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Colombia: bestiame tracciato per legge per combattere la deforestazione

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In Colombia sarà possibile sapere con maggiore precisione da dove proviene la carne che arriva nei mercati e nei supermercati. Il Paese ha approvato una legge che obbligherà a tracciare il bestiame e a verificare che gli animali non siano stati allevati su terreni ottenuti attraverso il disboscamento illegale. La misura punta a intervenire su una delle principali cause della perdita di foreste e, secondo le organizzazioni ambientaliste, rappresenta il primo sistema nazionale di questo tipo introdotto da un Paese con foresta pluviale tropicale e una delle maggiori biodiversità al mondo. 
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Da 25 giorni due attivisti italiani della Flotilla sono detenuti in Libia

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Sono ormai passati 25 giorni da quando gli attivisti del Land Convoy diretto a Gaza sono stati arrestati in Libia, nei pressi di Sirte. 10 di loro, tra cui due italiani, Domenico Centrone e Dina Alberizia, risultano ancora detenuti. Le notizie che provengono dalla Libia orientale sono scarse e frammentarie, così come l’interessamento politico alla questione. Di fronte a ciò, la delegazione italiana della Global Sumud Flotilla ha lanciato, insieme ad Amnesty, «una mobilitazione nazionale permanente con presidi in tutta la penisola, da oggi fino al 24 giugno», quando sarà un mese esatto dall’inizio del sequestro. L’appello è rivolto all’intera popolazione: «andiamo sotto le prefetture e i ministeri e facciamoci sentire, non lasciamo che questa prigionia politica duri un giorno di più, non senza lottare, non senza usare il nostro corpo per fermarlo».

Mentre la Global Sumud Flotilla veniva intercettata illegalmente in acque internazionali dalla marina israeliana, un convoglio terrestre iniziava il suo viaggio verso il Valico di Rafah. Migliaia di persone, accompagnate da ambulanze e camion carichi di aiuti umanitari, intendevano attraversare il Nord Africa fino a raggiungere la Palestina e a rompere l’assedio israeliano imposto dal 2007 sulla Striscia di Gaza. Il 24 maggio le autorità della Libia orientale, dipendenti dal generale Haftar, hanno però fermato il Land Convoy e sequestrato parte degli attivisti. Da quel momento 10 persone, tra cui due cittadini italiani, «sono trattenute senza accuse formalizzate, senza garanzie, senza libertà e tutela legale appropriata», come denunciato dagli attivisti della Global Sumud Flotilla.

In un comunicato dell’11 giugno veniva reso noto l’allungamento della detenzione per un altro mese a Bengasi, in attesa del processo. Le fonti diplomatiche citate dalla missione umanitaria parlano di alcuni diritti di base garantiti, come l’accesso al cibo o ai bagni, accompagnati però da un’irregolare comunicazione consolare e da una scarsa chiarezza giuridica, configurando «la proroga di 30 giorni come una grave violazione dei diritti umani fondamentali». Di fronte alla prigionia e al silenzio istituzionale, la delegazione italiana della Global Sumud Flotilla ha lanciato una settimana di mobilitazione, con presidi in tutto il Paese: da Roma a Bari, passando per Bologna, Milano, Lecce e tante altre città italiane.

Niger: esplosioni in aeroporto e base aerea

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Nella mattina di oggi, 18 giugno, sono stati uditi spari ed esplosioni nelle zone attorno all’aeroporto e alla base aerea militare di Niamey, capitale del Niger. La notizia è stata data oggi pomeriggio da agenzie di stampa internazionali che riportano che i soldati della giunta avrebbero perlustrato le aree in cerca di possibili militanti di gruppi ribelli. Il Niger è da tempo teatro di una insurrezione da parte dei gruppi di stampo islamista attivi nel Paese. Nell’ultimo periodo, gli scontri con i miliziani hanno vissuto una escalation in tutta la regione del Sahel, con militanti del gruppo JNIM, affiliato ad Al Qaeda, che hanno assediato la capitale del Mali Bamako.

Grimaldi, nave italiana supera Hormuz dopo 100 giorni

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La nave Grande Torino del Gruppo Grimaldi, battente bandiera italiana e con un equipaggio di 21 membri, ha attraversato lo Stretto di Hormuz. L’autorizzazione proveniente dalle autorità iraniane ha posto fine a una permanenza durata oltre 100 giorni nel Golfo Persico. Il graduale ripristino del traffico marittimo sta facendo scendere il prezzo del carburante sui mercati internazionali. A New York il prezzo del petrolio è a 75 dollari al barile, dopo aver toccato punte di 110 dollari negli ultimi mesi.

Ogni anno gli italiani perdono ventidue miliardi nel gioco d’azzardo

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Nel 2025 il gioco d’azzardo in Italia ha toccato una dimensione record: la raccolta complessiva è salita a 165,34 miliardi di euro, pari al 7,3% del PIL nazionale, mentre le perdite per i cittadini hanno sfiorato i 22 miliardi. È la brutale sintesi fotografia scattata dal nuovo rapporto prodotto dalla CGIL “Il libro nero dell’azzardo – Lo Stato perdente”, che descrive un mercato in continua crescita. In particolare, ad alimentarne la diffusione sono i canali online, ormai decisivi nella spinta dei volumi complessivi. La quota della raccolta dell’azzardo raggiunta in Italia è di gran lunga superiore ai 138,6 miliardi di valore del Fondo Sanitario Nazionale e rappresenta il doppio della spesa per l’istruzione. Il rapporto parla di un fenomeno ormai pervasivo, da cui sfociano effetti economici e sociali che pesano ben oltre il semplice dato contabile, chiedendo al governo trasparenza e una regolamentazione più rigida.

Il confronto tra canale fisico e canale digitale è uno dei passaggi più importanti del rapporto. Nel 2025 le giocate online hanno superato i 100 miliardi di euro, raggiungendo quota 100,88 miliardi e segnando un aumento del 9,5% sul 2024, mentre l’azzardo fisico ha registrato un lieve arretramento, fermandosi a 64,4 miliardi e calando dell’1,3%. Questa evoluzione, però, non significa che il gioco tradizionale sia in crisi: al contrario, resta il comparto in cui si concentrano le perdite maggiori. In pratica, il mercato si sta spostando verso il digitale senza ridursi davvero, ma semplicemente cambiando forma. A rendere più preoccupante il quadro è la struttura sociale dell’azzardo online. Nel 2025 i conti-gioco attivi sono stati 17 milioni, e l’84% si è chiuso con una perdita; i giocatori attivi stimati sono 4,8 milioni. Il rapporto segnala anche che l’attrazione verso il gioco da remoto cresce soprattutto tra giovani e giovanissimi, mentre il peso dell’online sulla raccolta totale è passato in sette anni dal 33 al 61%. Sebbene l’online abbia un maggiore pay-out (calcolo percentuale di vincita di un determinato gioco) rispetto al fisico, produce comunque un sistema di perdite molto esteso, con effetti che colpiscono in modo capillare famiglie e aree del Paese.

L’analisi territoriale rivela disparità molto marcate. A livello nazionale, nel periodo di riferimento, risulta che cittadini e cittadine hanno “investito” 3.284 euro pro capite nell’azzardo complessivo. La provincia di Caserta guida la classifica con quasi 5.000 euro a testa, seguita da Teramo e Napoli. Tuttavia, il primato per intensità di gioco online spetta alla provincia di Isernia, dove ogni residente tra i 18 e i 74 anni ha giocato 4.074 euro. Tra i capoluoghi, il Comune di Isernia raggiunge la cifra record di 6.307 euro pro capite. Il rapporto evidenzia una correlazione diretta tra i volumi di gioco e le aree a maggiore rischio di infiltrazione mafiosa. Tra i comuni con le giocate pro capite più alte spiccano nomi come Patti (in testa alla classifica con 7.715 euro pro capite), Castel San Giorgio e Zola Predosa, territori spesso segnati dalla presenza della criminalità organizzata. Gli autori dello studio sottolineano come l’azzardo costituisca una «tassa sulla povertà», che colpisce in modo sproporzionato le fasce più deboli della popolazione, dove i tassi di gioco problematico sono più elevati.

Sul piano complessivo, il rapporto insiste su un punto: lo Stato incassa, ma non abbastanza da compensare i costi sociali che il fenomeno trascina con sé. Le entrate fiscali del 2025 sono indicate in 11,4 miliardi di euro e risultano in calo, mentre la crescita dell’online riduce la capacità di controllo e aumenta l’opacità del sistema. Da qui la richiesta di più trasparenza sui dati, della piena disponibilità delle informazioni comunali e di una regolazione più rigorosa, soprattutto sulla pubblicità e sulla tracciabilità dei flussi. Per questo il report chiede un cambio di rotta netto: limitare la crescita dei volumi, riportare il mercato verso livelli più vicini alla media europea, difendere i soggetti più vulnerabili e rendere finalmente leggibili i dati che oggi restano frammentati o oscurati.

Vertice G7: l’Occidente si ricompatta attorno al sostegno all’Ucraina

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Dopo tre giorni di incontri e dibattiti si è concluso l’annuale vertice del G7. L’edizione ospitata dalla Francia nel piccolo comune di Évian ha avuto come sfondo il memorandum d’intesa raggiunto tra Iran e Stati Uniti. Il presidente Donald Trump è stato accolto dai leader di Canada, Francia, Germania, Giappone, Italia e Regno Unito in toni trionfalistici, che hanno reso soltanto un ricordo le critiche mosse qualche settimana fa di fronte all’aggressione all’Iran. Sulle ali dell’entusiasmo, il blocco europeo ha strappato a Trump importanti concessioni per la causa ucraina, certificate dalla dichiarazione congiunta di fine vertice. I leader del G7 si sono detti «uniti nel nostro incrollabile sostegno all’Ucraina, difendendone la libertà, la sovranità e l’integrità territoriale». Preso atto dei «progressi compiuti sul campo di battaglia», è stato annunciato l’aumento delle forniture militari a Kiev.

Un anno fa il G7 in Canada — il primo del ritorno di Trump sulla scena internazionale — si concludeva senza alcuna dichiarazione congiunta, segno di una profonda divisione tra gli Stati Uniti e i suoi alleati storici. Nei mesi successivi la tensione è aumentata, raggiungendo l’apice con l’aggressione sferrata all’Iran, di concerto con Israele, senza alcun preavviso ai partner europei, su cui si sono abbattute le conseguenze economiche della guerra. A causa della chiusura dello Stretto di Hormuz e dell’aumento del prezzo del carburante, L’UE ha pagato mezzo miliardo di euro al giorno, come ammesso dalla presidente della  Commissione Ursula von der Leyen. Quella tedesca è risultata essere una delle economie industriali più colpite, con il cancelliere Friedrich Merz che a maggio ha manifestato tutta la sua irritazione, parlando degli USA come «umiliati da Teheran».

Trump ha risposto con nuovi dazi su automobili e camion provenienti dall’UE, ampliando la distanza con Bruxelles. Poi in questi giorni è arrivato l’annuncio del memorandum d’intesa con l’Iran — un accordo che di fatto sancisce la sconfitta americana — e la posizione dei partner occidentali si è nuovamente ammorbidita. In Francia, il presidente USA è stato accolto con tutti gli onori del caso; Merz gli ha persino regalato una maglietta della Germania, seppellendo l’ascia di guerra. C’è stato spazio anche per un siparietto con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, attaccata in questi mesi da Trump ma sempre rimanendo amici, a detta della leader italiana.

Tra strette di mano, complimenti e scene conviviali, il blocco europeo ha strappato al presidente USA importanti concessioni per la causa ucraina, invertendo la rotta del suo secondo mandato. Dopo aver ribadito, nella dichiarazione congiunta a margine del vertice, «l’incrollabile sostegno all’Ucraina, difendendone la libertà, la sovranità e l’integrità territoriale», i leader del G7 hanno «elogiato la sua resilienza e i progressi compiuti sul campo di battaglia negli ultimi mesi». Nel sottolineare che «ora c’è un nuovo slancio» sul piano militare, hanno poi concordato «di aumentare la fornitura di munizioni per la difesa aerea e di sistemi e intercettori aggiuntivi», nonché di missili «a lungo raggio». Le principali economie occidentali hanno poi aperto alla possibilità di aumentare il sostegno alla produzione militare ucraina.

Con la guerra in Iran che si avvia verso la conclusione, i leader del G7 si sono impegnati «ad aumentare la pressione sull’economia di guerra russa, compresi i settori del petrolio e del gas». Nella dichiarazione non compare alcun riferimento a una soluzione diplomatica, vanificando le aperture degli ultimi giorni; nel frattempo continuano gli scontri sul campo di battaglia. A poche ore dalla conclusione del vertice, l’esercito ucraino ha lanciato contro Mosca uno degli attacchi con droni più grandi dall’inizio del conflitto, colpendo diverse infrastrutture strategiche.

Il Parlamento europeo ha approvato le nuove regole sul rimpatrio dei migranti

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«Rimandiamoli indietro». Con questo coro intonato dai banchi dell’estrema destra, il Parlamento europeo ha salutato l’approvazione del nuovo regolamento sui rimpatri. Con 418 voti a favore, 218 contrari e 30 astensioni, la Camera di Strasburgo ha visto compattarsi la destra europea: dai popolari ai conservatori, passando per l’AFD tedesca. Rinsaldata anche l’asse coi liberali, dal momento che la maggioranza di Renew ha sostenuto il regolamento che introdurrà nuove regole in materia di rimpatri. Chi viene raggiunto da un ordine di espulsione dovrà collaborare con le autorità, pena una detenzione fino a 30 mesi. La nuova intesa europea — approvata pochi giorni dopo il via libera al Patto sulla migrazione e l’asilo — premia anche il modello Albania messo in piedi dal governo Meloni, potenziando l’esternalizzazione delle frontiere.

«Oggi l’Italia ha ottenuto un grande successo in Europa. Il Parlamento europeo ha approvato il nuovo regolamento europeo sui rimpatri, un provvedimento storico frutto soprattutto del lavoro del governo italiano che ci consente di rimpatriare velocemente chi non ha titolo a stare nell’Unione europea», ha dichiarato la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Il Gruppo dei Conservatori e Riformisti Europei (ECR) — a cui aderisce Fratelli d’Italia — ha votato compatto a favore, così come hanno fatto i Patrioti per l’Europa e il Partito Popolare Europeo (PPE), che riuniscono rispettivamente la Lega e Forza Italia. A favore anche l’Europa delle Nazioni Sovrane, guidata dall’AFD tedesco, e buona parte di Renew, che riunisce i liberali europei. «Se con il Patto sulla migrazione e l’asilo abbiamo messo al sicuro l’ingresso principale dell’Europa, ora abbiamo protetto anche la porta sul retro», ha dichiarato Malik Azmani, eurodeputato di Renew e relatore del regolamento che supera di fatto la direttiva del 2008 sui rimpatri.

Partendo dalla premessa che a essere effettivamente eseguito è un rimpatrio su cinque, le istituzioni europee hanno messo a punto una stretta verso le persone sprovviste di permesso di soggiorno. È stato introdotto un discriminante per i migranti raggiunti da un ordine di rimpatrio: la cooperazione con le autorità. «Gli Stati membri — si legge sul sito del Parlamento europeo — potranno imporre l’obbligo di presentarsi regolarmente alle autorità competenti o di risiedere in un luogo designato. In alternativa al trattenimento, potranno essere previste misure quali una garanzia finanziaria o il monitoraggio elettronico». Nei casi di «mancata cooperazione, rischio di fuga o rischio per la sicurezza», le autorità amministrative o giudiziarie potranno disporre una detenzione fino a 24 mesi, prorogabili a 30, in attesa dell’espulsione. Un periodo generalmente comminato, a livello penale, per reati di furto, truffa o lesioni personali.

Relativamente ai migranti sprovvisti di regolare permesso di soggiorno il luogo della detenzione non sarà il carcere ma il centro per il rimpatrio (CPR). A tal proposito il regolamento eleva a modello il centro costruito in Albania dal governo Meloni, prevedendo la possibilità di trasferire i migranti in centri situati al di fuori dei confini europei, in Paesi terzi disposti ad accoglierli. Si configura così l’ennesimo tassello dell’esternalizzazione delle frontiere portata avanti da anni dall’Unione europea attraverso accordi in giro per il Mediterraneo, dalla Libia alla Tunisia, passando per la Turchia.

Romagna: il via libera ai prelievi d’acqua mette a rischio le Foreste Casentinesi

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parco nazionale foreste casentinesi fiumi

Nel Parco nazionale delle Foreste Casentinesi, tra Toscana e Romagna, l’Ente ha messo in consultazione una bozza di regolamento che apre, per la prima volta, a grandi prelievi idrici dai suoi fiumi. Diventerebbero dunque possibili nuove captazioni anche per i comuni esterni al perimetro del parco, sfruttando la deroga che la legge 394 del ’91 consente proprio attraverso il regolamento stesso. Nel versante romagnolo dell’area protetta esiste dai primi anni Ottanta la diga di Ridracoli: un invaso da 33 milioni di metri cubi, che ne distribuisce annualmente il doppio per dissetare la Romagna. Tre fiumi, tutti interni al parco, sono già utilizzati da Romagna Acque. Nel 2002 il Piano del Parco aveva fissato un confine netto: piccoli prelievi per i comuni interni, nessuna nuova diga, nessuna nuova grande derivazione. Un confine che la bozza, presentata alle amministrazioni poche settimane fa, prova ora ad aggirare. A denunciarlo è Enzo Valbonesi, primo presidente del Parco e oggi a capo del circolo Legambiente Alto Bidente, in una lettera inviata nei giorni scorsi a L’AltraMontagna: un precedente che, scrive, riguarda anche tutti gli altri parchi nazionali italiani.

A spingere in questa direzione sono da anni Ravenna, Forlì, Cesena, Rimini e Confindustria Romagna, che in passato avevano chiesto a Romagna Acque di studiare un secondo invaso da almeno 20 milioni di metri cubi sul Rabbi o sul Bidente. Quell’ipotesi, per ora, non compare nel testo. Compare invece, secondo Valbonesi, la possibilità di intercettare corsi d’acqua che Romagna Acque non ha ancora toccato.

Nella consultazione avviata con i comuni, fa notare l’ex presidente, non sono stati forniti né i volumi di prelievo previsti né una stima del fabbisogno reale, e sull’impatto ambientale non si è detto nulla. Il territorio del parco rientra in Rete Natura 2000 e ospita cinque specie di anfibi e una di pesci protette dalla Direttiva Habitat. Mentre si discute di nuove derivazioni, sul litorale romagnolo Rimini si prepara ad autorizzare fino a una piscina per ogni due stabilimenti balneari: una coincidenza, annota Valbonesi, che dice molto sulle priorità in campo.

Il punto, per l’ex presidente, è che oggi nessun parco nazionale montano consente nei propri piani o regolamenti opere di grande derivazione: non lo fanno il Gran Paradiso, lo Stelvio, le Dolomiti Bellunesi, l’Abruzzo. «Il campanello d’allarme suona anche per gli altri parchi», scrive nella lettera: il precedente rischia di risvegliare appetiti rimasti, fino a oggi, sopiti altrove. La partita si chiuderà solo dopo il parere degli enti locali e l’intesa tra Ministero e Regioni; i cittadini hanno tempo fino a metà luglio per presentare osservazioni. Ad aggravare il quadro c’è una presidenza vacante da un anno e mezzo: il ministero ha proposto una terna di nomi – secondo indiscrezioni sarebbero tutti toscani e vicini a Fratelli d’Italia – bloccata dal mancato accordo tra le due Regioni interessate.

Il contrasto con quanto accade nel resto d’Europa è netto. Nel 2025 sono state smantellate 602 barriere fluviali nel continente, il numero più alto mai registrato: +11% sul 2024, circa sei volte il dato del primo monitoraggio del 2020. Tre quarti delle opere rimosse erano alte meno di due metri e ormai inutilizzate; gli interventi hanno riconnesso 3.740 chilometri di fiumi, un contributo alla Nature Restoration Law europea, che punta a restituire almeno 25mila chilometri di corsi d’acqua al loro corso libero entro il 2030. In testa la Svezia, con 173 barriere rimosse, seguita da Finlandia e Spagna; per la prima volta hanno avviato progetti anche Islanda e Macedonia del Nord.

Dietro questi numeri c’è il crollo dei pesci migratori d’acqua dolce, diminuiti in Europa del 75% dal 1970, complici circa 1,2 milioni di barriere artificiali che spezzano i fiumi del continente. In Italia il Po, che un tempo ospitava storioni e alose, ne conserva oggi popolazioni ridotte a fantasmi. È in questo scenario, di un continente che cerca di restituire i fiumi al loro corso libero, che un parco nazionale italiano discute di sbarrarne altri.

Finora a muoversi pubblicamente contro la bozza è stata soltanto Legambiente, l’unica associazione che si è chiesta se la Romagna ha davvero bisogno di prelevare altra acqua dai suoi fiumi, o se non sarebbe più conveniente, per la natura e per le generazioni future, concentrarsi su delle alternative come la riduzione delle perdite nella rete idrica.

Ucraina: maxi-attacco con droni contro Mosca

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L’Ucraina ha lanciato un ampio attacco con droni contro Mosca. L’agenzia di stampa governativa russa TASS descrive l’attacco come «il più ampio degli ultimi due anni», e afferma che avrebbe coinvolto centinaia di droni nell’arco di otto ore, di cui almeno 180 intercettati. Secondo le autorità moscovite, i droni avrebbero impattato in diverse località di Lubertsy, nella periferia di Mosca, danneggiando una palestra e un impianto industriale. I detriti avrebbero anche danneggiato il tetto di un centro commerciale e di una abitazione privata. Secondo l’Ucraina sarebbe stata colpita una raffineria di petrolio di Mosca, e l’attacco avrebbe costretto le autorità russe a interrompere temporaneamente i voli commerciali.

Firmato l’accordo tra USA e Iran: i punti sanciscono la sconfitta americana

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Pare ormai ufficiale: gli Stati Uniti hanno perso la guerra contro l’Iran. Ieri, 17 giugno, a margine degli incontri del G7 ospitati dalla Francia, Trump ha firmato il memorandum d’intesa con la Repubblica Islamica, annunciato all’inizio della settimana. Il testo non è stato rilasciato da canali ufficiali statunitensi, ma è stato presentato integralmente ai giornalisti da un ufficiale di Washington durante una teleconferenza privata, per poi essere pubblicato anche dai media di Stato iraniani. Il documento diffuso sancisce la fine immediata delle ostilità su tutti i teatri di conflitto, «Libano incluso», e disciplina la revoca dei reciproci blocchi nel Golfo. Il resto dei punti delinea una sconfitta pressoché totale per gli Stati Uniti: Washington avrebbe ottenuto dall’Iran l’impegno a non dotarsi di un’arma nucleare, concedendo in cambio il ritiro di tutte le sanzioni, lo sblocco dei beni congelati e l’istituzione di un fondo da 300 miliardi di dollari come forma di risarcimento, piegandosi a tutte le richieste della Repubblica Islamica.

La sconfitta in Iran è più pesante di quella in Vietnam”. L’autorevole rivista statunitense di politica estera e relazioni internazionali Foreign Policy titola così il proprio articolo sul memorandum firmato ieri da Trump e dalle autorità iraniane. «Sembra scritto dall’Iran», commenta invece il giornale israeliano Haaretz. La cerimonia ufficiale per la firma avrebbe dovuto svolgersi domani in Svizzera, a Lucerna (inizialmente era stata individuata Ginevra come sede), ma alla luce della firma di ieri non è chiaro se si terrà lo stesso. Il testo del memorandum è stato diffuso nella mattina da Bloomberg e da media arabi, che ne avrebbero ottenuto una copia. Nel tardo pomeriggio, è stato letto ad alta voce da un funzionario anonimo durante una teleconferenza con i giornalisti. In Iran, nel frattempo, è stata fornita una copia all’agenzia di stampa di proprietà governativa Irna, che ne ha riportato il testo integralmente.

Il memorandum si intitola “Memorandum d’intesa di Islamabad tra gli Stati Uniti d’America e la Repubblica Islamica dell’Iran” e si sviluppa in 14 punti. Esso costituisce una sorta di pre-accordo e istituisce un cessate il fuoco di 60 giorni estendibili, periodo entro cui le rispettive delegazioni porteranno avanti le negoziazioni per raggiungere un accordo definitivo sui punti ancora oggetto di negoziato. Il primo punto del memorandum sancisce «la cessazione immediata e permanente delle operazioni militari su tutti i fronti, compreso il Libano» da parte di tutti gli attori coinvolti nel conflitto assieme all’impegno ad astenersi da ulteriori attacchi; questo medesimo punto garantisce inoltre «l’integrità territoriale e la sovranità del Libano». Il memorandum prevede poi che USA e Iran rispettino la reciproca sovranità e impegna Wahsington e Teheran a non interferire negli affari interni reciproci. USA e Iran si impegnano poi a revocare immediatamente i rispettivi blocchi marittimi: la revoca del blocco sullo Stretto di Hormuz dovrà venire accompagnata da operazioni di sminamento e dovrebbe portare a una graduale ripresa del traffico ai volumi prebellici.

I punti che seguono questi primi impongono dure condizioni agli USA. «Gli Stati Uniti d’America si impegnano, insieme ai partner regionali, a elaborare un piano definitivo e concordato di comune accordo, con uno stanziamento di almeno 300 miliardi di dollari, per la ricostruzione e lo sviluppo economico della Repubblica Islamica dell’Iran», si legge nell’accordo. «Tutte le licenze, le deroghe e le autorizzazioni necessarie per le relative transazioni finanziarie saranno concesse dagli Stati Uniti d’America». Gli USA si impegnano poi a sbloccare i fondi congelati dell’Iran e a porre fine «a tutte le tipologie di sanzioni» contro il Paese, «comprese le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, le risoluzioni del Consiglio dei Governatori dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica e tutte le sanzioni unilaterali statunitensi, primarie e secondarie»; per coprire il periodo in cui la cessazione delle sanzioni entrerà in effetto, gli USA rilasceranno deroghe al commercio di petrolio e greggio iraniano.

L’Iran, intanto, «ribadisce che non si procurerà né svilupperà armi nucleari». Le discussioni sul programma nucleare iraniano verranno portate avanti nei prossimi 60 giorni e il memorandum non presenta alcun altro vincolo sulla questione. Come per il tema del programma nucleare, la maggior parte degli altri punti verrà approfondita nella fase di negoziazione che viene inaugurata dal memorandum. I punti inderogabili a cui il memorandum viene subordinato restano la fine completa delle ostilità e l’impegno a non portare avanti ulteriori attacchi in alcun teatro di conflitto, il riconoscimento della integrità territoriale libanese, il sollevamento dei rispettivi blocchi marittimi, le deroghe temporanee al commercio di petrolio iraniano e lo sblocco dei beni congelati di Teheran. Il memorandum verrà adottato con una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

Alla luce di tutto, le critiche che la stampa di tutto il mondo ha riservato a Trump sono pienamente comprensibili: gli USA hanno mosso una guerra che in breve tempo è finita per incentrarsi sul tentativo di riaprire uno stretto di mare che non sarebbe mai stato chiuso se quella guerra non fosse iniziata. L’Iran otterrà l’accesso ai propri beni sequestrati, l’annullamento di 47 anni di sanzioni e 300 miliardi di dollari di risarcimento; davanti a queste richieste gli USA sono riusciti a ottenere un ritorno della situazione sul Golfo Persico alla normalità e l’impegno dell’Iran a non dotarsi di un ordigno bellico che la Repubblica Islamica ha sempre detto di non avere intenzione di ottenere.