e-mail provenienti dal laptop del figlio dell’allora presidente, pubblicate dal Daily Mail, comprovate dal Washington Post e riprese da diversi media internazionali, avevano riportato l’attenzione sui rapporti tra Rosemont Seneca Technology Partners e Metabiota, società impegnata in programmi di ricerca sulle malattie infettive finanziati dal Dipartimento della Difesa statunitense. Le stesse comunicazioni mostravano inoltre tentativi di coinvolgere Burisma in un progetto scientifico in Ucraina collegato alle attività di Metabiota. Documenti federali mostrano che tra il 2014 e il 2017 il Dipartimento della Difesa statunitense assegnò a Metabiota contratti per circa 18,4 milioni di dollari, inclusi 307.091 dollari destinati a «Ukraine research projects». Nello stesso periodo Black & Veatch operava come principale integrating contractor della DTRA per il programma di riduzione delle minacce biologiche in Ucraina. Nel marzo 2022, Igor Kirillov, responsabile delle forze russe per la difesa radiologica, chimica e biologica, sostenne che «il fondo Rosemont Seneca di Hunter Biden ha finanziato il programma militare biologico del Pentagono in Ucraina» e parlò di «uno stretto legame» tra il fondo, Metabiota e Black & Veatch, indicati come attori centrali della rete di laboratori finanziata dal Dipartimento della Difesa americano.

La desecretazione delle nuove carte arriva in un momento particolarmente delicato per la politica americana. Nel comunicato che accompagna la pubblicazione dei documenti, Tulsi Gabbard accusa apertamente l’establishment di aver nascosto informazioni all’opinione pubblica, sostenendo che l’esistenza e il finanziamento dei biolaboratori siano stati «intenzionalmente insabbiati» e che chi ne parlava venisse accusato di essere «un agente straniero e un traditore dell’America». Per Donald Trump, il dossier rappresenta un’arma preziosa in vista delle elezioni di Midterm: non tanto per ciò che prova, quanto perché consente di sostenere che una parte delle informazioni liquidate per anni come disinformazione avesse in realtà un fondamento concreto. Ed è proprio questo il terreno sul quale la guerra delle narrazioni americane appare oggi più feroce che mai.

Il bicchiere mezzo vuoto: perché l’industria dell’alcol sta entrando in crisi

1

Dal giugno 2021 a oggi, l’industria globale degli alcolici ha bruciato circa 830 miliardi di dollari di capitalizzazione di mercato. L’indice Bloomberg che monitora le cinquanta principali aziende quotate del settore segna un -46% rispetto al picco. Secondo gli analisti non si tratta di una crisi momentanea, ma di una trasformazione strutturale del mercato.

Nel 2025, nei 22 principali mercati mondiali che rappresentano circa il 75% del consumo globale, i volumi complessivi di alcol sono diminuiti del 2% e il valore del 4%. Una forbice che mostra il fatto che non solo si beve meno, ma si è più cauti anche nello spendere. Il 24% degli adulti a livello globale ha smesso del tutto di bere nel 2025, un record, in aumento del 19% rispetto al 2022. Laurence Whyatt di Barclays, citata da Bloomberg, ha sintetizzato così: “Abbiamo visto quattro volte l’impatto della crisi finanziaria sui consumi di alcol”.

Le cause sono stratificate. La prima è culturale: il movimento che predica la moderazione e che può essere riassunto con l’espressione “bere meno, ma meglio”, ha smesso di essere una tendenza di nicchia per diventare sempre più diffuso, spinto dall’attenzione alla salute mentale e fisica, dai costi della vita in aumento e dalla crescita di un’offerta analcolica sempre più sofisticata. La seconda è demografica, ma con un paradosso. La narrativa dominante dà la colpa alla Gen Z astemia: i dati più recenti la smentiscono parzialmente. Secondo IWSR, la quota di adulti Gen Z che ha consumato alcol nei sei mesi precedenti è salita dal 66% nel marzo 2023 al 73% nel marzo 2025, sostenendo che il calo giovanile fosse in parte finanziario, e non solo ideologico. Anche perché dai dati risulta che chi ha redditi più alti, beve di più. La terza causa, meno nota, è farmacologica. L’EY-Parthenon GLP-1 Consumer Survey del marzo 2025, racconta che il 44% degli utenti di farmaci come Ozempic e Wegovy beve meno dopo aver iniziato il trattamento, e l’82% mantiene queste abitudini anche dopo averlo sospeso. Non è ancora un fenomeno di massa, ma è una variabile strutturale che il settore non può ignorare.

A complicare ulteriormente il quadro c’è un competitor che fino a pochi anni fa non esisteva: le bevande alla cannabis, negli Stati in cui è legale. In diversi stati USA, infatti, bibite e bevande che contengono THC, il principio attivo e stupefacente della pianta, vengono vendute fuori dai dispensari tradizionali, nei negozi di liquori e nei minimarket. Il mercato globale di questi prodotti è proiettato a sfiorare i 3 miliardi di dollari entro il 2032 (Forbes Business Insights). I grandi gruppi alcolici hanno risposto con una strategia doppia: da un lato pressioni normative per limitare la concorrenza, dall’altro acquisizioni dirette nel settore: Constellation Brands ha investito pesantemente in Canopy Growth, Anheuser-Busch InBev ha lanciato proprie linee a base di CBD. Il principio, per chi controlla il mercato, è semplice: se non puoi batterli, comprali, ed è ciò che sta avvenendo.

La previsione più autorevole arriva da IWSR, che ha pubblicato la sua prima analisi decennale su 160 mercati. Il consumo globale di alcol continuerà a scendere almeno fino al 2031, per poi stabilizzarsi: nel 2035 i volumi complessivi resteranno solo dell’1% sotto i livelli del 2025, nonostante una popolazione mondiale in età legale cresciuta del 9%. Tradotto: il pianeta avrà molti più consumatori potenziali e berrà comunque meno. Le categorie non saranno colpite in modo uniforme: il vino perderà il 14% dei volumi nel decennio, i distillati il 2%, la birra l’1%. Cresceranno invece i ready-to-drink – cocktail premiscelati e simili – del 17%. La stabilizzazione dal 2031 sarà trainata dalla crescita della popolazione in età legale nei mercati emergenti e da un riequilibrio geografico del consumo globale.

L’Italia è il Paese più esposto d’Europa a questa doppia crisi, strutturale e commerciale. La filiera nazionale di vino, spirits e aceti vale 21,5 miliardi di euro, conta oltre 40mila imprese a carattere industriale e garantisce l’occupazione di oltre 81mila addetti diretti. Sul mercato interno, i dati YouGov certificano una contrazione del 6% dei consumi familiari tra il 2023 e il 2025, con le alternative analcoliche che guadagnano terreno. Nei consumi fuori dalle mura domestiche la situazione è peggiore: nel primo quadrimestre 2025, vino e bollicine hanno segnato rispettivamente -12% e -13% rispetto allo stesso periodo del 2024, con cocktail e amari anch’essi in calo.

Ma è l’export il nervo scoperto. L’export di vino italiano verso gli USA vale circa 2 miliardi di euro, il 24% dell’export totale, e il vino italiano rappresenta il 40% dell’intero export europeo di vino verso gli Stati Uniti, un’esposizione nettamente superiore a Francia (20%) e Spagna (11%). Quando Washington ha esteso le tariffe ai vini europei ad aprile 2025, l’Italia era la più vulnerabile. Il valore complessivo dei dazi statunitensi sul vino importato ha raggiunto 492,2 milioni di dollari nel 2025, rispetto agli 81,8 milioni del 2024. Per il vino italiano l’aliquota effettiva nel 2025 è stata dell’8,8%, media ponderata tra il 10% applicato da aprile ad agosto e il 15% scattato poi ad agosto. A un anno dall’entrata in vigore delle tariffe, le esportazioni italiane negli USA hanno registrato una flessione del 17%, passando da 1,99 a 1,65 miliardi di euro, per una perdita secca di oltre 340 milioni. Nei primi due mesi del 2026, le spedizioni verso gli USA sono calate del 34% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Le aziende hanno risposto abbassando i prezzi per limitare il danno sul consumatore finale, ma a proprie spese. Il prezzo medio dei vini fermi italiani negli USA è crollato da 6,55 euro al litro a inizio 2025 a 5,07 a inizio 2026, un calo del 21%. Gli spumanti sono scesi da 5 a 4,2 euro al litro (-16%). Margini compressi, non recuperabili nel breve periodo. Il presidente di Federvini Giacomo Ponti ha definito il 2025 un anno di prova “con un’intensità senza precedenti”. La risposta del settore punta sulla diversificazione: l’accordo UE-Mercosur apre un mercato di 260 milioni di consumatori potenziali, mentre l’intesa con l’India – che riduce i dazi sul vino dal 150% al 20-30% – ha già prodotto risultati per il Prosecco, con un export cresciuto del 165%. Strade promettenti, ma che richiederano anni per compensare la perdita del primo mercato al mondo.

Non tutte le aziende italiane navigano nella stessa direzione. Campari Group (Aperol, Campari, Grand Marnier) ha chiuso il 2025 con vendite a 3,05 miliardi di euro e una crescita organica del 2,4%. La ricetta: concentrazione sugli aperitivi, mercati emergenti, portafoglio no-alcol in espansione. È la direzione che il settore nel suo complesso fatica ad imboccare con la stessa velocità. Il 2026, secondo l’Osservatorio UIV (Unione Italiana Vini), è “l’anno della verità”. Con i dazi americani al 15% a regime pieno e la domanda interna che non mostra segnali di ripresa, le imprese meno strutturate rischiano di non reggere: non è la fine di un settore, ma il cambiamento di un modello di crescita che durava da trent’anni.