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In Sardegna è in corso un’esercitazione militare in piena stagione turistica

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Con l’estate ormai al via, i sardi si sono ritrovati in casa l’ennesima esercitazione militare. Questa volta a trasformare l’isola in uno scenario bellico sarà la Marina italiana, fino al prossimo 5 luglio, nel pieno della stagione turistica. Il Comitato misto paritetico per le servitù militari della Sardegna ha lamentato l’assenza di preavviso e informazioni, chiedendo delucidazioni al ministro della Difesa Guido Crosetto. La richiesta è stata estesa anche al Consiglio regionale e alla presidente della Regione Alessandra Todde. Nel frattempo l’addestramento continua, interdicendo l’accesso a una vasta area del nord della Sardegna, tra l’isola della Maddalena, quella di Caprera e la costa gallurese.

Area interdetta (Capitaneria di Porto La Maddalena).

Il 14 giugno scorso la Capitaneria di Porto di La Maddalena ha diramato un’ordinanza con la quale annunciava, per il giorno seguente, l’inizio dell’addestramento COMSUBIN 2026. A esercitarsi sarà dunque il Comando subacquei e incursori Teseo Tesei (COMSUBIN) della Marina Militare, trasformando in scenario bellico un esteso triangolo del territorio sardo, tra l’Arcipelago della Maddalena e la Costa Smeralda. L’accesso in uno dei tratti più frequentati della Sardegna sarà interdetto a persone e natanti fino al prossimo 5 luglio, a estate inoltrata. Non mancano le proteste dei residenti, confluite in un esposto che il Comitato misto paritetico per le servitù militari (COMIPA) della Sardegna ha presentato al governo Meloni. I componenti civili dell’organo regionale denunciano la violazione dei protocolli d’intesa sottoscritti tra il ministero della Difesa e la Regione Sardegna in materia di esercitazioni militari, criticando l’addestramento nel merito e nel metodo. Il COMIPA mette nel mirino il tempismo scelto per le esercitazioni, organizzate «in piena stagione turistica», e la «mancata informativa», bypassando di fatto «la sede preposta ad analizzare i profili connessi alle servitù militari, la tutela ambientale e la programmazione delle attività addestrative».

COMSUBIN 2026 è soltanto l’ultima della lunga serie di esercitazioni militari che periodicamente investono la Sardegna, nonostante i disagi per i suoi abitanti, a partire dai danni ambientali. Alla militarizzazione dell’isola si aggiungono diverse spinte speculative: una di queste sta interessando proprio la costa gallurese, dove è in programma la costruzione di un mega resort di lusso in un’area protetta, ignorando vincoli e proteste.

Valsesia: la valle del Piemonte che sta diventando una colonia israeliana

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Da Borgosesia a Varallo, passando per Cravagliana e Scopello, le valli piemontesi stanno conoscendo una rinascita demografica al quanto particolare. Al centro di questa trasformazione c’è “Progetto Baita”, un’iniziativa che ha già portato in Valsesia oltre ottanta nuclei familiari israeliani, circa 250 persone (con più di 400 soci registrati) decisi a intraprendere una nuova vita e investire in un territorio fino a poco tempo fa segnato dallo spopolamento. Sulla carta, ci troviamo di fronte a una storia di puro pragmatismo amministrativo e accoglienza, spesso incorniciata sotto l’etichetta di vero e proprio “Modello Varallo”. Eppure, osservando la dinamica attraverso le lenti delle attuali relazioni di potere internazionali, emergono profonde storture morali e politiche. 

Il racconto predominante nei media si concentra sulla salvezza dei borghi e sulla fuga di persone stanche della tensione della guerra. Ugo Luzzati, ideatore del progetto, racconta così la genesi dell’iniziativa: «Venivo con la famiglia in Valsesia per le vacanze. Ma ad un certo punto ho iniziato a passarci sempre più tempo, fino a trasferirmi. Il mio paese è cambiato, si è rotto qualcosa. La riforma giudiziaria del ’23 ha spaccato Israele». È stato poi il precipitare degli eventi in Medio Oriente a trasformare questa migrazione in un esodo strutturato. «Dal 7 ottobre in poi la nostra associazione ha avuto un ruolo fondamentale», ha precisato Luzzati, rimarcando il bisogno di allontanarsi dall’escalation bellica. Dall’altra parte, le amministrazioni locali del Vercellese abbracciano l’arrivo di queste persone, e dei loro capitali, con evidente entusiasmo, oscurando il peso geopolitico di questo trapianto demografico. Il sindaco di Varallo Sesia, Pietro Bondetti, celebra orgogliosamente l’impatto: «Classi così affollate non si vedevano dagli anni ’60. Prima del loro arrivo era una zona a rischio desertificazione demografica. Oggi siamo rinati». 

Una narrazione corale, che unisce le istituzioni nella celebrazione di famiglie che arrivano in cerca di una vita tranquilla e serena, lontana dai pericoli della guerra, come raccontato sul sito della Comunità ebraica di Milano. La stessa Comunità che, per bocca della sua vicepresidente, Dalia Gubbay, ha espresso profonda preoccupazione per il clima di crescente ostilità e antisemitismo che si respirerebbe in Italia e in Europa. «Ogni volta è peggio. Mi ritengo una donna con le spalle forti, ma quando ne parlo mi viene un po’ il magone. Ci sono dei momenti in cui ci sentiamo veramente come negli anni ’30, alcune cose sono molto, molto simili, troppo simili», ha detto Gubbay. La stessa Comunità che condanna le violenze perpetrate agli attivisti della flottiglia, altresì condannando come provocatoria l’azione degli stessi attivisti. «Difendere Israele significa anche pretendere che le sue istituzioni agiscano sempre nel rispetto della dignità umana, del diritto e dei valori democratici», ha detto Walker Meghnagi, Presidente della Comunità Ebraica di Milano, in merito alle vicende che hanno visto Israele attaccare la flottiglia. Eppure è la stessa comunità che etichetta come antisemiti tutti coloro che criticano Israele, le sue politiche e la sua ideologia sionista, come l’ANPI, che per bocca del suo Presidente, Gianfranco Pagliarulo, ha promesso querele. 

Luzzati spiega la scelta dolorosa che li ha accompagnati, parlando di come in Israele sia finita la democrazia, di un processo irreversibile che porterà alla caduta di Israele stessa. Dice però che non vogliono etichette e che non sono dissidenti. Molti dei nuovi residenti sono liberi professionisti. Come precisato da Ugo Luzzati, quasi tutti i nuovi arrivati sono laureati e ricoprono posizioni di rilievo: medici, farmacisti, ingegneri e informatici. Alcuni stanno provando ad inserirsi nel mondo del lavoro locale. Ma come spiega sempre Luzzati, molti continuano a lavorare in Israele (e con la sua economia di guerra) da casa, sulle montagne piemontesi, in smart working. L’ideatore di Progetto Baita, ha anche affermato: «Pensiamo a un polo accademico che si occupi di cyber security e Intelligenza artificiale in cui noi israeliani siamo fortissimi». E ne sanno qualcosa i palestinesi a Gaza e in Cisgiordania. Proprio il settore tecnologico della sicurezza e della difesa, con le sue conoscenze e il suo capitale, in collaborazione con le più prestigiose università del Paese, è un tutt’uno con lo Stato nel costituire la macchina israeliana dell’apartheid e della pulizia etnica.

Il nodo morale di questa vicenda risiede anche nel privilegio strutturale della mobilità. Questa nuova “terra promessa nel cuore della Valsesia” è accessibile esclusivamente a chi dispone di passaporti forti e risorse. Mentre i governi occidentali agevolano il diritto di questi cittadini di muoversi liberamente, acquistare rustici alpini e ottenere la fibra ottica ad alta velocità per i loro smart-working, la popolazione civile di Gaza subisce lo sterminio e un assedio ermetico, privata di acqua, ospedali e della minima via di scampo. Si naturalizza un’idea iniqua per cui la “fuga dalla guerra” è un diritto di lusso.

L’asimmetria è lampante proprio davanti alla realtà vissuta da Varallo: la stessa comunità piemontese ha atteso invano l’arrivo di una singola famiglia palestinese in fuga. Tentativo fallito perché la famiglia in questione è rimasta intrappolata a Gaza, schiacciata dai bombardamenti continui e da un invalicabile sistema di visti negati. La riqualificazione di un pezzo d’Italia si fonda così su un privilegio alquanto spietato. Un contrasto che condanna i civili palestinesi al ruolo reiterato di vittime, confinati nella Striscia senza via d’uscita, mentre per coloro che si lasciano alle spalle lo Stato responsabile del loro massacro, pur lavorandovi da remoto, in smart working, le Alpi offrono accoglienza, sicurezza e lo spazio per un nuovo inizio.

Naufragio di migranti al largo della Libia: 11 morti e 40 dispersi

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Almeno 51 migranti sono morti o risultano dispersi dopo il naufragio di un’imbarcazione partita dalla Libia il 12 giugno e diretta verso l’Europa. A renderlo noto è stata ieri – 19 giugno – Abreen, organizzazione che monitora i movimenti migratori nella Libia orientale. Finora sono stati recuperati undici corpi, mentre altre 40 persone risultano disperse. La guardia costiera libica e la Mezzaluna Rossa di Tobruk hanno confermato il recupero di alcuni cadaveri trasportati a riva dalle correnti. La tragedia si inserisce nel dramma della rotta del Mediterraneo centrale, dove secondo l’Oim oltre 800 migranti sono morti o scomparsi dall’inizio del 2025.

Stragi di mafia: trent’anni di bugie e depistaggi

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Nonostante l’assordante silenzio mediatico calato su questi temi, nelle procure e nei tribunali di mezza Italia continuano a tenersi inchieste e processi delicatissimi sulle stragi di mafia degli anni Novanta, sui depistaggi che per lunghi anni ne hanno caratterizzato le indagini e sui rapporti tra la criminalità organizzata, il mondo degli apparati istituzionali e membri di sigle eversive. Una mappa ampia e articolata, da cui si comprende nitidamente come, a oltre 33 anni dagli attentati che caratterizzarono il “biennio di sangue” e dal passaggio tra Prima e Seconda Repubblica (scandito propr...

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Londra, scontro tra treni a Bedford: un morto e 89 feriti

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Grave incidente ferroviario nel Regno Unito, a nord di Londra, dove due treni si sono scontrati nei pressi di Bedford, nel Bedfordshire, lungo la linea che collega la stazione di St. Pancras con l’Inghilterra centrale. Il bilancio provvisorio è di una vittima e 89 feriti, secondo quanto riportato dai media britannici. Tra i feriti, 11 versano in condizioni molto gravi, come comunicato dal Servizio Ambulanza dell’Est dell’Inghilterra. Sul posto sono intervenute oltre 20 ambulanze, insieme ai soccorritori e alle squadre di emergenza impegnate nelle operazioni di assistenza e messa in sicurezza dell’area.

Israele bombarda il Libano, poi sigla la tregua, poi bombarda ancora: 47 morti

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Il fragile accordo per il Medio Oriente rischia di naufragare sotto le bombe. Nonostante una tregua mediata da Qatar, Stati Uniti e Iran sia scattata venerdì alle ore 16.00, infatti, l’aviazione e l’artiglieria di Israele non hanno mai interrotto le operazioni militari, martellando il sud del Libano e la valle della Beqa’a. Nelle sole 24 ore di venerdì, si sono verificati oltre 150 attacchi, i quali hanno causato 47 morti e 97 feriti. Una spirale caotica di ordini contrastanti e ondate di esodo che mette a dura prova la popolazione civile, mentre i vertici politici e militari israeliani confermano l’intenzione di mantenere l’occupazione di terra a tempo indeterminato. Una dinamica che, oltre a segnare il territorio libanese, rischia di mettere in crisi il più ampio percorso negoziale tra Washington e Teheran per una stabilizzazione regionale.

I residenti del sud del Paese si trovano intrappolati in un vicolo cieco: famiglie che tentavano il rientro a casa sono state costrette a fare inversione di marcia a causa della pioggia di missili. L’offensiva di Tel Aviv è ripresa quasi subito dopo l’orario stabilito per il cessate il fuoco, concentrandosi in particolare nell’area strategica e sulle alture di Nabatieh. Proprio in queste ore convulse avrebbe dovuto concretizzarsi l’intesa in base alla quale «la Repubblica islamica dell’Iran e gli Stati Uniti (che), insieme ai loro alleati coinvolti nell’attuale guerra, dichiarano (…) la cessazione immediata e permanente della guerra su tutti i fronti, incluso il Libano». Con l’arrivo dell’alba di oggi, sabato 20 giugno, l’agenzia Reuters ha dato notizia di ulteriori raid, tra cui un attacco aereo nella zona sud di Rihan Heights.

Questa prassi israeliana di continuare a colpire anche dopo gli accordi di tregua è ormai consolidata: una logica volta a dimostrare di essere sempre e comunque al di sopra delle regole, di poter spingere oltre il limite appena stabilito senza subire conseguenze. Prima del blocco delle ostilità, la morte di quattro militari di Tel Aviv in un’imboscata tesa da Hezbollah a Nabatieh aveva innescato la durissima reazione verbale della destra ultra-nazionalista al governo. Il ministro della Sicurezza Nazionale, Itamar Ben-Gvir, aveva chiesto apertamente con un post su X una devastazione totale, affermando che «tutto il Libano deve bruciare» e che «per ogni lacrima versata da una madre israeliana, mille madri libanesi devono piangere». Dichiarazioni a cui sono seguite quelle del titolare delle Finanze, Smotrich, il quale sosteneva fosse arrivato il momento di «aprire le porte dell’inferno». Dal punto di vista diplomatico, i canali bilaterali tra Washington e Teheran in Svizzera hanno subito una brusca battuta d’arresto: la delegazione iraniana ha congelato i colloqui esigendo garanzie reali sulla fine dei raid terrestri e aerei.

Dal fronte militare, tuttavia, i segnali indicano una permanenza a lungo termine. Il Primo Ministro Benjamin Netanyahu e i portavoce dell’esercito hanno chiarito che le truppe rimarranno posizionate nella fascia meridionale. Attualmente i soldati israeliani occupano circa un decimo del territorio libanese all’interno della cosiddetta Linea Gialla. In questa striscia di sicurezza profonda dieci chilometri, decine di villaggi sono stati rasi al suolo dal 2023 a oggi. La regione è considerata strategica sia per la presenza di importanti risorse idriche sia perché il prolungamento della linea verso il Mediterraneo interessa aree vicine ai giacimenti offshore di gas naturale, alimentando accuse libanesi di un tentativo israeliano di consolidare il proprio controllo su risorse energetiche contese.

Bolivia, presidente Paz dichiara stato d’eccezione dopo settimane di blocchi

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Il presidente boliviano Rodrigo Paz ha dichiarato lo stato d’eccezione su tutto il territorio nazionale dopo oltre sei settimane di proteste e blocchi stradali che hanno paralizzato il Paese. La misura sospende temporaneamente alcuni diritti civili e consente l’intervento delle forze armate. In un discorso televisivo, Paz ha affermato di aver esaurito ogni possibilità di dialogo, pur ribadendo la disponibilità del governo a trattare con chi agirà “in buona fede”. La decisione arriva nonostante un accordo raggiunto con la principale centrale sindacale del Paese, mentre altri movimenti continuano le proteste che ostacolano il trasporto di beni essenziali.

Bolivia, la rivolta di cui non si parla: da 50 giorni i contadini bloccano tutto

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A nulla stanno servendo le misure riparative e deterrenti che il governo di Rodrigo Paz sta mettendo in atto, tra rimpasti dei ministri, proposte di legge ritirate e stato di eccezione. Le proteste popolari in Bolivia non si arrestano, ma anzi assumono i contorni di una vera e propria insurrezione. Le richieste sono esplicite: completa dimissione dell’intero esecutivo e ritorno alle politiche sociali in vigore prima che il governo neoliberista vincesse le elezioni. Negli scorsi giorni, il governo ha aperto al dialogo con i sindacati, invitando la COB (la Centrale Operaia Boliviana, il principale sindacato del Paese) al tavolo delle trattative. I leader sociali e contadini delle restanti sigle hanno tuttavia escluso qualsiasi forma di dialogo con il governo e messo in guardia la COB: qualsiasi accordo raggiunto con l’esecutivo Paz che non abbia l’esplicito accordo dei gruppi mobilitati sarà considerato nullo.

La COB è il principale sindacato del Paese, in passato vicino al partito fondato dall’ex presidente nativo Evo Morales, il Movimiento al Socialismo (MAS). Quest’ultimo è stato al potere per gli ultimi vent’anni di storia del Paese, fino a quando, sei mesi fa, il risultato delle elezioni ha completamente rovesciato gli equilibri politici. Da allora, denuncia la COB, molte situazioni critiche per la Bolivia sono rimaste senza soluzione e stanno anzi continuando a peggiorare. Tuttavia, il segretario generale del sindacato, Mario Argollo, sembra aver aperto uno spiraglio di dialogo verso il governo, al quale ha inviato una lettera che riassume in otto punti le condizioni necessarie alla pacificazione della Bolivia. Tra questi: la fine della criminalizzazione delle proteste e dello stato di eccezione; che non venga promossa alcuna «privatizzazione, capitalizzazione, concessione occulta né cessione diretta o indiretta di imprese pubbliche strategiche» a soggetti privati (nazionali o esteri) e il rifiuto di qualsiasi prestito da parte del Fondo Monetario Internazionale; la garanzia di stabilità del prezzo dei carburanti; la tutela del potere d’acquisto popolare e la tutela di parchi e aree protette dall’estrattivismo minerario e petrolifero.

Il governo ha accolto con favore l’apertura del COB, invitando il sindacato al tavolo delle trattative. Le negoziazioni sono state inaugurate nella notte tra il 17 giugno e il 18 giugno e stanno andando avanti ancora oggi. Il primo incontro è stato tra lo stesso presidente Paz e Argollo. Pare che per ora il principale nodo da sciogliere riguardi una richiesta di immunità da parte del leader sindacale, che chiede al governo di bloccare una serie di ordini di arresto emessi dalla magistratura per fatti riguardanti proprio le proteste. Argollo chiede che l’immunità venga garantita a tutti i leader del movimento e che le persone arrestate vengano scarcerate. Davanti a tale richieste, «È stata istituita una commissione di avvocati del COB e del governo, insieme a una commissione di procuratori, che sta analizzando la situazione legale di ciascuno degli arrestati», ha spiegato il ministro del governo Marco Antonio Oviedo.

L’avvio dei tavoli non è piaciuto per niente alle altre sigle mobilitate in questi giorni. Aquilardo Caricari, leader degli Interculturali, ha criticato la COB, affermando che l’inizio dei colloqui con il governo mina la credibilità del sindacato, e aggiungendo che sarà da vedere «chi gli darà ascolto per far smobilitare la gente che è sulle strade». Di posizioni analoghe, Nelson Virreira, uno dei leader degli agricoltori e membro della rete contadina Túpac Catari, che ha chiesto ad Argollo di rimanere saldo ai «principi rivoluzionari» dell’organizzazione sindacale di cui è segretario, definendo l’invito al dialogo del governo un «inganno». Inizialmente pareva che anche Túpac Catari dovesse partecipare alle negoziazioni con Paz, ma alla fine la rete ha rifiutato i dialoghi e portato avanti le proprie richieste; così come Túpac Catari, anche parte dei dirigenti della CSUTCB (Confederazione Sindacale Unica dei Lavoratori Contadini della Bolivia) si è distanziata da Argollo.

Le negoziazioni sono riuscite a calmare parzialmente le tensioni, ma la risposta dei leader dei sindacati ha ravvivato gli animi della protesta, arrivata oggi al 50° giorno consecutivo. Nonostante dall’avvio dei negoziati siano circa dimezzati di numero, ancora oggi sono attivi oltre quaranta blocchi stradali, che stanno paralizzando la circolazione, mentre gli scontri violenti tra manifestanti e polizia non sono ancora terminati. Giusto una settimana fa, il governo ha promulgato la legge 1740, che concede all’esecutivo poteri eccezionali che permettono sostanzialmente di fermare le proteste con la violenza.

Giappone e Corea del Sud, borse record: spinge il calo del petrolio

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Le principali Borse asiatiche hanno toccato nuovi massimi storici grazie al forte calo del prezzo del petrolio seguito all’accordo che ha posto fine alle tensioni tra Stati Uniti e Iran e alla riapertura dello Stretto di Hormuz. La discesa delle quotazioni energetiche ha ridotto i timori legati all’inflazione, spingendo gli investitori verso attività più rischiose. Il Brent è sceso a 79,03 dollari al barile, registrando una perdita del 9,5% nell’ultima settimana. In questo clima positivo, il Nikkei giapponese è salito dello 0,8%, segnando il quinto record consecutivo, mentre la Borsa sudcoreana ha guadagnato il 3,1%, portando il rialzo settimanale al 15,3%.

Il crepuscolo della locomotiva d’Europa: come è collassata l’economia tedesca

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Per decenni, il “modello Germania” è stato descritto come l’architrave indiscutibile della stabilità europea. Una narrazione fondata sul surplus commerciale, sull’efficienza tecnologica della sua industria pesante e su una coesione sociale apparentemente inscalfibile, oltre che la possibilità non scritta di poter riscrivere, o al limite aggirare, i paletti normativi europei che si rivelavano in contrasto con il proprio sviluppo. Questa realtà non esiste più. I numeri testimoniano un declino apparentemente inarrestabile: da due anni il PIL tedesco è negativo, così come per la prima volta dalla riunificazione anche gli investimenti mostrano il segno meno, il numero di disoccupati ha toccato il record di 1,66 milioni e quella che una volta era nota come la “poderosa bilancia commerciale tedesca” (che rappresenta l’eccedenza delle esportazioni sulle importazioni) è crollata di un drammatico 22,2%. Un risultato che, come vedremo, non è un incidente della storia, né il frutto di una fluttuazione ciclica del mercato. Ma il risultato di una serie di scelte rivelatesi completamente sbagliate.

Il bollettino della miseria: il collasso sociale interno

I dati macroeconomici e sociali emersi recentemente dipingono un quadro cupo, che le dichiarazioni rassicuranti della cancelleria non riescono più a dissimulare. Secondo i rapporti diffusi dalle principali reti delle associazioni caritative tedesche e rilanciati dalle testate giornalistiche, la povertà in Germania ha raggiunto i massimi storici dal 2020 a oggi. Oltre il 16% della popolazione tedesca vive attualmente al di sotto della soglia di povertà. Si parla di più di 14 milioni di cittadini che non riescono a coprire i costi della vita quotidiana, un dato spaventoso per il Paese che fino a pochi anni fa dettava le regole dell’economia continentale.

Le associazioni di categoria e le ONG assistenziali denunciano una vera e propria “situazione di crisi permanente”. La risposta delle istituzioni, tuttavia, non si orienta verso un ripensamento del welfare o verso investimenti pubblici redistributivi, bensì ricalca fedelmente la spietata dottrina neoliberista, dello Stato come azienda. Dunque, di fronte al calo delle entrate fiscali e all’esplosione dei costi energetici, il governo prospetta e implementa nuovi e drastici tagli allo stato sociale. Dalla sanità ai sussidi di disoccupazione, fino ai fondi per l’istruzione, lo Stato tedesco sta progressivamente ritirando la propria rete di protezione, scaricando l’intero peso del declino economico sui segmenti più vulnerabili della popolazione: pensionati, famiglie monogenitoriali, lavoratori precari e la calante classe operaia delle periferie industriali. Qualcosa che in Italia conosciamo molto bene ormai da qualche decennio. 

Il suicidio geoeconomico: sanzioni boomerang e desertificazione industriale

Per comprendere le radici di questa povertà di massa, è necessario analizzare il cortocircuito geoeconomico che la Germania si è autoinflitta. La prosperità industriale tedesca si è retta per quasi quarant’anni su un presupposto geopolitico fondamentale: l’accesso a energia a basso costo dall’Oriente, nello specifico il gas naturale russo, unito a una forte capacità di esportazione verso i mercati globali, inclusa la Cina. Recidendo unilateralmente e ideologicamente questo cordone ombelicale, sia versa Mosca che Pechino, Berlino ha firmato la propria condanna industriale.

L’adozione acritica dei pacchetti di sanzioni contro la Federazione Russa si è trasformata nel più clamoroso esempio di “sanzioni boomerang” della storia economica moderna. Il blocco del gas e il successivo, mai chiarito, attacco diretto al proprio Paese con il sabotaggio dei gasdotti Nord Stream, hanno privato il tessuto produttivo tedesco della sua materia prima vitale. Sostituire il gas russo con il costoso Gas Naturale Liquefatto (GNL) importato via nave dagli Stati Uniti o da intermediari terzi ha quadruplicato i costi energetici per le imprese.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: una desertificazione industriale in piena regola. Settori storici come la chimica, la siderurgia e l’automobilismo, quest’ultimo un tempo orgoglio nazionale, si trovano in una crisi irreversibile, con storiche aziende che stanno fallendo o sono già fallite. Interi distretti manifatturieri si stanno spegnendo, spingendo migliaia di lavoratori altamente qualificati verso l’indigenza o verso il settore dei servizi a basso salario. Colossi dell’auto, come Wolkswagen, che non avevano mai chiuso uno stabilimento in patria, si vedono costretti ad annunciare piani di licenziamento di massa e delocalizzazioni selvagge verso mercati esteri più competitivi. Alcuni del settore automobilistico, optano per l’economia di guerra e implementano la produzione militare. Il tessuto produttivo tedesco è stato sacrificato per difendere un atlantismo dogmatico, anteponendo gli interessi strategici di Washington al benessere e alla sopravvivenza economica dei propri cittadini.

La perdita di credibilità internazionale e l’isolamento geopolitico

Questa totale subalternità strategica ha finito per produrre un declassamento anche sul piano della rilevanza geopolitica globale. La Germania ha perso la propria postura di mediatore credibile all’interno del continente e nello scacchiere internazionale. L’espressione più evidente di questo declino diplomatico è stata la perdita del seggio non permanente nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU, un evento che certifica l’erosione della reputazione politica di Berlino agli occhi del Sud globale e delle potenze emergenti.

Nel tentativo di accreditarsi come il miglior esecutore delle direttive della NATO, la Germania ha finito per non rappresentare più un credibile interlocutore per una grossa fetta di mondo. Pesa in modo determinante l’enorme sforzo economico e militare profuso nel sostegno a oltranza all’Ucraina, così come l’allineamento incondizionato alle posizioni israeliane nel contesto mediorientale. Miliardi di euro sottratti al bilancio dello Stato tedesco, e quindi ai servizi pubblici e al contrasto alla povertà, sono stati dirottati nel finanziamento del conflitto nell’Europa dell’Est e nell’invio di forniture militari pesanti. Questa postura ultra-interventista ha alienato alla Germania la simpatia e la fiducia di gran parte della comunità internazionale, che oggi vede Berlino non più come una forza diplomatica orientata alla stabilità, ma come una pedina subalterna priva di una visione strategica autonoma.

La riconversione all’economia di guerra e l’ipocrisia delle élite

Mentre la povertà aumenta e le fabbriche civili chiudono, l’unico settore che sperimenta una crescita esponenziale in Germania è quello della difesa. In una torsione orwelliana della realtà, le stesse élite politiche ed economiche tedesche che fino a ieri deprecavano con indignazione morale la “conversione all’economia di guerra” della Russia, hanno avviato esattamente lo stesso processo all’interno dei propri confini.

Le grandi aziende tedesche di armamenti sono state le prime a fiutare il business della militarizzazione permanente e a intavolare strutturate joint venture con aziende ucraine, sia pubbliche che private, per la produzione e la manutenzione di veicoli corazzati e munizioni direttamente nei pressi del fronte. Poi hanno seguito altri Paesi. Ma il dato più allarmante riguarda la riconversione interna: persino le storiche aziende automobilistiche, strette nella morsa della crisi strutturale dell’elettrico e dei costi energetici, stanno convertendo intere linee produttive o stringendo accordi per la fornitura di componenti militari e veicoli da trasporto per la difesa. La produzione bellica è diventata, di fatto, l’ultimo ammortizzatore sociale rimasto a disposizione del capitalismo tedesco per frenare il crollo del PIL, trasformando la distruzione estera (che ha portato anche a quella interna) nell’ossigeno per l’economia interna. Una spirale che potrebbe avere conseguenze drammatiche qualora non fosse arrestata.

I fantasmi della storia: la potenza come surrogato della sicurezza

A coronamento di questa deriva strutturale, il governo tedesco ha annunciato e progressivamente implementato imponenti piani di ammodernamento e di espansione dell’esercito (Bundeswehr). Investimenti speciali da centinaia di miliardi di euro vengono stanziati per aumentare le capacità militari, reintrodurre surrettiziamente forme di coscrizione o servizio obbligatorio e incrementare la proiezione di forza della Germania.

Si tratta di un riflesso condizionato ben noto agli analisti della storia europea. Quando la sicurezza interna viene a mancare, sia essa reale o percepita, economica o sociale, e lo Stato non è più in grado di garantire il benessere e la stabilità della propria popolazione, la risposta delle classi dirigenti è quasi sempre la stessa: la ricerca della potenza, della forza. La militarizzazione della società e l’esaltazione della forza bellica diventano il surrogato tossico di una coesione sociale andata in frantumi, un mezzo per deviare il malcontento popolare verso un nemico esterno e per giustificare i sacrifici economici imposti alla cittadinanza.

La storia del continente europeo, e la traiettoria storica della Germania in particolare, mostrano chiaramente a quali catastrofi conduca questa specifica parabola. Il declino economico della Repubblica di Weimar e la successiva militarizzazione industriale restano un monito perenne che le attuali élite di Berlino sembrano aver rimosso. Cercare di compensare il fallimento attraverso l’espansione militare e l’allineamento ai tamburi di guerra globali non salverà la Germania dal suo declino, ma rischia di accelerare la destabilizzazione dell’intero continente.