I pubblici ministeri sudcoreani hanno chiesto la condanna a morte per l’ex presidente Yoon Suk Yeol, accusato di essere stato a capo di una insurrezione. Yoon è sotto indagine per avere provato a instaurare la legge marziale nel Paese nel dicembre del 2024. Dopo tale tentativo, è stato deposto dal Parlamento per poi essere arrestato in vista del processo. Nell’ambito di tale vicenda, Yoon è accusato anche di ostruzione alla giustizia, accusa per cui è stata richiesta una pena di 10 anni di carcere.
Clima: l’1% più ricco ha già consumato le emissioni annuali a disposizione
A soli dieci giorni dall’inizio del 2026, l’1% più ricco della popolazione mondiale ha già esaurito il proprio budget annuale di carbonio, ovvero la quantità di CO2 che potrebbe essere emessa da ciascuno senza superare la soglia di riscaldamento globale di 1,5°C. Lo ha attestato una nuova analisi pubblicata da Oxfam. Ancora più sconcertante è il dato relativo allo 0,1% dei super ricchi, che secondo i risultati avrebbe bruciato il proprio limite in appena 72 ore, il 3 gennaio. Questa “Giornata dell’Inquinatore”, come è stata definita dall’organizzazione, illumina in modo crudo come una minuscola élite sia responsabile in modo sproporzionato dell’aggravarsi della crisi climatica, mentre la stragrande maggioranza dell’umanità paga il prezzo più alto.
Le emissioni generate dall’1% più ricco in un solo anno, si stima, causeranno circa 1,3 milioni di morti legate al caldo entro la fine del secolo. Entro il 2050, i danni economici ai paesi a basso e medio-basso reddito, causati dalle emissioni di questa élite, potrebbero raggiungere la cifra di 44mila miliardi di dollari. Per rimanere entro il limite di sicurezza di 1,5°C, l’1% più ricco dovrebbe ridurre le proprie emissioni del 97% entro il 2030. Un obiettivo che appare lontanissimo, considerando che la persona media nello 0,1% più ricco emette oltre 800 kg di CO2 al giorno, mentre una persona della metà più povera del pianeta ne emette in media solo 2 kg.
Il problema non si limita agli stili di vita iper-lussuosi, ma si estende agli investimenti. Ogni miliardario detiene in media un portafoglio di investimenti in aziende che producono 1,9 milioni di tonnellate di CO2 equivalente all’anno. Nel 2024, le emissioni legate agli investimenti di 308 miliardari – stimate in circa 586 milioni di tonnellate di CO2 equivalente – hanno infatti superato quelle combinate di 118 paesi. Quasi il 60% degli investimenti dei miliardari è concentrato in settori ad alto impatto climatico, come i combustibili fossili, e due terzi delle aziende in cui investono non sono allineate con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi. Tale potere economico si traduce sistematicamente in potere politico, che viene utilizzato per indebolire l’azione climatica. Alle recenti conferenze ONU sul clima, i lobbisti dei combustibili fossili hanno superato in numero la maggior parte delle delegazioni nazionali, mentre la partecipazione delle comunità indigene, in prima linea nella crisi, è risultata assai marginale.
Le possibili soluzioni delineate da Oxfam sono concrete: aumentare le imposte su redditi e patrimoni dei super-ricchi; introdurre tasse permanenti sugli utili straordinari delle grandi imprese — con proposte che prevedono aliquote fino al 50% sui rendimenti eccedenti soglie prestabilite —; vietare o tassare in modo punitivo beni di lusso ad alta intensità carbonica come jet privati e superyacht; applicare una tassa sui profitti straordinari delle compagnie fossili, misura che potrebbe generare risorse dell’ordine di centinaia di miliardi di dollari nel primo anno per finanziare lo sviluppo del Sud globale. Parallelamente, secondo l’organizzazione, è necessario limitare fortemente la partecipazione diretta delle corporazioni fossili ai negoziati e il peso della loro lobby, rafforzando invece la voce della società civile per costruire un sistema economico che metta al centro persone ed ecosistemi.
Trump: dazi del 25% a chi fa affari con l’Iran
Sullo sfondo delle proteste in Iran il presidente degli USA Donald Trump ha annunciato che – «con effetto immediato» – il Paese imporrà dazi del 25% agli Stati che fanno affari con l’Iran. Le tariffe varranno per tutti i settori, ha specificato Trump. Le proteste in Iran sono scoppiate lo scorso mese per contestare l’aumento dei prezzi e il crollo della valuta locale; coi giorni sono diventate sempre più ampie, trasformandosi in un generale moto anti-governativo, mentre le autorità hanno intensificato la repressione delle piazze, uccidendo centinaia di persone. In precedenza, Trump aveva dichiarato che gli USA sarebbero stati pronti a intervenire militarmente se il numero dei dimostranti uccisi fosse aumentato.
Argentina, roghi distruggono oltre 10mila ettari di foresta
Un vasto incendio divampato la scorsa settimana nella Patagonia condivisa da Argentina e Cile si è esteso in questi giorni fino al villaggio di Epuyén, di circa duemila abitanti, devastando quasi diecimila ettari di foresta. La combinazione di siccità prolungata, temperature elevate e forti venti ha favorito la propagazione delle fiamme, rendendo difficili le operazioni di spegnimento. Oltre tremila persone, inclusi numerosi turisti, sono state evacuate. Più di 500 vigili del fuoco operano nella provincia di Chubut. Nonostante lo spegnimento di 22 roghi, la situazione resta critica. Secondo Greenpeace Argentina, quest’estate sono già andati in fumo 52mila ettari.
Birmania: nel pieno della guerra civile inizia il processo per genocidio contro l’esercito
Mentre i caccia dell’esercito birmano bombardavano un piccolo villaggio nella regione di Magway, a migliaia di chilometri di distanza, all’Aia, si sono aperte davanti alla Corte internazionale di giustizia (CIG) le udienze di uno dei procedimenti più rilevanti nella storia recente del diritto internazionale. La giunta militare della Birmania è chiamata a rispondere dell’accusa di genocidio per la persecuzione sistematica della minoranza rohingya, espulsa con la violenza dallo Stato di Rakhine a partire dal 2017. L’esito del processo potrebbe creare un precedente e orientare anche quello per genocidio intentato dal Sudafrica contro Israele per i crimini commessi nella Striscia di Gaza.
Un Paese sprofondato in una guerra civile dopo il colpo di Stato del 2021, in seguito alla presa del potere da parte del Tatmadaw (le forze armate birmane) che hanno rovesciato il governo di Aung San Suu Kyi, vede per la prima volta incrinarsi l’impunità dei suoi generali. Non è un dettaglio: è la prima volta che uno Stato africano non leso promuove un caso di questo tipo contro un altro Paese in nome di un principio universale e in difesa dei diritti di una popolazione. Il percorso che ha condotto alla prima udienza del 12 gennaio è stato lungo e segnato da snodi procedurali di grande rilievo. Il procedimento nasce dall’azione avviata dal Gambia, con il sostegno politico e finanziario dell’Organizzazione della Cooperazione Islamica, che ha chiamato la giunta militare birmana a rispondere della violazione della Convenzione sul genocidio, per le persecuzioni contro i rohingya, minoranza musulmana privata da decenni di diritti e cittadinanza. Nel 2017, l’esercito birmano avviò una campagna di violenze sistematiche – uccisioni, stupri, villaggi incendiati e rasi al suolo – che costrinse oltre 700mila persone a fuggire in Bangladesh. Le prove raccolte negli anni delineano un’operazione pianificata di pulizia etnica. Nel 2020, la Corte ordinò alla giunta militare misure urgenti per proteggere i rohingya, ma dopo il golpe del 2021 l’esercito ha ignorato gli obblighi e continuato le persecuzioni, come documentato dall’ONU, che denuncia un’escalation di violenze, con bombardamenti su scuole, ospedali e campi profughi.
Tra il 2024 e il 2025, undici Stati (Canada, Danimarca, Francia, Germania, Paesi Bassi, Regno Unito, Maldive, Slovenia, Rdc, Belgio, Irlanda) hanno presentato richiesta di intervento e sono stati ammessi a partecipare alle udienze sul merito per esporre le loro osservazioni, a sostegno dell’interpretazione della Convenzione proposta dal Gambia. Sui fatti del 2017 è stata aperta anche un’inchiesta separata della Corte penale internazionale dove, nel 2024, il procuratore capo, Karim Khan, ha chiesto alla Corte di emanare un mandato d’arresto per il vertice della giunta militare della Birmania, il generale Min Aung Hlaing. Con l’avvio delle udienze di merito, la Corte entra nella fase decisiva: saranno esaminate testimonianze e perizie sulle operazioni contro i rohingya. Il nodo centrale è dimostrare l’intento genocida. Alla Corte internazionale di giustizia (CIG) si giudica la responsabilità dello Stato per violazione della Convenzione, alla Corte penale internazionale (CPI) quella penale dei singoli, con piani giuridici ed effetti radicalmente diversi. Per il Gambia l’intento genocida emerge da un disegno complessivo: violenze sistematiche, villaggi distrutti, stupri di massa, odio istituzionale e negazione dei diritti.
L’esito del processo è un banco di prova per il diritto internazionale: riafferma che il genocidio riguarda l’intera comunità globale, mette in discussione i criteri con cui la Corte accerta l’intento genocida e riapre il nodo dell’efficacia delle sue decisioni. Nicholas Koumjian, capo della Commissione d’indagine dell’ONU, ha spiegato che «è probabile che il caso stabilisca un importante precedente su come il genocidio viene definito e su come possa essere dimostrato». Uno su tutti: il caso di genocidio che coinvolge Israele per i crimini commessi nella Striscia di Gaza, intentato nel 2024 dal Sudafrica. La posta in gioco è evitare una giustizia a geometria variabile, capace di colpire i generali birmani, ma indulgente con Tel Aviv. L’offensiva israeliana su Gaza ha già mostrato quanto facilmente il linguaggio dell’autodifesa possa trasformarsi in uno scudo politico e quanto il diritto internazionale, senza una reale volontà di applicarlo, rischi di restare lettera morta.
Forti scosse di terremoto in Romagna: paura e persone in strada
Due scosse di terremoto hanno scosso la Romagna nella mattinata di oggi, martedì 13 gennaio, generando paura tra la popolazione. La prima, di magnitudo 4,3, è stata registrata alle 9.27 con epicentro a sud-ovest di Russi, la seconda di 4,1 pochi minuti dopo a est di Faenza. A Forlì centinaia di persone sono scese in strada e tutti gli edifici pubblici sono stati evacuati per precauzione. Non si registrano danni rilevanti, ma sono in corso verifiche dei vigili del fuoco. Per consentire i controlli, la circolazione ferroviaria è stata sospesa su varie linee della rete romagnola.
Gli USA invitano i propri cittadini a lasciare l’Iran
Gli Stati Uniti hanno lanciato un allarme urgente ai loro cittadini in Iran, invitandoli a lasciare il Paese immediatamente per ragioni di sicurezza, a causa dell’intensificarsi delle proteste in tutto il Paese e del blocco di internet. L’avviso del Dipartimento di Stato sottolinea che non essendoci un’ambasciata USA in Iran, l’assistenza consolare è limitata e i cittadini devono organizzarsi per partire autonomamente. Intanto, Donald Trump sta valutando diverse opzioni diplomatiche con l’Iran. Secondo l’emittente CBS News e il New York Times, il Pentagono avrebbe presentato al presidente americano diverse opzioni militari contro la Repubblica Islamica, incluse possibili azioni contro siti militari e civili, cyberattacchi e altri piani di pressione strategica.
Referendum giustizia, il governo fissa le date: il Comitato per il no annuncia battaglia
Il Consiglio dei ministri ha fissato per il 22 e 23 marzo 2026 la data del referendum sulla riforma della giustizia voluta dal ministro Carlo Nordio, ignorando la prassi che richiede di attendere la fine del periodo di raccolta firme prevista per il 30 gennaio e i tre mesi dalla pubblicazione della legge in Gazzetta Ufficiale. La scelta, confermata dalla premier Giorgia Meloni, arriva nonostante siano già state raccolte dall’iniziativa popolare oltre 350mila firme per chiedere il referendum contro la riforma costituzionale. Il governo punta a forzare i tempi per capitalizzare un vantaggio dei sì nei sondaggi. Il Comitato per il No, promotore della raccolta firme, annuncia ricorso al TAR del Lazio e, intanto, ha scritto al Colle, appellandosi al presidente Sergio Mattarella.
La pluralità di interpretazioni giuridiche sulle tempistiche e l’attesa per la conclusione della raccolta firme hanno acceso lo scontro politico. La riforma, già approvata dal Parlamento, modifica il Titolo IV della Costituzione con l’obiettivo di separare le carriere dei magistrati requirenti e giudicanti e prevede la revisione dell’organizzazione del Consiglio superiore della magistratura. La scelta di anticipare la data in pieno marzo, includendo anche le elezioni suppletive in Veneto, è stata giustificata dall’esecutivo come una normale applicazione delle norme che prevedono di stabilire la data entro un termine perentorio (generalmente tra 50 e 70 giorni) dalla pubblicazione della legge in Gazzetta Ufficiale e dall’ammissione del quesito. Considerando le festività di Pasqua, se l’esecutivo non avesse anticipato la data con un blitz, non si sarebbe potuto votare prima di metà aprile.
Il Comitato per il No, un gruppo di 15 giuristi capitanati dall’avvocato Carlo Guglielmi, critica l’esecutivo per aver voluto “forzare i tempi”: fissare la data prima della fine della raccolta firme non solo disattende la prassi costituzionale, ma lesiona diritti fondamentali di partecipazione democratica. La legge sui referendum costituzionali prevede, infatti, che chi ha raccolto almeno 500.000 firme, o altri organi istituzionali, possa chiedere la consultazione popolare. A oggi, per raggiungere l’obiettivo c’è tempo fino al 30 gennaio e la raccolta ha superato quota 350mila sottoscrizioni. L’avvocato Piero Adami, che sta seguendo il ricorso al TAR, ha osservato che la campagna popolare rischia di essere “svuotata”, perché finché la raccolta non è formalmente conclusa e depositata presso la Corte di Cassazione, i promotori non possono nemmeno avviare attività pubbliche di campagna come previsto dalla legge. Critico anche l’avvocato Guglielmi, che ha dichiarato che «Il governo ha deciso di ignorare la Costituzione», arrivando al punto da «sfottere con un suo ministro gli oltre 350mila cittadini che in pochi giorni hanno firmato», deprecando le esternazioni alla stampa del ministro al PNRR Tommaso Foti, che ha ironizzato sull’ipotesi del ricorso al TAR e alla domanda su cosa succederebbe se il ricorso fosse accolto, ha risposto: «Se mio nonno fosse un treno…».
La vicenda potrebbe arrivare davanti alla Corte costituzionale se i ricorsi dovessero superare i primi gradi di giudizio. Dal Quirinale è arrivato il messaggio che Mattarella non si opporrà alla scelta del governo, pur segnalando il pericolo di un possibile stallo giudiziario. La decisione di fissare il referendum in anticipo ha subito diviso il quadro politico italiano. Secondo alcuni analisti, la decisione di forzare i tempi è legata a una componente strategica: si tratta di un referendum che prescinde dal quorum e i sondaggi interni suggeriscono che la proposta di riforma, al momento, avrebbe un vantaggio a favore del Sì. In questo modo, affrettare la data di voto potrebbe favorire questo risultato. Il fronte del No insiste sulla raccolta firme perché ritiene che il tempo giochi a suo favore: i sondaggi mostrano negli ultimi giorni una riduzione del fronte del sì e anche poche settimane in più potrebbero essere decisive. Al di là della questione procedurale, il tema di fondo è la percezione diffusa che l’esecutivo stia comprimendo gli spazi di partecipazione popolare in vista dell’appuntamento referendario. Per questo, l’avvocato Guglielmi precisa che «la raccolta delle firme non solo ovviamente continua, ma ciò che è accaduto oggi è l’ulteriore e definitivo motivo per cui occorre firmare e far firmare».








