Le principali Borse asiatiche hanno toccato nuovi massimi storici grazie al forte calo del prezzo del petrolio seguito all’accordo che ha posto fine alle tensioni tra Stati Uniti e Iran e alla riapertura dello Stretto di Hormuz. La discesa delle quotazioni energetiche ha ridotto i timori legati all’inflazione, spingendo gli investitori verso attività più rischiose. Il Brent è sceso a 79,03 dollari al barile, registrando una perdita del 9,5% nell’ultima settimana. In questo clima positivo, il Nikkei giapponese è salito dello 0,8%, segnando il quinto record consecutivo, mentre la Borsa sudcoreana ha guadagnato il 3,1%, portando il rialzo settimanale al 15,3%.
Il crepuscolo della locomotiva d’Europa: come è collassata l’economia tedesca
Per decenni, il “modello Germania” è stato descritto come l’architrave indiscutibile della stabilità europea. Una narrazione fondata sul surplus commerciale, sull’efficienza tecnologica della sua industria pesante e su una coesione sociale apparentemente inscalfibile, oltre che la possibilità non scritta di poter riscrivere, o al limite aggirare, i paletti normativi europei che si rivelavano in contrasto con il proprio sviluppo. Questa realtà non esiste più. I numeri testimoniano un declino apparentemente inarrestabile: da due anni il PIL tedesco è negativo, così come per la prima volta dalla riunificazione anche gli investimenti mostrano il segno meno, il numero di disoccupati ha toccato il record di 1,66 milioni e quella che una volta era nota come la “poderosa bilancia commerciale tedesca” (che rappresenta l’eccedenza delle esportazioni sulle importazioni) è crollata di un drammatico 22,2%. Un risultato che, come vedremo, non è un incidente della storia, né il frutto di una fluttuazione ciclica del mercato. Ma il risultato di una serie di scelte rivelatesi completamente sbagliate.
Il bollettino della miseria: il collasso sociale interno
I dati macroeconomici e sociali emersi recentemente dipingono un quadro cupo, che le dichiarazioni rassicuranti della cancelleria non riescono più a dissimulare. Secondo i rapporti diffusi dalle principali reti delle associazioni caritative tedesche e rilanciati dalle testate giornalistiche, la povertà in Germania ha raggiunto i massimi storici dal 2020 a oggi. Oltre il 16% della popolazione tedesca vive attualmente al di sotto della soglia di povertà. Si parla di più di 14 milioni di cittadini che non riescono a coprire i costi della vita quotidiana, un dato spaventoso per il Paese che fino a pochi anni fa dettava le regole dell’economia continentale.
Le associazioni di categoria e le ONG assistenziali denunciano una vera e propria “situazione di crisi permanente”. La risposta delle istituzioni, tuttavia, non si orienta verso un ripensamento del welfare o verso investimenti pubblici redistributivi, bensì ricalca fedelmente la spietata dottrina neoliberista, dello Stato come azienda. Dunque, di fronte al calo delle entrate fiscali e all’esplosione dei costi energetici, il governo prospetta e implementa nuovi e drastici tagli allo stato sociale. Dalla sanità ai sussidi di disoccupazione, fino ai fondi per l’istruzione, lo Stato tedesco sta progressivamente ritirando la propria rete di protezione, scaricando l’intero peso del declino economico sui segmenti più vulnerabili della popolazione: pensionati, famiglie monogenitoriali, lavoratori precari e la calante classe operaia delle periferie industriali. Qualcosa che in Italia conosciamo molto bene ormai da qualche decennio.
Il suicidio geoeconomico: sanzioni boomerang e desertificazione industriale
Per comprendere le radici di questa povertà di massa, è necessario analizzare il cortocircuito geoeconomico che la Germania si è autoinflitta. La prosperità industriale tedesca si è retta per quasi quarant’anni su un presupposto geopolitico fondamentale: l’accesso a energia a basso costo dall’Oriente, nello specifico il gas naturale russo, unito a una forte capacità di esportazione verso i mercati globali, inclusa la Cina. Recidendo unilateralmente e ideologicamente questo cordone ombelicale, sia versa Mosca che Pechino, Berlino ha firmato la propria condanna industriale.
L’adozione acritica dei pacchetti di sanzioni contro la Federazione Russa si è trasformata nel più clamoroso esempio di “sanzioni boomerang” della storia economica moderna. Il blocco del gas e il successivo, mai chiarito, attacco diretto al proprio Paese con il sabotaggio dei gasdotti Nord Stream, hanno privato il tessuto produttivo tedesco della sua materia prima vitale. Sostituire il gas russo con il costoso Gas Naturale Liquefatto (GNL) importato via nave dagli Stati Uniti o da intermediari terzi ha quadruplicato i costi energetici per le imprese.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: una desertificazione industriale in piena regola. Settori storici come la chimica, la siderurgia e l’automobilismo, quest’ultimo un tempo orgoglio nazionale, si trovano in una crisi irreversibile, con storiche aziende che stanno fallendo o sono già fallite. Interi distretti manifatturieri si stanno spegnendo, spingendo migliaia di lavoratori altamente qualificati verso l’indigenza o verso il settore dei servizi a basso salario. Colossi dell’auto, come Wolkswagen, che non avevano mai chiuso uno stabilimento in patria, si vedono costretti ad annunciare piani di licenziamento di massa e delocalizzazioni selvagge verso mercati esteri più competitivi. Alcuni del settore automobilistico, optano per l’economia di guerra e implementano la produzione militare. Il tessuto produttivo tedesco è stato sacrificato per difendere un atlantismo dogmatico, anteponendo gli interessi strategici di Washington al benessere e alla sopravvivenza economica dei propri cittadini.
La perdita di credibilità internazionale e l’isolamento geopolitico
Questa totale subalternità strategica ha finito per produrre un declassamento anche sul piano della rilevanza geopolitica globale. La Germania ha perso la propria postura di mediatore credibile all’interno del continente e nello scacchiere internazionale. L’espressione più evidente di questo declino diplomatico è stata la perdita del seggio non permanente nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU, un evento che certifica l’erosione della reputazione politica di Berlino agli occhi del Sud globale e delle potenze emergenti.
Nel tentativo di accreditarsi come il miglior esecutore delle direttive della NATO, la Germania ha finito per non rappresentare più un credibile interlocutore per una grossa fetta di mondo. Pesa in modo determinante l’enorme sforzo economico e militare profuso nel sostegno a oltranza all’Ucraina, così come l’allineamento incondizionato alle posizioni israeliane nel contesto mediorientale. Miliardi di euro sottratti al bilancio dello Stato tedesco, e quindi ai servizi pubblici e al contrasto alla povertà, sono stati dirottati nel finanziamento del conflitto nell’Europa dell’Est e nell’invio di forniture militari pesanti. Questa postura ultra-interventista ha alienato alla Germania la simpatia e la fiducia di gran parte della comunità internazionale, che oggi vede Berlino non più come una forza diplomatica orientata alla stabilità, ma come una pedina subalterna priva di una visione strategica autonoma.
La riconversione all’economia di guerra e l’ipocrisia delle élite
Mentre la povertà aumenta e le fabbriche civili chiudono, l’unico settore che sperimenta una crescita esponenziale in Germania è quello della difesa. In una torsione orwelliana della realtà, le stesse élite politiche ed economiche tedesche che fino a ieri deprecavano con indignazione morale la “conversione all’economia di guerra” della Russia, hanno avviato esattamente lo stesso processo all’interno dei propri confini.
Le grandi aziende tedesche di armamenti sono state le prime a fiutare il business della militarizzazione permanente e a intavolare strutturate joint venture con aziende ucraine, sia pubbliche che private, per la produzione e la manutenzione di veicoli corazzati e munizioni direttamente nei pressi del fronte. Poi hanno seguito altri Paesi. Ma il dato più allarmante riguarda la riconversione interna: persino le storiche aziende automobilistiche, strette nella morsa della crisi strutturale dell’elettrico e dei costi energetici, stanno convertendo intere linee produttive o stringendo accordi per la fornitura di componenti militari e veicoli da trasporto per la difesa. La produzione bellica è diventata, di fatto, l’ultimo ammortizzatore sociale rimasto a disposizione del capitalismo tedesco per frenare il crollo del PIL, trasformando la distruzione estera (che ha portato anche a quella interna) nell’ossigeno per l’economia interna. Una spirale che potrebbe avere conseguenze drammatiche qualora non fosse arrestata.
I fantasmi della storia: la potenza come surrogato della sicurezza
A coronamento di questa deriva strutturale, il governo tedesco ha annunciato e progressivamente implementato imponenti piani di ammodernamento e di espansione dell’esercito (Bundeswehr). Investimenti speciali da centinaia di miliardi di euro vengono stanziati per aumentare le capacità militari, reintrodurre surrettiziamente forme di coscrizione o servizio obbligatorio e incrementare la proiezione di forza della Germania.
Si tratta di un riflesso condizionato ben noto agli analisti della storia europea. Quando la sicurezza interna viene a mancare, sia essa reale o percepita, economica o sociale, e lo Stato non è più in grado di garantire il benessere e la stabilità della propria popolazione, la risposta delle classi dirigenti è quasi sempre la stessa: la ricerca della potenza, della forza. La militarizzazione della società e l’esaltazione della forza bellica diventano il surrogato tossico di una coesione sociale andata in frantumi, un mezzo per deviare il malcontento popolare verso un nemico esterno e per giustificare i sacrifici economici imposti alla cittadinanza.
La storia del continente europeo, e la traiettoria storica della Germania in particolare, mostrano chiaramente a quali catastrofi conduca questa specifica parabola. Il declino economico della Repubblica di Weimar e la successiva militarizzazione industriale restano un monito perenne che le attuali élite di Berlino sembrano aver rimosso. Cercare di compensare il fallimento attraverso l’espansione militare e l’allineamento ai tamburi di guerra globali non salverà la Germania dal suo declino, ma rischia di accelerare la destabilizzazione dell’intero continente.
Pacifico, USA attaccano petroliera di presunti narcos: 3 morti
Nelle scorse ore, le forze armate statunitensi hanno colpito nel Pacifico orientale un’imbarcazione sospettata di essere coinvolta nel narcotraffico, causando la morte di tre persone. L’operazione si inserisce nella campagna lanciata dall’amministrazione di Donald Trump contro i gruppi definiti “narcoterroristi” in America Latina. Secondo il Comando meridionale USA, il natante operava su rotte note per il traffico di droga ed era legato a organizzazioni inserite nella lista dei gruppi terroristici. Dall’inizio della campagna, avviata a settembre, gli attacchi contro imbarcazioni sospette hanno provocato almeno 211 morti. La strategia è però contestata da diversi governi della regione, che ne mettono in dubbio legittimità ed efficacia.
Trump bullizza di nuovo il governo italiano: “Meloni mi ha fatto un po’ pena”
Donald Trump torna ad attaccare Giorgia Meloni con toni che lasciano poco spazio alle interpretazioni. A pochi giorni dal G7, dove i due leader si sono rivisti dopo mesi di frizioni, il presidente statunitense ha ironizzato sull’incontro: «Probabilmente è contenta che io le abbia parlato! Non ero obbligato a parlarle!», ha affermato in un’intervista telefonica rilasciata a “L’Aria che tira” (La7), prima di aggiungere: «Mi ha implorato di fare una foto con lei! Voleva una foto con me così tanto. L’avrei anche non fatta, ma mi ha fatto pena!». Parole che hanno gettato nell’imbarazzo Palazzo Chigi. Meloni ha replicato definendosi «francamente allibita» e affermando: «Io e l’Italia non imploriamo mai». Solidarietà alla premier è arrivata dal governo, con il ministro degli Esteri Antonio Tajani che ha annullato una visita prevista negli USA, ma anche dalle opposizioni, che hanno però attribuito l’accaduto alla linea politica di «subalternità» tenuta finora dall’esecutivo nei confronti di Washington.
Sin da subito ci si è resi conto come le dichiarazioni di Trump avessero gelato il governo italiano, dove fino a pochi giorni prima si era sostenuto con ottimismo che i dissidi fossero ormai superati, come attestato dalla frase «Siamo sempre stati amici», pronunciata con un certo disagio dalla premier in riferimento a Trump durante il summit francese, accanto al presidente del consiglio europeo Antonio Costa. Nella sua risposta, registrata con un video fatto circolare dopo lo scoppio delle polemiche, Meloni ha affermato: «Certe cose meritano una risposta immediata: le dichiarazioni di Donald Trump sono dichiarazioni totalmente inventate, sono francamente allibita». Poi ha cercato di replicare all’atteggiamento del tycoon: «Non so perché il presidente degli Stati Uniti si comporti così con i propri alleati, non è per il resto la prima volta che accade. Posso solo dire che dispiace che non abbia la stessa determinazione con i nemici dell’Occidente, con i nemici degli Stati Uniti». Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha annullato la visita prevista negli Stati Uniti per il 21 e 22 giugno dopo «le gravi e offensive parole del presidente Trump nei confronti del presidente del Consiglio Giorgia Meloni», parole che «offendono tutta l’Italia».
Ma questa è solo l’ennesima tappa di una tensione iniziata mesi fa. Il primo vero strappo risale alla decisione dell’Italia di negare il supporto militare agli Stati Uniti per sbloccare lo Stretto di Hormuz, con Trump che aveva tuonato: «L’Italia non c’è stata per noi, noi non ci saremo per loro», riaccendendo i riflettori sul diniego dell’uso della base di Sigonella. Lo scontro era poi montato quando Meloni aveva preso pubblicamente le difese di Papa Leone XIV, bersaglio degli attacchi del tycoon per le sue parole sulla crisi in Medio Oriente. In quell’occasione, Trump aveva definito il Pontefice un «debole» e aveva criticato duramente la premier: «Sono scioccato, pensavo avesse coraggio». Nonostante i tentativi di ricucire lo strappo al G7 di Evian, con Meloni che aveva dichiarato di aver «trovato il rapporto immutato», le dichiarazioni di Trump di oggi hanno dimostrato che il clima di aperto scontro non si è affatto sopito.
Quello di oggi è insomma un nuovo grosso macigno sui rapporti tra il governo Meloni e Trump, che manda (forse definitivamente) in soffitta l’idea, coltivata da Palazzo Chigi, di un’Italia capace di fare da “ponte” tra Washington e l’Europa. Meloni aveva investito moltissimo sul suo presunto rapporto privilegiato con Trump per accreditarsi all’estero. Nel marzo 2025 Meloni invitava l’Unione europea a non reagire ai dazi americani con una spirale di ritorsioni commerciali, sostenendo che una guerra dei dazi non sarebbe stata una buona soluzione e che occorresse invece cercare punti d’intesa con Washington. La strategia di accreditarsi come interlocutrice privilegiata di Trump è proseguita anche nei mesi successivi. Il 23 gennaio 2026 la premier arrivò infatti ad auspicare che al presidente statunitense potesse un giorno essere assegnato il Premio Nobel per la Pace, affermando che, qualora fosse riuscito a favorire una pace giusta e duratura in Ucraina, l’Italia avrebbe potuto perfino sostenerne la candidatura. Sul dossier Gaza, poi, Meloni salutò con entusiasmo l’iniziativa americana per il cessate il fuoco, definendola una possibile svolta capace di portare alla fine delle ostilità, alla liberazione degli ostaggi e a un maggiore accesso degli aiuti umanitari. Dopo l’annuncio dell’intesa, ringraziò pubblicamente Trump per aver lavorato instancabilmente alla conclusione del conflitto, presentandolo come uno dei principali artefici dell’accordo.
Sacrificare le leggi ambientali per costruire data center: il lavoro delle lobby a Bruxelles
L’Action Plan europeo per l’intelligenza artificiale ha l’ambizioso obiettivo di triplicare la potenza dei data center nel giro di circa cinque anni, un traguardo che potrebbe scontrarsi con le reali capacità della rete elettrica oggi a disposizione. Questo limite è ormai al centro di scontri politici internazionali, con le diverse nazioni che discutono animatamente su che direzione intraprendere nell’edificare nuove centrali elettriche. Nel frattempo, la lobby del settore fa pressioni perché le istituzioni mettano da parte gli obiettivi ambientali prestabiliti, per concentrarsi solo ed esclusivamente sullo sviluppo dei data center.
L’Unione Europea, così come le altre principali potenze globali, vede nel cloud, nei big data e nell’intelligenza artificiale il futuro dell’economia, del lavoro, della sicurezza e della Difesa. Queste risorse digitali finiscono spesso con l’intrecciarsi tra loro, ma si reggono tutte su infrastrutture che, con la progressiva evoluzione della tecnica, richiedono una quantità crescente di risorse energetiche. Per avere un’idea di come stia evolvendo la richiesta di elettricità, l’azienda di consulenza finanziaria S&P Global stima che la domanda energetica dei data center europei raddoppierà entro il 2030. In risposta a questo fenomeno, sta crescendo di pari passo l’influenza dell’Alleanza europea per il nucleare, organizzazione a cui l’anno scorso ha aderito anche l’Italia.
Secondo la lobby European Data Center Association (EUDCA), né il rinnovato interesse per il nucleare né quello per le rinnovabili permetteranno però all’Europa di soddisfare l’urgenza di produzione e distribuzione energetica. O, per essere precisi, il gruppo mette in dubbio che gli interventi previsti per sopperire alla domanda vengano portati a termine nei tempi stabiliti. “Ogni buona idea è al momento frenata dalla certezza, sulla carta, che tutto si muoverà nei tempi previsti”, ha lamentato Lex Coors, presidente della EUDCA, secondo quanto riportato da Politico.
“La rete elettrica non è pronta, [i reattori nucleari modulari piccoli] non arriveranno in tempo. Quindi cosa si deve fare?”, si chiede retoricamente il lobbista, evidenziando un problema che avrebbe tanto a che vedere con la produzione quanto con i consumi. Eppure, una revisione dei consumi è evidentemente fuori discussione, perché sia l’associazione sia i governi ritengono che si debba puntare su “competitività, sovranità, sostenibilità e rapidità”, così da poter reggere il confronto nella corsa all’IA portata avanti da Stati Uniti e Cina.
La soluzione suggerita tra le righe dalla EUDCA è quella di ridiscutere i traguardi ambientali e di predisporre la possibilità di usare elettricità generata dagli idrocarburi per colmare quelle mancanze che, secondo la ricostruzione di Coors, non potranno essere compensate dalle batterie di stoccaggio dell’energia rinnovabile. L’associazione continua ufficialmente a sostenere il solare, l’eolico e il nucleare, ma strizza l’occhio anche a fonti inequivocabilmente inquinanti pur di garantire un approvvigionamento stabile alle aziende che rappresenta, tra cui giganti come Microsoft, Google e Amazon Web Services.
Non può sfuggire che, in maniera del tutto affine al contesto bellico, anche l’escalation della competitività commerciale e finanziaria è destinata a finire in un circolo vizioso, per cui al crescere degli sforzi di una parte le altre si sentono in dovere di rilanciare per non restare indietro. Questo rischia di condizionare l’Unione Europea, spingendola in una gara al ribasso sulle norme ambientali, visto che gli Stati Uniti – punto di riferimento occidentale per lo sviluppo dell’IA – l’attuale Amministrazione sta dimostrando di essere disposta a sospendere l’applicabilità delle leggi ambientali pur di permettere ai data center considerati “critici per l’economia e il Dipartimento della Guerra” di bruciare tutto il gas che vogliono per alimentare le loro aziende e i loro servizi.
Israele non cessa i bombardamenti sul Libano: 18 morti
Nonostante l’accordo di cessate il fuoco e il memorandum per una pace raggiunto tra USA e Iran, che estende la tregua tra le parti a tutti gli attori coinvolti nel conflitto in corso in Medio Oriente, Libano incluso, Israele continua ad attaccare il Paese dei Cedri. Oggi è arrivato un bilancio delle autorità di Beirut che sostengono che in seguito ai bombardamenti israeliani condotti durante la notte, l’esercito di Tel Aviv avrebbe ucciso almeno 18 persone, ferendone altre 33. Per ora, malgrado le violazioni israeliane, l’accordo tra Teheran e Washington pare tenere. Secondo indiscrezioni mediatiche non confermate dai canali ufficiali della Repubblica Islamica, tuttavia, Teheran starebbe valutando l’ipotesi di congelare il memorandum.
Capire Leopardi: smontiamo una volta per tutte la storia del “pessimismo cosmico”
Per molti italiani Leopardi è il poeta del pessimismo. Un’etichetta che si ripete di continuo nei manuali scolastici, e così Leopardi è diventato il poeta triste per eccellenza; un giovane gobbo che trascorre la propria esistenza a contemplare l’infelicità umana. Un grande noioso, insomma. Ma è davvero giusto ridurre uno dei più grandi poeti di tutti i tempi a una formula scolastica? Oppure dietro quell’etichetta si nasconde un equivoco che dura ormai da due secoli? La verità è che Leopardi non fu mai il poeta della rinuncia.
Fu un uomo capace di chiedersi cos’è la verità? E quale prezzo paghiamo nel dirla? Cosa sono la felicità e il dolore, il desiderio, la morte, e la vita? E appunto ciò che lo rende tanto vivo è che Leopardi non affronta questi temi da un punto di vista astratto o accademico. Li vive sulla propria pelle. Ma andiamo con ordine. Giacomo Leopardi nasce a Recanati nel 1798, all’interno di una famiglia nobile ma profondamente conservatrice. Il padre, il conte Monaldo, possiede una biblioteca immensa, una delle più ricche delle Marche. Quella biblioteca diventerà il mondo di Giacomo. Leopardi passa intere ore circondato dai libri. Impara il latino, il greco, l’ebraico. Traduce i classici. Se queste stanze potessero parlare, vi parlerebbero di un adolescente che scrive al suo più caro amico, Pietro Giordani, in realtà il suo unico amico, raccontandogli dei sogni che gli agitano l’anima, delle speranze per l’avvenire, delle sue idee con tale profondità che poi l’amico ebbe a dire che Leopardi «fa spavento». Fa spavento una così grande intelligenza, una sensibilità tanto grande.
Ma vi parlerebbero anche della pena di un giovane che non sa spiegarsi le ragioni della semicecità che lo ha colpito. Del desiderio di un ragazzo desideroso di conoscere il mondo, che si slancia verso l’infinito, per poi essere ricondotto a forza nel suo palazzo-prigione da un padre inflessibile. Ben presto, infatti, Recanati comincia a stargli stretta. Nel 1819 tenta di fuggire da casa. Scoperto dal padre, è costretto a rinunciare. Nel frattempo la sua salute peggiora ulteriormente e teme perfino di diventare cieco. Eppure è in questo periodo che nasce una delle poesie più celebri della letteratura mondiale: L’Infinito.
A prima vista sembrerebbe un paradosso. Un giovane quasi isolato dal mondo, afflitto dalla malattia e dalla delusione, scrive una poesia che da oltre due secoli continua a parlare di immensità, di apertura e di libertà. L’ispirazione nasce da un luogo semplicissimo: il monte Tabor, poco distante dalla casa paterna. Una siepe gli impedisce di vedere l’orizzonte. Ma proprio quel limite diventa il punto di partenza dell’immaginazione. Dove l’occhio non riesce ad arrivare, interviene la mente.
Quando scrive «sempre caro mi fu quest’ermo colle», Leopardi non sta semplicemente descrivendo un paesaggio. Sta raccontando il bisogno profondamente umano di andare oltre ciò che possiamo vedere. Questo è uno dei passaggi più importanti di tutta la poetica leopardiana. Il limite non distrugge il desiderio. Lo genera. Lo sguardo di Leopardi si spinge oltre l’albero, oltre la siepe, oltre la torre che circoscrivono la sua vista e lascia spaziare la sua immaginazione fino a figurarsi quegli «interminati spazi e sovraumani silenzi».
A dispetto della malattia, della quasi cecità, dell’atroce solitudine, l’animo di Leopardi è ricolmo di entusiasmo. L’immensità cui aspira però è troppo grande per essere contenuta dallo sguardo di un solo uomo: il cuore di Leopardi quasi «spaura» davanti all’infinito. Alla fine un sorriso appare sulle sue labbra: «e il naufragar m’è dolce in questo mare». Con questo verso non sta celebrando la rinuncia alla vita, ma l’abbandono dell’io dentro qualcosa di più grande.
Già qui emerge una caratteristica che accompagnerà tutta la sua opera. Leopardi non smette mai di interrogarsi sul dolore umano. Ma non smette nemmeno di interrogarsi sulla bellezza, sul desiderio e sulla capacità dell’uomo di immaginare ciò che non possiede. Leopardi si chiederà sempre: che cosa significa vivere pienamente? È una domanda che ritorna continuamente nelle sue opere e che raggiunge una delle sue formulazioni più alte nel Canto notturno di un pastore errante dell’Asia. Qui il protagonista non è più il poeta di Recanati. È un pastore sperduto sotto il cielo stellato. Eppure le sue domande sono le stesse che ogni essere umano si pone da millenni.
Perché esistiamo? Qual è il significato della nostra presenza nel mondo? La luna ascolta in silenzio. Non risponde. Ed è proprio questo silenzio a rendere il testo così moderno. Leopardi comprende che molte delle domande fondamentali dell’esistenza potrebbero non avere risposta. Ma il valore dell’uomo non consiste nel possedere tutte le risposte. Consiste nel continuare a interrogarsi.
Nasce così Il passero solitario. Anche qui la lettura scolastica rischia di essere riduttiva. Certo, il poeta si confronta con la solitudine. Certo, osserva gli altri giovani partecipare alla vita mentre lui rimane ai margini. Ma il centro della poesia non è l’autocommiserazione. È la consapevolezza del tempo che passa. È la scoperta che ogni occasione perduta lascia una traccia irreversibile nella nostra esistenza.
Non tutti sanno, inoltre, che il passero di cui parlava Leopardi non è il comune passerotto che vediamo nei nostri giardini. La monticola solitarius (comunemente detto passero solitario) è un uccello dal piumaggio azzurrino che è assai diverso dai suoi simili: questo passero infatti vive da solo e non in gruppo, predilige le località deserte e rocciose, le cave di pietra, le rovine, i campanili. Però questo uccellino solitario ha ricevuto un dono dalla natura: un canto melodioso. Mentre gli altri uccelli volano e si divertono, lui è l’unico a cantare e il suo canto si diffonde nell’intera valle. Dalla sua solitudine nasce un canto dolcissimo.
Nell’autunno del 1822 Leopardi ha finalmente ottenuto dal padre il permesso di lasciare Recanati e di visitare Roma. La città eterna però gli parve squallida, così diversa dalla Roma che aveva sognato e di cui aveva letto nei libri. Gli intellettuali romani erano arroganti, noiosi, presi dai loro intrighi di palazzo, dalle loro piccole faide tra cricche rivali. A Roma Leopardi è più solo che mai. A Bologna s’innamora della contessa Teresa Carniani Malvezzi. S’immagina di poter intrattenere con questa nobildonna di origini fiorentine, più anziana di lui di tredici anni, un’amicizia platonica. Le parla di storia, poesia, letteratura; riversa in queste appassionate conversazioni il desiderio di essere compreso, ma il marito di lei è fin troppo geloso e la contessa non è disposta a ricambiarlo. Colpito nuovamente dall’aggravarsi del disturbo agli occhi, è costretto a sciogliere il contratto con il suo editore.
È in questo contesto che nascono le Operette morali. E probabilmente si tratta dell’opera più sottovalutata dell’intera letteratura italiana. Il linguaggio delle Operette Morali è chiaro, ragionato, preciso come un raggio laser o il bisturi di un chirurgo. Attraverso dialoghi immaginari, paradossi e invenzioni filosofiche, Leopardi mette sotto processo le illusioni dell’uomo moderno: il Progresso, la Felicità, la Moda, la Superiorità della specie umana.
Ma ancora una volta sarebbe sbagliato leggere queste pagine come semplice pessimismo. Leopardi non distrugge le illusioni perché odia l’uomo. Le distrugge perché ama troppo la verità. Vuole costringere l’umanità a guardarsi allo specchio. Vuole liberarla dalle menzogne che racconta a se stessa. Ed è proprio questo percorso che conduce al suo ultimo grande capolavoro: La Ginestra. Ed è qui che l’intero percorso leopardiano si ricompone. Non come sistema filosofico chiuso, ma come processo di disvelamento progressivo.
Sulle pendici del Vesuvio, tra campi cosparsi di «cenere infeconde» e di lava, cresce la ginestra. La ginestra è «contenta dei deserti», non inveisce rabbiosamente contro la sorte, non si dispera, non supplica, non s’illude. Accetta con tranquillità il mondo per ciò che è. All’uomo invece, dice Leopardi, piace «favoleggiar». Disprezza coloro che gli parlano con franchezza, condanna all’oblio le tante Cassandre che parlando con onestà sono inascoltate, perché gli uomini preferiscono dar credito a coloro che li illudono.
Ma risposta non è il silenzio né la resa. È la solidarietà. La ginestra che cresce sulle pendici del Vesuvio è il simbolo di una resistenza non illusoria: non si tratta di credere in un senso del mondo, ma di riconoscere la comune condizione di fragilità che lega gli esseri umani. La vera alternativa non è tra ottimismo e pessimismo, ma tra ignoranza e consapevolezza. La ginestra, nata in terreni aridi, infecondi, in «tristi lochi», cresce tra asprezze e rovine, eppure spande nell’aria un profumo dolcissimo «quasi i danni altrui commiserando». Chi comprende le asprezze della vita, chi riesce a sopportare le ingiustizie e i dolori che la carne eredita, non potrà non compassionare i suoi simili, offrendo aiuto a chi soffre.
Leopardi cioè non costruisce illusioni consolatorie, ma smonta quelle già esistenti. E quest’opera di decostruzione non approda al nichilismo, bensì a una forma estrema di lucidità: l’idea che la verità non sia ciò che conforta, ma ciò che resiste anche quando non consola. Per questo ridurre Leopardi al “pessimismo cosmico” significa mancare il punto essenziale della sua poetica. Leopardi non insegna a disperare del mondo. Insegna a guardarlo senza maschere. E proprio in questo sguardo si apre la possibilità di una forma diversa di umanità. C’è uno slancio eroico in tutta la sua poesia. E se dovessi usare una parola per descrivere Leopardi, userei proprio questa parola qui: eroico. Perché Leopardi fu il poeta che più di tutti lottò per tenere assieme verità e bellezza.
Colombia: 99 guerriglieri abbandonano le armi
Poco meno di cento guerriglieri hanno deposto le armi in una zona della giungla nel sud della Colombia, nell’ambito di negoziati per raggiungere la “paz total” (pace totale) portati avanti dal presidente Gustavo Petro. I miliziani, in totale 99 appartenevano al Comitato Nazionale di Coordinamento dell’Esercito Bolivariano, uno dei gruppi armati ancora attivi in Colombia. La deposizione delle armi da parte dei guerriglieri rappresenta il maggiore successo del progetto di Petro, che ha tentato senza successo di raggiungere accordi con tutti i gruppi armati del Paese ampliando il processo di pace avviato con l’accordo del 2016 tra il governo colombiano e il gruppo armato FARC.
L’Ucraina ha lanciato il più grande attacco di droni contro la Russia
Una pioggia di petrolio si è abbattuta sulla periferia sud-est di Mosca dopo il vasto raid di droni ucraini che ha preso di mira la principale raffineria della capitale. L’attacco, il più pesante degli ultimi due anni sulla capitale, ha visto intercettare quasi 200 droni solo su Mosca e oltre 550 in tutto il Paese, causando incendi e ferendo diverse persone. La raffineria di Kapotnya, che fornisce il 40% del carburante della regione e rifornisce gli aeroporti, è stata colpita per la seconda volta in pochi giorni, interrompendo le attività. La Federazione ha attivato i dispositivi di sicurezza, modificando i percorsi delle linee di trasporto pubblico e interrompendo temporaneamente il traffico aereo. L’attacco ucraino si colloca sulla scia di una escalation militare che sta vedendo Kiev scagliare attacchi sempre più in profondità nel territorio russo; si attende, intanto, una eventuale rappresaglia russa, che nelle ultime settimane ha risposto agli attacchi di Kiev con raid altrettanto severi sulle città ucraine.
L’attacco ucraino è arrivato nella notte tra mercoledì e ieri, 19 giugno. Da quanto comunica l’agenzia di stampa governativa russa TASS l’Ucraina avrebbe scagliato in totale 555 droni, di cui oltre 190 nella sola città di Mosca. L’attacco ha provocato diversi danni, abbattendosi sulla raffineria di petrolio di Mosca a Kapotnya, dove è esploso un incendio. Incendi anche a causa dei detriti dei droni, precisamente a Elektrostal e in un centro commerciale a Lyubertsy; sempre a Lyubertsy sono stati danneggiati due uffici, mentre a Zhukovsky un drone ucraino ha colpito un condominio, danneggiandolo e costringendo i residenti a evacuare. Gli attacchi hanno inoltre provocato la dispersione di prodotti industriali nell’aria e sollevato una nube nera su Mosca, che si è poi scatenata in una “pioggia di petrolio”. Le autorità russe hanno risposto avviando indagini e inviando le squadre di soccorso sui luoghi colpiti. Sono stati anche ridisegnati i percorsi dei trasporti di Mosca e quattro aeroporti nella regione della capitale – Sheremetyevo, Vnukovo, Domodedovo e Zhukovsky – hanno temporaneamente interrotto le attività; lo scalo di Sheremetyevo ha inoltre evacuato i passeggeri in aree sicure. Non è noto il totale dei feriti, ma i media ucraini menzionano dichiarazioni delle autorità russe e sostengono che sarebbero almeno 17, compresi due bambini.
Il numero di droni scagliati dall’Ucraina rende l’attacco di ieri il secondo maggiore attacco sulla Federazione degli ultimi due anni e il più ampio su Mosca. A detenere il primato assoluto rimane un attacco lanciato lo scorso 17 maggio, che avrebbe impiegato 556 UAV. Prima di quello odierno, il maggiore attacco di rilievo si è registrato il 6 giugno, quando, secondo il Ministero della Difesa russo, 376 droni ucraini sarebbero stati abbattuti e intercettati. In generale, nell’ultimo periodo l’Ucraina ha aumentato l’intensità dei propri attacchi: il 3 giugno, le difese aeree russe avrebbero abbattuto 354 droni ucraini, l’11 giugno 330 droni e il 10 giugno altri 326. L’attacco ad avere provocato più danni, tuttavia, è stato quello del 22 maggio, in cui Kiev ha preso di mira la regione del Lugansk: in quell’occasione, secondo la Federazione Russa, sarebbe stata colpita una scuola a Starobelsk, dove risiedevano prevalentemente ragazzi, anche minorenni; in seguito al bombardamento 21 ragazzi sarebbero stati uccisi e un’altra sessantina di giovani sarebbe rimasta ferita.
In seguito ai bombardamenti sulla scuola di Starobelsk, la Russia ha emanato un avviso in cui ha chiesto a tutti i cittadini stranieri di lasciare la capitale ucraina e ai cittadini ucraini di rimanere lontani dai luoghi sensibili; il piano era quello di rispondere con una pesante rappresaglia, che effettivamente è arrivata nei giorni successivi. In generale, gli ultimi mesi sono caratterizzati proprio da questo scambio incrociato di attacchi ad alta intensità, che non paiono volersi fermare; secondo quanto apparso sui media internazionali, anche in occasione dell’attacco di ieri, le autorità russe – e precisamente il ministro degli Esteri Lavrov – avrebbero minacciato ritorsioni più dure sull’Ucraina.
Intanto, sul fronte diplomatico la situazione resta tesa. La Turchia continua a mostrare la propria disponibilità a ospitare eventuali negoziati tra le parti, mentre Putin e Zelensky alternano fasi in cui paiono volere organizzare un incontro ad altre in cui lo rigettano; in via generale, Zelensky preme per organizzare un incontro trilaterale in territorio neutrale. Bruxelles, invece, continua a tenere la linea di supporto totale all’Ucraina, emanando nuove sanzioni alla Russia; sul fronte politico, tuttavia, pare che si stia sbloccando qualcosa e – tra le divisioni dei vari Paesi – l’UE sta discutendo l’ipotesi di aprire un canale diplomatico diretto con Mosca. Giusto due giorni fa ha avuto particolare eco la notizia per cui lo staff del presidente del Consiglio dell’Unione Antonio Costa avrebbe sentito telefonicamente funzionari russi proprio nel tentativo di riavvicinarsi al Cremlino e aprire una via negoziale; la notizia non è stata confermata da canali ufficiali, ma le varie agenzie di stampa europee paiono darla ormai per certa.










