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A Madrid sono stati sabotati per protesta centinaia di alloggi turistici

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L’avvertimento è chiaro: il quartiere non è turismo. Nella notte tra mercoledì e giovedì 11 giugno le keybox di 153 appartamenti turistici nelle aree di Puente de Vallecas, Villa de Vallecas, Latina, Lavapiés, Carabanchel e Tetuán nella città di Madrid sono state sabotate a colpi di martello e con la colla da militanti impegnate nella difesa del diritto all’abitare. Si tratta della seconda operazione di disobbedienza civile portata avanti da un gruppo di attiviste con l’obiettivo di protestare contro la turistificazione e la conseguente gentrificazione di un numero sempre maggiore di quartieri popolari della capitale spagnola.

Intervistate dal giornale eldiario.es, le autrici del gesto hanno dichiarato: «se i nostri nonni dicevano che la terra è di chi la lavora, noi diciamo che le case sono per il quartiere e le sue vicine». A pochi mesi di distanza dalla prima operazione del febbraio del 2026, il problema di quella che in Spagna è divenuta la preoccupazione principale della cittadinanza, ovvero la difficoltà di accedere ad una casa, non ha visto alcun tipo di miglioramento. In special modo, la situazione nella Comunità di Madrid (di cui la città di Madrid è capoluogo) si è fatta particolarmente critica, nonostante i pochi tentativi del governo di mettere una pezza su una questione che, al momento, sta dimostrando essere il principale fallimento per il governo Sánchez.

Secondo l’Instituto Nacional de Estadística (INE), la Spagna nel 2025 ha ospitato 96,8 milioni di turisti internazionali e più di 9 milioni hanno visitato la città di Madrid. Secondo le stime, nell’agosto del 2024 le piattaforme per la prenotazione di alloggi Booking, Airbnb e Vrbo gestiscono circa 400.000 strutture in tutto il paese e segnalano una netta crescita rispetto alle 238.000 dell’estate del 2018. A crescere, però, non è soltanto il numero degli appartamenti destinati al turismo: la conseguenza più netta del trasferimento di case dal mercato locale allo sfruttamento turistico è la riduzione dell’offerta e l’aumento dei prezzi degli immobili e delle stanze. A Madrid, dal 2015 al 2023 si è registrato un aumento medio del canone d’affitto del 34%, da 615 euro al mese, a 825 euro.

L’esecutivo spagnolo ha provato a rispondere allo strapotere delle piattaforme online applicando restrizioni basate sulle licenze e, nel maggio del 2025, il Ministero dei Diritti Sociali e del Consumo ha imposto il blocco di più di 65.000 annunci illegali di appartamenti pubblicati su AirBnb. In quest’occasione, inoltre, il ministero ha avvertito e preteso al comune di Madrid dell’esistenza di 15.200 alloggi turistici fuori norma, rispetto al migliaio di licenze concesse dalla comunità autonoma in quel momento. Nonostante ciò, nella comunità autonoma della capitale governata dalla stella del Partito Popolare Isabel Díaz Ayuso, la legislazione comunitaria non esige la licenza per inserire nel mercato turistico un immobile e le denunce avanzate dal ministero si sono concluse in un nulla di fatto. «Non è solo per le case, ma anche per il quartiere» hanno affermato alla stampa le attiviste. «Un turista non va né dal ferramenta, né in una merceria. Ci sono sempre meno vicine e sempre più attività pensate per chi è di passaggio».

Il 24 maggio all’incirca centomila persone hanno partecipato alla manifestazione organizzata dal Sindacato delle Inquiline ad Atocha per protestare contro la «dittatura della speculazione» e denunciare una situazione ormai insostenibile. «Questa crisi è causata e continua ad essere alimentata da speculatori immobiliari, società immobiliari, fondi, banche, insieme a governi e istituzioni che hanno favorito questo modello» si può leggere sul manifesto. Sebbene la capitale vanti il primato della città con più annunci su AirBnb dello stato spagnolo (16.249), la situazione nelle principali metropoli del paese resta critica. In Catalogna si è tenuto un macrosondaggio sul diritto all’abitare organizzato dai collettivi impegnati nella causa, che ha rivelato che il 91,2% delle persone intervistate sarebbe a favore di una legge che riduca i canoni d’affitto. Da qualche mese i sindacati e le associazioni attive nella lotta hanno manifestato l’intenzione di organizzare uno sciopero generale per abbassare il prezzo degli affitti e, secondo il sondaggio, l’82,2% dei partecipanti si è dimostrato favorevole all’iniziativa.

Come è avvenuto in diverse città italiane nel dicembre del 2024 prendere d’assalto le keybox, divenute ormai simbolo della turistificazione delle nostre città, è un modo per dimostrare nettamente il dissenso inascoltato che emerge dai quartieri. Manifestazioni, scioperi, disobbedienza civile e sindacalismo, sono gli strumenti che mostrano che al disinteresse dall’alto, la popolazione risponde con l’organizzazione dal basso.

È morto lo storico Carlo Ginzburg

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Si è spento a Bologna all”età di 87 anni lo storico Carlo Ginzburg, uno degli intellettuali più importanti del Novecento, conosciuto e tradotto in tutto il mondo. Nato a Torino nel 1939, figlio della scrittrice Natalia Ginzburg dell’intellettuale antifascista Leone Ginzburg, negli anni la sua ricerca ha spaziato dalla storia religiosa a quella del pensiero politico. Il suo pensiero è stato rilevante tanto all’interno degli ambiti accademici quanto al di fuori, grazie alle sue analisi di importanti fatti storici elaborate a partire dal punto di vista delle classi subalterne. Oltre ad essere professore emerito alla Normale di Pisa, aveva avuto cattedre anche a Yale, Princeton e Harvard.

È stata approvata la prima convenzione globale a tutela dei lavoratori delle piattaforme

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Da Ginevra arriva un nuovo trattato internazionale, che punta a tutelare i lavoratori della gig economy, legati cioè a prestazioni a chiamata, occasionali e temporanee. Con l’adozione della Convenzione n.193, infatti, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) intende stabilire uno standard globale in merito ai diritti dei lavoratori delle piattaforme digitali. Tra le varie misure stabilite dall’accordo figura l’obbligo di trasparenza, per garantire un accesso chiaro e semplice alle informazioni relative al funzionamento degli algoritmi. L’obiettivo è anche quello di fornire meccanismi adeguati per presentare reclami in caso di lesione dei diritti. Le altre questioni affrontate dall’accordo sono la sicurezza sul lavoro, un compenso equo e la tutela della libertà sindacale. Per entrare in vigore a livello nazionale, i Paesi membri dovranno ratificare la convenzione.

Alla base della Convenzione vi è il principio fondamentale secondo il quale le piattaforme non sono meri intermediari tecnologici, ma soggetti che organizzano, controllano e governano il lavoro. Retribuzione, assegnazione dei compiti, monitoraggio delle prestazioni, valutazione del lavoro e sospensione degli account sono infatti tutti aspetti gestiti dalle piattaforme: nonostante ciò, molte aziende continuano a trattare questi lavoratori come collaboratori autonomi o indipendenti, scaricando su di essi costi e rischi del lavoro. La Convenzione estende loro molte tutele fondamentali, inclusi quello all’organizzazione e alla contrattazione collettiva, alla salute e alla sicurezza sul lavoro, alla tutela dei propri dati e della propria privacy, alla retribuzione equa (inclusa la possibilità di introdurre un salario minimo), al recuperi dei costi e alla revisione con intervento umano sulle decisioni automatizzate che riguardano modalità e accesso al lavoro, incluse sospensione e disattivazione degli account.

Quest’ultimo rappresenta un nodo centrale del documento: ogni processo automatizzato dovrà infatti essere accompagnato da adeguate spiegazioni al lavoratore e, se necessario, da un coinvolgimento umano. Le piattaforme (non solo il datore di lavoro) sono inoltre ritenute responsabili della sicurezza del lavoratore, dal momento che ne influenzano i ritmi di lavoro, oltre che le condizioni di sicurezza e di accesso a quest’ultimo. Come sottolinea Human Rights Watch, ONG per i diritti umani che ha preso parte ai lavori, l’applicazione della Convenzione può essere estesa anche ai lavoratori dell’economia formale e informale.

Ora, l’applicazione effettiva dipenderà dalla ratifica dei singoli Stati che fanno parte dell’organizzazione. Ad oggi, l’ILO – fondata nel 1919 con lo specifico compito di promuovere diritti del lavoro, protezione sociale e dialogo tra governi, imprese e lavoratori – conta 187 membri, tra i quali rientrati quasi tutti i Paesi ONU, ad esclusione di Andorra, Buthan, Corea del Nord, Liechtenstein, Micronesia, Monaco e Nauru. Gli Stati non sono infatti giuridicamente vincolati alle sue convenzioni e possono decidere di non ratificarle, anche se questo può comportare conseguenze sul piano politico, diplomatico e reputazionale. Eventuali osservazioni critiche e richieste di chiarimento da parte dell’organizzazione possono infatti pesare nei rapporti con sindacati, investitori, politica ed opinione pubblica.

Dal canto suo, l’UE si è già dotata recentemente di una direttiva (la 2024/2831) volta a  migliorare le condizioni dei lavoratori delle piattaforme. Questa dovrà essere recepita dagli Stati membri entro il 2 dicembre di quest’anno. Essa include, tra le altre cose, una maggiore trasparenza sull’uso degli algoritmi, il diritto dei lavoratori di contestare le decisioni automatizzate e il contrasto al lavoro autonomo fittizio – ovvero il falso inquadramento come lavoro autonomo, quando in realtà il lavoratore si trova in una condizione di lavoro subordinato. L’Italia, dove i lavoratori delle piattaforme si trovano ancora in una condizione di precarietà strutturale, tra paghe basse, alto numero di infortuni e ritmi di lavoro elevati, deve ancora recepire la direttiva.

Dieci anni senza pesticidi: il modello indiano che sta cambiando l’agricoltura

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In uno degli Stati agricoli più popolosi dell'India, 1,8 milioni di contadini hanno smesso di utilizzare fertilizzanti e pesticidi sintetici senza ripercussioni sulla produttività. Lo hanno fatto puntando sulla fertilità naturale del suolo, sulla diversificazione delle colture e su tecniche agricole che riducono la dipendenza dalla chimica. Dopo dieci anni di applicazione su larga scala, il programma dell'Andhra Pradesh è diventato uno dei più grandi esperimenti di agricoltura naturale al mondo e ha appena ottenuto il Food Planet Prize 2026, il principale premio internazionale dedicato alla so...

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Incendi boschivi, nel 2025 bruciati 965 chilometri quadrati in Italia

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Nel 2025 il fuoco è tornato a colpire duramente il territorio italiano, con 965 chilometri quadrati percorsi dagli incendi, una superficie equivalente alla provincia di Pistoia. Secondo l’ISPRA, il dato è quasi raddoppiato rispetto al 2024 e colloca l’anno tra i più critici degli ultimi decenni. Sono andati in fumo 123 chilometri quadrati di aree forestali, mentre oltre il 30% delle superfici bruciate ricade nelle aree protette. Sicilia, Calabria e Campania concentrano il 71% delle superfici forestali colpite. I dati del 2026 indicano una stagione incendi già avviata: nei primi 6 mesi sono stati colpiti circa 60 chilometri quadrati, con la Toscana al primo posto per superfici forestali interessate.

La questura di Torino vuole i pro-Pal sotto “sorveglianza speciale” come i mafiosi

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Cresce la tensione a Torino e in altre città italiane per la gestione della protesta sociale legata alle mobilitazioni pro-Palestina. La questura del capoluogo piemontese ha infatti avanzato una richiesta di sorveglianza speciale per una militante ventiquattrenne del Collettivo Universitario Autonomo, una misura storicamente prevista dal codice antimafia per contrastare la criminalità organizzata o il terrorismo. Il provvedimento, che scatta sulla base di una presunta pericolosità civile anche senza condanne definitive, introduce pesanti limitazioni personali. Tale strategia, che nell’ultimo periodo è stata sempre più utilizzata nei confronti della galassia No TAV e dei movimenti antagonisti, ha trovato sbocchi anche in altre realtà cittadine e sta sollevando aspre critiche da parte dei legali e dei movimenti per i diritti civili.

La misura preventiva richiesta per la giovane universitaria, già sottoposta in passato a restrizioni domiciliari per l’attività politica di piazza, fa seguito a un’indagine della Procura del capoluogo piemontese sui recenti cortei filopalestinesi. I comportamenti contestati, tuttavia, appaiono di entità ridotta: si parla di imbrattamenti e alterchi durante i cortei, contesti nei quali la ragazza viene considerata una figura di riferimento ideale o organizzativa. Questo genere di contestazione etica si traduce in restrizioni severe: obblighi di rientro notturno, divieti di frequentazione e l’impossibilità di spostarsi dal proprio comune senza autorizzazione. Una simile iniziativa non rappresenta un caso isolato. Recentemente la medesima classificazione di persona considerata pericolosa è stata avanzata per un esponente dello spazio sociale Askatasuna, e in passato ha colpito figure storiche del movimento No TAV.

Il fenomeno non si esaurisce entro i confini piemontesi. A Bologna, una studentessa di 23 anni si trova in una posizione analoga per aver preso parte alle manifestazioni a sostegno di Gaza e contro l’edificazione di un polo per l’infanzia in un parco cittadino, culminate in scontri con i reparti mobili. Le accuse a suo carico riguardano una scritta su un muro e la resistenza opposta alle forze dell’ordine. In relazione a queste decisioni, i legali che rappresentano i soggetti colpiti dalle misure restrittive sono d’accordo nell’affermare che applicare un protocollo d’emergenza derivato dal codice antimafia — che calpesta la presunzione di innocenza imponendo pesanti limitazioni alle libertà costituzionali in assenza di una condanna definitiva — a ragazzi (spesso molto giovani) accusati di reati d’opinione, imbrattamenti stradali o tafferugli di piazza, rappresenti una pericolosa forzatura giuridica.

Al rigore di queste misure si affiancano risvolti drammatici. Nelle scorse settimane si è registrato il decesso di due giovani attivisti coinvolti nelle indagini sulle proteste d’autunno: uno si è tolto la vita in Liguria, l’altro è deceduto sui binari a Settimo Torinese, travolto da un treno. Il primo aveva ricevuto un divieto di allontanamento dalla propria città, provvedimento che, a detta di familiari e conoscenti, lo aveva fortemente destabilizzato. In occasione delle esequie del secondo ragazzo (che era stato denunciato per i cortei) il magistrato ha negato il permesso di uscita ai compagni sottoposti a vincoli di dimora, rilevando la mancanza di «legami parentali» o di «comprovate ragioni, quali quelle ad esempio di salute, rilevanti dal punto di vista costituzionale».

La condotta della magistratura e degli uffici investigativi torinesi è al centro di una dura riflessione giuridica sul controllo del dissenso. Secondo Claudio Novaro, in prima linea in processi legati a movimenti e lotte sociali, «il problema principale è che il monopolio interpretativo della protesta è affidato alla polizia». Un meccanismo che consentirebbe alla questura di selezionare i profili ritenuti più ostili all’ordine pubblico, attingendo a «un sapere accumulato in anni di osservazioni, monitoraggi, schedature, intercettazioni e poi riversato nelle indagini preliminari fatte dai pm», che costituirebbe «il presupposto per l’applicazione delle misure cautelari» e finirebbe per «diventare il linguaggio e l’argomentazione di cui si dotano gli altri protagonisti istituzionali del procedimento penale». Nel frattempo, l’impianto accusatorio contro lo storico centro sociale torinese, inizialmente accusato di associazione sovversiva, ha visto ridimensionarsi le accuse in associazione a delinquere semplice, mentre il dibattimento d’appello per accertare le responsabilità della presunta cabina di regia della protesta di piazza è fissato per l’inizio di luglio.

Sono assai numerosi i casi di denunce, sanzioni e provvedimenti che negli ultimi mesi hanno interessato tutto il movimento di solidarietà alla Palestina italiano, specialmente a Torino. Nel solo capoluogo torinese, nell’ultima fase si contano decine di misure cautelari e un centinaio di denunce e multe; i provvedimenti, tuttavia, sono arrivati in tutto lo Stivale, dalle realtà in cui i movimenti risultano più strutturati come la stessa Torino a quelle che siamo meno abituati ad associare a mobilitazioni dal basso. Hanno inoltre colpito un ampio ventaglio di realtà e categorie di persone, dagli attivisti ai sindacati, per passare dai vigili del fuoco fino a giungere a cittadini ordinari. Gli episodi contestati sono anch’essi diversificati, e vanno da casi di danneggiamento a brevi occupazioni di binari, per arrivare a semplici manifestazioni di solidarietà, come nel già menzionato caso dei pompieri, oggetto di sanzioni disciplinari per il solo fatto di essersi inchinati in memoria delle vittime a Gaza.

Ventimiglia, il TAR smonta il decreto sicurezza: annullata la chiusura del cannabis shop

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infiorescenze canapa negozio tar Liguria

Dal 10 di marzo del 2026 un canapa shop di Ventimiglia non poteva più vendere canapa perché colpito da un’ordinanza che riguardava il “Divieto di prosecuzione dell’esercizio dell’attività limitatamente alla vendita di prodotti costituiti da infiorescenze”. Ma l’esercente ha potuto riprendere l’attività perché il TAR della Liguria ha sospeso il provvedimento in via cautelare in attesa della sentenza di merito attesa per il 28 aprile dell’anno prossimo.

La vicenda è stata raccontata dall’associazione Canapa Sativa Italia che segue i casi di agricoltori e commercianti con l’Osservatorio art. 18, istituito per monitorare gli sviluppi giuridici e normativi del settore. Funziona come un archivio pubblico: un database di sentenze, dissequestri e archiviazioni, che tiene traccia di tutti i provvedimenti e offre analisi e supporto concreto per gli operatori di settore.

«È una notizia di grande rilievo per tutta la filiera», raccontano dall’associazione spiegando che: «Non siamo davanti a un semplice passaggio procedurale. Per la prima volta, in un caso di questo tipo, viene fermato in sede amministrativa un provvedimento fondato sull’idea che l’art. 18 del Decreto Sicurezza consenta automaticamente di bloccare la vendita di infiorescenze e derivati della canapa industriale, anche quando si tratta di prodotti privi di efficacia drogante». Nella pratica significa che: «Anche sul piano amministrativo non può operare un automatismo repressivo fondato sull’art. 18, soprattutto quando si parla di prodotti di canapa industriale privi di concreta efficacia drogante».

Nonostante la volontà del legislatore, che con l’ormai tristemente famoso articolo 18 del primo decreto sicurezza ha tentato di considerare come stupefacente il fiore di canapa di per sé, a prescindere dal livello di THC contenuto, l’associazione ripete da mesi che: «Non può essere letto come una norma capace di trasformare automaticamente la canapa industriale in sostanza stupefacente». La dimostrazione pratica arriva dai dissequestri e dalle restituzioni del prodotto precedentemente sequestrato, fino alle archiviazioni, ai rinvii alla Corte costituzionale (Brindisi e Trani) e quello alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea.

La pronuncia è importante perché, fuori dal diritto penale, mette dei paletti dal puto di vista amministrativo: «Non si tratta più soltanto di difendersi da sequestri, imputazioni o contestazioni ex art. 73 d.P.R. 309/1990. Si tratta anche di impedire che amministrazioni locali, SUAP, Questure, Comuni o altri uffici possano tradurre l’art. 18 in un divieto assoluto e indiscriminato di impresa», sottolineano dall’associazione. Il punto è chiaro: «Impedire che un’intera filiera venga paralizzata attraverso sequestri, diffide, chiusure, dinieghi di SCIA, sospensioni o provvedimenti amministrativi adottati senza distinguere tra sostanze realmente stupefacenti e prodotti di canapa industriale non droganti».

Lo esplicita anche l’avvocato Giacomo Bulleri, che ha seguito il caso: «Seppure in via cautelare, il TAR Liguria ha sancito il diritto di un imprenditore a svolgere la propria attività e pagare le relative tasse», puntualizza infatti l’avvocato evidenziando che: «Ciò conferma non sola la evidente illegittimità dell’art. 18 del Decreto Sicurezza (su cui il provvedimento sospeso si era fondato) ma, più in generale, il concetto che canapa e derivati con basso contenuto di THC non sono né stupefacenti perseguibili penalmente né prodotti illegali la cui vendita può essere vietata a livello amministrativo».

Intanto dall’associazione arriva un messaggio chiaro: «La filiera non chiede zone grigie. Chiede regole chiare. Chiede controlli seri. Chiede soglie fondate su dati scientifici e di poter lavorare, pagare tasse, assumere persone e operare nella legalità».

Prezzo del petrolio sotto agli 80 dollari al barile: prima volta in 3 mesi

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Continua la discesa del prezzo del petrolio sui mercati internazionali. A due giorni dal raggiungimento del memorandum tra Stati Uniti e Iran, il prezzo del greggio è sceso sotto gli 80 dollari al barile. Non accadeva da tre mesi, prima cioè dell’aggressione statunitense a Teheran che ha portato alla chiusura dello Stretto di Hormuz. “Presto potremo reintrodurre le sanzioni sul petrolio russo”, ha dichiarato il presidente USA Donald Trump al G7 in Francia.

Il G7 di Évian è iniziato con gli scontri tra manifestanti e polizia

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Per qualche ora le strade svizzere hanno fatto riaffiorare i ricordi delle intense manifestazioni di inizio millennio promosse dal movimento noglobal. In occasione del G7 organizzato a Évian, sul lago Lemano, decine di migliaia di persone hanno infatti sfilato in corteo per le vie di Ginevra. Il serpentone, partito dal parco di Mon Repos nel pomeriggio, ha lasciato dietro di sé qualche vetrina rotta e una Tesla in fiamme. Poi, all’altezza della stazione di Cornavin, sono scoppiati i primi scontri con la polizia. Da un lato il lancio di oggetti e razzi pirotecnici, dall’altro gas lacrimogeni e idranti. Il corteo ha continuato il suo percorso, tornando in serata al punto di partenza, dove la polizia ha disperso la folla con l’uso della forza.

«La cura è rivoluzionaria», recita uno degli striscioni portati in piazza domenica da decine di migliaia di manifestanti — 50mila secondo gli organizzatori. Mentre i leader dei Paesi del G7 — Canada, Francia, Germania, Giappone, Italia, Regno Unito e Stati Uniti — si preparavano ad arrivare nella piccola cittadina di Évian, a qualche chilometro di distanza montava la protesta. Alla chiamata di oltre 70 associazioni, tra cui sigle sindacali e organizzazioni femministe, per «un futuro libero dall’imperialismo, dal fascismo, dal patriarcato, dal capitalismo, dalla supremazia bianca e dall’oppressione delle minoranze e dei gruppi vulnerabili», hanno risposto persone provenienti da tutta Europa. Il G7 è stato contestato dai manifestanti perché considerato il simbolo di una società distante dalla sua base popolare. «Gli Stati del G7, insieme alla Russia e alla Cina, sono responsabili dell’aumento globale di guerre e tensioni imperialiste. L’industria bellica sta guadagnando enormi profitti, mentre le condizioni di vita dei lavoratori vengono costantemente attaccate», scrivono i promotori.

Con queste premesse, il corteo anti-G7 è partito domenica pomeriggio dal parco di Mon Repos, a Ginevra. Il serpentone ha costeggiato la riva destra del lago Lemano, lasciando dietro di sé alcune vetrine rotte di una filiale bancaria e un’auto Tesla incendiata. Poco dopo la piazza si è radicalizzata, ingaggiando uno scontro con le forze di polizia all’altezza della stazione di Cornavin. Gli scontri sono proseguiti anche nei pressi della sede delle Nazioni Unite. Ai lanci di oggetti, pietre e petardi da parte dei manifestanti, la polizia ha risposto con gas lacrimogeni e idranti. Il corteo non si è disperso: una parte minoritaria è rimasta intorno al quartiere dell’ONU, ingaggiando nuovi scontri in serata, mentre la quasi totalità dei manifestanti ha continuato il percorso fino al rientro, intorno alle 19, al parco di Mon Repos. Poco dopo la polizia in tenuta antisommossa ha disperso la folla rimanente, indirizzandola verso il pont du Mont-Blanc. A quel punto è iniziato un accerchiamento andato avanti fino alle prime luci del mattino e duramente contestato dai promotori del corteo.

A poche ore dalla manifestazione — conclusasi con 28 fermi e nessun ferito — l’Évian Resort ha accolto i leader del G7, che fino a domani discuteranno di Ucraina, cooperazione economica, intelligenza artificiale e Asia Occidentale. Il tema più caldo sul tavolo riguarda la recente intesa raggiunta tra Stati Uniti e Iran, che dovrebbe essere firmata venerdì al lago di Lucerna, a circa 200 chilometri dalla località francese.

Cosa abbiamo capito del programma di Futuro Nazionale seguendone il primo congresso

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Lo scorso fine settimana a Roma si è tenuto il primo convegno del nuovo partito del generale Roberto Vannacci, Futuro Nazionale. Al di là delle frasi estrapolate, in pochi si sono concentrati sui contenuti del convegno, volto – almeno in teoria – a definire i contorni dell’inedito movimento politico: in mezzo ai generali rimandi al fascismo, gli autodefinitisi «camerati» hanno affrontato quelli che secondo la loro visione sarebbero i problemi dell’Italia, presentandoli più per via negativa che attraverso proposte concrete. In due giorni di convegno quella che rivendica di essere «l’unica vera destra», sociale e sovranista, ha appena menzionato i temi di sovranità energetica, alimentare e digitale, e non ha affrontato questioni come le ingerenze politiche economiche e militari degli USA nel Paese, riducendo il problema della sovranità alla presenza di persone straniere sul territorio. Alla luce di tutto, il partito sembra definirsi nella sola contrapposizione alla «destra molliccia» e alla «sinistra woke», e pare chiedere un’adesione al movimento su base esclusivamente identitaria.

Remigrazione e sicurezza

«Noi non abbiamo un programma di immigrazione, ma di remigrazione». Così Vannacci ha iniziato a presentare il capitolo del programma del proprio partito sulla remigrazione, una delle parti più consistenti del progetto politico di Futuro Nazionale. Il concetto politico di remigrazione è stato introdotto dall’estrema destra francese negli anni ’90, ma è stato rilanciato solo recentemente, nei medesimi ambienti di estrema destra francesi e in quelli tedeschi e austriaci; esso riduce la maggior parte dei problemi della società europea alla presenza di immigrati: secondo i sostenitori della remigrazione, l’immigrazione sarebbe causa non solo di un deterioramento della sicurezza, ma anche delle crisi demografica, lavorativa e in generale sociale che stanno vivendo i Paesi europei. I promotori della remigrazione propongono dunque provvedimenti volti a incentivare l’espulsione di stranieri – regolari e non – e cosiddetti “cittadini di seconda generazione” dal Paese in cui vivono.

Il piano di remigrazione è ciò su cui ruotano la maggior parte delle proposte di FN. Vannacci vuole abolire i decreti flusso che disciplinano l’entrata delle persone migranti in Italia e inserire un tetto massimo agli stranieri in Italia. FN propone la remigrazione immediata per gli stranieri che delinquono, la revoca della cittadinanza per chi commette reati gravi e l’espulsione per le persone irregolari. La remigrazione è anche alla base del piano carceri del partito, che prevede «un immediato piano di costruzione di nuove carceri  e la liberazione di posti tramite l’immediato rimpatrio dei detenuti non italiani». Parallelamente, il programma prevede un rafforzamento del dispositivo di sicurezza, fornendo non meglio precisati nuovi strumenti alle forze dell’ordine: nonostante nel corso del convegno gli esponenti di spicco del partito abbiano affermato a più riprese di ritenere la sicurezza un tema chiave del proprio disegno politico, nessuno ha realmente spiegato come FN intenderebbe intervenire sulla questione né avanzato proposte concrete.

Politica sociale: crisi demografica e lavorativa

Nel 2023, il concetto di remigrazione è tornato alla ribalta grazie agli sforzi dell’attivista  austriaco di estrema destra Martin Sellner, che l’anno seguente ha scritto un libro sul tema. Per Sellner, un vero piano di remigrazione non si può limitare a espellere gli stranieri dal Paese, ma deve essere accompagnato da una agenda politico-sociale che metta al centro la popolazione – per usare termini pronunciati dagli stessi antesignani francesi dell’attivista austriaco – «di sangue», «autoctona», in una serie di interventi di stampo apertamente etnonazionalista. La politica sociale di Futuro Nazionale risente fortemente di tale cornice concettuale e potrebbe dirsi di fatto in larga parte incentrata su di essa.

Uno degli interventi più significativi ipotizzato da Vannacci è il cosiddetto «quoziente familiare»: davanti alla crisi demografica, FN intende incentivare la natalità fornendo sgravi fiscali alle famiglie con più figli, come attraverso l’introduzione di un «fattore famiglia» in tutte le imposte e una «drastica riduzione» dell’IRPEF da aumentare progressivamente in base al numero di figli. Anche la soluzione alla crisi abitativa passerebbe da un piano all’insegna del concetto sellneriano di remigrazione: FN intende introdurre il requisito della cittadinanza per le richieste di accesso alle case popolari e inaugurare il «mutuo tricolore», un mutuo garantito dallo Stato con la garanzia del patrimonio pubblico per l’acquisto di prime case e un tasso proporzionalmente ridotto in base al numero di figli. In ambito sociale, oltre agli sgravi fiscali per le famiglie, l’unico tema realmente oggetto di proposte in oltre due giorni di convegno è stato quello del sostegno alle imprese: FN propone la deducibilità totale dei pagamenti tracciabili, l’introduzione del principio di cassa per la riscossione dell’IVA, bonus fiscali nel caso in cui un’azienda apra alla partecipazione dei propri dipendenti o distribuisca loro utili, e – soprattutto – l’introduzione della flat tax per le pmi.

Il resto del programma sociale di FN è stato presentato prevalentemente attraverso slogan: il tema delle pensioni è stato ridotto alla questione demografica; sulle politiche occupazionali Vannacci si è limitato a dire che intende tagliare le forme di assistenzialismo e strumenti come l’indennità di disoccupazione nel caso in cui una persona non occupata rifiuti un lavoro offertogli dagli uffici di collocamento; sulla sanità, sono arrivati appelli generici a «tagliare le liste d’attesa», e il tema è stato affrontato più per via negativa che propositiva, ribadendo la ferma opposizione del partito a interruzione di gravidanza, suicidio assistito, gestazione per altri, forme di famiglia non tradizionali e una indefinita «ideologia woke»; sull’istruzione, sono arrivate vaghe critiche a presunti insegnanti ideologizzati ed è stato suggerito che le scuole professionali andrebbero integrate con il tessuto produttivo, senza avanzare proposte; sul tema del sostegno all’agricoltura è stata ribadita la centralità del settore primario parlando di problemi a cui non sono state avanzate ipotesi di soluzione.

Energia e tecnologie digitali

Nonostante lo stesso Vannacci abbia definito il tema centrale per il raggiungimento di una reale sovranità, le parole spese dal generale per parlare di energia sono state poche. Da quanto emerge dal convegno, FN intende puntare sulla produzione domestica di energia nucleare e tagliare gli investimenti nelle rinnovabili, giudicate inutili per il sostentamento energetico dell’Italia. Unica rinnovabile valida, secondo il partito, è l’idroelettrico, motivo per cui Vannacci propone la riabilitazione delle risorse idriche nel sud Italia e la costruzione di dighe in tutto lo Stivale. Per soddisfare il resto del fabbisogno energetico, Vannacci intende acquistare l’energia dagli altri Paesi: «Perché non ce la faremo a soddisfare solamente con la produzione interna il nostro fabbisogno energetico, ma vogliamo essere liberi di comprare l’energia da chi ce la vende a miglior prezzo» ha detto, in un chiaro riferimento alla Russia. Le parole del generale paiono generare un cortocircuito: «Uno Stato senza autosufficienza energetica non è più sovrano. Può esserlo di diritto, ma non lo è di fatto», ha detto infatti Vannacci per introdurre il tema dell’energia; a meno che egli non intenda «l’autosufficienza» come una forma di dipendenza dalle importazioni, non è chiaro come l’Italia possa raggiungere la «sovranità».

Come per l’energia, anche le parole destinate alle tecnologie digitali, altro settore strategico e in rapida evoluzione, sono state ridotte: a parlarne è stato prevalentemente Lorenzo Gasperini, coordinatore del programma di FN, che ha affermato che l’Italia ha bisogno di fibra veloce in tutto il Paese e investimenti in tecnologie IA. Il momento in cui Gasperini parla di tecnologie digitali è l’unico in cui un componente di spicco del partito abbozza un riferimento alla dipendenza dell’Italia dagli Stati Uniti: «I dati degli italiani devono passare da infrastrutture di proprietà italiana e soprattutto di proprietà pubblica», ha detto Gasperini. «Non è ammissibile che i nostri dati sanitari siano presenti su cloud controllati attraverso la legislazione statunitense», ha continuato, «e quindi che i nostri dati siano in mano straniera».

La grande assente: la sovranità

Tra i vari temi affrontati nei due giorni di convegno di Futuro Nazionale, diversi – molti di più – non hanno avuto alcuno spazio. Oltre alle scarse parole spese sulle politiche sociali, la sicurezza interna, la giustizia, e i settori chiave di energia e digitale, i vertici di FN hanno appena menzionato questioni di difesa e temi di politica estera. Dalle varie dichiarazioni si possono cogliere una generale tendenza a guardare l’UE con occhio critico, il posizionamento contro la vendita di armi all’Ucraina e una lontananza dai movimenti per la Palestina. NATO, Patto di Stabilità, bilancio UE, politiche di riarmo, sovranità economica, e influenza degli USA sono temi rimasti pressoché del tutto fuori dalle discussioni del primo convegno di partito.

È a suo modo ironico: Futuro Nazionale è un partito che rientra nell’universo della destra sociale che si autodefinisce sovranista. Eppure, quello che è mancato nella presentazione del programma del movimento è ciò che più dovrebbe definire una forza politica di tale indirizzo: proposte concrete su problemi sociali come lavoro, sanità e pensioni e un disegno solido per restituire sovranità allo Stato davanti all’attuale panorama geopolitico. Se dovessimo valutare la situazione interna dell’Italia limitandoci a quanto emerso dopo i due giorni di convegno di FN, a minacciare la sovranità del Belpaese parrebbero più le persone straniere e la comunità LGBT+ che le truppe straniere dispiegate su suolo nazionale. Non una parola è stata spesa per parlare delle ingerenze statunitensi o dei vincoli comunitari che impongono un taglio generalizzato della spesa pubblica a favore del riarmo.

Alla luce di tutto, Vannacci pare chiedere un’adesione al proprio partito su base esclusivamente ideologica e identitaria; non dunque presentando proposte concrete, ma definendo i confini di Futuro Nazionale descrivendo ciò che il partito non è e ponendosi in contrapposizione con le altre forze politiche, rappresentate da una «sinistra woke» da una parte e da una «destra molliccia» dall’altra.