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Firmato l’accordo tra USA e Iran: i punti sanciscono la sconfitta americana

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Pare ormai ufficiale: gli Stati Uniti hanno perso la guerra contro l’Iran. Ieri, 17 giugno, a margine degli incontri del G7 ospitati dalla Francia, Trump ha firmato il memorandum d’intesa con la Repubblica Islamica, annunciato all’inizio della settimana. Il testo non è stato rilasciato da canali ufficiali statunitensi, ma è stato presentato integralmente ai giornalisti da un ufficiale di Washington durante una teleconferenza privata, per poi essere pubblicato anche dai media di Stato iraniani. Il documento diffuso sancisce la fine immediata delle ostilità su tutti i teatri di conflitto, «Libano incluso», e disciplina la revoca dei reciproci blocchi nel Golfo. Il resto dei punti delinea una sconfitta pressoché totale per gli Stati Uniti: Washington avrebbe ottenuto dall’Iran l’impegno a non dotarsi di un’arma nucleare, concedendo in cambio il ritiro di tutte le sanzioni, lo sblocco dei beni congelati e l’istituzione di un fondo da 300 miliardi di dollari come forma di risarcimento, piegandosi a tutte le richieste della Repubblica Islamica.

La sconfitta in Iran è più pesante di quella in Vietnam”. L’autorevole rivista statunitense di politica estera e relazioni internazionali Foreign Policy titola così il proprio articolo sul memorandum firmato ieri da Trump e dalle autorità iraniane. «Sembra scritto dall’Iran», commenta invece il giornale israeliano Haaretz. La cerimonia ufficiale per la firma avrebbe dovuto svolgersi domani in Svizzera, a Lucerna (inizialmente era stata individuata Ginevra come sede), ma alla luce della firma di ieri non è chiaro se si terrà lo stesso. Il testo del memorandum è stato diffuso nella mattina da Bloomberg e da media arabi, che ne avrebbero ottenuto una copia. Nel tardo pomeriggio, è stato letto ad alta voce da un funzionario anonimo durante una teleconferenza con i giornalisti. In Iran, nel frattempo, è stata fornita una copia all’agenzia di stampa di proprietà governativa Irna, che ne ha riportato il testo integralmente.

Il memorandum si intitola “Memorandum d’intesa di Islamabad tra gli Stati Uniti d’America e la Repubblica Islamica dell’Iran” e si sviluppa in 14 punti. Esso costituisce una sorta di pre-accordo e istituisce un cessate il fuoco di 60 giorni estendibili, periodo entro cui le rispettive delegazioni porteranno avanti le negoziazioni per raggiungere un accordo definitivo sui punti ancora oggetto di negoziato. Il primo punto del memorandum sancisce «la cessazione immediata e permanente delle operazioni militari su tutti i fronti, compreso il Libano» da parte di tutti gli attori coinvolti nel conflitto assieme all’impegno ad astenersi da ulteriori attacchi; questo medesimo punto garantisce inoltre «l’integrità territoriale e la sovranità del Libano». Il memorandum prevede poi che USA e Iran rispettino la reciproca sovranità e impegna Wahsington e Teheran a non interferire negli affari interni reciproci. USA e Iran si impegnano poi a revocare immediatamente i rispettivi blocchi marittimi: la revoca del blocco sullo Stretto di Hormuz dovrà venire accompagnata da operazioni di sminamento e dovrebbe portare a una graduale ripresa del traffico ai volumi prebellici.

I punti che seguono questi primi impongono dure condizioni agli USA. «Gli Stati Uniti d’America si impegnano, insieme ai partner regionali, a elaborare un piano definitivo e concordato di comune accordo, con uno stanziamento di almeno 300 miliardi di dollari, per la ricostruzione e lo sviluppo economico della Repubblica Islamica dell’Iran», si legge nell’accordo. «Tutte le licenze, le deroghe e le autorizzazioni necessarie per le relative transazioni finanziarie saranno concesse dagli Stati Uniti d’America». Gli USA si impegnano poi a sbloccare i fondi congelati dell’Iran e a porre fine «a tutte le tipologie di sanzioni» contro il Paese, «comprese le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, le risoluzioni del Consiglio dei Governatori dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica e tutte le sanzioni unilaterali statunitensi, primarie e secondarie»; per coprire il periodo in cui la cessazione delle sanzioni entrerà in effetto, gli USA rilasceranno deroghe al commercio di petrolio e greggio iraniano.

L’Iran, intanto, «ribadisce che non si procurerà né svilupperà armi nucleari». Le discussioni sul programma nucleare iraniano verranno portate avanti nei prossimi 60 giorni e il memorandum non presenta alcun altro vincolo sulla questione. Come per il tema del programma nucleare, la maggior parte degli altri punti verrà approfondita nella fase di negoziazione che viene inaugurata dal memorandum. I punti inderogabili a cui il memorandum viene subordinato restano la fine completa delle ostilità e l’impegno a non portare avanti ulteriori attacchi in alcun teatro di conflitto, il riconoscimento della integrità territoriale libanese, il sollevamento dei rispettivi blocchi marittimi, le deroghe temporanee al commercio di petrolio iraniano e lo sblocco dei beni congelati di Teheran. Il memorandum verrà adottato con una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

Alla luce di tutto, le critiche che la stampa di tutto il mondo ha riservato a Trump sono pienamente comprensibili: gli USA hanno mosso una guerra che in breve tempo è finita per incentrarsi sul tentativo di riaprire uno stretto di mare che non sarebbe mai stato chiuso se quella guerra non fosse iniziata. L’Iran otterrà l’accesso ai propri beni sequestrati, l’annullamento di 47 anni di sanzioni e 300 miliardi di dollari di risarcimento; davanti a queste richieste gli USA sono riusciti a ottenere un ritorno della situazione sul Golfo Persico alla normalità e l’impegno dell’Iran a non dotarsi di un ordigno bellico che la Repubblica Islamica ha sempre detto di non avere intenzione di ottenere.

Caltanissetta è la prima città italiana a sostenere una dieta più vegetale contro la crisi climatica

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verdura

In una delle regioni europee più esposte alla siccità e alle ondate di calore, Caltanissetta è diventata la prima città italiana ad aderire al Plant Based Treaty, l'iniziativa internazionale che invita governi e amministrazioni locali a considerare il sistema alimentare come uno degli strumenti per affrontare la crisi climatica. Il capoluogo siciliano si unisce così a oltre 70 città nel mondo, tra cui Amsterdam, Edimburgo e Los Angeles.
La Sicilia sta già sperimentando molti degli effetti associati al cambiamento climatico. Le ondate di calore sono sempre più frequenti, le risorse idriche dive...

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Convegno sul business del riarmo: Confindustria caccia l’inviata de L’Indipendente

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Venerdì 12 giugno, nella sede di Confindustria di Reggio Emilia, si è svolta una conferenza che illustrava agli imprenditori locali le opportunità di business offerte dal “nuovo scenario geopolitico”. Sul palco, insieme ai vertici industriali, c’era un dirigente dell’industria nazionale di armi, Leonardo SPA. Ci sembrava importante raccontare ai nostri lettori come le aziende di quell’area d’Italia storicamente nota come la “valle dei motori” stiano cercando di riconvertirsi nella “valle degli armamenti”, un processo già in atto con la produzione di droni annunciata a Modena. Per questo era presente al congresso, come inviata de L’Indipendente, la giornalista Linda Maggiori, che da anni lavora sul tema del riarmo. Nei giorni precedenti si era regolarmente registrata e aveva ricevuto via mail la conferma dell’accredito all’evento. Ma quando è arrivata e ha preso posto a sedere tra la platea, ecco la sorpresa: addetti stampa mandati dal direttore generale della Confindustria di Reggio Emilia, Vanes Fontana, la avvicinano e le chiedono di uscire dalla sala.

Il dirigente di Confindustria ha allontanato la nostra corrispondente affermando che l’incontro era privato e non aperto alla stampa. Quando Linda Maggiori gli ha ricordato che aveva fatto regolare richiesta di accredito e a quella richiesta le era stato inviato il permesso di assistere alla conferenza, Fontana si è scusato affermando che il permesso le era stato rilasciato per errore. Mentre la nostra inviata era fuori, venivano fatti entrare inviati della stampa locale, evidentemente ritenuta sufficientemente addomesticata, oltre a un editorialista del Corriere della Sera, invitato come relatore, a simboleggiare la storica simbiosi tra il principale quotidiano italiano e l’élite imprenditoriale del Paese.

Linda Maggiori ha fatto notare la disparità di trattamento, ma le è stato risposto che l’incontro era solo su invito e quindi gli operatori della stampa presenti erano stati invitati, lei no. A quel punto l’inviata de L’Indipendente ha chiesto se almeno le fosse concesso di intervistare i relatori per porre alcune domande di interesse pubblico sul tema della riconversione armata dell’industria emiliana. Anche questo le è stato rifiutato da Vanes Fontana, il quale ha affermato che gli imprenditori in sala non avevano intenzione di rilasciare interviste. Peccato che, il giorno dopo, sulla stampa locale siano usciti articoli sul convegno con all’interno interviste ai relatori e foto della sala e dei relatori. Come sulla Gazzetta di Reggio, dove era presente una pagina dedicata all’evento del tutto priva di spunti critici e che somigliava, di fatto, più a un comunicato stampa promozionale che a un pezzo giornalistico.

Lo stesso trattamento subito dalla nostra inviata Linda Maggiori è spettato anche un altro giornalista indipendente, Flavio Novara, che ha raccontato l’accaduto su Alkemia News, una coraggiosa testata indipendente attiva sul territorio.

L’email con la quale Confindustria Reggio Emilia aveva concesso a Linda Maggiori l’accredito per accedere al convegno. Permesso poi ritirato dal direttore generale dell’organizzazione imprenditoriale

Linda Maggiori e Flavio Novara hanno presentato un esposto all’Ordine dei Giornalisti dell’Emilia-Romagna denunciando l’accaduto. Nella segnalazione sottolineano come quanto successo costituisca «una palese e inaccettabile disparità di trattamento tra testate e professionisti» e che «l’allontanamento forzato di giornalisti precedentemente accreditati lede gravemente l’articolo 21 della Costituzione Italiana e l’articolo 2 della Legge n. 69/1963, configurando un atto di censura arbitraria che limita la libertà di stampa e il pluralismo dell’informazione». La missiva chiede all’Ordine dei Giornalisti di «acquisire l’esposto per l’accertamento delle responsabilità e per le valutazioni di competenza; attivare ogni forma di tutela e solidarietà prevista nei confronti degli iscritti discriminati e lesi nelle proprie funzioni e valutare una formale presa di posizione pubblica contro Confindustria di Reggio Emilia a difesa del libero esercizio del diritto di cronaca».

Ci auguriamo che la richiesta non cada nel vuoto e che l’Ordine dei Giornalisti compia i necessari passi per difendere il diritto di cronaca che, bene ricordarlo, viene tutelato dalla legge e dalla Costituzione italiana, che lo definisce un «pilastro fondamentale della democrazia».

A Prato è stata sradicata una banca illegale da 100 milioni l’anno al servizio dei clan

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Nascosta nei meandri del distretto industriale pratese operava una banca clandestina al servizio dei clan della Sacra corona unita, della ‘Ndrangheta, della Camorra e di gang criminali albanesi. Un vero e proprio “istituto di credito” fantasma in grado di movimentare fino a 100 milioni l’anno in pagamenti in nero per partite di droga e merci tessili tra aziende cinesi. Le indagini della Dda di Firenze, condotte dal Servizio Centrale Operativo della Polizia e dalla squadra mobile di Prato, hanno portato all’esecuzione di 41 misure cautelari (17 in carcere, 16 ai domiciliari e 8 con obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria) su 57 indagati tra cinesi, italiani e albanesi. Il gip ha disposto il maxi-sequestro preventivo di beni per circa 60 milioni di euro.

L’operazione, che ha visto impegnati 150 poliziotti con l’ausilio di un elicottero, ha colpito tre distinte organizzazioni criminali. Tra i reati contestati figurano l’associazione per delinquere con l’aggravante della mafiosità per aver agevolato il clan Briganti di Lecce, la ‘ndrina Fiarè-Razionale-Gasparro di San Gregorio d’Ippona (Vibo Valentia) e il clan campano Aquino-Annunziata. L’associazione era finalizzata al riciclaggio, al reimpiego dei proventi dello spaccio, all’abusiva attività bancaria, al traffico di stupefacenti e all’immigrazione clandestina. Centotrenta in totale le contestazioni.

Al vertice della banca illegale, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, vi era un cinese di 53 anni con numerosi precedenti penali in Veneto per associazione a delinquere finalizzata al commercio di droga. L’uomo, dopo aver scontato l’ultima parte della pena in Toscana, ha deciso di restare a Prato e ha rapidamente costruito una rete di contatti diventando il terminale degli “investimenti” di narcotrafficanti ed evasori fiscali. Per gestire i pagamenti, utilizzava il sistema di transazione islamica hawala, noto in Cina come “chop-shop” o “moneta volante”, meccanismo virtuale basato sulla fiducia tra intermediari che consente di trasferire denaro senza spostarlo fisicamente da un Paese all’altro, rendendo le transazioni completamente non tracciabili. Tale oliato sistema, a detta degli inquirenti, si alimentava grazie agli enormi flussi di denaro nero provenienti dalle aziende del pronto moda. Corrieri incaricati raccoglievano contanti riconducibili sia alle organizzazioni criminali sia alle attività commerciali irregolari. Le somme venivano poi utilizzate per compensare crediti e debiti tra imprese cinesi operanti in Italia e in diversi Paesi europei, in particolare Spagna, Portogallo e Francia. In questo modo era possibile finanziare l’acquisto di ingenti quantitativi di stupefacenti senza movimentare direttamente il denaro della droga, riducendo il rischio di sequestri durante i controlli.

«Le indagini rilevano l’esistenza di un sistema bancario parallelo e clandestino che serve non solo a finanziare i traffici illeciti, soprattutto di stupefacenti, e a reinvestirne i proventi ma anche a incrociare traffici illeciti con le logiche delle frodi fiscali», ha commentato il procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo. «Sono stati messi in luce i rischi collegati all’integrazione di diverse strutture criminali italiane e straniere. C’è un circuito che fa saltare tutti percorsi tracciamento, un fenomeno in forte espansione che dà la misura di cosa è la criminalità organizzata oggi, della sua straordinaria forza di espansione. Una realtà che qualcuno ancora cerca di edulcorare, parlando di una situazione sotto controllo».

L’uomo inquadrato dall’inchiesta come capo della banca illegale, insieme ad altri cinque indagati, è accusato anche di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina per aver fatto entrate illegalmente in Italia cittadini cinesi. Nel luglio 2023, cinque migranti avrebbero pagato 9.500 euro ciascuno per un viaggio che partiva dalla Cina in direzione Serbia, Paese extra-Schengen che non richiede visto d’ingresso, per poi proseguire a piedi attraverso l’Ungheria e infine in auto verso la Slovenia. Le destinazioni finali erano Prato, Torino e Sommacampagna, nel veronese.

L’Europarlamento ha approvato il contestato accordo sui dazi UE-USA

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Il Parlamento europeo ha approvato ieri in via definitiva i regolamenti commerciali raggiunti tra Ue e Stati Uniti lo scorso luglio in Scozia dal presidente statunitense Donald Trump e dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. Il principale regolamento è stato approvato con 440 voti favorevoli, 151 contrari e 50 astensioni e prevede l’eliminazione dei dazi europei sulle merci industriali provenienti dagli Stati Uniti, introducendo allo stesso tempo un accesso preferenziale al mercato comunitario per diversi prodotti agricoli e ittici americani e accettando dazi USA del 15 per cento sui prodotti esportati oltreoceano. Profonda la spaccatura tra i partiti dell’Europarlamento: mentre, infatti, alcuni sostengono che quello raggiunto sia il migliore accordo possibile con Washington, altri schieramenti ritengono che l’intesa rifletta una totale sottomissione agli interessi della potenza a stelle e strisce.

Da parte sua, la Commissione europea già lo scorso anno aveva spiegato che l’accordo «ripristina la stabilità e la prevedibilità per i cittadini e le imprese su entrambe le sponde dell’Atlantico» e «garantisce un accesso continuo alle esportazioni dell’UE verso il mercato statunitense, preservando catene del valore profondamente integrate, molte delle quali dipendono dalle PMI, e salvaguardando efficacemente i posti di lavoro». Il secondo regolamento, approvato con 444 voti a favore, 152 contrari e 54 astensioni, riguarda invece la proroga dell’esenzione dai dazi sulle importazioni di astice dagli Stati Uniti.

L’intesa arriva in un momento di forti tensioni tra le due sponde dell’Atlantico, poco dopo che il capo della Casa Bianca aveva minacciato di introdurre dazi più elevati in caso di mancata ratifica dell’accordo entro il 4 luglio. Hanno votato a favore dell’intesa il PPE (Partito popolare europeo), di cui fa parte Forza Italia; S&D (Socialisti e Democratici), tra le cui fila si annovera il PD; Renew Europe (Liberali) e ECR (Conservatori e Riformisti europei) con gli eurodeputati di Fratelli d’Italia che hanno votato a favore per ricucire i rapporti diplomatici con Washington, secondo la linea del governo Meloni. Contrari, invece, i Patrioti per l’Europa, di cui fa parte la Lega; la Sinistra Europea con all’interno il Movimento 5 Stelle; e i Verdi, con i rappresentanti di Alleanza Verdi e Sinistra (AVS) che hanno espresso voto contrario per via delle scarse tutele agricole e ambientali introdotte nel testo. Le critiche più dure sono arrivate soprattutto dai Verdi e dalla Sinistra: «Una cosa è chiara: i dazi di Trump sono illegali. In realtà, questo accordo non dovrebbe esistere. L’anno scorso, come Unione europea, avremmo dovuto essere più forti e più sicuri di noi», ha affermato Anna Cavazzini dei Verdi. Secondo Martin Schirdewan (La Sinistra), invece, «Donald Trump sta ricattando l’Unione europea e ha scatenato una guerra commerciale contro di essa».

Nel dettaglio, in base all’accordo approvato, l’Europa ha accettato di azzerare i dazi su tutti i prodotti industriali statunitensi e di concedere un accesso preferenziale a un’ampia gamma di prodotti agricoli e ittici: saranno importate a dazio zero 500 mila tonnellate di frutta a guscio, 25 mila tonnellate di carne di maiale e 340 mila tonnellate di merluzzo d’Alaska. Rispetto al fabbisogno degli Stati Ue di carne di maiale, un’importazione di 25 mila tonnellate rappresenta circa lo 0,13 per cento del consumo di carne: l’Ue consuma, infatti, circa 20 milioni di tonnellate di carne suina all’anno e ne produce circa 22 milioni, il che equivale a circa un ottavo di punto percentuale del consumo. Per quanto riguarda la frutta a guscio, invece, già prima dell’entrata in vigore dei dazi, gli USA erano il primo fornitore UE: nel 2024 gli Stati membri hanno importato 7,1 miliardi di dollari di frutta a guscio, di cui quasi 2,6 miliardi dagli USA, pari al 37 per cento del valore totale. La sproporzione più evidente risulta quella relativa alle importazioni di merluzzo: la quota di 340 mila tonnellate, infatti, è superiore all’import totale Ue del 2024, secondo EUMOFA (Osservatorio europeo del mercato dei prodotti della pesca e dell’acquacoltura).

Per quanto riguarda la sicurezza alimentare, il via libera ai dazi non implica anche una deroga automatica agli standard europei su OGM, ormoni e controlli sanitari, in quanto su questo punto Bruxelles ha fissato una chiara «linea rossa». Di conseguenza, il cibo importato dovrà avere certificati ufficiali, passare controlli relativi alla documentazione e al prodotto fisico ai posti di controllo frontalieri e rispettare i requisiti UE. Se una partita alimentare non fosse conforme, potrebbe essere respinta, distrutta, riesportata o sottoposta ad altre misure. Inoltre, in caso di problemi ripetuti, l’UE può sospendere le importazioni. Un discorso a parte va fatto per la carne di animali alimentati con cibo OGM, pratica molto comune negli Stati Uniti. In questo caso, non è previsto l’obbligo di etichetta OGM sul prodotto finale, configurando così una situazione di scarsa trasparenza sull’alimentazione animale che costituisce un punto oscuro per il consumatore.

I legislatori europei hanno introdotto dei meccanismi di salvaguardia rispetto agli interessi del mercato europeo, tra cui la cosiddetta sunset clause (clausola di temporaneità), in base a cui il regolamento principale sulle importazioni industriali e agroalimentari cesserà di applicarsi il 31 dicembre 2029. Inoltre, su insistenza dei deputati, il regolamento principale prevede la possibilità per la Commissione di sospendere le concessioni accordate agli Stati Uniti sui prodotti in acciaio e alluminio se al 31 dicembre 2026 questi continueranno ad applicare un’aliquota tariffaria superiore al 15% sui prodotti derivati dall’acciaio e dall’alluminio importati dall’UE.

Bastano 13 parole per “avvelenare” le ricerche fatte con l’intelligenza artificiale

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Ancora oggi è diffusa l’idea che chatbot e intelligenze artificiali, attingendo a un gigantesco bacino di dati, siano i detentori della verità o, perlomeno, che riportino il punto di vista medio dell’opinione pubblica. Già di partenza, questo concetto si regge su fondamenta sociologicamente fragili, tuttavia una ricerca della Cornell University suggerisce che i presupposti di questa visione siano fallaci anche sul piano tecnico: con la diffusione dell’ottimizzazione per i motori di IA (GEO), malfattori e aziende stanno imparando rapidamente come manipolare i dati di riferimento al fine di alterare i risultati di ricerca e promuovere i propri messaggi a discapito di quelli altrui.

Per circa vent’anni, il web è stato di fatto dominato dal motore di ricerca di Google. Per un portale, comparire tra i primi risultati faceva concretamente la differenza, determinando il numero di visite ricevute e, di conseguenza, le possibilità di monetizzare quell’afflusso. Per scalare questa vetta, molte realtà si sono affidate all’arte dell’ottimizzazione per i motori di ricerca (SEO): teorie di creazione di contenuti che cercavano di intercettare e soddisfare i criteri di selezione delle grandi aziende tecnologiche, nella speranza di emergere dalla massa. Una condizione tutt’altro che perfetta: il sistema non permette una dimensione egualitaria, condiziona forma e contenuto delle pagine e opera una cernita che sembra ormai favorire le inserzioni pubblicitarie a scapito dei contenuti di valore.

L’avvento delle intelligenze artificiali ha però scardinato lo status quo. Google ha deciso di anteporre ai risultati di ricerca il suo AI Overview, una finestra di testo in cui il modello IA dell’azienda sintetizza i contenuti del web per rispondere in modo diretto e conciso ai dubbi dell’utente, senza che questi debba esplorare altri siti. Questo si è tradotto in un crollo notevole dei clic: il Pew Research Center evidenzia che ormai solo l’8% degli utenti statunitensi consulta effettivamente i risultati della ricerca, di fatto la metà rispetto a quanti avrebbero cliccato un link in assenza di un sistema che chiarisce immediatamente i loro dubbi. Per questo motivo, il SEO sta perdendo rilevanza a favore del GEO: si cercano trucchi e scappatoie per aggirare l’IA e assicurarsi che i propri contenuti vengano citati dalla macchina.

AI Overview e gli strumenti analoghi, noti come agenti di ricerca profonda, sono però a loro volta imperfetti e facilmente circuibili. I ricercatori della Cornell University hanno infatti osservato che è facile influenzare queste IA modificando o pubblicando informazioni sui portali di contenuti generati dagli utenti (UGC) – siti come Wikipedia e Reddit –, i quali costituiscono riferimenti centrali nella sintesi dei report proposti al pubblico e possono essere modificati da chiunque con relativa facilità. Gli accademici hanno dunque valutato l’impatto di quello che hanno definito “avvelenamento degli agenti di recupero del web” (WARP), rilevando che la pubblicazione di contenuti su un singolo portale finisce per essere assorbita da molteplici agenti IA, arrivando a influenzare il 48% delle risposte relative ad argomenti specifici.

Nella fase di test, il modello GPT-4o-mini è stato impiegato per riformulare testi in modo da massimizzare la visibilità dei contenuti che si intendeva evidenziare. Lo strumento ha generato prompt contenenti l’80% dei target di riferimento dei GEO, producendo paragrafi di 80-120 parole capaci di inquinare – o “avvelenare”, per usare la terminologia adottata dai ricercatori – ciò che viene selezionato e proposto dagli agenti di intelligenza artificiale. In un contesto simulato, inoltre, è emerso che un uso oculato delle anteprime impiegate nel SEO – gli “snippet” – è già in grado di manipolare le IA in circa tredici parole.

Più che di difetti, quelli evidenziati dai ricercatori sono elementi strutturali di questi strumenti, sfruttabili sia dalle aziende per promuovere in modo occulto prodotti e servizi, sia da malintenzionati per diffondere messaggi ideologici e alterare l’opinione pubblica. Come ogni ricerca che si rispetti, anche quella della Cornell University tenta di offrire soluzioni al problema – tutte, però, ugualmente improbabili. La prima ipotesi è impedire alle IA di attingere a pagine basate sui contenuti degli utenti, opzione che le aziende affamate di dati difficilmente accetterebbero. La seconda prevede che un’IA verifichi e filtri i contenuti di riferimento prima che vengano assorbiti, ipotesi potenzialmente efficace, ma economicamente onerosa se estesa oltre gli UGC. La terza consiste nel filtraggio a posteriori, ovvero nel comparare il testo potenzialmente avvelenato con uno neutro; una strada che si è però dimostrata inefficiente, poiché incapace di rilevare le differenze sostanziali e l’intenzionalità manipolatoria.

Gli studiosi sono dunque stati in grado di identificare una criticità rilevante, ma sono anche i primi ad ammettere che trovare una soluzione rapida e indolore sia cosa ardua. La responsabilità di risolvere il problema ricade, a loro avviso, principalmente sulle aziende che detengono il controllo dei GEO, un’attribuzione dai tratti ironici, considerando che la ricerca è stata finanziata anche con fondi erogati da Amazon e Google.

Caso Epstein: si allarga l’inchiesta sullo Zorro Ranch, chiesti dati a JPMorgan e Google

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«Stiamo cercando informazioni attendibili da parte di cittadini che possano essere a conoscenza di eventi accaduti nel New Mexico». È l’avviso pubblicato sul sito del Dipartimento di Giustizia del New Mexico, che ha allargato l’indagine penale sullo Zorro Ranch, la proprietà di Jeffrey Epstein di 8.000 acri incastonata nel deserto a sud di Santa Fe. Gli investigatori hanno inviato lettere a JPMorgan Chase, Google e a più di venti aziende, tra cui Deutsche Bank, American Express, PayPal, le principali compagnie aeree USA, Expedia, AT&T e Verizon Communications, ordinando loro di bloccare l’accesso ai dati relativi al finanziere di Brooklyn e ad alcuni dei suoi collaboratori.

Per anni, lo Zorro Ranch è stato il grande assente del caso Epstein. L’attenzione dei media si è concentrata sulle ville di Manhattan e Palm Beach o sulla famigerata isola privata nei Caraibi, Little Saint James, diventata il simbolo della rete di sfruttamento sessuale costruita dal finanziere. Eppure, molte testimonianze hanno indicato proprio il ranch del New Mexico come uno dei luoghi chiave dell’intera vicenda. Una proprietà immensa, protetta dalla vastità del deserto e frequentata per anni da ospiti influenti e giovani reclutate all’interno del sistema Epstein. Almeno dieci tra donne e ragazze hanno dichiarato di essere state adescate o abusate nel ranch. Oggi, la procura vuole ricostruire ciò che è accaduto tra quelle mura seguendo una pista molto concreta: conti bancari, prenotazioni aeree, traffico telefonico, archivi digitali, transazioni e comunicazioni elettroniche. Una mappa invisibile di rapporti e movimenti che potrebbe restituire una fotografia molto più precisa di quella finora emersa.

La svolta arriva dopo mesi di pressioni e dopo l’emersione dei nuovi Epstein Files pubblicati il 30 gennaio, che hanno spinto il procuratore generale del New Mexico, Raúl Torrez, a riaprire un fascicolo che molti consideravano ormai archiviato. Una delle domande che aleggia sull’intera vicenda è tanto semplice quanto disarmante: com’è possibile che una proprietà più volte citata da vittime e testimoni non sia mai stata oggetto di un’indagine approfondita? Perché alcuni luoghi sono stati passati al setaccio, mentre altri sembrano essere rimasti ai margini dell’attenzione investigativa? È proprio da questi interrogativi che nasce la decisione di tornare sul terreno e di riesaminare ogni elemento disponibile.

Negli ultimi mesi, il ranch è tornato al centro delle cronache per una serie di accuse che, se confermate, allargherebbero ulteriormente la portata dello scandalo. Alcune testimonianze parlano di abusi sistematici, di giovani trasportate nella proprietà e sottoposte a violenze. Altre descrivono episodi ancora più oscuri che coinvolgerebbero anche ragazzi, drogati e abusati, e misteriosi esperimenti condotti da medici compiacenti. A rendere esplosiva la situazione vecchi documenti riemersi dagli Epstein Files e acquisiti dagli investigatori: il sospetto che nei terreni attorno al ranch possano essere nascosti resti umani e che alcune persone scomparse – si parla di almeno due donne – possano avere un collegamento con quanto accaduto nella proprietà. Una e-mail del 21 novembre 2019, inviata al conduttore radiofonico Eddy Aragon da un presunto ex dipendente sosteneva, infatti, che due giovani erano state sepolte nelle colline circostanti su ordine del finanziere e di «Signora G», verosimilmente Ghislaine Maxwell. L’uomo chiedeva un bitcoin in cambio di sette video che avrebbero mostrato Epstein fare sesso con minorenni. Aragon non trattò e inoltrò immediatamente la mail all’FBI. Il memorandum è riemerso dal faldone desecretato il 30 gennaio scorso e, solo quando la notizia è trapelata sui media, il Dipartimento di Giustizia del New Mexico ha avviato un’indagine sull’accusa.

L’obiettivo degli investigatori non è soltanto verificare eventuali reati rimasti impuniti, ma capire come sia stato possibile che una proprietà citata da numerose vittime e testimoni sia rimasta per anni ai margini delle attenzioni federali. La decisione di acquisire dati da banche, compagnie aeree e colossi tecnologici lascia intendere che la procura non stia cercando soltanto risposte sul passato, ma stia tentando di ricostruire una rete di relazioni e responsabilità ancora in gran parte sconosciuta. In questa prospettiva, lo Zorro Ranch non appare più come una semplice residenza isolata nel deserto, ma come uno dei possibili punti nevralgici di una vicenda che potrebbe riservare ancora rivelazioni capaci di mettere in discussione molte delle versioni finora accettate.

Mongolia, proteste in una miniera bloccano esportazioni verso la Cina

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Un gruppo di manifestanti della Mongolia ha bloccato le esportazioni di rame verso la Cina provenienti da una miniera della società anglo-australiana Rio Tinto. Il gruppo di protesta, chiamato Movimento per la riforma radicale, chiede che una quota maggiore delle entrate venga riservata ai mongoli. Il colosso minerario possiede il 66% della miniera, mentre il governo mongolo detiene il restante 34%. Il rame è necessario per i veicoli elettrici e gli impianti da energie rinnovabili, tutti settori in cui la Cina risulta uno dei leader mondiali.

Mangiamo di più, ma ci nutriamo di meno: la trappola del cibo industriale

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Il titolo del nostro approfondimento di questo mese contiene una verità sostanziale che è estremamente attuale e profonda, riflettendo la distinzione tra alimento (ciò che nutre perché è vero cibo) e prodotto edibile (ciò che ingeriamo). La moderna scienza nutrizionale distingue nettamente tra i due concetti. Il vero cibo e nutrimento è dato dagli alimenti naturali, interi, ricchi di nutrienti, fibre, vitamine e antiossidanti (frutta, verdura, uova, carne, legumi ecc.). Il prodotto edibile è un cibo commestibile, prodotto finale di una trasformazione industriale (cibi ultraprocessati): molti c...

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Cisgiordania, coloni incendiano due moschee e attaccano abitazioni

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Secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa palestinese Wafa, gruppi di militari israeliani e coloni avrebbero condotto attacchi nella Cisgiordania occupata, incendiando due moschee e assaltando le abitazioni di alcuni residenti. Almeno sei palestinesi sarebbero stati arrestati nelle città di Qalqilya, Nablus, Beit Iksa, Beit Qad e Beit Ta’mir, mentre a Beita i coloni avrebbero aggredito e ferito almeno quattro persone e vandalizzato abitazioni e veicoli. Nel frattempo, a est di Betlemme è stato istituito un nuovo posto di blocco israeliano.