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Irlanda: il reddito per gli artisti diventa permanente dopo la sperimentazione

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Irlanda artisti reddito permanete

Il progetto pilota era partito nel 2022 e si è chiuso lo scorso febbraio: tre anni e mezzo in cui 2mila artisti irlandesi hanno ricevuto 325 euro a settimana, senza dover rendere conto di nulla che non fosse continuare a fare ciò che già facevano. Pochi giorni prima della scadenza, il governo ha annunciato che quell'esperimento, nato per rianimare un settore culturale uscito a pezzi dalla pandemia, sarebbe diventato permanente, e così è stato.
A convincerlo sono stati i numeri: un'analisi costi-benefici ha infatti calcolato che ogni euro investito nel programma (72 milioni totali) ha generato ...

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Spagna: c’è la mano degli USA dietro al “caso Zapatero” che minaccia il governo Sanchez

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La prima miccia che ha fatto deflagrare l’imputazione dell’ex presidente spagnolo è stata accesa dal Dipartimento di Sicurezza Interna degli Stati Uniti. A eseguire le prime indagini è stata la Homeland Security Investigations (HSI) statunitense, che ha atteso cinque anni prima di trasferire i principali capi d’imputazione all’Unità di Delinquenza Economica e Fiscale di Madrid. Dal maggio del 2026, l’ex leader socialista si vede obbligato a rispondere di traffico d’influenze, riciclaggio di denaro e di cooperazione all’interno di una trama di corruzione. Se la partecipazione diretta dell’ex primo ministro spagnolo Zapatero resta in una condizione di totale presunzione, la responsabilità degli Stati Uniti d’America dietro all’inchiesta che sta facendo mette in crisi il governo Sanchez, casualmente il più critico in Europa nei confronti degli USA e di Israele, può dirsi ormai certa.

Tutto inizia nel maggio del 2021 quando l’imprenditore venezuelano, ex azionista e consigliere della compagnia aerea spagnola Plus Ultra Rodolfo Reyes, viene fermato all’aeroporto di Miami, trattenuto e successivamente deportato a Panama, dopo l’annullamento del visto. In quell’occasione, le autorità di frontiera statunitensi hanno fatto accesso al telefono cellulare dell’imprenditore e ne hanno clonato il contenuto. All’interno del dispositivo sarebbero state rinvenute varie conversazioni successivamente utilizzate per condurre indagini in merito a “circolazione globale di fondi illeciti e favoreggiamento del recupero crediti”. Difatti, secondo quanto spiegato nell’imputazione, le autorità della Unità di Delinquenza Economica e Fiscale (UDEF) erano a conoscenza di una ricerca transnazionale iniziata nel 2018 “contro una rete di imprenditori venezuelani e figure politiche esposte dedicata al riciclaggio di denaro, corruzione e occultamento di beni mediante strutture di finanziamento sofisticate”.

Il nome di Zapatero emergerebbe da due conversazioni, una nella quale si menziona la possibilità di mettersi in contatto con l’ex presidente e l’altra dove si metterebbe in evidenza l’influenza dell’ex premier nell’ottenimento di un colloquio con alte cariche del governo spagnolo. L’accusa motiverebbe la correlazione tra Reyes e Plus Ultra attraverso l’ideazione di un piano pensato per appropriarsi del denaro iniettato dal Governo per salvare la compagnia aerea in occasione dei procedimenti approvati per sostenere le aziende gravemente colpite dalla crisi pandemica. Secondo i sospetti maturati dalla procuratrice Elena Torrente e dal giudice José Luis Calama, l’imprenditore nasconderebbe i 53 milioni di euro ottenuti dall’operazione in paradisi fiscali sparsi in giro per il mondo e lo stesso Reyes risulta latitante dal 2024.

Se la presenza all’interno delle conversazioni telefoniche del nome dell’ex leader del Partito Socialista spagnolo è un dato di fatto, la domanda che sta scuotendo il dibattito pubblico del paese è un’altra: perché la Homeland Security Investigations ha aspettato cinque anni per filtrare il contenuto del cellulare di Reyes alle autorità giudiziarie spagnole?

Secondo l’analisi di Montserrat Galcerán pubblicata su El Salto Diario, il caso Zapatero ha una «dimensione internazionale innegabile» e che l’amministrazione Trump starebbe agendo sugli equilibri della politica spagnola come ha già fatto in vari contesti politici in America Latina. Il ruolo di Zapatero in Spagna non si esaurisce con la presidenza del governo dal 2004 al 2011, ma attualmente l’ex leader ricopre una funzione mediatica chiave all’interno dell’ingranaggio del PSOE e dello stesso governo Sánchez. In occasione, ad esempio, della Global Progressive Mobilisation, Zapatero è stato l’invitato principale del panel sull’America Latina e durante i congressi del partito l’ex presidente è solito prendere spesso la parola in difesa dell’operato del governo. L’importanza di Zapatero non si limita solo alla politica interna, ma probabilmente diventa ancora più essenziale negli equilibri internazionali. Il leader socialista ha storicamente goduto di un canale preferenziale con il Venezuela dal 2005, prima attraverso una stretta relazione con l’ex presidente Hugo Chávez e poi con Nicolás Maduro, con il quale ha intrapreso una mediazione tra governo chavista e comunità internazionale, che avuto come successo la liberazione di prigionieri politici a Caracas e, per ultimo, la fuga verso la Spagna del conservatore venezuelano Edmundo González Urrutia.

L’influenza di Zapatero non si è limitata solo al Venezuela, ma ha aperto vari canali con le sinistre latinoamericane, specialmente con Gustavo Petro, Lula, Rafael Correa e il kirchnerismo argentino e, sul fronte asiatico, con la Repubblica Popolare cinese. È stato proprio l’ex leader a stringere i primi dieci accordi con l’ex presidente cinese Hu Jintao nel 2005 e aprire i rapporti sino-spagnoli, che nell’attualità sono divenuti un punto chiave delle relazioni internazionali del governo Sánchez.

In Spagna si parla senza mezzi termini di lawfare. Affossare la figura di Zapatero consente di colpire quasi direttamente l’attuale presidente del governo. Non è un segreto la crisi che intercorre tra il governo spagnolo e la legislatura Trump: per quanto poco concrete e prevalentamente mediatiche, la contrarietà di Sánchez al 5% del PIL da destinare alla NATO, le accuse al governo Netanyahu e il recente rifiuto di prestare le basi di Rota e Morón alle operazioni israelo-statunitensi in Iran, segnano le frizioni di un governo che risulta essere tra i più scomodi all’interno del contesto europeo. Non risulterebbe affatto strano, quindi, l’interesse da parte degli USA di affondare il colpo di grazia su un equilibrio parlamentare già fortemente precario.

Intanto il giudice Calama ha rifiutato di reclamare agli Stati Uniti informazioni su come si è acceduto al telefono di Reyes, mentre attende la possibilità di utilizzare il contenuto del dispositivo come prova per il procedimento giudiziario. Alle accuse di corruzione in seno al Partito Socialista, si aggiunge la mano pesante degli USA, la spada di Damocle pende inesorabilmente sul futuro del mandato Sánchez.

Praga: proteste contro la riforma di finanziamenti dei media pubblici

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Migliaia di persone hanno manifestato a Praga, capitale della Repubblica Ceca, per protestare contro una riforma del sistema di finanziamento dei media pubblici. Secondo i manifestanti, la riforma, pensata dallo stesso esecutivo ceco, taglierebbe i fondi e aprirebbe la strada alle interferenze politiche. La protesta si è svolta nel pomeriggio di oggi, e anticipa di un giorno uno sciopero dei lavoratori del settore della televisione pubblica, che domani incroceranno le braccia per contestare la medesima riforma.

Semi di resistenza: come i palestinesi sfidano l’ecocidio per preservare la propria identità

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Di fronte alla distruzione sistematica del paesaggio e delle infrastrutture vitali, il popolo palestinese ha affidato la propria memoria e il proprio futuro ecologico, storico, tradizionale e identitario ai propri “custodi”, i contadini. Tra banche dei semi rase al suolo dai bulldozer e spedizioni d’emergenza verso il Circolo Polare Artico, la conservazione agricola emerge come l’ultima frontiera della lotta contro la cancellazione identitaria. 
Mentre le esplosioni e le uccisioni continuano a ridefinire i confini della sofferenza umana a Gaza e in Cisgiordania, c’è una guerra più silenzi...

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La Crimea sospende la vendita di carburante per gli attacchi ucraini

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Le autorità russe della Crimea hanno sospeso le vendite di carburante, permettendo l’erogazione di diesel e benzina solo alle agenzie governative adibite al funzionamento dei settori pubblici e della sicurezza. Le vendite sono state sospese alle 9 del mattino ora locale (le 8 italiane) e coinvolgono tutte le stazioni di servizio per singoli cittadini e imprese. Non è noto quanto tale provvedimento durerà. Esso arriva a causa dei molteplici attacchi ucraini sulla regione, che hanno provocato una carenza di carburante. Nell’ultimo periodo, l’Ucraina ha intensificato i propri attacchi sulla Russia, lanciando diverse offensive con drone nelle aree a controllo russo.

Il Festival più grandioso di tutti al quale non andrà nessuno

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Il 6 gennaio del 1995 McArthur Wheeler e Clifton Earl Johnson, due 40enni di Pittsburgh, Pennsylvania, decisero di rapinare due banche. Si presentarono nelle filiali, minacciarono i dipendenti con delle pistole, si fecero dare i soldi e scapparono via. Furono arrestati nel giro di poche settimane. Non fu difficile identificarli. Durante le rapine erano entrambi a volto scoperto. Quando la polizia mostrò a Wheeler le immagini delle telecamere che mostravano la sua faccia in bella vista, l’uomo rimase scioccato ed esclamò: «Ma avevo usato il succo di limone!!»

Il ragionamento, nella sua testa, non era campato per aria. Il limone funziona come inchiostro simpatico, scompare e riappare con il calore, quindi perché non dovrebbe funzionare anche contro l’obiettivo di una telecamera? A supporto della sua teoria aveva seguito scrupolosamente il metodo di osservazione e verifica alla base di tutte le scoperte scientifiche moderne: si era spalmato del limone in faccia, aveva preso una polaroid e si era scattato una foto. Il risultato gli era sembrato soddisfacente, probabilmente perché aveva rivolto l’obiettivo dalla parte sbagliata. A quel punto non aveva bisogno di altre conferme per lanciarsi verso la sua nuova carriera professionale.

Dopo l’arresto, la storia di Wheeler e Johnson finì sui giornali locali e giunse all’orecchio di David Dunning, professore di psicologia alla Cornell University. Dunning rimase colpito non tanto dalla stupidità del piano quanto da qualcos’altro: dalla sicurezza con cui Wheeler lo aveva eseguito. Non c’era nulla, nei suoi comportamenti, che suggerisse il minimo dubbio. Si era spalmato del limone in faccia ed era entrato in banca convinto di essere invisibile. Qualcosa, nel meccanismo con cui quell’uomo valutava le proprie capacità, si era inceppato in modo radicale. Affascinato da tale imbecillità, Dunning si era messo a studiare il fenomeno e, nel 1999, aveva pubblicato, assieme al collega Justin Kruger, uno studio che prese il nome di Effetto Dunning-Kruger. La tesi è questa: le persone incompetenti in un determinato campo tendono a sopravvalutare le proprie capacità, e lo fanno proprio perché sono incompetenti. «Se Wheeler era troppo stupido per essere un rapinatore di banche – scrissero – forse era anche troppo stupido per sapere di essere troppo stupido per essere un rapinatore di banche». Wheeler, insomma, era un coglione. Un coglione diagnosticato.

Stacco. Reggio Emilia, anno 2026.

Yari Milani, imprenditore 42enne che normalmente si occupa di matrimoni, decide di organizzare il festival musicale più grande d’Italia. Si chiama Hellwatt. Viene presentato a febbraio. Si dovrebbe tenere a luglio. I nomi annunciati sono effettivamente clamorosi: Kanye West, Travis Scott, Rita Ora, DJ Snake e tantissimi altri. Roba da trecentomila persone. Più del Primavera Sound di Barcellona, il doppio dell’intera popolazione di Reggio Emilia. Un festival grandioso, «Il più grandioso di tutti», dirà lo stesso Milani. Il comunicato stampa è scritto con una certa sicumera. Mappe dell’area, rendering dei palchi, loghi degli sponsor. Tutto sembra calcolato alla perfezione, almeno a parole. Alle conferenze stampa Milani si presenta con la disinvoltura di un veterano del settore, anche se il suo settore, fino a quel momento, erano stati i ricevimenti di nozze e le feste aziendali. I giornalisti fanno domande. Come si organizza dal nulla, in pochi mesi, un evento del genere? Chi gestisce un colosso logistico simile senza alcuna esperienza pregressa? Chi ci mette i soldi, e soprattutto, come verranno recuperati? Milani risponde con la stessa sicurezza con cui Wheeler, il rapinatore di banche invisibile, aveva risposto alla polizia. Nel frattempo i biglietti vengono messi in vendita.

I nodi, tuttavia, arrivano al pettine nel giro di pochi mesi. Le prevendite non vanno come sperato. Le conferme degli artisti tardano ad arrivare. I costi lievitano. A maggio Milani viene cacciato da C.Volo, la società che gestisce la RCF Arena, con l’accusa di gestione approssimativa. Il festival cambia nome due volte nel giro di una settimana, come se fosse quello il problema. Il 29 maggio la prefettura annulla per motivi di sicurezza i concerti di Travis Scott e Kanye West. L’8 giugno vengono cancellate anche le ultime tre date rimaste. Fallimento totale. Tutto finito. Il festival più grande della grandiosa grandiosità non si tiene più.

I biglietti venduti erano quasi 100mila su 300mila previsti. Tutti da rimborsare. I costi sostenuti da C.Volo ammontano ad almeno dieci milioni di euro solo per gli anticipi dei cachet degli artisti, a cui vanno aggiunti scenografie, allestimenti tecnici e tutto il materiale già acquistato. I sindacati chiedono chi pagherà il conto. Nel frattempo Milani, da qualche parte, continua a sostenere che il festival si farà lo stesso. Un avviso nella pagina Instagram dell’Hellwatt invita ancora adesso chi ha acquistato il biglietto a conservarlo, perché sarà valido per l’edizione del 2027. Che a questo punto si potrebbe tenere, perché no, nello spazio.

Insomma, milioni di euro buttati, per un festival mastodontico che, fin dall’inizio, aveva i connotati di una clamorosa operazione speculativa. Se si fosse realmente tenuto avrebbe seguito, con molta probabilità, le stesse dinamiche sadiche con cui spesso si tratta il pubblico ai grandi “eventi dal vivo” in Italia. Prezzi dei biglietti alle stelle, ore di fila per entrare e ogni minuto all’interno dell’area che diventa un’occasione per spogliare i fan di tutti i loro averi. Acqua in bottiglia a cinque euro. La birra a dodici. Il panino che sembra fatto con ingredienti selezionati da chi non ha mai mangiato un panino. Il tutto consumato in piedi, sotto tensostrutture che moltiplicano il caldo, aspettando un artista che salirà sul palco con novanta minuti di ritardo perché è così che funziona, perché tanto voi non andate da nessuna parte e lo sappiamo entrambi. Un modus operandi che in Italia sembra ormai diventato la regola, che il tuo nome sia Yari Milani, Kanye West o Cesare Cremonini. Però hey, guarda che bella passerella abbiamo montato. A proposito, li vuoi dei token? Li vendiamo in blocchi da 36.

Nel frattempo, mentre Yari Milani elaborava il suo piano per il festival più grandioso del mondo, dall’altra parte della Manica una band gallese di sette persone stava compilando un foglio Excel per capire se quest’estate avrebbe potuto permettersi di andare in tour.

I Los Campesinos! esistono da vent’anni. Suonano indie-rock. “Indie” nel senso letterale del termine: etichetta autogestita, dischi autoprodotti. No baffetti e cappellini. Non sono una band che riempie gli stadi, ma negli anni si sono costruiti un seguito più che dignitoso: 500mila ascoltatori mensili su Spotify e concerti in club di medie dimensioni regolarmente sold out. La prova più recente è So Close to Heaven, disco dal vivo pubblicato lo scorso anno, registrato durante due serate al Troxy di Londra davanti a un pubblico che conosceva ogni parola di ogni canzone. Una band, insomma, che funziona. Solo che funzionare, per una band come questa, non significa necessariamente guadagnare.

Ogni tanto i Los Campesinos! pubblicano sulla loro newsletter i conti reali dei tour. Non i comunicati stampa, non le interviste in cui si dice che è stato tutto bellissimo: i numeri. Le uscite, le entrate e il risultato finale scritto nero su bianco. Il resoconto della loro ultima tournée negli Stati Uniti è un piccolo capolavoro di contraddizione masochista. Undici date, tutte sold out tranne una. Tredicimila biglietti venduti a prezzo volutamente contenuto. Risultato: ci hanno quasi rimesso i soldi.

Uno dei concerti sold out a Chicago

Il problema non è il pubblico, che c’è e paga. Il problema è la catena infinita di costi che si accumula prima ancora di salire sul palco. I visti di lavoro americani, i voli, l’autobus a noleggio, la strumentazione, le commissioni all’agente, le ritenute fiscali, le spese impreviste. Undici date con il pienone e la voce “concerti” che chiude in rosso. A salvare il tour è stato il banchetto delle magliette, che ha generato quel piccolo introito extra senza il quale l’intera operazione sarebbe economicamente insostenibile. Il margine, però, si assottiglia ogni anno di più.

«Ormai è opinione diffusa che il settore della musica dal vivo sia in rovina per il 99% di noi», hanno scritto i Los Campesinos! pubblicando questi numeri. Il restante 1% della musica, nel frattempo, sta incassando miliardi. Beyoncé guadagna 340 milioni dal suo ultimo tour. Coldplay e Oasis insieme arrivano quasi al miliardo e, in Italia, l’Hellwatt Festival butta via decine di milioni per un evento che non si terrà mai. Da un lato c’è chi vende tredicimila biglietti e chiude in rosso, dall’altro chi riempie gli stadi e stabilisce nuovi record ogni stagione. La concentrazione della ricchezza si applica evidentemente anche alla musica dal vivo. Con la stessa spietata precisione.

I Los Campesinos!, tuttavia, nel parlare della tournée statunitense, hanno chiuso il loro resoconto con queste parole: «Per noi andare in tour è costoso e comporta molti rischi finanziari, ma è comunque possibile, seppur in minima parte. Non è tanto il piccolo guadagno a renderlo gratificante, quanto il nostro amore e la nostra passione per suonare dal vivo e viaggiare insieme».

La forza della musica. L’energia di chi suona dal vivo e di che va ai concerti. Una passione che non torna mai del tutto in pari. Ma in fondo chissenefrega. I Los Campesinos! stanno già compilando il foglio Excel per il prossimo tour. Con molta probabilità ci rimetteranno ancora qualcosa. Con molta probabilità lo faranno lo stesso. Nel frattempo Yari Milani sta ancora cercando i soldi per rimborsare centomila biglietti venduti. Chissà che non gli convenga procurarsi del succo di limone.

Questa è Ipertraccia. Rubrica domenicale che parla di musica. Se vi piace consigliatela ai vostri amici. Se non vi piace consigliatela ai vostri nemici. Se volete scriverci fatelo a musica@lindipendente.online

Solvay sogna il delitto perfetto: solo una multa per aver devastato un territorio

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Una manifestazione di comitati e cittadini contro il silenzio delle istituzioni e le ricadute dello stabilimento produttivo Solvay a Spinetta Marengo

Il 25 giugno i fari della salute pubblica e dei comitati civici saranno puntati sul Tribunale di Alessandria. Davanti alla Giudice dell’Udienza Preliminare Arianna Ciavattini si consumerà un atto decisivo: porre le basi per ottenere un po’ di giustizia o firmare la pietra tombale sul secondo processo contro il colosso chimico Solvay (oggi Syensqo). Il caso riguarda l’inquinamento da PFAS nel polo alessandrino di Spinetta Marengo, per il quale due ex dirigenti dell’azienda sono accusati di disastro ambientale colposo. La tensione che accompagnerà l’udienza è figlia di quanto accaduto nelle scorse settimane. Il 4 giugno, gli avvocati della società hanno tentato la carta della derubricazione: declassare il già circoscritto reato di disastro ambientale colposo (che prevede pene fino a 5 anni) a inquinamento ambientale colposo (punito con pene più lievi). Comunque sia, le class action sono già pronte, sia quella risarcitoria del danno sia, soprattutto, quella inibitoria per impedire il proseguimento delle attività presso lo stabilimento, che risultano ancora in corso. 

La difesa della multinazionale descrive il danno sul territorio come circoscritto, reversibile e non pericoloso per la salute pubblica, e sostiene che non ci sarebbe stata volontà di inquinare ma una semplice «negligenza». Tale tesi è stata rigettata immediatamente dal nuovo Pubblico Ministero, Enrico Arnaldi di Balme, e definita «indecente» dai comitati territoriali, i quali, forti di 11 esposti precedentemente depositati, chiedono piuttosto il riconoscimento del disastro doloso (con pene superiori ai 15 anni). Come dice Lino Balza, giornalista e storico attivista, il timore dei cittadini è che si ripeta il copione del primo storico processo del 2015: allora, nonostante i faldoni dell’accusa traboccassero di intercettazioni e prove di un avvelenamento doloso delle acque, il Tribunale derubricò il dolo in colpa, risolvendo il caso in condanne cosmetiche per tre direttori di stabilimento. Con la derubricazione a inquinamento colposo, la pena rischierebbe infatti di ridursi a una manciata di mesi di reclusione. Una sanzione che, attraverso gli strumenti previsti dall’ordinamento, potrebbe essere sostituita o comunque attenuata fino ad assumere, agli occhi dei cittadini e dei comitati, il valore di una mera sanzione economica.

Eppure la Cassazione, nel 2020, era stata categorica: lo stabilimento avrebbe dovuto fermarsi per impedire ai veleni di raggiungere la falda idrica. Al contrario, la produzione di PFAS è proseguita e si è potenziata, mentre le centraline ARPA continuano a registrare nell’aria e nell’acqua la presenza di composti chimici come il cC6O4, l’ADV e persino il dismesso PFOA, a fronte di «piani di caratterizzazione» aziendali giudicati del tutto insufficienti. Lo spettro che aleggia sull’udienza del 25 giugno è il patteggiamento o l’accesso al rito abbreviato. Strumenti legali nati per reati minori che, applicati a un disastro sanitario e ambientale di questa portata, si tradurrebbero in uno sconto di pena fino a un terzo (o più) e nell’estinzione del reato, così come nell’azzeramento del dibattimento pubblico. Un vero colpo di spugna sulle spalle delle vittime e del territorio.

«Decenni di inquinamento non si monetizzano, si bonificano»; «Le istituzioni non patteggino, vadano avanti con il processo»; «Non esiste assegno che possa compensare i PFAS nel sangue». Sono alcune delle frasi pronunciate dagli attivisti o scritte sui cartelloni delle organizzazioni che da anni portano avanti la battaglia per la salute pubblica e l’ambiente. La rabbia del territorio si sta traducendo in un’offensiva civile. Lino Blaza, giornalista e storico attivista, ha confermato che sono già pronte le class action, sia quella risarcitoria, del danno subito, che, soprattutto, quella inibitoria, che mira a porre fine alle produzioni che emettono PFAS. Quest’ultima sarà depositata a breve e saranno rese note le modalità di adesione.

La peculiarità del caso di Spinetta Marengo sta nel fatto che l’azienda è ancora in attività. Se da altre parti, come in Veneto, le cose stanno procedendo diversamente è perché la produzione è cessata e le class action sono state solamente di carattere risarcitorio. In Piemonte la fonte di emissione dell’inquinamento non si è mai fermata. Per la class action risarcitoria occorrerà dunque più tempo, perché mancano la deposizione di centinaia, migliaia, di cartelle cliniche e altri dati utili alla quantificazione monetaria del danno. Come sottolinea Balza, tuttavia, a Spinetta Marengo è anzitutto necessario fermare la produzione di inquinanti che, indisturbata, sta ancora procedendo.

Raid israeliani a Gaza: 9 persone uccise

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Israele ha lanciato nuovi attacchi contro la Striscia di Gaza, uccidendo almeno 9 persone. Quattro persone tra cui due donne e un bambino sono state uccise dopo un attacco aereo in un condominio a Gaza City. Un secondo attacco ha ucciso tre persone tra cui Ahmed Wishah, un giornalista che lavorava per l’emittente qatariota Al Jazeera, ed è stato scagliato contro il campo profughi di Bureij. Lo stesso esercito israeliano ha confermato la sua morte, accusandolo di fare parte di gruppi armati. Una ottava persona è stata uccisa in un attacco aereo contro Khan Younis, e una nona da colpi di arma da fuoco a Beit Lahia, a Nord Gaza.

Il nome di una aspirante modella scomparsa da 11 anni ricompare negli Epstein Files

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«Mi chiedevo se ti interesserebbe inviare un biglietto a Michele, la ragazza tedesca che non sei riuscito a incontrare. È una ragazza che conosco bene: molto simpatica, una persona fantastica. Sono sicuro che la adorerai». È il 10 marzo 2014, quando il talent scout franco-svedese dell’agenzia What’s Up Management, Daniel Siad, scrive questa e-mail a Jeffrey Epstein. All’epoca, nessuno poteva immaginare che quel messaggio, rimasto sepolto negli archivi del finanziere americano, sarebbe riemerso oltre un decennio dopo come una delle pochissime tracce documentali di una giovane donna scomparsa nel nulla. Michele, aspirante modella tedesca, aveva lasciato il proprio Paese inseguendo il sogno della moda internazionale; da allora, la sua storia si è trasformata in un mistero. Per i suoi genitori, Vlado e Annett, quel nome affiorato negli Epstein Files rappresenta il primo segnale concreto della figlia dopo quasi undici anni di silenzio, sebbene la madre sia convinta che le sia successo qualcosa: «Temo che non sia più viva».

La vicenda emerge da un’inchiesta pubblicata da Der Spiegel e da un’analisi della CNN sui documenti desecretati dal Dipartimento di Giustizia statunitense. Secondo le ricostruzioni disponibili, Michele aveva iniziato a collaborare con Daniel Siad, dopo averlo incontrato a Dubai nel 2012. Nel settembre 2015, ogni contatto con la famiglia si interrompe bruscamente: nessuna telefonata, nemmeno alcun movimento bancario riconducibile a lei. I genitori ne denunciano la scomparsa, ma le indagini si scontrano con un ostacolo normativo: in Germania, in assenza di elementi che facciano presumere un reato, le ricerche attive possono essere limitate. Così, col passare degli anni, il caso finisce ai margini dell’attenzione pubblica.

La comparsa del nome di Michele nei documenti legati a Epstein riporta improvvisamente la sua storia sotto i riflettori. Negli ultimi mesi, infatti, le carte rese pubbliche dal Dipartimento di Giustizia hanno mostrato con maggiore chiarezza quanto fossero profondi i rapporti tra Epstein e alcuni segmenti dell’industria della moda internazionale. Dalle comunicazioni emerge una rete di agenti, scout, dirigenti e intermediari che, per anni, hanno gravitato attorno al finanziere, che offriva loro contatti, denaro, opportunità professionali e perfino assistenza per ottenere visti d’ingresso negli Stati Uniti. In cambio, riceveva accesso privilegiato a giovani donne provenienti da diversi Paesi. Molte di loro hanno successivamente denunciato di essere state abusate.

Tra le figure più citate compare anche Daniel Siad, su cui si sta focalizzando un’inchiesta penale avviata quest’anno a Parigi. Almeno due ex modelle sono state interrogate dagli inquirenti proprio riguardo a lui. Alcune e-mail mostrano che Siad collaborava inizialmente con Jean-Luc Brunel – morto suicida in carcere, dopo essere stato incriminato per stupro di minori e traffico di esseri umani – nel reclutamento di modelle, per poi ricevere direttamente da Epstein decine di migliaia di dollari nel corso degli anni. Quando alcune di queste transazioni finirono sotto verifica da parte della Deutsche Bank, furono giustificate come compensi per servizi fotografici e prestiti. Interpellato dalla CNN, Siad ha sostenuto che si trattasse semplicemente di pagamenti legati alla sua attività di talent scout. I documenti mostrano che questi organizzò numerosi incontri tra Epstein e giovani donne, conosciute durante il suo lavoro. In un messaggio del 2018, parlava della ricerca di una «giovane assistente di bell’aspetto» per il finanziere. In altre occasioni, gli inviava fotografie di ragazze in pose provocanti, incontrate durante i suoi viaggi incontrate durante i suoi viaggi in Europa, Nord Africa e Caraibi. Siad ha sempre negato qualsiasi coinvolgimento in attività illecite e sostiene di essere stato ingannato da Epstein: «Era un camaleonte», ha dichiarato, affermando di non aver mai avuto motivo di sospettare ciò che accadeva dietro le quinte. I documenti del Dipartimento di Giustizia, però, suggeriscono che il reclutatore di modelle sapesse di non limitarsi a segnalare giovani donne a Epstein solo per opportunità di lavoro.  

Neppure la condanna per reati sessuali del 2008 riuscì a isolare Epstein. Al contrario, una parte dell’industria della moda continuò a frequentarlo, coinvolgerlo in iniziative professionali e accreditarlo come figura influente del settore. Attorno alla sua figura sopravvisse a lungo l’aura dell’uomo capace di aprire porte e cambiare destini professionali. È in questo scenario che riaffiora il nome di Michele, l’unica traccia significativa degli ultimi undici anni. Un indizio che non spiega cosa sia successo alla giovane modella tedesca, ma che riapre uno dei tanti misteri irrisolti che gravitano attorno al caso Epstein.

Iran, i Pasdaran annunciano la chiusura di Hormuz

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I Pasdaran hanno annunciato la chiusura dello Stretto di Hormuz, in risposta agli attacchi israeliani in Libano. Non è chiaro quando il nuovo divieto entrerà in vigore. Al momento restano confermati, per domani in Svizzera, i colloqui tra le delegazioni iraniana e statunitense. L’incontro — dichiara il Ministero degli Esteri pakistano — dovrebbe far seguito al memorandum d’intesa raggiunto tra le parti, con l’obiettivo di giungere a un accordo definitivo.