mercoledì 1 Aprile 2026
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«David Rossi è stato ammazzato»: dopo 13 anni tutto da rifare per il giallo del manager MPS

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Una immagine del cadavere di David Rossi sul selciato sotto la sede MPS, con una persona ignota vicina al corpo.

Raccontano che ci sia parecchio nervosismo negli uffici della procura di Siena, in questi giorni. La notizia rimbalzata da Roma, ossia la riapertura del caso di David Rossi con l’ipotesi di omicidio, è destinata a ribaltare non solo i verdetti giudiziari fin qui acquisiti, ma probabilmente anche diversi equilibri che in città sono misurati da sempre col bilancino dei pesi contrapposti. Il lavoro compiuto fino adesso dalla Commissione parlamentare guidata dal presidente Gianluca Vinci è stato ineccepibile. Le perizie dei Ris e del medico legale, unitamente al materiale acquisito con le audizioni, hanno convinto (ma sarebbe forse più giusto dire costretto) i magistrati senesi ad aprire un nuovo fascicolo di indagine per far luce sulla morte del responsabile della Comunicazione del Monte dei Paschi di Siena. La Commissione d’inchiesta bis sulla morte di Rossi si è insediata due anni fa, il 5 marzo 2024, periodo durante il quale ha proceduto a tutto vapore i propri lavori, tenendo complessivamente 42 riunioni plenarie e ascoltando 33 persone, tra familiari di Rossi, avvocati ed ex legali della famiglia, consulenti, parlamentari, giornalisti, dipendenti attuali ed ex di Mps, Comune e Fondazione Palazzo Te di Mantova. Proprio in questi giorni cade l’anniversario (6 marzo 2013) di quella caduta nel vuoto da una finestra alle spalle di Rocca Salimbeni, sancta sanctorum della banca che all’epoca era senza dubbio il primo istituto di credito italiano. All’indomani dell’apertura di un nuovo dossier da parte degli inquirenti, la Commissione ha approvato all’unanimità la relazione, che sarà presentata pubblicamente all’Archivio di Stato, a Palazzo Piccolomini, proprio nel giorno che ricorda quella tragica sera. 

Una immagine del cadavere di David Rossi sul selciato sotto la sede MPS, con una persona ignota vicina al corpo

Doppia archiviazione

Con la relazione si esclude in modo definitivo che Rossi si sia tolto la vita, sotto pressioni e minacce di cui si è ipotizzato a lungo: è stato un omicidio, cosa che la Procura fino adesso ha sempre rifiutato di accettare come ipotesi investigativa, come dimostrano le due archiviazioni delle altrettante inchieste. Al centro di dubbi e polemiche per le tante perplessità che ha lasciato da sempre, almeno in qualcuno, la strana, stranissima morte di Rossi, i magistrati toscani decisero addirittura di pubblicare sul sito della procura l’ordinanza di archiviazione del fascicolo disposta dal Gip. Gli elementi e gli indizi per valutare, invece, la scena di un crimine nel quale l’uomo è stato vittima di un’aggressione di persone diverse, invece, c’erano fin da subito. Come evidenziano, ad esempio, le ferite e le escoriazioni riscontrate sul suo corpo dopo la morte, e che sono incompatibili con atti autolesionistici di un suicida, secondo gli esperti scientifici dei carabinieri e il medico legale Robbi Manghi, che insieme al tenente Adolfo Gregori ha firmato le consulenze tecniche disposte dalla Commissione. In particolare, a destare sospetti e indurre gli esperti a escludere il suicidio, ci sono ferite sul volto di Rossi che non si spiegano, se non con la forte pressione che qualcuno ha esercitato sulla sua testa per premerla contro i supporti di legno della finestra del suo ufficio. La conclusione a cui sono pervenuti Ris e medico legale è che qualcuno abbia letteralmente sollevato e sospeso nel vuoto Rossi, tenendolo per le braccia, prima di lasciarlo cadere nel vuoto dove è precipitato. Secondo la perizia stesa dal medico legale, Robbi Manghi, «le lesioni sulla fronte e sulla palpebra sono effetto di un urto contro un oggetto acuminato, non piatto, tagliente come il sistema di ancoraggio del filo antivolatili. Le ecchimosi dell’area della tempia e della parte sotto zigomatica sono compatibili con un oggetto di evento contusivo, un colpo o una manata, dovuto a un trauma di una terza persona o al fatto che la parte del corpo sia stata appoggiata con violenza su una parte piana come la barra metallica anticaduta». In buona sostanza, secondo le risultanze delle perizie acquisite dalla Procura, Rossi è stato picchiato e sospeso nel vuoto, prima di essere lasciato cadere. Gli ignoti che sono entrati nel suo ufficio, secondo la ricostruzione della Commissione, lo hanno affrontato e presumibilmente minacciato, prima di spingerlo prima contro la finestra, per poi sollevarlo e sospenderlo nel vuoto. Le lesioni al viso, secondo i tecnici che hanno collaborato con la Commissione, «confermano, ancora una volta, che il corpo di David Rossi racconta che quelle lesioni non sono conseguenza di un suicidio, non sono in nessun modo riconducibili a una precipitazione». 

La faccia premuta contro la finestra

Si è quindi ribaltato tutto, a cominciare dall’esito dei lavori della prima Commissione parlamentare (all’epoca presieduta da Pierantonio Zanettin) che quattro anni fa, nel 2022, ha commissionato e presentato una super-perizia che escludeva tutto quello che non fosse un’ipotesi di suicidio. Secondo i periti ingaggiati per l’approfondimento, Rossi si era praticamente arrampicato contro il muro, dopo aver scavalcato la finestra, reggendosi ad una barra di metallo esterna e puntando piedi e ginocchia, fino al momento in cui si sarebbe lasciato cadere nel vuoto. L’ipotesi, completamente smentita dalle nuove e ultime perizie, non ha mai però spiegato diversi altri punti oscuri della vicenda, a cominciare dal fatto che l’orologio da polso di Rossi è piombato sul selciato, poco lontano dal corpo, diversi minuti dopo che lo stesso era precipitato. Le ferite rinvenute sul polso della vittima, hanno spiegato i consulenti della Commissione Vinci, sono compatibili con l’azione di chi, tenendolo per i polsi, ha premuto o sfregato lo stesso orologio contro la sua pelle, lasciando segni e causando la rottura dello stesso. Ma anche le nove ferite rinvenute, tra viso e corpo, parte delle quali riferite dai periti attuali, fino adesso erano rimaste senza spiegazione. Così come il fatto che Rossi sia rimasto circa 22 minuti steso al suolo, agonizzante, senza che nessuno abbia visto o sentito nulla. Eppure, nei filmati delle telecamere puntate sul vicolo dove è precipitato, si vedono ad un certo punto alcune persone che si avvicinano al corpo riverso al suolo, guardano, e poi si allontanano. Anche con l’ipotesi di omicidio volontario che spazza ogni dubbio, la vicenda resta comunque molto cupa e ancora piena di punti di domanda. A cominciare, naturalmente, dall’identità dei responsabili. «Adesso vogliamo sapere chi lo ha ucciso», ha detto la famiglia che in questi anni non è mai stata convinta dall’andamento delle indagini e dalla parola suicidio con cui era stata archiviata la morte del loro caro. Chi può aver ucciso Rossi, e perché? Il movente del delitto su cui dovranno indagare i magistrati senesi apre scenari impensabili, considerando che l’azione è avvenuta all’interno della sede centrale, il cuore dirigenziale e operativo di Mps. Anche se la banca ha sempre detto che a quell’ora, dopo le 20 di sera, gli uffici erano vuoti e non c’era nessuno, una telecamera ha smentito la versione, dimostrando che non era così. Proprio nell’ufficio di Rossi, peraltro, con la perquisizione effettuata dagli inquirenti poco dopo il suo volo dalla finestra, si è innescata una delicata vicenda giudiziaria che ha avuto per protagonisti tre magistrati della Procura, impegnati nelle indagini a vario titolo e tutti e tre poi iscritti nel registro degli indagati da parte dei colleghi di Genova per “falso ideologico e omissione sul sopralluogo”. In quanto, essendo arrivati sul posto prima della polizia giudiziaria e quindi prima che venissero effettuati i rilievi tecnico-scientifici, avrebbero spostato oggetti e mobili, come a cercare o occultare qualcosa, e senza darne conto nel verbale di sopralluogo, da qui l’accusa di “falso in atto pubblico fedifacente”. Una serie di eventi, appunto, che hanno contribuito ad aumentare il clima di dubbi e sospetti su questa torbida vicenda e che ora dovranno essere sviscerati fino in fondo, con l’apertura di un nuovo fascicolo e la caccia agli assassini di David Rossi, gli ignoti che si sono introdotti dentro così come ai motivi del suo omicidio. Qualcuno, però, ha fatto notare che l’iscrizione di queste notizie da parte della Procura è avvenuta su un modello 45, un registro riservato ad atti non costituenti notizia di reato. Una scelta, l’ennesima, che desta già diverse perplessità.

Amazon: piattaforma IA per automatizzare l’amministrazione sanitaria

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La divisione cloud di Amazon, AWS, ha annunciato il lancio di una piattaforma basata sull’intelligenza artificiale per gestire in maniera automatizzata il lavoro amministrativo nel settore sanitario. La piattaforma basata sull’intelligenza artificiale, Amazon Connect Health, si integrerà con le cartelle cliniche elettroniche che i medici utilizzano per gli esami dei pazienti, la pianificazione degli appuntamenti, la compilazione delle anamnesi, la documentazione clinica e la codifica medica. Essa svolgerà diversi compiti a partire dalla gestione dell’agenda e funzionerà 24 ore su 24.

Gli USA starebbero utilizzando anche le basi in Sicilia per la guerra all’Iran

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Da giorni, nella base militare di Sigonella, in Sicilia, c’è un traffico insolitamente elevato. I siti di monitoraggio aereo mostrano un continuo via vai di mezzi di ricognizione, pattugliamento, e trasporto, che avrebbero invaso le piste dell’avamposto siciliano, viaggiando verso est. La base ospita un comando della Marina statunitense, ed è spesso utilizzata per operazioni della NATO. Ogni indizio lascia intendere che questa sia impiegata da Washington per le operazioni di supporto logistico e operativo nella guerra contro l’Iran: gli aerei che nell’ultima settimana si sono diretti verso Oriente, dopo tutto, sono statunitensi. A confermarlo, seppur indirettamente, sono arrivati tanto la premier Meloni quanto il ministro Crosetto, che hanno ricordato gli accordi bilaterali tra Italia e Stati Uniti: «Per quello che riguarda le basi militari mi pare che tutti si stiano attenendo a quello che prevedono gli accordi bilaterali», ha detto Meloni. Nessuno avrebbe davvero «messo in discussione» quello che prevedono gli accordi, «e penso che valga per tutti, anche per noi».

Il traffico nella base aerea di Sigonella sembra essere aumentato gradualmente a partire dal 15 febbraio. Secondo il sito di monitoraggio aereo Flightaware, se il giorno di San Valentino nella e dalla struttura sono arrivati e partiti un totale di 6 aerei, il 4 di marzo ne sono passati in pista 14. Le prime missioni da e verso est sono iniziate il 27 febbraio, il giorno prima dell’attacco: la piattaforma AirNav mostra un aereo Grumman C-2A Greyhound della Marina statunitense, mezzo adibito al trasporto logistico e merci, fare avanti e indietro da Sigonella a Souda, nell’isola di Creta. Una analoga missione è stata portata avanti il 3 marzo da un Lockheed C-130T Hercules – sempre della marina USA; la base di Souda viene da tanti considerata uno dei più importanti centri logistici degli USA per le operazioni nella regione mediorientale.

Gli aerei della Marina statunitense partiti da Sigonella si sono spinti fin dentro la Penisola Arabica: il 1° marzo, due Boeing C-40A Clipper, mezzo militare adibito al trasporto, sono arrivati a Riyad, in Arabia Saudita, per poi rientrare in Italia. Entrambi hanno fatto più viaggi da Riyad verso l’Italia, rientrando tra la stessa base di Sigonella e quella di Napoli. Sempre domenica 1° marzo, inoltre, è partito un altro aereo tattico, che, dalla descrizione fornita e dalla rotta tracciata, sembra appartenere alla categoria dei jet adibiti al pattugliamento marittimo; il mezzo si è spinto fino a un punto a metà tra Israele, Egitto e Cipro, per poi rientrare a Sigonella. Per i prossimi giorni sembrano essere in programma ulteriori missioni: tra le varie, due di sorveglianza e ricognizione, sempre verso Riyad.

Il particolare flusso di aerei in entrata e uscita da Sigonella ha sollevato preoccupazioni tra le opposizioni, che hanno chiesto chiarimenti al governo lanciando una interrogazione parlamentare. Oggi, la premier Meloni ha preannunciato che Italia e Paesi alleati avrebbero mandato mezzi e attrezzatura militari in difesa delle Nazioni del Golfo e di Cipro; lo ha fatto non in Parlamento – dove ancora oggi, nonostante il sesto giorno di guerra, non è ancora comparsa per parlare del conflitto – bensì davanti ai microfoni di RTL 102.5, priva di quel contraddittorio tanto caro al governo quando si tratta di presentazioni di libri di esperti internazionali sulla Palestina (come dimostra il caso di Francesca Albanese). Gli stessi ministri Crosetto e Tajani, che hanno riferito oggi in Parlamento, avevano precedentemente parlato solo davanti alle Commissioni Esteri e Difesa – e dunque in un contesto molto più ristretto e dai tempi più brevi, in un incontro in cui le stesse opposizioni hanno preferito concentrarsi sui motivi per cui Crosetto si trovasse a Dubai al momento dell’attacco israeliano-statunitense, piuttosto che sulle conseguenze di quello stesso attacco.

Dopo la dichiarazione sugli aiuti ai Paesi del Golfo, Meloni ha fatto riferimento ai trattati bilaterali tra Paesi europei e USA: «Per quello che riguarda le basi militari mi pare che tutti si stiano attenendo a quello che prevedono gli accordi bilaterali. La stessa portavoce spagnola ha dichiarato ieri: “Esiste un accordo bilaterale e al di fuori di quell’accordo non ci sarà alcun utilizzo di basi spagnole”; significa che non viene messo in discussione quello che prevedono gli accordi. E penso che valga per tutti, anche per noi». Analoghe le parole del ministro Crosetto. Il ministro ha annunciato formalmente che l’Italia intende «schierare una forza multi-dominio in Medio Oriente, con sistemi di difesa aerea contro droni e missili», e che «insieme agli spagnoli e ai francesi, porteremo assistenza a Cipro». Ha poi parlato della questione di Sigonella, menzionando gli accordi vigenti, quali, come aveva già ricordato con un post sul social X, il NATO SOFA del 1951, e il Bilateral Infrastructure Agreement del 1954 aggiornato nel 1973 e attualizzato con il Memorandum d’intesa Italia-USA del 1995 – anche noto come “Shell Agreement”. «Tali cornici giuridiche regolamentano queste attività da decenni e nessun Governo ha avvertito l’esigenza di modificarle», scriveva Crosetto.

«L’agreement stabilisce che sono autorizzate le attività relative a operazioni della NATO e quelle addestrative di supporto, e operative non cinetiche [ndr. quelle di natura offensiva]. Parliamo dunque di attività di supporto logistico, addestramento,  cooperazione, tecnico-operative, e di velivoli non destinati a combattimento», ha detto Crosetto. In merito alle operazioni “cinetiche”, il ministro ha affermato che «a oggi non è pervenuta nessuna richiesta» di utilizzare le basi italiane come piattaforma di partenza per i bombardamenti, e che «qualora dovessero emergere domande di questo tipo chiaramente saremmo qua». Per le altre, «noi rispetteremo puntualmente ciò che prevede l’agreement con gli USA», ha terminato Crosetto, in quella che pare una sostanziale conferma del fatto che Washington starebbe usando Sigonella per le proprie operazioni nel Golfo.

L’ex Ilva uccide: attivisti ambientali denunciano i vertici e il ministro Urso

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Una denuncia penale contro i gestori dell’ex Ilva di Taranto, i commissari straordinari e il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso è stata depositata nella giornata di ieri alla polizia. A presentarla sono stati Luciano Manna per VeraLeaks, Carla Luccarelli per l’associazione Giorgioforever e Lucia Minerba per Giustizia per Taranto, che chiedono alla magistratura di accertare le responsabilità legate alla gestione dello stabilimento siderurgico. Al centro dell’esposto, l’incidente mortale che ha coinvolto l’operaio Loris Costantino, le emissioni inquinanti registrate a febbraio dagli altiforni e i dati allarmanti sulla presenza di diossina nel Mar Piccolo, documentati dalle analisi dell’ASL.

La lunga giornata di mobilitazione è iniziata con l’incontro tra gli attivisti e il sindaco Piero Bitetti, a cui sono stati spiegati i dettagli dell’iniziativa. In seguito, accompagnati da numerosi concittadini e dai consiglieri comunali Antonio Lenti (Avs), Luca Contrario (Pd) e Gregorio Stano (M5S), i proponenti hanno raggiunto la Prefettura, chiedendo di essere ricevuti dal prefetto. Infine, l’esposto è stato ufficialmente depositato presso gli uffici del Commissariato Borgo, chiamato a trasmetterlo alla Procura della Repubblica di Taranto. Nei vari passaggi che hanno segnato il percorso della denuncia, i manifestanti hanno esposto un lenzuolo nero e vari cartelli ritraenti i volti degli undici operai deceduti nello stabilimento dal 2012.

Uno degli elementi centrali della denuncia concerne l’incidente avvenuto nell’impianto di agglomerato che solo pochi giorni fa ha causato la morte di Loris Costantino, lavoratore della ditta d’appalto Gea Power. Gli attivisti hanno allegato all’esposto fotografie e video degli impianti, già presentati in passato, chiedendo alla magistratura di chiarire le ragioni per cui, nonostante le numerose segnalazioni effettuate, non siano state adottate misure preventive. «Abbiamo chiesto alla Procura perché, nonostante le denunce degli anni scorsi, nessuno abbia evitato altre morti e ulteriori danni ambientali», si legge nella nota diffusa dai promotori, che richiamano anche il decesso di Claudio Salamida, avvenuto poco più di un mese fa secondo dinamiche analoghe. L’esposto si concentra anche sugli episodi emissivi registrati nel mese di febbraio, con particolare riferimento agli altoforni 2 e 4. Gli attivisti hanno infatti consegnato agli inquirenti corposa documentazione, con anche una serie di comunicazioni sindacali che avrebbero segnalato all’azienda tali fenomeni, ritenuti gravemente dannosi per aria, suolo e acqua. «Queste emissioni nocive incidono in maniera grave sulle matrici ambientali», hanno affermato i firmatari.

All’interno della denuncia, inoltre, vi è la recente sentenza del Tribunale civile di Milano, che, su richiesta dei residenti del Comune di Taranto, ha ordinato la “sospensione” dal 24 agosto della “attività produttiva dell’area a caldo” dell’ex Ilva. Il documento richiama anche la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo del gennaio 2019, che ha condannato lo Stato italiano per violazione del diritto alla vita, il processo “Ambiente Svenduto” e la procedura di infrazione avviata dalla Commissione europea nel 2013. All’esposto sono inoltre state allegate le analisi svolte dall’Asl di Taranto nel Mar Piccolo, relative agli anni 2024 e 2025, ove sarebbero riscontrati valori di diossina e PCB oltre i limiti consentiti. «Abbiamo mantenuto alta l’attenzione su questo temutissimo inquinante anche quando sembrava scomparso dal dibattito ambientalista», sostengono i denuncianti, evidenziando come la finalità primaria dell’iniziativa sia quella di chiedere un approfondimento complessivo sulla gestione dello stabilimento e sulle responsabilità connesse agli incidenti e alle emissioni.

A inizio febbraio, la Commissione Europea ha dato il via libera all’erogazione del prestito ponte da 390 milioni di euro previsto dal piano dell’esecutivo sull’ex Ilva. Tale somma serve a garantire l’operatività dell’azienda, a finanziare i costi operativi correnti e a coprirne il fabbisogno di liquidità prima del termine della gara d’appalto per la sua vendita, attualmente in corso. Nel frattempo, nelle scorse settimane è stato riattivato l’altoforno 2 nello stabilimento di Taranto, fermo da circa due anni a causa di lavori di manutenzione. Negli ultimi mesi era rimasto operativo soltanto l’altoforno 4 su quattro disponibili, il che aveva portato a un significativo ridimensionamento della produzione e alla cassa integrazione per oltre 4.500 lavoratori. L’altoforno 1 rimane sotto sequestro da parte della Procura in seguito a un incendio verificatosi la scorsa primavera, mentre il numero 3 è stato demolito.

Cuba ancora al buio, maxi blackout coinvolge 7 milioni di persone

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Gran parte di Cuba è rimasta senza corrente elettrica a causa di un guasto alla centrale termoelettrica Antonio Guiteras, la principale fonte energetica dell’isola. Il blackout ha colpito circa 7 milioni di persone, interessando due terzi del Paese: da Pinar del Río fino a Camagüey, compresa la capitale L’Avana. La compagnia elettrica statale Unión Eléctrica ha avviato le operazioni per ripristinare il servizio, ma non è chiaro quanto tempo servirà. Blackout parziali sono frequenti sull’isola, a causa di centrali obsolete, manutenzione insufficiente e difficoltà nel reperire combustibili fossili, aggravate dalle sanzioni statunitensi e dalla riduzione delle forniture di petrolio dal Venezuela.

Amal: quando il ricamo diventa un atto di denuncia collettivo

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Un nome ricamato sul collo di una camicia durante un’esibizione sul palco dell’Ariston si è fatto notare: Amal. Un nome che potrebbe essere di tutti e di nessuno, ma che voleva essere un omaggio alle bambine palestinesi, quelle senza nome che hanno ispirato il testo della canzone e quelle che non ci sono più. Un gesto silenzioso, quasi delicato, ma che in mezzo ad un palco di spacchi e paillettes è riuscito a richiamare l’attenzione. In 5,7 km di Grida nel Silenzio, progetto tessile collettivo, i nomi sono più di 20.000: un gesto simbolico per ricucire l’infanzia strappata dalla guerra, dove l’arte ha trasformato il dolore in testimonianza, mentre ago, filo e tempo sono diventate pratica rivoluzionaria.

Negli ultimi due anni oltre 60 mila palestinesi sono stati uccisi, un terzo dei quali erano minori: circa mille bambini non avevano ancora compiuto un anno! Uccisi da bombe, colpi d’arma da fuoco, sepolti sotto le macerie o morti di fame e sete. Una media di oltre uno ogni ora. L’aggiornamento dei dati ha portato il conteggio fino alla fine dello scorso agosto, ma i numeri sono cresciuti nel corso del tempo e le cifre ufficiali non riescono a restituire l’entità reale del massacro. 

Per reagire a questo senso di impotenza e trasformarlo in un gesto concreto di solidarietà, è nata l’iniziativa 5,7 km di grida nel silenzio, un progetto tessile collettivo promosso da Cristina Pedrocco, artista tessile ed attivista, ed Elena Gradara, designer specializzata in sostenibilità e tinture naturali. Tramite una call for artist diffusa tramite Instagram lo scorso 2 settembre 2025, hanno intercettato centinaia di volontari – creativi ed appassionati – che hanno risposto all’invito a lavorare tessuti per dare vita a questo monumentale nastro bianco lungo 5 chilometri e 700 metri. 

Istruzioni semplici e chiare sono arrivate ai partecipanti via mail: i nomi di cinquanta bambini, con tanto di età, e la richiesta di scrivere, ricamare o dipingere questi nomi, rigorosamente in nero su piccoli rettangoli di stoffa bianca (25×10 cm). Una volta ricevuti, i rettangoli sono stati sapientemente cuciti insieme, in pomeriggi di lavoro di gruppo che hanno infuso ancora più energia in questi chilometri di stoffa. Un lavoro intimo e silenzioso, toccante e commovente, che ogni artista ha svolto nel suo privato o in piccoli gruppi; ma che è stata anche un’esperienza collettiva che ha legato con un filo invisibile i partecipanti provenienti da tutta Italia (e anche qualcuno dall’estero), trasformando aghi e fili in strumenti di cura e di partecipazione. Ogni nome è una vita che non c’è più ma che, tramite ogni punto ricamato, è diventata una memoria che resiste al tempo, che non si cancella. Memoria collettiva, partecipazione e simbolo di un lutto universale, ma anche urla di pace e resistenza. 

Foto tratta dall’iniziativa 5,7km di grida nel silenzio. Foto di Elia Guerrini

Il nastro è stato srotolato la prima volta a Fusignano (Ravenna) lo scorso 6 Febbraio, durante l’evento Asterisco Palestina organizzato da Muda e Brainstorm Fusignano; un’iniziativa per capire, supportare e non dimenticare la causa palestinese attraverso le voci dell’arte ed i linguaggi della creatività. 

La volontà è quella di far girare questo lunghissimo nastro in svariate piazze italiane: rendere visibili quei nomi per restituire loro dignità, presenza e pace. Perché sono solo dei nomi, ma come ricorda Madeline Miller ne Il canto di Achille, incidere un nome nella pietra, anche dopo la morte, è un gesto di riconoscimento che afferma la vita vissuta e nello stesso tempo lascia l’anima libera di volare. Questo nastro, però, non è fatto per volare, ma per restare come testimonianza permanente delle vittime del genocidio. E del ricamo come pratica di denuncia sociale quando tutti intorno preferiscono il silenzio.

Il ricamo, arte millenaria di fili e aghi, non è mai stato solo un passatempo decorativo: è, da sempre, e per sua natura, una pratica anti capitalista, fatta da gesti lenti che sfidano il ritmo frenetico del profitto. Dalle origini storiche fino alle subculture contemporanee, il ricamo si pone come atto di sovversione contro la logica del consumo e della produzione industriale. Fin dal Medioevo, il ricamo era dominio delle donne nelle case europee e asiatiche e, mentre il commercio si espandeva con la manifattura tessile, il ricamo restava un “lavoro invisibile”: si produceva per uso familiare, per dote o per doni, senza intermediari o prezzi. Basta pensare alle ricamatrici contadine italiane del Rinascimento, come quelle toscane documentate negli archivi di Livorno, che creavano corredi contro il nascente capitalismo mercantile. 

Questo gesto manuale, ripetitivo e meditativo, opponeva la cura personale alla standardizzazione delle fabbriche proto-industriali, espressione concreta dell’economia del dono e della comunità. Ma è con la Rivoluzione Industriale (XVIII-XIX secolo) che il ricamo divenne atto di ribellione esplicita. Mentre le operaie tessili venivano alienate nelle fabbriche britanniche e americane, molte tornarono al ricamo domestico per reclamare il tempo e l’autonomia. Negli USA, durante il movimento suffragista, ricamatrici come quelle del needlework guilds usavano l’ago per proteste simboliche: fazzoletti e bandiere con slogan anti capitalisti, contro il patriarcato e lo stato oppressivo. In Italia, le “ricamatrici socialiste” del primo Novecento, influenzate da anarchiche come Emma Goldman, vedevano nel ricamo una “pratica lenta” contro il fordismo, che riduceva il lavoro a mera merce. In tempi più contemporanei il ricamo si è evoluto in craftivism (craft + activism), un movimento globale anti capitalista che si fa portavoce concreto della decrescita felice teorizzata da Latouche, valorizzando pratiche lente in aperto contrasto con l’accelerazione neoliberale. Artiste come Subversive Cross Stitch negli USA o le italiane di Ricamo Ribelle hanno seguito la tradizione millenaria di quest’arte e trasformato gli aghi in armi contro il consumismo, sia con installazioni contro Amazon e fast fashion sia con oggetti ricamati con messaggi provocatori e volutamente di rottura. Oggi, circoli, corsi ed incontri dedicati alla trasmissione di quest’arte, si propongono da nord a sud come passatempi “improduttivi” ma dall’alto contenuto sociale e terapeutico.

In un mondo sempre più digitalizzato, veloce e basato sulla performance, il ricamo riesce ancora a sottrarsi alle logiche brutali del capitalismo e dell’iper-produttività: con ago e filo in mano non si genera valore, ma valori, legami e creatività, riappropriandosi del proprio tempo. Il ricamo, ancora oggi, può essere un atto di resistenza.

Le multinazionali straniere fanno causa ai governi africani contro le nazionalizzazioni

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In seguito all’ondata di nazionalizzazioni delle risorse minerarie effettuate negli ultimi anni da diverse nazioni africane, è montata la rabbia e la frustrazione delle multinazionali straniere, che hanno deciso di intraprendere azioni legali contro i governi. Le grandi società straniere, infatti, non sono più libere di sfruttare indiscriminatamente le preziose risorse di materie prime del Continente nero, in seguito all’introduzione da parte di diversi Stati – dai Paesi del Sahel alla Repubblica democratica del Congo (RDC) – di nuovi regolamenti volti a tutelare la ricchezza nazionale, agevolando le imprese locali e puntando su una ridistribuzione interna della ricchezza. Banditi quindi il liberalismo selvaggio e le privatizzazioni o, in una parola, quel laissez-faire tanto caro alle politiche e alle istituzioni finanziarie occidentali che, attraverso esso, hanno contribuito a saccheggiare e impoverire interi continenti. Tuttavia, la denuncia delle multinazionali ha fatto emergere una questione cruciale, vale a dire l’effettiva sovranità economica degli Stati africani rispetto alle istituzioni e alle sanzioni degli organismi finanziari internazionali.

La politica nazionalista e sovranista dei governi africani, infatti, non è piaciuta ai colossi stranieri che hanno deciso di rivolgersi all’International Centre for Settlement of Investment Disputes (ICSID), il potente tribunale internazionale, con sede a Washington e affiliato alla Banca Mondiale, istituito nel 1966 «per la risoluzione delle controversie tra investitori e Stati nella maggior parte dei trattati internazionali sugli investimenti e in numerose leggi e contratti sugli investimenti». Secondo il settimanale panafricano più letto – Jeune Afrique – «Dalla Guinea al Niger, l’acquisizione delle attività minerarie sta innescando un’ondata di casi davanti all’ICSID: in pochi mesi si sono rivolte al tribunale internazionale tre compagnie straniere che estraggono bauxite in Guinea – Nomad Bauxite, Nimba Investment e Axis – per contestare il ritiro delle loro licenze minerarie da parte del governo di Conakri che ha giustificato la decisione con «L’attuazione di una politica di “bonifica” dei titoli minerari ritenuti non conformi o sottosfruttati». Per le tre compagnie la decisione risulta un’espropriazione illegale, per la quale chiedono un risarcimento pari a centinaia di milioni di dollari.

Anche nella RDC il governo ha intrapreso azioni per arginare lo strapotere delle multinazionali: l’Autorité de régulation de la sous-traitance dans le secteur privé (ARSP) ha ordinato la cancellazione di diverse licenze irregolari relative alla miniera d’oro di Kibali, uno dei più grandi complessi minerari auriferi dell’Africa. La legge della RDC riserva una parte significativa dei contratti minerari alle imprese congolesi. Tuttavia, questa norma sarebbe stata aggirata assegnando alcuni appalti a società straniere che operano attraverso società fittizie. Il settimanale Congo Nouveau ha definito l’iniziativa  «Un colpo di Stato dell’ARSP per restituire agli imprenditori congolesi gli appalti indebitamente sequestrati». Anche il Niger, dopo la presa del potere da parte dei militari nel 2021, è un Paese che sta attuando un’importante revisione delle licenze per l’uranio e il petrolio, scatenando tensioni con gli investitori stranieri.

Il tutto avviene in un contesto in cui buona parte dei Paesi africani rivendica sempre più il diritto alla loro sovranità, rifiutando l’imperialismo e il neocolonialismo. A guidare questo movimento per l’indipendenza sono soprattutto gli Stati del Sahel che, dal 2020 in avanti hanno messo in atto una serie di colpi di Stato per rovesciare i governi filoccidentali, sostituendoli con giunte militari sovraniste e nazionaliste. In seguito ai golpe, in diversi Stati africani sono state cacciate le truppe europee, soprattutto quelle francesi, presenti sul territorio e si è dato avvio al processo di nazionalizzazione delle risorse naturali in una prospettiva chiaramente antiliberista. Protagoniste di questi sviluppi in direzione anticolonialista sono soprattutto Mali, Niger e Burkina Faso che hanno dato vita nel 2024 all’Alleanza degli Stati del Sahel, con l’intenzione di portare avanti un’agenda di decolonizzazione e di indipendenza rispetto alle influenze occidentali. In particolare, il Mali ha approvato nel 2025 un nuovo codice minerario con lo scopo di sviluppare maggiormente l’economia del Paese. L’obiettivo del nuovo regolamento è convogliare maggiormente i guadagni provenienti dall’estrazione mineraria nelle casse dello Stato, riducendo allo stesso tempo le concessioni a favore delle grandi aziende straniere. Nella stessa direzione del Mali si muovono anche il Burkina Faso e il Ghana: il primo ha annunciato la nazionalizzazione delle miniere e ha avviato un processo più ampio di nazionalizzazione delle risorse naturali. Il Ghana, invece, ha cacciato le aziende straniere dal suo mercato dell’oro, ordinando di cessare la compravendita e l’esportazione del metallo prezioso e revocando le licenze di esportazione in vigore.

La recente azione delle multinazionali straniere rappresenta, dunque, una ritorsione contro la legittima aspirazione degli Stati africani di controllare le loro risorse, in nome di una ricerca del profitto illimitata a cui il sistema giuridico e finanziario occidentale sembra attagliarsi perfettamente. Si domanda, infatti, Jeune Afrique: «Il dibattito va oltre i singoli casi. Solleva una domanda centrale: il diritto internazionale degli investimenti protegge eccessivamente gli investitori a scapito delle politiche pubbliche nazionali?» La questione sarà destinata a ridefinire l’equilibrio di potere globale attorno alle risorse strategiche, rimettendo al centro il potere degli Stati o, al contrario, quello privato delle multinazionali. La battaglia iniziata dagli Stati africani avrà, dunque, importanti ripercussioni sugli equilibri economico-finanziari internazionali.

Bari, gare truccate all’ASL: 7 indagati e perquisizioni in corso

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La Guardia di finanza di Bari, su delega della Procura, sta eseguendo perquisizioni nei confronti di sette persone, tra cui tre pubblici ufficiali, indagate per corruzione per atto contrario ai doveri d’ufficio e turbata libertà degli incanti. L’indagine riguarda l’aggiudicazione, tra il 2024 e il 2025, di due appalti pubblici per forniture sanitarie del valore complessivo di circa 1,3 milioni di euro, assegnati dall’Azienda sanitaria locale di Bari a due imprese con sede nelle province di Bari e Treviso. Le perquisizioni, personali, domiciliari e informatiche, sono in corso nelle province di Bari, Treviso e Bergamo. La Procura ha inoltre disposto un ordine di consegna di documentazione.

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DDL Antisemistimo: il Senato approva la norma che criminalizza le critiche a Israele

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Il bilancio è di 105 sì, 24 no e 21 astensioni; si tratta del primo voto sul disegno di legge sull’antisemitismo, approvato ieri dal Senato in prima lettura. Il testo della legge ha subito una modifica, con la soppressione dell’articolo 3, che prevedeva la possibilità da parte del governo di prescrivere lo svolgimento di manifestazioni «in caso di valutazione di grave rischio potenziale per l’utilizzo di simboli, slogan, messaggi e qualunque altro atto antisemita»; rimane tuttavia l’adozione della definizione di “antisemitismo” proposta dall’International Holocaust Remembrance Alliance, che tra le varie cose definisceantisemitaanche le critiche allo Stato di Israele. In precedenza, l’applicazione delle definizioni dell’IHRA ha portato a identificare come antisemiti ordinari episodi di protesta – tra cui murales con la scritta «Palestina libera», adesivi con l’acronimo RAI storpiato in «Radio Televisione Israeliana» e inviti a boicottare i prodotti israeliani.

L’approvazione del ddl antisemitismo da parte del Senato è arrivata ieri, mercoledì 4 marzo. In sede di votazione, il Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra hanno votato contro, mentre la coalizione di destra, Azione e Italia Viva hanno votato a favore. Il PD, invece, si è diviso: una buona parte dei senatori ha preferito astenersi, mentre Graziano Delrio, Walter Verini, Sandra Zampa, Filippo Sensi, Alfredo Bazoli e Pier Ferdinando Casini, parte della cosiddetta “corrente riformista” – formata in parte da ex esponenti della Democrazia Cristiana – ha votato contro. Al termine della discussione, il tanto contestato articolo 3 non è stato approvato; esso prevedeva la possibilità di negare l’autorizzazione a una manifestazione anche nel caso in cui vi fosse un «rischio potenziale» per l’utilizzo di «simboli, slogan, messaggi e qualunque altro atto antisemita» riconoscibile come tale in base alla definizione dell’IHRA.

La medesima definizione, tuttavia, è stata adottata dal testo del ddl, e sono stati respinti gli emendamenti dell’opposizione che richiedevano di adottarne una diversa. L’IHRA definisce l’antisemitismo come «una determinata percezione degli Ebrei che può essere espressa come odio nei loro confronti, le cui manifestazioni, di natura verbale o fisica, sono dirette verso le persone ebree e non ebree, i loro beni, le istituzioni della comunità e i luoghi di culto ebraici». Secondo molti, tale definizione sarebbe troppo vaga e controversa a causa dei suoi riferimenti alle istituzioni. Tra gli esempi di atti antisemiti, la stessa IHRA porta le critiche all’esistenza di uno Stato ebraico, l’equiparazione di Israele al nazismo, o l’applicazione di «due pesi e due misure nei confronti di Israele richiedendo un comportamento non atteso da o non richiesto a nessun altro Stato democratico». Così come formulate, tali casistiche potrebbero rendere tacciabile di antisemitismo chi professa la soluzione a uno Stato per la questione palestinese; inoltre, queste medesime definizioni sono spesso state usate dalle autorità israeliane per giustificare le proprie operazioni a Gaza. In diversi dei suoi discorsi, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha affermato che, approvando risoluzioni per chiedere di frenare le aggressioni nella Striscia e le annessioni in Cisgiordania, la comunità internazionale stesse applicando un doppio standard nei confronti di Israele.

In precedenza, la definizione dell’IHRA è stata utilizzata per definire antisemita ordinari atti di dissenso. Lo scorso anno, un rapporto del Fondazione CDEC (Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea), ripreso da molteplici media nazionali, elencava 877 episodi recenti di antisemitismo prendendo proprio la definizione dell’IHRA come riferimento. Tra di essi un murales con la scritta «Palestina libera»; un adesivo dove l’acronimo RAI veniva storpiato in Radio Televisione Israeliana; una scritta fuori da una scuola elementare che recitava «In Palestina i coetanei di tuo figlio muoiono sotto le bombe»; altri adesivi che invitavano a boicottare i prodotti israeliani e la scritta «AS Roma = Israele» vergata con la bomboletta su un muro del litorale romano, evidentemente da un tifoso laziale. Secondo il rapporto, rappresentavano casi di antisemitismo anche lo striscione “Intifada studentesca” degli studenti dell’Università di Torino, nonché il rifiuto da parte del Consiglio comunale di Pinerolo di conferire la cittadinanza onoraria a Liliana Segre. Il pericolo dell’adozione della definizione dell’IHRA, secondo molti, è quello di mettere al bando movimenti di dissenso come BDS, o legalizzare una sorta di censura preventiva nei confronti di eventi che possano venire inquadrati come antisemiti dalla vaga formulazione dell’IHRA, come successo nel 2023 al bassista e cantante Roger Waters in Germania.